| Le basi militari USA si insediano secondo tecniche
persuasive ben collaudate, scegliendo le zone dove maggiore
è l'ospitalità, minori i costi e più deboli
i controlli ambientali.
Dovendo mantenere migliaia di soldati all'estero con le famiglie
c'è chi sostiene che vengano preferite le località
turistiche, da presentare come incentivo per compensare il rischioso
arruolamento per il fronte. Queste strutture vengono posizionate
anche per condizionare le politiche delle economie capitaliste più
forti, oltre ché per muovere attacchi la cui risultante finale
sono tra l'altro nuove basi. Il network in questione, quello delle
basi USA, che secondo alcuni autori sarebbe però in crisi,
appare come un progetto separato, parte di un Risiko che si gioca
sopra le nostre teste. Possiamo affermare che installazioni come
quella in progettazione a Vicenza non sono proposte (o meglio imposte)
per ragioni di sicurezza, per dare impulso all'economia locale o
proteggere l'ambiente: vengono costruite per esigenze strategiche,
sono basi militari per nuovi attacchi e sono oggi rivolte al Sud
del mondo.
Possiamo distinguere alcuni momenti per meglio
comprendere cosa sta succedendo a Vicenza:
1) La fase attuale, la "politica del sorriso".
Il generale apre "ad orologeria" le porte della Caserma
di Vicenza, una forma di propaganda ad hoc, in quanto successivamente
risulteranno difficili persino le visite dei parlamentari, saranno
vietati i controlli ambientali indipendenti. Questa fase è
accompagnata da rassicurazioni, promesse di sviluppo che si rivelano
poi poco fondate, ma sono loro utili a convincere la popolazione.
Sappiamo infatti che le basi USA si mantengono in realtà
grazie alle tasse imposte ai paesi ospitanti i cui cittadini pagano
centinaia di milioni alle truppe (da notare che a Vicenza aumenterebbero).
In questa fase le basi vengono descritte come luoghi sicuri (sugli
incidenti ci sono invece intere pubblicazioni), addirittura a Vicenza
sarebbero senza armi (non è possibile! le fonti militari
affermano non a caso il contrario) e rispettose dell'ambiente (quest'ultima
un'affermazione è smentita da svariate pubblicazioni scientifiche,
ad esempio quelle del BICC, e dai fatti, ossia le migliaia di siti
inquinati pesantemente ed in vario modo nel mondo).
Secondo le autorità, per fare un esempio, non ci sarebbero
armi atomiche nelle basi USA in Italia, ma sappiamo che la versione
ufficiale non è credibile ed è smentita da molte fonti
(è riconosciuto che ci siano decine di testate atomiche in
Italia).
2) La vera politica della base. Queste strutture
non sono ovviamente progettate né per aiutare l'economia
locale, né per salvaguardare l'ambiente, anzi: sono postazioni
avanzate di guerra. Da Vicenza partirebbero evidentemente importanti
azioni militari, in un contesto politico estremo, il bushismo, in
cui il presidente USA detiene un immenso potere ed ha introdotto
proprio in questi giorni leggi speciali su prigionia, basi CIA ed
interrogatori. Una volta concessa l'area del Dal Molin tutto
diventa possibile, anche un uso differente da quello accordato
durante la fase dei sorrisi di circostanza (magari in segretezza,
essendosi insediato un nuovo governo...); trattandosi di una nuova
grande struttura possiamo inoltre ipotizzare che l'area resti militarmente
occupata per anni e possa trasformarsi nel tempo a seconda delle
esigenze del Pentagono. Allo stesso modo non possiamo però
escludere che, nonostante il raddoppio, anche queste basi, che sono
paragonabili a degli accampamenti, decidano autonomamente in un
prossimo futuro di chiudere per ridurre costi, trovare una maggiore
libertà sulla questione ambientale (cioè maggiore
libertà di inquinare) o per altri motivi tra cui la protesta
diffusa, come è già successo altrove. Per tutte queste
ragioni il ragionevole compito delle amministrazioni locali dovrebbe
essere, ma così evidentemente non è, tutelare i cittadini
ed il territorio contrastando la militarizzazione, non la delega
totale al Pentagono che ha già i suoi mezzi per imporsi in
maniera autoritaria.
3) Sulle conseguenze. La terza fase che possiamo
prevedere, attraverso comparazioni con situazioni analoghe, è
quella dell'amara realtà: guerre, militarizzazione e inquinamento
vengono confermate le vere attività; pericoli e tensioni
internazionali alcune fra le conseguenze aggravanti; a livello locale
emergono a questo punto le mancate opportunità, i costi per
i privilegi dei militari, i ricatti occupazionali, gli enormi consumi
energetici, gli sprechi d'acqua, i problemi dovuti a rifiuti e discariche,
la viabilità e la sua manutenzione straordinaria, la vigilanza
a carico del paese ospitante e del comune risultano alla fine il
vero disastroso impatto economico, che altrove (ad esempio in Friuli
o in Sardegna) ha portato a continue spese aggiuntive; in Italia
non sono mancate le infiltrazioni mafiose nella costruzione delle
basi. L'inquinamento e i costi di bonifica, sempre che risulti possibile,
sono poi forse l'aspetto più drammatico del dopo base.
La città di Vicenza diventerebbe definitivamente una grande
caserma con l'economia e la politica locali fortemente condizionate
dalle esigenze dei militari.
Non a caso a fronte di strutture del genere ci sono proteste notevoli,
anche se non se parla molto. Se restiamo ai fatti e non alla propaganda,
non abbiamo in definitiva elementi per affermare che a Vicenza le
basi USA abbiano un impatto differente da quello negativo già
verificatosi altrove, anzi...
Note:
*
Andrea Licata presiede dal 2000 il Centro Studi e Ricerche per la
Pace dell'Università di Trieste.
Collabora con la rivista Scienza e Pace dell'Università di
Pisa, la Rivista di Critica Scientifica (CKZ) di Lubiana, la Cattedra
di Storia dei partiti e movimenti politici dell'Università
di Trieste.
Ha studiato tra l'altro alla European Peace University di Schlaining
in Austria.
Tiene conferenze in Italia ed all'estero sul tema delle basi militari
e del recupero delle aree militari.
Ha curato la pubblicazione "Dal militare al civile, la conversione
preventiva della base USAF di Aviano - Ricerche e progetti"
uscito in questi giorni per la KappaVu edizioni di Udine (http://www.kappavu.it).
fonte: www.peacelink.org
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