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Anticipiamo
l'editoriale dell'ultimo numero di Contropiano in uscita |
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Editoriale
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E’
saltato il tappo |
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| Diciamocelo con grande franchezza: con le elezioni e i ballottaggi del 13 e 18 aprile e la dissoluzione della sinistra storica, almeno così come l’abbiamo conosciuta in Italia negli ultimi venti anni….è saltato il tappo. Questo non può essere ritenuto un risultato negativo, al contrario. Fatta eccezione per qualche lettore del Manifesto e per i molti che perderanno il loro status sociale acquisito negli anni, non si avverte in giro alcuno psicodramma, tutt’altro. Si avverte invece con una certa razionalità (in alcuni casi fredda, in altri euforica) come sia stata salutare questa dovuta e attesa sconfitta storica di un ceto politico autoconservativo oltre ogni limite e oggi ridotto ad una imprevista dimensione extraparlamentare. Una dimensione decisamente innovativa per chi fino a qualche mese fa aveva accusato di “essere fuori dalla comunità politica” i movimenti che si sono opposti alla politica militarista e antisociale del governo Prodi nonostante che il governo potesse contare sulla partecipazione piena ed attiva di tutti i partiti della sinistra “radicale”. Il clamoroso ed evidente fallimento del progetto della Sinistra Arcobaleno a livello nazionale e del Laboratorio Roma a livello locale, fortemente voluti e imposti da Fausto Bertinotti e da tutto il circo ingraiano, segna un passaggio storico che richiede una resa dei conti ed un dibattito nella sinistra e tra i comunisti altrettanto chiarificatori. Questo risultato indica l’effetto finale e devastante dell’egemonia sulla sinistra italiana di un ceto politico che da almeno venti anni ipoteca ogni ipotesi di indipendenza politica e di classe della sinistra in Italia e ogni rottura reale con il riformismo. Le responsabilità di questa casta culturale e politica sono enormi e quelli confermati dalle urne sono i risultati di un disastro visibili ormai a tutti. Prima nella CGIL e poi dopo essere stato “assunto” alla direzione del PRC, Fausto Bertinotti ha lavorato coscientemente alla distruzione di ogni punto di tenuta di una identità comunista e di classe o di rottura con la cultura politica riformista. Dall’accordo con DS e Margherita alle regionali nel 1995 al referendum sull’art.19 (sulla rappresentanza sindacale che ha impedito lo sviluppo del sindacalismo di base e regalando il monopolio della rappresentanza a Cgil Cisl Uil), dalla rottura con il cosiddetto comunismo del Novecento all’incomprensibile dibattito sulla nonviolenza e infine alla complicità di governo con l’ultimo, disastroso, esecutivo di Romano Prodi, Fausto Bertinotti ha perseguito sistematicamente la demolizione di ogni resistenza all’omologazione politica e culturale dei comunisti e della sinistra. Negli ultimi tredici anni siamo entrati ripetutamente in conflitto con la logica del meno peggio, della prevalenza dell’elettoralismo, della liquidazione del bambino con l’acqua sporca nella storia del movimento operaio, con la subordinazione al culto della personalità verso il leader, tenendo invece aperta – con minore o maggiore successo in tempi diversi – una ipotesi di indipendenza e attualizzazione politica insieme al radicamento sociale per la sinistra di classe e i comunisti nel nostro paese. L’esito delle elezioni nelle zone operaie nel nord o dei quartieri popolari a Roma, è indicativo. Questa nostra ipotesi politica e strategica ha incontrato sistematicamente ostilità e vita difficile sia nello spazio pubblico della sinistra sia nelle pagine dei giornali come Il Manifesto egemonizzate dal bertinottismo, dai suoi opinionisti, dalle sue interviste, dalle sue svolte repentine. Oggi è la realtà a dimostrare che nel nostro paese era indispensabile tenere aperta una ipotesi politica e un progetto per una sinistra che non intende morire ingraiana. Adesso è il tempo di ricostruire sulle difficoltà e di sgomberare il campo dalle macerie. Il primo passo non può che essere l’uscita di scena immediata di coloro si sono resi consapevolmente corresponsabili di questo disastro. Costoro hanno avuto a disposizione ben 150 parlamentari, la massima visibilità sui mass media, risorse finanziarie notevoli, occasioni politiche d’oro…e i risultati sono quelli visti con le elezioni. Su questo non potremo che essere implacabili in almeno due cose:
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