| «La Georgia è oggi un faro di
libertà per questa regione e il mondo», diceva il presidente
George Bush in visita a Tbilisi nel maggio 2005. A cosa si deve
un tale riconoscimento della Casa bianca? Al fatto che questo piccolo
paese di 4 milioni di abitanti è divenuto un avamposto della
penetrazione Usa nell'Asia centrale ex sovietica: area di enorme
importanza sia per le riserve di petrolio e gas naturale del Caspio,
sia per la posizione geostrategica tra Russia, Cina e India.
E' il petrolio del Caspio che alimenta il «faro di libertà»
della Georgia. Da qui passa l'oleodotto che collega il porto azero
di Baku, sul Caspio, al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo:
un «corridoio energetico» promosso nel 1999 dall'amministrazione
Clinton e aperto nel 2005, lungo un tracciato di 1.800 km che aggira
la Russia a sud. Per proteggere l'oleodotto, realizzato da un consorzio
internazionale guidato dalla britannica Bp, il Pentagono addestra
forze georgiane di «risposta rapida». Dal 1997 infatti
il «faro di libertà» della Georgia è alimentato
da Washington anche con un flusso crescente di aiuti militari. Con
il «Georgia Train and Equip Program», iniziato nel 2002,
il Pentagono ha trasformato le forze armate georgiane in un esercito
al proprio comando. Per meglio addestrarlo, un contingente di 2mila
uomini delle forze speciali georgiane è stato inviato a combattere
in Iraq e un altro in Afghanistan. Secondo fonti del Pentagono citate
dal New York Times (9 agosto), vi sono in Georgia oltre 2.000 cittadini
Usa, tra cui circa 130 istruttori militari. Il mese scorso è
iniziata in Georgia la «Immediate Response» 2008, esercitazione
militare cui partecipano truppe di Stati uniti, Georgia, Ucraina,
Azerbaijan e Armenia. Per l'esercitazione, diretta dal Pentagono,
sono arrivati in Georgia circa 1.000 soldati Usa appartenenti alle
truppe aviotrasportate Setaf, ai marines e alla guardia nazionale
dello stato Usa della Georgia. Sono stati dislocati nella base di
Vaziani, a meno di 100 km dal confine con la Russia. Immaginiamo
cosa accadrebbe se la Russia dislocasse proprie truppe in Messico
a ridosso del territorio statunitense.
Allo stesso tempo il «faro di libertà» della
Georgia è stato alimentato con la «rivoluzione delle
rose» che, pianificata e coordinata da Washington, ha portato
nel 2003 alla caduta del presidente Eduard Shevardnadze. Secondo
il Wall Street Journal (24 novembre 2003), l'operazione fu condotta
da fondazioni statunitensi formalmente non-governative, in realtà
finanziate e dirette dal governo Usa, che «allevarono una
classe di giovani intellettuali, capaci di parlare inglese, affamati
di riforme filo-occidentali». Sul piano militare, economico
e politico, la Georgia è controllata dal governo statunitense.
Ciò significa che l'attacco contro l'Ossezia del sud è
stato programmato non a Tbilisi ma a Washington. Gli scopi? Mettere
in difficoltà la Russia, vista a Washington con crescente
ostilità anche per il suo riavvicinamento alla Cina. Rafforzare
la presenza Usa nell'Asia centrale. Creare in Europa un altro focolaio
di tensione che giustifichi l'ulteriore espansione della presenza
militare statunitense, di cui lo Scudo antimissile è un elemento
chiave, e l'allargamento della Nato verso est (tra poco dovrebbe
entrare nell'Alleanza, sotto comando Usa, proprio la Georgia). Ciò
Washington teme, e cerca di evitare, è un'Europa che, unendosi
e acquistando ulteriore forza economica, possa un giorno rendersi
indipendente dalla politica statunitense. Da qui la politica del
divide et impera, che sta riportando l'Europa in un clima da guerra
fredda. Da qui anche i i due pesi e due misure: mentre rivendica,
riconosce e difende l'indipendenza del Kosovo dalla Serbia in spregio
al rispetto dei confini internazionali - pensate se Belgrado avesse
attaccato in armi Pristina a febbraio subito dopo la sua proclamazione
unilaterale d'indipendenza -, Washington nega quella dell'Ossezia
del sud, ribadendo «il sostegno della comunità internazionale
alla sovranità e integrità territoriale della Georgia».
* Da Il Manifesto del 10 agosto
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