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La consultazione truccata sull'accordo del 23 luglio
Interventi, documenti, commenti
Dal referendum dei confederali allo sciopero del 9 novembre contro il governo
di Collegamenti Internazionalisti

Dopo l’esito della consultazione referendaria dovremmo considerare esaurita ogni possibilità di proseguire l’opposizione al protocollo del 23 luglio e al governo Prodi?

A giudicare dalla grancassa mediatica, dalle dichiarazioni dei vertici sindacali confederali, ma anche dei “soloni” della sinistra filogovernativa alla Rossanda parrebbe di si!

Il discorso proposto suona più o meno in questo modo: i lavoratori, nonostante alcune insoddisfazioni, hanno dato prova di maturità e di responsabilità manifestando il loro consenso a stragrande maggioranza ad una intesa che forse non raccoglie tutte le promesse del programma di governo in tema di previdenza e mercato del lavoro, giudicandolo il massimo ottenibile nelle condizioni date.. Nella versione alla Rossanda si tratta di una profonda sofferenza che, di fronte al ricatto determinato dagli attuali rapporti di forza, non trova il coraggio di esprimere la propria opposizione nemmeno nel chiuso di una cabina elettorale. A questo punto ogni insistenza nel voler continuare ad esprimere opposizione  dura contro il protocollo di luglio, sarebbe solo una dimostrazione di  atteggiamento aristrocratico autoreferenziale, di chi non lavora o di qualche professore universitario che non ha nulla da perdere.

Per cui si faccia solo la manifestazione del 20 ottobre concepita dagli organizzatori per dare espressione ad una protesta “responsabile” e non come sfogatoio di gemiti ed insulti che non portano da nessuna parte e che anzi, in mancanza di una proposta “costruttiva e praticabile”, possono unicamente dare spazio a sentimenti populisti di cui, in ultima istanza,  beneficia la destra.

Il messaggio, sottinteso a tale ragionamento, è che sarebbe sbagliato insistere nel voler continuare la protesta contro il protocollo, quindi, inutile e controproducente lo sciopero del 9 e la manifestazione del 24 novembre.

Se tali mobilitazioni non le si riesce ad impedire, che siano di basso profilo, cerchino di essere “responsabili... e propositive” per il dibattito parlamentare, non assumano la caratteristica politica , manichea e infantile, di opposizione al governo Prodi .

Il messaggio è indirizzato –oltre che ad alcuni promotori del 9 novembre- anche all’ enorme massa di lavoratori che, pur non riconoscendosi nel sindacalismo di base, ha espresso il proprio esplicito rifiuto dell’accordo sottoscritto, a luglio,  tra governo, padroni e sindacati confederali: sia nelle assemblee, che con il voto. L’invito, è a prendere atto che i presunti schiaccianti risultati dell’esito referendario,  dimostrano il minoritarismo di tale rifiuto e,  quindi, a non farsi coinvolgere in mobilitazioni inconcludenti quanto pericolose di chi ragiona secondo il criterio “spacco tutto per dimostrare che esisto”, e si ostina a coltivare sogni utopistici di insorgenze rivoluzionarie fuori dalla storia.

 

Per la verità dei fatti

 

In questo ragionamento apparentemente realistico c’è innanzitutto uno stravolgimento sfrontato della realtà.

Che i risultati della consultazione fossero predeterminati e che vi siano stati significativi imbrogli è un fatto pacifico, ed il coro di sdegno che ha subissato la strumentale dichiarazione di Rizzo, a cominciare da Bertinotti per finire al “manifesto”, la dice lunga peraltro sulla reale subordinazione di tali forze al governo ed ai sindacati confederali.

Gli esempi di voti plurimi, da parte delle stesse persone in diversi  seggi, senza alcun riscontro, di fatto, è stata dimostrata con episodi numerosi e documentati. Tutto ciò senza contare il fatto che in molti posti di lavoro le posizioni del No, alla consultazione e del rigetto del protocollo di luglio, non hanno avuto nemmeno la possibilità di essere rappresentate, dando così spazio alla volgare demagogia dei rappresentanti confederali che descrivevano l’accordo messo ai voti come una sequela di successi che, se rigettati,  avrebbero riportato in vigore la legge Maroni e soprattutto avrebbero fatto cadere il governo, con l’incubo del ritorno di Berlusconi e della destra alla guida del paese.

In ultimo vi è stata la solita massiccia conta dei pensionati, che è avvenuta con modalità ancora meno verificabili di quelle tenute sui luoghi di lavoro. A questi ultimi, in un rapporto del tutto atomizzato e terroristico, si è andato a spiegare che, se non passava il protocollo, non solo si sarebbero persi gli aumenti delle pensioni minime (finanziati dai maggiori contributi dei lavoratori) previsti dall’accordo, ma vi era il concreto rischio di un fallimento dell’Inps con conseguente impossibilità di garantire il pagamento delle stesse pensioni per il futuro.

In molti luoghi di lavoro la consultazione non è stata proprio effettuata, ma ciò non esclude che i lavoratori in questione si trovino conteggiati tra coloro che si sarebbero espressi in maniera plebiscitaria per l’approvazione dell’accordo.

Ora, di fronte a tali modalità di svolgimento del voto e della loro contabilizzazione, accodarsi alla campagna che descrive l’esito della consultazione come un successo stratosferico dei si (anche se di tale successo i “sinistri” alla Rossanda fanno finta di dolersi) è semplicemente vergognoso, e serve solo ad accreditare la versione secondo cui la stragrande maggioranza dei lavoratori, coscientemente e consapevolmente, ha dato il proprio consenso all’accordo firmato dai sindacati.

Il dato da evidenziare invece ci sembra quello dell’esito, questo sì certificato, delle votazioni in quei luoghi di lavoro dove vi è stato un minimo di discussione vera e dove il voto è stato almeno parzialmente controllato.

In questi luoghi gli operai hanno detto no all’accordo di luglio, in taluni casi con percentuali dell’80%, oppure,come all’alfa sud, respinto l’accordo con voto unanime nelle assemblee generali.

La risposta è significativa e dimostra, più di tante parole, che alcune illusioni sul “Governo amico”sono cadute, che le confederazioni sindacali hanno una notevole difficoltà a contenere la rabbia e la protesta operaia.

Già questa presa di posizione di un settore ampio di lavoratori non è una cosa di poco conto perché rappresenta lo “scheletro” su cui innervare  una qualsiasi politica antiborghese che conti nei rapporti di forza tra le classi.

Se poi si considera che gli operai dell’industria non sono i soli ad avere espresso il no alla politica concertativa la cosa diventa ancora più preoccupante per i nostri avversari di classe, infatti nei vari comparti della funzione pubblica settori concentrati e quindi più allenati alla lotta, hanno espresso a maggioranza il no.

In tutti questi posti il no ha vinto alla grande e nemmeno il marcamento ad uomo, le pressioni individuali, i piccoli ricatti esercitati dai burocratini sindacali locali che pure hanno pesato, sono riusciti ad invertirne il risultato. Non è una rivoluzione, ma non è il niente di cui ipocritamente si lamentano le Rossande per suggerire la paralisi di qualsiasi iniziativa.

Di fronte al martellamento mediatico, in atto negli ultimi giorni, immancabilmente schierato per il si alle votazioni, di fronte allo schieramento massiccio dei sindacati confederali cui si è aggiunta l’Ugl, legata ormai in una sorta di entente cordiale” con i confederali, è addirittura sorprendente l’ampiezza delle votazioni per il No anche in quei posti dove non sono presenti i sindacati confederali e tra categorie in cui nemmeno la Fiom, che pure si è limitata a presentare la versione della maggioranza, è potuta arrivare.

A ciò vanno aggiunti tutti quei lavoratori la cui sfiducia nel sindacato ha raggiunto un tale livello da spingerli a non esprimere nemmeno il proprio voto, ma che erano chiaramente contrari al protocollo di luglio.

E tutto ciò, a fronte della campagna circa i rischi di caduta del governo in caso di vittoria del no, fa assumere all’esito della consultazione un alto significato politico

 

Perché tanto clamore sui risultati della consultazione

 

È proprio a questa massa di lavoratori incazzati ed insoddisfatti che però si rivolgono poi gli appelli a rassegnarsi e a concentrarsi, al massimo, su possibili lievi modifiche del protocollo come richiedono “responsabilmente” i promotori della manifestazione del 20 ottobre e la sinistra di governo per salvare la faccia (operazione, tra l’altro velleitaria perché Prodi deve rispondere ai poteri forti e ha pochi margini di manovra).

La descrizione poi di chi si oppone al protocollo mantenendo l’intenzione di proseguire le mobilitazioni per contrastare l’accordo rasenta una vera e propria infamia, una denigrazione degna della migliore demagogia stalinista.

Parlare infatti di chi continua rigettare l’accordo come gente che “non ha un salario da perdere, o perché troppo giovane o perché professore in qualche università” equivale a dire che si tratta eventualmente di redditieri che si atteggiano ad estremisti.

Tale malafede e livore (nei confronti di lavoratori sempre più proletarizzati) si giustifica ancora una volta con la dipendenza che la sinistra istituzionale ed i suoi mentori hanno rispetto al governo Prodi ma soprattutto con la difesa ad ogni costo delle compatibilità capitalistiche che gli garantiscono effettivamente dei privilegi cui non vorrebbero rinunciare a nessun costo.

Altrettanto indegno è descrivere chi si oppone al protocollo e al governo Prodi come una sorta di armata brancaleone che ha per unico scopo di dimostrare che esiste e che perciò assume l’atteggiamento di rifiuto pregiudiziale, senza proposte alternative, mascherandolo magari dietro una fraseologia ed obiettivi rivoluzionari.

Anche questo è un vecchio artificio retorico di cui la burocrazia pciista, dove è stata allevata politicamente la Rossanda ed i suoi sodali, è stata maestra.

Costoro, di fronte al lavoratore perplesso ed incazzato per la politica seguita dai suoi rappresentati ufficiali, si affrettano sempre a cercare di dimostrare che chi si oppone alla loro strategia imbocca una strada avventurista e massimalista, cosa questa che non solo sarebbe sbagliata in generale, ma ancora di più nel particolare poiché non terrebbe conto dei reali rapporti di forza tra le classi e dello stato d’animo prevalente tra gli stessi lavoratori.

Non  neghiamo che vi sono limitati settori della sinistra non governativa che fanno di tutto per accreditare tale chiave di lettura con i loro proclami roboanti, quanto vuoti ed ideologici, ma è anche vero che si tratta proprio di quei settori meno coinvolti in una attiva partecipazione alle iniziative di lotta e di opposizione alla concreta politica del governo.

Ora Rossanda ed il “manifesto” che si è distinto per alcuni editoriali ed articoli livorosi nei giorni delle consultazioni sindacali contro chi denunciava la truffa della consultazione, sono fin troppo informati di cosa si muove a livello di movimento, ma continuano a descrivere i suoi protagonisti come inconcludenti estremisti e senza proposte.

Invece di confrontarsi seriamente con le proposte concrete uscite dalle partecipate assemblee di movimento,  si ricorre alla più vieta demagogia presentando gli oppositori come un’accozzaglia di inconcludenti ed in fondo di parassiti, con i quali non vale nemmeno la pena di discutere.

Ma la verità di quello che pensa Rossanda emerge dalla frase in cui è detto che eventuali proposte di modifica “vanno misurate sull'oggi, cioè su un anno di crescita lenta, permanentemente corretta al ribasso e sull'impossibilità di quasi tutti i principali paesi dell'Unione europea a stare al rapporto comandato tra Pil e debito”. Tradotto, come direbbero a Napoli “l’acqua è  poca e la papera non galleggia”, ovvero: l’Italia è in crisi, il debito aumenta, la competitività dell’economia nazionale è in difficoltà per cui si può chiedere solo quello che passa il convento, cioè niente o, ancor peggio, accettare ulteriori sacrifici!!!

Chi avesse ancora dei dubbi sulle reali intenzioni dei promotori della manifestazione del 20 ottobre è servito.

 

Uno sguardo al futuro prossimo

 

Ma, lasciando alla loro strada i sostenitori nemmeno tanto critici del governo, si tratta per noi di concentrarci sulle prossime scadenze di mobilitazione per dare espressione e visibilità all’opposizione contro il governo.

Lo sciopero del 9 novembre, per quanto dichiarato fuori tempo utile a manifestare il dissenso esistente prima della consultazione, rimane una scadenza importante, non tanto e non solo per i lavoratori e compagni impegnati sul sociale che riusciremo a portare in piazza (che pure dovrà essere il massimo possibile) ma per il lavoro di preparazione che sapremo fare in termini di coinvolgimento di settori sociali non aderenti già al sindacalismo di base, per l’apertura di un confronto sul terreno dei problemi reali e compiti politici ineludibili.

La migliore risposta che possiamo dare ai denigratori di qualsiasi vera opposizione al governo è quella di coinvolgere nella campagna di avvicinamento allo sciopero del 9 e alla manifestazione del 24 novembre, quanti più lavoratori possibili, per contrastare la sfiducia e la rassegnazione in cui li si vuole confinare rispetto alla possibilità di contrastare la politica del governo.

In tal senso la decisione di convocare uno sciopero generale e generalizzato ha una forte valenza politica, perché dichiara da subito l’intenzione di non volersi limitare al solito sciopero rituale ed autoreferenziale,  ma di voler provare a coinvolgere effettivamente i tanti lavoratori, ben al di là delle attuali adesioni al sindacalismo di base, che esprimono il rifiuto del protocollo di luglio, dei tagli al Welfare e alla politica complessiva del governo.

Si tratta di riuscire a toccare le tante figure precarie disseminate sui territori e sugli stessi luoghi di lavoro che non trovano la forza e le condizioni per esprimere il proprio malessere ed il proprio malcontento.

Ciò implica una campagna reale, in cui le varie tendenze promotrici delle prossime mobilitazioni mettano in comune le proprie energie per produrre non una sommatoria, ma un effetto moltiplicatore delle proprie capacità di incidere.

Se ognuno farà uno sforzo per andare oltre le logiche di sopravvivenza e di bandiera per affermare la propria sigla, se ci si concentra sulla possibilità di dimostrare che la politica non è solo quella rappresentata dalle tendenze istituzionali abbarbicate ai piccoli e grandi privilegi, alla conservazione dello stato di cose esistenti, se si riesce a dimostrare che esiste un ampio fronte (su un terreno di proposte comuni), per quanto variegato al suo interno, che continua ad esprimere una opposizione ferma alle politiche neoliberiste in cui si riconosce tutto l’arco costituzionale, sarà allora possibile trasmettere un segnale incoraggiante.

In tal senso, sarà bene chiarire, che all’ordine del giorno non poniamo la rivoluzione e l’alternativa del governo operaio, come vorrebbe maliziosamente farci dire la Rossanda per derivarne facilmente che è meglio starsene acquattati nel ruolo di grilli parlanti. Gli obiettivi sopra indicati bastano e avanzano per motivare realisticamente la nostra iniziativa di fase e per affrontare, in corso d’opera, i nostri limiti.

Questi limiti non derivano dal nostro avventurismo, ma paradossalmente proprio dall’eco che le suggestioni pessimistiche del Manifesto suscitano nelle file della sinistra non governativa. Infatti, nonostante alcune dichiarazioni fatte nei confronti nazionali sulla necessità di dare vita a comitati territoriali che promuovano e gestiscano unitariamente sui territori la preparazione dello sciopero, registriamo un’attitudine non proprio conseguente con tali affermazioni proprio perché ognuno difende la propria impostazione politica e non da voce alle potenzialità che si sviluppano al di fuori del proprio recinto.  

In parte questa difficoltà deriva dall’abitudine ad una certa logica autoreferenziale, costruita in anni di resistenza al prevalere massiccio del monopolio confederale e delle forze politiche della sinistra istituzionale, dalle reciproche diffidenze e differenze maturate in un lungo periodo di aspra concorrenzialità per influenzare pochi lavoratori (data la fase di difficile espressione di un movimento di massa).

Il perdurare di tale abitudine non solo riduce la capacità di impatto delle iniziative di opposizione messe in campo per questo autunno, ma non riesce nemmeno a coinvolgere (su proposte che passano al vaglio del confronto tra lavoratori e non nel crogiuolo di un dibattito tra “dirigenti”) fattivamente quei tanti attivisti che non si riconoscono in nessuna sigla politica e/o sindacale e che rappresentano un patrimonio di energie cui non possiamo in nessun modo rinunciare a mettere in moto. Il rischio è che questi soggetti vivano lo sciopero del 9 e la manifestazione del 24 come una delle rituali scadenze, cui non si può rinunciare, ma con un’attitudine del tutto passiva ed in fondo rassegnata.

Se proprio non si riescono a costituire ovunque dei comitati unitari locali di base espressione di lotte in corso per le difficoltà che si incontrano sui posti di lavoro e nell’aggregazione delle figure precarie, si dovrebbe almeno provare a rendere reale e non formale il percorso di collaborazione a livello locale tra le varie sigle promotrici delle prossime mobilitazioni.

Solo in tal modo possiamo mettere in campo le premesse che consentano al movimento di opposizione contro il governo Prodi e la sua politica di non esaurirsi nelle due scadenze previste,  ma di provare a darsi una stabilità e continuità che lo renda punto di riferimento e di aggregazione credibile per i tanti soggetti che si sentono ancora isolati ed impotenti, contro l’arroganza del potere a livello politico, sociale e contro l’inconsistenza delle sinistre di governo.

Per quanto ci riguarda in tutti i luoghi in cui siamo presenti,  non ci stancheremo di sostenere energicamente tale linea di condotta, e l’invito che facciamo ai vari compagni che seguono con attenzione ed interesse l’esperienza di Collegamenti Internazionalisti è quella di attivizzarsi in questa direzione per cercare di superare le resistenze che si riscontrano a procedere per questa via.

 

La centralità dell’opposizione al governo Prodi

 

Siamo però convinti che dietro l’abitudine sopra indicata si nasconde soprattutto una certa sfiducia nella possibilità di incoraggiare e organizzare un movimento che anche in termini politici vada oltre la fuorviante alternativa tra il tutto-rivoluzione e il niente.

Non è un segreto per nessuno, e lo si è percepito ampiamente anche nell’assemblea del 7 ottobre a Roma, che vi sono alcune forze orientate, con diverse motivazioni, a stemperare il tono di netta opposizione al governo Prodi di tali iniziative. Non vi è dubbio però che alla base di una simile attitudine vi è la convinzione di non dovere o poter rompere definitivamente i ponti con alcuni settori della sinistra istituzionale attualmente al governo con la quale si mantengono livelli di contiguità e/o di collaborazione. Spesso si cerca di nobilitare tale difficoltà a prendere una posizione di netta opposizione con la necessità di rendere più ampie e partecipate le mobilitazioni, oppure dichiarando che scopo dei sindacati non è quello di fare soli scioperi politici quanto quello di contrastare soprattutto singoli provvedimenti del governo e sostenere propri obiettivi rivendicativi di carattere puramente sindacale.

In altri casi, riecheggiando i roboanti discorsi sindacali degli anni settanta, con rinnovato e spesso incomprensibile linguaggio, si parla di condurre una lotta offensiva che vada oltre la mera resistenza e la netta contrapposizione cercando di essere innovativi e creativi. O ancora si descrive il governo come già morto, per cui sarebbe inutile accanirsi essendo più opportuno pensare al futuro perchè è ormai una cosuccia che riguarda solo le varie frazioni della borghesia. Non è un caso che questa posizione venga espressa  da quegli stessi settori che mostrano più di una perplessità sull’organizzazione della manifestazione nazionale del 24 novembre, dove le ragioni di esplicita opposizione al governo Prodi dovrebbero emergere necessariamente con maggiore nettezza ed evidenza.

Per inciso, anche da parte di settori più radicali del movimento, si mostra una certa ostilità verso scadenze centrali di mobilitazione, in nome delle specificità locali o di un reale radicamento, (questioni queste ineludibili, ma rafforzanti l’azione più ampia sul piano nazionale), oppure si esprime una prevenzione verso il rischio che si determini una nuova rappresentanza cui si guarda con diffidenza.

In proposito, sarà necessario chiarire meglio quali sono le reali poste in gioco dei prossimi mesi, eliminando subito l’equivoco che stiamo preparando uno sciopero, dal quale non ci aspettiamo gli stessi risultati in termini di partecipazione che in genere ottengono i confederali.

Un equivoco del genere alimenta la convinzione di dover rimarcare il suo carattere sindacale a discapito di quello politico (sebbene anche alcuni grandi scioperi generali possono avere valenze esplicitamente politiche).

Nelle condizioni attuali non ci si può certo aspettare una riuscita massiccia dello sciopero che abbiamo voluto proclamare generale e generalizzato. Esso sarà tale non tanto per i numeri che riuscirà a mettere in campo, che pure confidiamo non saranno irrisori coinvolgendo diverse centinaia di migliaia di soggetti, ma proprio perché vuole esprimere una protesta a tutto campo contro questo governo, perché vuole esprimere, in una logica non minoritaria, gli interessi di tutto il mondo del lavoro e  non .

Diversamente da quanto pensano alcuni, di fronte ad uno sciopero che sappiamo  non riuscirà all’immediato a produrre risultati tangibili in termini di rivendicazioni espresse nella piattaforma, si può pensare di aumentare il coinvolgimento in termini di partecipazione, proprio accentuando il carattere politico antigovernativo della nostra battaglia.

Se ci si limitasse al solo rifiuto del protocollo di luglio, se ci si concentrasse unicamente sul carattere sindacale della mobilitazione, come è stato sostenuto da qualcuno, per quale ragione un lavoratore dovrebbe rinunciare ad una giornata di salario (con i tempi che corrono) sapendo che tale iniziativa non può realisticamente produrre risultati immediati?

Solo dando un taglio di opposizione generale è pensabile di poter convincere molti lavoratori, oltre gli iscritti al sindacalismo di base, a partecipare e ad esprimere il loro dissenso.

Peraltro, la caratteristica antigovernativa dello sciopero del 9 novembre emergerà oggettivamente per il contesto in cui si colloca e per la stessa feroce avversione cui è fatta oggetto da parte dei mass media e dei settori della sinistra istituzionale. 

E’ bene capirsi meglio anche su tale aspetto. È stato obiettato che la piattaforma non contiene l’obiettivo della caduta del governo Prodi, perché allo stato dei fatti sarebbe una parola d’ordine vacua, non essendoci all’orizzonte nessuna alternativa credibile da proporre. Si è aggiunto giustamente che neppure nelle mobilitazioni contro il governo Berlusconi, la sinistra antagonista ha chiesto la caduta di tale governo: non per indulgenza, ma perché l’alternativa sarebbe stata un governo di centrosinistra pur sempre antipopolare. Ciò, non comporta minimamente che l’opposizione a tutti i governi in carica sia meno intransigente.

Naturalmente su tale considerazione siamo assolutamente d’accordo e per quanto ci riguarda non abbiamo proposto tale parola d’ordine, non essendo tra coloro che fanno la gara a chi la spara più grossa per dimostrare il proprio radicalismo. Ma, nella discussione intrecciatasi nella fase preparatoria delle iniziative di questo autunno, la questione in ballo non era tanto questa, quanto la esplicita caratterizzazione della piattaforma in senso apertamente antigovernativo e l’allargamento della piattaforma “rivendicativa” ad alcuni obiettivi qualificanti.

In altre parole, un conto è riconoscere che, vista l’attuale composizione dei promotori dello sciopero, la piattaforma definita era il massimo ottenibile, altro è far finta di non vedere la estenuante ostinazione con cui alcune forze hanno insistito per modificare ogni singolo passaggio che suonasse come netta opposizione al governo Prodi, opposizione invece che si può e si deve esplicitare anche quando non si hanno alternative praticabili all’immediato.

La consapevolezza di tali resistenze, non ci spinge a sottovalutare l’importanza del percorso di collaborazione (ripetiamo: sul che fare e sull’agire conseguentemente alle decisioni prese) tra varie forze dei movimenti sociali, del sindacalismo di base e della sinistra non governativa avviatosi questo autunno.

Quindi, non ci sottrarremo a dare il nostro modesto contributo in maniera anche critica, ma non settaria, affinché esso possa rafforzarsi e diventare qualcosa di più di una occasionale e forse estemporanea convergenza, dettata unicamente dalle necessità immediate. Tale contributo però da una parte cercherà di mostrare –contro il falso realismo che vede tutti i lavoratori ancora tutti consegnati nelle “caserme” confederali e della sinistra istituzionale- che è possibile e necessario avviare un percorso alternativo di lotte, in rottura con la sinistra istituzionale politica e sindacale; dall’altro, insisterà sulla necessità della battaglia politica antigovernativa.

 
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