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| La
consultazione truccata sull'accordo del 23 luglio Interventi, documenti, commenti |
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Dal
referendum dei confederali allo sciopero del 9 novembre contro il
governo
di Collegamenti Internazionalisti |
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| Dopo l’esito della consultazione referendaria dovremmo considerare esaurita ogni possibilità di proseguire
l’opposizione al protocollo del 23 luglio e al governo Prodi? A giudicare dalla grancassa mediatica,
dalle dichiarazioni dei vertici sindacali confederali, ma anche
dei “soloni” della sinistra filogovernativa
alla Rossanda parrebbe di si! Il discorso proposto suona più o
meno in questo modo: i lavoratori, nonostante alcune insoddisfazioni,
hanno dato prova di maturità e di responsabilità manifestando il
loro consenso a stragrande maggioranza ad una intesa che forse non
raccoglie tutte le promesse del programma di governo in tema di
previdenza e mercato del lavoro, giudicandolo il massimo ottenibile
nelle condizioni date.. Nella versione alla Rossanda si tratta di una profonda sofferenza che, di fronte
al ricatto determinato dagli attuali rapporti di forza, non trova
il coraggio di esprimere la propria opposizione nemmeno nel chiuso
di una cabina elettorale. A questo punto ogni insistenza nel voler
continuare ad esprimere opposizione
dura contro il protocollo di luglio, sarebbe solo
una dimostrazione di atteggiamento aristrocratico
autoreferenziale, di chi non lavora o
di qualche professore universitario che non ha nulla da perdere.
Per cui si faccia solo la manifestazione del 20
ottobre concepita dagli organizzatori per dare espressione ad
una protesta “responsabile” e non come sfogatoio
di gemiti ed insulti che non portano da nessuna parte e che anzi,
in mancanza di una proposta “costruttiva e praticabile”, possono
unicamente dare spazio a sentimenti populisti di cui, in ultima
istanza, beneficia la destra. Il messaggio, sottinteso a tale ragionamento, è che
sarebbe sbagliato insistere nel voler continuare la protesta contro il protocollo, quindi, inutile
e controproducente lo sciopero del 9 e la manifestazione
del 24 novembre.
Se tali mobilitazioni non le si riesce
ad impedire, che siano di basso profilo, cerchino di essere “responsabili...
e propositive” per il dibattito parlamentare, non assumano la caratteristica
politica , manichea e infantile, di opposizione
al governo Prodi . Il messaggio è indirizzato –oltre che ad alcuni promotori
del 9 novembre- anche all’ enorme massa
di lavoratori che, pur non riconoscendosi nel sindacalismo di base,
ha espresso il proprio esplicito rifiuto dell’accordo sottoscritto,
a luglio, tra governo, padroni e sindacati confederali:
sia nelle assemblee, che con il voto. L’invito, è a prendere atto
che i presunti schiaccianti risultati dell’esito referendario, dimostrano il minoritarismo
di tale rifiuto e, quindi,
a non farsi coinvolgere in mobilitazioni inconcludenti quanto pericolose
di chi ragiona secondo il criterio “spacco
tutto per dimostrare che esisto”, e si ostina a coltivare sogni
utopistici di insorgenze rivoluzionarie fuori dalla storia. Per la verità dei fatti In questo ragionamento apparentemente realistico c’è
innanzitutto uno stravolgimento sfrontato
della realtà. Che i risultati della consultazione fossero predeterminati e che vi siano stati significativi imbrogli
è un fatto pacifico, ed il coro di sdegno che ha subissato la strumentale
dichiarazione di Rizzo, a cominciare da Bertinotti
per finire al “manifesto”, la dice lunga peraltro sulla reale subordinazione
di tali forze al governo ed ai sindacati confederali. Gli esempi di voti plurimi, da parte delle stesse persone
in diversi seggi,
senza alcun riscontro, di fatto, è stata dimostrata con episodi
numerosi e documentati. Tutto ciò senza contare
il fatto che in molti posti di lavoro le posizioni del No,
alla consultazione e del rigetto del protocollo di luglio, non hanno
avuto nemmeno la possibilità di essere rappresentate, dando così
spazio alla volgare demagogia dei rappresentanti confederali che
descrivevano l’accordo messo ai voti come una sequela di successi
che, se rigettati, avrebbero
riportato in vigore la legge Maroni e
soprattutto avrebbero fatto cadere il governo, con l’incubo del
ritorno di Berlusconi e della destra alla
guida del paese. In ultimo vi è stata la solita massiccia conta dei
pensionati, che è avvenuta con modalità
ancora meno verificabili di quelle tenute sui luoghi di lavoro.
A questi ultimi, in un rapporto del tutto atomizzato e terroristico,
si è andato a spiegare che, se non passava il protocollo, non solo
si sarebbero persi gli aumenti delle pensioni minime (finanziati
dai maggiori contributi dei lavoratori) previsti dall’accordo, ma
vi era il concreto rischio di un fallimento
dell’Inps con conseguente impossibilità
di garantire il pagamento delle stesse pensioni per il futuro. In molti luoghi di lavoro la consultazione non è stata
proprio effettuata, ma ciò non esclude
che i lavoratori in questione si trovino conteggiati tra coloro
che si sarebbero espressi in maniera plebiscitaria per l’approvazione
dell’accordo. Ora, di fronte a tali modalità di svolgimento del voto
e della loro contabilizzazione, accodarsi
alla campagna che descrive l’esito della consultazione come un successo
stratosferico dei si (anche se di tale
successo i “sinistri” alla Rossanda fanno finta di dolersi) è semplicemente vergognoso,
e serve solo ad accreditare la versione secondo cui la stragrande
maggioranza dei lavoratori, coscientemente e consapevolmente, ha
dato il proprio consenso all’accordo firmato dai sindacati. Il dato da evidenziare invece ci sembra quello dell’esito,
questo sì certificato, delle votazioni in quei luoghi di lavoro dove vi è stato un minimo di discussione vera e dove il voto è stato
almeno parzialmente controllato. In questi luoghi gli operai hanno detto no all’accordo
di luglio, in taluni casi con percentuali dell’80%, oppure,come all’alfa sud, respinto l’accordo con voto unanime nelle
assemblee generali. La risposta è significativa
e dimostra, più di tante parole, che alcune illusioni sul “Governo
amico”sono cadute, che le confederazioni sindacali
hanno una notevole difficoltà a contenere la rabbia e la protesta
operaia. Già questa presa di posizione
di un settore ampio di lavoratori non è una cosa di poco conto perché
rappresenta lo “scheletro” su cui innervare una qualsiasi politica antiborghese che
conti nei rapporti di forza tra le classi. Se poi si considera che gli operai dell’industria non
sono i soli ad avere espresso il no alla politica concertativa
la cosa diventa ancora più preoccupante per i nostri avversari di
classe, infatti nei vari comparti della funzione pubblica settori concentrati
e quindi più allenati alla lotta, hanno espresso a maggioranza il
no. In tutti questi posti il no
ha vinto alla grande e nemmeno il marcamento ad uomo, le pressioni
individuali, i piccoli ricatti esercitati dai burocratini
sindacali locali che pure hanno pesato, sono riusciti ad invertirne
il risultato. Non è una rivoluzione, ma non è il niente di cui ipocritamente
si lamentano le Rossande per suggerire
la paralisi di qualsiasi iniziativa. Di fronte al martellamento mediatico,
in atto negli ultimi giorni, immancabilmente schierato per il si alle votazioni, di fronte allo schieramento massiccio dei
sindacati confederali cui si è aggiunta l’Ugl,
legata ormai in una sorta di “entente cordiale” con i confederali, è addirittura sorprendente
l’ampiezza delle votazioni per il No anche in quei posti dove non
sono presenti i sindacati confederali e tra categorie in cui nemmeno
A ciò vanno aggiunti tutti quei lavoratori la cui sfiducia
nel sindacato ha raggiunto un tale livello da spingerli a non esprimere
nemmeno il proprio voto, ma che erano chiaramente contrari al protocollo
di luglio. E tutto ciò, a fronte della campagna circa i rischi
di caduta del governo in caso di vittoria del no, fa assumere all’esito
della consultazione un alto significato politico Perché tanto
clamore sui risultati della consultazione È proprio a questa massa di lavoratori incazzati ed insoddisfatti che però si rivolgono poi gli appelli
a rassegnarsi e a concentrarsi, al massimo, su possibili lievi modifiche
del protocollo come richiedono “responsabilmente” i promotori della
manifestazione del 20 ottobre e la sinistra di governo per salvare
la faccia (operazione, tra l’altro velleitaria
perché Prodi deve rispondere ai poteri forti e ha pochi margini
di manovra). La descrizione poi di chi si oppone al protocollo mantenendo
l’intenzione di proseguire le mobilitazioni
per contrastare l’accordo rasenta una vera e propria infamia, una
denigrazione degna della migliore demagogia stalinista. Parlare infatti di chi continua
rigettare l’accordo come gente che “non ha un salario da perdere, o perché troppo giovane o perché professore
in qualche università” equivale a dire che si tratta eventualmente
di redditieri che si atteggiano ad estremisti. Tale malafede e livore (nei confronti di lavoratori
sempre più proletarizzati) si giustifica ancora una volta con la
dipendenza che la sinistra istituzionale ed i suoi mentori hanno
rispetto al governo Prodi ma soprattutto con la difesa ad ogni costo delle compatibilità
capitalistiche che gli garantiscono effettivamente dei privilegi
cui non vorrebbero rinunciare a nessun costo. Altrettanto indegno è descrivere chi si oppone al protocollo
e al governo Prodi come una sorta di armata
brancaleone che ha per unico scopo di
dimostrare che esiste e che perciò assume l’atteggiamento di rifiuto
pregiudiziale, senza proposte alternative,
mascherandolo magari dietro una fraseologia ed obiettivi rivoluzionari. Anche questo è un vecchio artificio
retorico di cui la burocrazia pciista,
dove è stata allevata politicamente Costoro, di fronte al lavoratore perplesso ed incazzato per la politica seguita dai suoi rappresentati ufficiali,
si affrettano sempre a cercare di dimostrare che chi si oppone alla
loro strategia imbocca una strada
avventurista e massimalista, cosa questa che non solo sarebbe
sbagliata in generale, ma ancora di più nel particolare poiché non
terrebbe conto dei reali rapporti di forza tra le classi e dello
stato d’animo prevalente tra gli stessi lavoratori. Non neghiamo che vi sono limitati settori
della sinistra non governativa che fanno di tutto per accreditare
tale chiave di lettura con i loro proclami roboanti, quanto vuoti
ed ideologici, ma è anche vero che si tratta proprio di quei settori
meno coinvolti in una attiva partecipazione alle iniziative di lotta
e di opposizione alla concreta politica del governo. Ora Rossanda ed il “manifesto”
che si è distinto per alcuni editoriali ed articoli livorosi nei giorni delle consultazioni sindacali contro chi denunciava la truffa della consultazione, sono fin troppo
informati di cosa si muove a livello di movimento, ma continuano
a descrivere i suoi protagonisti
come inconcludenti estremisti e senza proposte. Invece di confrontarsi seriamente con le proposte concrete
uscite dalle partecipate assemblee di movimento, si ricorre alla più vieta demagogia presentando
gli oppositori come un’accozzaglia di inconcludenti ed in fondo
di parassiti, con i quali non vale nemmeno la pena di discutere.
Ma la verità di quello che pensa Rossanda
emerge dalla frase in cui è detto che eventuali proposte di modifica
“vanno misurate sull'oggi, cioè
su un anno di crescita lenta, permanentemente corretta al ribasso
e sull'impossibilità di quasi tutti i principali paesi dell'Unione
europea a stare al rapporto comandato tra Pil
e debito”. Tradotto, come direbbero a Napoli “l’acqua
è poca
e la papera non galleggia”, ovvero: l’Italia è in crisi, il
debito aumenta, la competitività dell’economia nazionale è in difficoltà
per cui si può chiedere solo quello che passa il convento, cioè
niente o, ancor peggio, accettare ulteriori sacrifici!!! Chi avesse ancora dei dubbi
sulle reali intenzioni dei promotori della manifestazione del 20
ottobre è servito. Uno sguardo al futuro prossimo
Ma, lasciando alla loro strada
i sostenitori nemmeno tanto critici del governo, si tratta per noi
di concentrarci sulle
prossime scadenze di mobilitazione per dare espressione e visibilità
all’opposizione contro il governo. Lo sciopero del 9 novembre, per quanto dichiarato fuori
tempo utile a manifestare il dissenso esistente prima della consultazione,
rimane una scadenza importante, non tanto e non solo per i lavoratori
e compagni impegnati sul sociale che riusciremo
a portare in piazza (che pure dovrà essere il massimo possibile)
ma per il lavoro di preparazione che sapremo fare in termini di
coinvolgimento di settori sociali non aderenti già al sindacalismo di base, per l’apertura di un confronto sul terreno dei problemi
reali e compiti politici ineludibili. La migliore risposta che possiamo dare ai denigratori
di qualsiasi vera opposizione al governo è quella di coinvolgere
nella campagna di avvicinamento allo sciopero
del 9 e alla manifestazione del 24 novembre, quanti più lavoratori
possibili, per contrastare la sfiducia e la rassegnazione in cui
li si vuole confinare rispetto alla possibilità di contrastare la
politica del governo. In tal senso la decisione di convocare uno sciopero
generale e generalizzato ha una forte valenza politica, perché
dichiara da subito l’intenzione di non volersi limitare al solito
sciopero rituale ed autoreferenziale, ma di voler provare a coinvolgere effettivamente
i tanti lavoratori, ben al di là delle attuali adesioni al sindacalismo
di base, che esprimono il rifiuto del protocollo di luglio, dei
tagli al Welfare e alla politica complessiva
del governo. Si tratta di riuscire a toccare le tante figure precarie
disseminate sui territori e sugli stessi luoghi di lavoro che non
trovano la forza e le condizioni per esprimere il proprio malessere
ed il proprio malcontento. Ciò implica una campagna reale, in cui le varie tendenze
promotrici delle prossime mobilitazioni mettano
in comune le proprie energie per produrre non una sommatoria, ma
un effetto moltiplicatore delle proprie capacità di incidere. Se ognuno farà uno sforzo per andare oltre le logiche
di sopravvivenza e di bandiera per affermare la propria sigla, se
ci si concentra sulla possibilità di dimostrare che la politica
non è solo quella rappresentata dalle tendenze istituzionali
abbarbicate ai piccoli e grandi privilegi, alla conservazione dello
stato di cose esistenti, se si riesce a dimostrare che esiste un
ampio fronte (su un terreno di proposte comuni), per quanto variegato
al suo interno, che continua ad esprimere una opposizione ferma
alle politiche neoliberiste in cui si riconosce tutto l’arco costituzionale,
sarà allora possibile trasmettere un segnale incoraggiante. In tal senso, sarà bene chiarire, che all’ordine del
giorno non poniamo la rivoluzione e l’alternativa
del governo operaio, come vorrebbe maliziosamente farci dire Questi limiti non derivano dal nostro avventurismo,
ma paradossalmente proprio dall’eco che le suggestioni pessimistiche
del Manifesto suscitano nelle file della sinistra non governativa.
Infatti, nonostante alcune dichiarazioni fatte nei confronti nazionali
sulla necessità di dare vita a comitati
territoriali che promuovano e gestiscano unitariamente sui territori
la preparazione dello sciopero, registriamo un’attitudine non proprio
conseguente con tali affermazioni proprio perché ognuno difende
la propria impostazione politica e non da voce alle potenzialità
che si sviluppano al di fuori del proprio recinto. In parte questa difficoltà deriva dall’abitudine
ad una certa logica autoreferenziale,
costruita in anni di resistenza al prevalere massiccio del monopolio
confederale e delle forze politiche della sinistra istituzionale,
dalle reciproche diffidenze e differenze maturate in un lungo periodo
di aspra concorrenzialità per influenzare pochi lavoratori (data la
fase di difficile espressione di un movimento di massa). Il perdurare di tale abitudine non solo riduce la capacità
di impatto delle iniziative di opposizione
messe in campo per questo autunno, ma non riesce nemmeno a coinvolgere
(su proposte che passano al vaglio del confronto tra lavoratori
e non nel crogiuolo di un dibattito tra “dirigenti”) fattivamente
quei tanti attivisti che non si riconoscono in nessuna sigla politica
e/o sindacale e che rappresentano un patrimonio di energie cui non
possiamo in nessun modo rinunciare a mettere in moto. Il rischio è che questi soggetti vivano lo sciopero
del 9 e la manifestazione del 24 come una delle rituali scadenze,
cui non si può rinunciare, ma con un’attitudine del tutto passiva
ed in fondo rassegnata. Se proprio non si riescono a costituire ovunque dei
comitati unitari locali di base espressione di lotte in corso
per le difficoltà che si incontrano sui posti di lavoro e nell’aggregazione delle
figure precarie, si dovrebbe almeno provare a rendere reale e
non formale il percorso di collaborazione a livello locale tra
le varie sigle promotrici delle prossime mobilitazioni. Solo in tal modo possiamo mettere in campo le premesse
che consentano al movimento di opposizione
contro il governo Prodi e la sua politica di non esaurirsi nelle
due scadenze previste, ma
di provare a darsi una stabilità e continuità che lo renda punto
di riferimento e di aggregazione credibile per i tanti soggetti
che si sentono ancora isolati ed impotenti, contro l’arroganza del
potere a livello politico, sociale e contro l’inconsistenza delle
sinistre di governo. Per quanto ci riguarda in tutti i luoghi in cui siamo presenti, non
ci stancheremo di sostenere energicamente tale linea di condotta,
e l’invito che facciamo ai vari compagni che seguono con attenzione
ed interesse l’esperienza di Collegamenti Internazionalisti è quella
di attivizzarsi in questa direzione per cercare di superare le resistenze
che si riscontrano a procedere per questa via. La
centralità dell’opposizione al governo Prodi
Siamo però convinti che dietro l’abitudine sopra indicata
si nasconde soprattutto
una certa sfiducia nella possibilità di incoraggiare e organizzare
un movimento che anche in
termini politici vada oltre la fuorviante alternativa
tra il tutto-rivoluzione e il niente. Non è un segreto per nessuno, e lo
si è percepito ampiamente anche nell’assemblea del 7 ottobre
a Roma, che vi sono alcune forze orientate, con diverse motivazioni,
a stemperare il tono di netta opposizione al governo Prodi di tali
iniziative. Non vi è dubbio però che alla base di una simile attitudine
vi è la convinzione di non dovere o poter rompere definitivamente
i ponti con alcuni settori della sinistra istituzionale attualmente
al governo con la quale si mantengono livelli di contiguità e/o
di collaborazione. Spesso si cerca di nobilitare tale difficoltà
a prendere una posizione di netta opposizione con la necessità di
rendere più ampie e partecipate le mobilitazioni, oppure dichiarando
che scopo dei sindacati non è quello di fare soli scioperi politici
quanto quello di contrastare soprattutto singoli provvedimenti del
governo e sostenere propri obiettivi rivendicativi di carattere
puramente sindacale. In altri casi, riecheggiando i roboanti
discorsi sindacali degli anni settanta, con rinnovato e spesso incomprensibile
linguaggio, si parla di condurre una lotta offensiva che vada oltre
la mera resistenza e la netta contrapposizione cercando di essere
innovativi e creativi. O ancora si descrive il governo come già
morto, per cui sarebbe inutile accanirsi
essendo più opportuno pensare al futuro perchè è ormai una cosuccia
che riguarda solo le varie frazioni della borghesia. Non è un caso
che questa posizione venga espressa da quegli stessi settori che mostrano più di
una perplessità sull’organizzazione della manifestazione nazionale
del 24 novembre, dove le ragioni di esplicita opposizione al
governo Prodi dovrebbero emergere necessariamente con maggiore nettezza
ed evidenza. Per inciso, anche da parte di settori più radicali
del movimento, si mostra una certa ostilità verso scadenze centrali
di mobilitazione, in nome delle specificità locali o di un reale
radicamento, (questioni queste ineludibili,
ma rafforzanti l’azione più ampia sul piano nazionale), oppure si
esprime una prevenzione verso il rischio che si determini una nuova
rappresentanza cui si guarda con diffidenza. In proposito, sarà necessario chiarire meglio quali
sono le reali poste in gioco dei prossimi mesi, eliminando subito
l’equivoco che stiamo preparando uno sciopero,
dal quale non ci aspettiamo gli stessi risultati in termini di partecipazione
che in genere ottengono i confederali. Un equivoco del genere alimenta la convinzione di dover
rimarcare il suo carattere sindacale a discapito di quello politico (sebbene anche alcuni
grandi scioperi generali possono avere valenze esplicitamente politiche). Nelle condizioni attuali non ci si può certo aspettare
una riuscita massiccia dello sciopero che abbiamo voluto proclamare
generale e generalizzato. Esso sarà tale non tanto per i numeri
che riuscirà a mettere in campo, che pure confidiamo non saranno
irrisori coinvolgendo diverse centinaia di migliaia di soggetti,
ma proprio perché vuole esprimere una protesta a tutto campo contro
questo governo, perché vuole esprimere, in una logica non minoritaria,
gli interessi di tutto il mondo del lavoro e
non . Diversamente da quanto pensano alcuni, di fronte ad
uno sciopero che sappiamo
non riuscirà all’immediato a produrre risultati tangibili
in termini di rivendicazioni espresse nella piattaforma, si può
pensare di aumentare il coinvolgimento in termini di partecipazione,
proprio accentuando il carattere politico antigovernativo della
nostra battaglia. Se ci si limitasse al solo rifiuto del protocollo di
luglio, se ci si concentrasse unicamente sul carattere sindacale
della mobilitazione, come è stato sostenuto
da qualcuno, per quale ragione un lavoratore dovrebbe rinunciare
ad una giornata di salario (con i tempi che corrono) sapendo che
tale iniziativa non può realisticamente produrre risultati immediati? Solo dando un taglio di opposizione
generale è pensabile di poter convincere molti lavoratori, oltre
gli iscritti al sindacalismo di base, a partecipare e ad esprimere
il loro dissenso. Peraltro, la caratteristica antigovernativa dello sciopero
del 9 novembre emergerà oggettivamente per il contesto
in cui si colloca e per la stessa feroce avversione cui è fatta
oggetto da parte dei mass media e dei settori della sinistra istituzionale. E’ bene capirsi meglio anche su tale aspetto. È stato obiettato che la
piattaforma non contiene l’obiettivo della caduta del governo Prodi,
perché allo stato dei fatti sarebbe una parola d’ordine vacua, non
essendoci all’orizzonte nessuna alternativa
credibile da proporre. Si è aggiunto giustamente che neppure nelle
mobilitazioni contro il governo Berlusconi,
la sinistra antagonista ha chiesto la caduta di tale governo: non
per indulgenza, ma perché l’alternativa sarebbe stata un governo di centrosinistra pur
sempre antipopolare. Ciò, non comporta minimamente che l’opposizione
a tutti i governi in carica sia meno intransigente.
Naturalmente su tale considerazione siamo assolutamente
d’accordo e per quanto ci riguarda non abbiamo proposto tale parola
d’ordine, non essendo tra coloro che fanno
la gara a chi la spara più grossa per dimostrare il proprio radicalismo.
Ma, nella discussione intrecciatasi nella fase preparatoria delle
iniziative di questo autunno, la questione in ballo non era tanto questa,
quanto la esplicita caratterizzazione della piattaforma in senso
apertamente antigovernativo e l’allargamento della piattaforma “rivendicativa”
ad alcuni obiettivi qualificanti. In
altre parole, un conto è riconoscere che, vista l’attuale composizione
dei promotori dello sciopero, la piattaforma definita era il massimo
ottenibile, altro è far finta di non vedere la
estenuante ostinazione con cui alcune forze hanno insistito
per modificare ogni singolo passaggio che suonasse come netta opposizione
al governo Prodi, opposizione invece che si può e si deve esplicitare
anche quando non si hanno alternative praticabili all’immediato. La consapevolezza di tali resistenze,
non ci spinge a sottovalutare l’importanza del percorso di collaborazione
(ripetiamo: sul che fare e sull’agire conseguentemente alle decisioni
prese) tra varie forze dei movimenti sociali, del sindacalismo di
base e della sinistra non governativa avviatosi questo
autunno. Quindi, non ci sottrarremo a dare il nostro modesto
contributo in maniera anche critica, ma non settaria, affinché esso
possa rafforzarsi e diventare qualcosa di più di una
occasionale e forse estemporanea convergenza, dettata unicamente
dalle necessità immediate. Tale contributo però da una parte cercherà
di mostrare –contro il falso realismo che vede tutti i lavoratori
ancora tutti consegnati nelle “caserme” confederali
e della sinistra istituzionale- che è possibile e necessario
avviare un percorso alternativo di lotte, in rottura con la sinistra
istituzionale politica e sindacale; dall’altro, insisterà sulla
necessità della battaglia politica antigovernativa. |
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