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«Sinistra,
ti ricordi della battaglia contro l'apartheid?» |
Intervista
a Omar Barghouti
di Michelangelo Cocco*
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La
Fiera del libro di Torino dedicata a Israele, la sinistra italiana
divisa sul boicottaggio. Parla il fondatore della campagna per il
boicottaggio culturale di Israele
Hanno preparato una locandina che recita: «60 anni di espropriazione
dei Palestinesi! Non c'è nessuna ragione per celebrare "i
60 anni di Israele"!». Proveranno a pubblicarla sulle
pagine interne del New York Times e dell'International Herald Tribune.
Intanto dalla Campagna palestinese per il boicottaggio accademico
e culturale d'Israele (Pacbi, www.pacbi.org) arriva ai pacifisti
italiani un messaggio senza se e senza ma: boicottate la Fiera internazionale
del libro di Torino (in programma dall'8 al 12 maggio prossimi).
Omar Barghouti, fondatore della Campagna palestinese per il boicottaggio,
al telefono da Gerusalemme respinge le critiche della sinistra istituzionale
e rilancia: chi non boicotta, afferma, è «complice
del razzismo».
«Liberazione» ha scritto che
«il boicottaggio culturale è una risposta pericolosa,
perché porta alla radicalizzazione delle posizioni».
Cosa ne pensa?
Sembra che i comunisti italiani abbiano la memoria molto corta:
dimenticano che, per abbattere l'apartheid, contro il Sudafrica
fu adottato un boicottaggio totale, che colpiva sia gli individui
sia le sue istituzioni. Noi chiediamo che Tel Aviv venga colpita
solo nelle sue istituzioni. Quando un paese commette crimini, viola
costantemente il diritto internazionale e le sue istituzioni culturali
sono complici, se non le boicotti, diventi tu stesso complice.
Gli scrittori non sono responsabili delle
politiche dei loro governi, argomentano altri oppositori del boicottaggio.
La base ideologica di ogni società è costituita da
figure intellettuali e culturali, inclusi gli scrittori che sono
sempre, almeno in parte, responsabili. Questo non significa che
debbano essere puniti per qualsiasi azione del governo. Ma quando
c'è un legame diretto, quando cioè quello che scrivono
è propaganda in favore di uno stato che commette crimini
internazionali, allora sono da considerare colpevoli.
Cosa contesta ad autori come Abraham Yehoshua,
Amos Oz e David Grossman, tutti invitati alla Fiera internazionale
del libro?
Io credo che Yehoshua, Oz e Grossman siano razzisti, perché
giustificano la pulizia etnica dei palestinesi durante il conflitto
del 1948 e non credono che la pace debba basarsi sul diritto internazionale.
Vogliono che la frontiera tra Israele e la Palestina sia tracciata
in base alla «realtà demografica», come Oz ha
perfino scritto. Yeoshua, Oz e Grossman sono stati tra i primi -
durante questa intifada - a pubblicare in tutta Israele annunci
in cui affermavano: non possiamo accettare in alcun modo il diritto
al ritorno dei profughi palestinesi, perché ciò danneggerebbe
Israele da un punto di vista demografico. Sostengono che, in quanto
non ebrei, i rifugiati non hanno il diritto a tornare. Ritengo che
questo sia razzismo.
In un commento sul manifesto, il ricercatore
Simon Levis Sullam ha scritto che «i boicottaggi contraddicono
i principi stessi della cultura, che sono quelli del dialogo e del
confronto». Che ne pensa?
Penso che noi viviamo sotto occupazione da quarant'anni
e dire che ciò ha a che fare col razzismo provoca grandi
levate di scudi soltanto perché si ha paura delle lobbies
filo-israeliane, dello stigma dell'antisemitismo.
Un consigliere regionale del Pdci ha chiesto
che alla Fiera sia «aggiunta» la presenza dei palestinesi.
Nemmeno questo vi basta?
Non esistono vie di mezzo tra oppressore e oppresso. Cercarle significa
appoggiare l'oppressore. Tra il primo e il secondo non c'è
alcun equivalente morale. Negli anni '70 non sarebbe mai stata accettata
la proposta di invitare i razzisti afrikaner assieme all'African
national congress. Mai. Equiparazioni morali di questo tipo sono
inaccettabili.
Cosa suggerirebbe ai gruppi filo palestinesi
che stanno studiando le iniziative contro la Fiera?
Di tenere duro, perché il boicottaggio è l'unico modo
morale di affrontare Israele nell'arena internazionale. Bisogna
battersi per isolare Israele, anche nel campo accademico e culturale,
perché le istituzioni accademiche e culturali in Israele
sono complici dei crimini dello stato. Non esiste una torre d'avorio
in cui gli intellettuali sono al di sopra della legge internazionale:
se prendono una posizione morale, bene, se ne adottano una complice,
giustificando omicidi e violazioni del diritto internazionale, devono
essere puniti.
Ci sono degli intellettuali che le piacerebbe
vedere in una fiera del libro alternativa?
Certamente. Si potrebbero invitare palestinesi e israeliani che
si oppongono all'oppressione, allora avrebbe davvero senso: persone
come Ilan Pappe, Haim Bresheet, Oren Ben-Dor... Ce ne sono tanti
che sarebbe troppo lungo nominarli tutti ora.
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