di Mila Pernice [Traduzione dall’arabo
di Bassam Saleh]
- Qual è la situazione sociale e
politica dei campi profughi palestinesi in Libano?
La presenza palestinese in Libano vive in questa fase un
momento preoccupante per la situazione socio-economica dei palestinesi
in questo paese, ma anche dal punto di vista politico: perché
la presenza palestinese qua è condizionata dalle politiche
dei governi libanesi che hanno proibito a questo popolo tutte le
possibilità di un lavoro dignitoso. Queste politiche hanno
incentivato l’emigrazione dei palestinesi dal Libano nei paesi
europei e non solo. La presenza palestinese in Libano, infatti,
è in diminuzione, come risulta anche dai registri dell’UNRWA:
attualmente i profughi sono 350.000 e questo numero è in
continua diminuzione. Le giustificazioni del governo libanese per
queste politiche si concentrano sul rifiuto della presenza palestinese
come una presenza permanente. Ma non c’è una richiesta
palestinese di stanziarsi in Libano. Noi chiediamo i diritti civili
come tutti gli esseri umani, quello che chiediamo è che palestinesi
vengano trattati con dignità e rispetto nell’ambito
della sovranità libanese. Noi ci teniamo a precisare il nostro
diritto al ritorno e a confermarlo ancora di più visto che
quest’anno c’è la ricorrenza dei 60 anni dalla
Nakba. Sono 60 anni che non ci siamo mai scordati il nostro diritto
al ritorno ….. tanti di noi tengono ancora le chiavi della
propria casa in Palestina nella speranza del ritorno.
Le lotte interne in Libano hanno spesso strumentalizzato
la presenza dei palestinesi: ci sono dei tentativi di trasformare
i campi profughi in punti di attrazione verso una parte o l’altra
dei libanesi, come è successo qui a Nar El Bared, e forse
ci sono altri campi che possono essere coinvolti in questi tentativi,
con la scusa che la presenza palestinese potrebbe essere utilizzata
contro la sicurezza dello Stato libanese. Noi diciamo invece che
c’è una relazione fra le due cose: ogni colpo contro
la sicurezza dei campi ha i suoi effetti sulla sicurezza dello Stato
libanese e viceversa. Toccare i campi vuol dire toccare la presenza
palestinese in Libano.
- Quali sono le vostre relazioni con i
partiti libanesi dell’opposizione, in particolare con Hezbollah
e con il Partito Comunista?
Il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”
ha un ventaglio di relazioni larghissimo, ma in particolare abbiamo
forti rapporti con il Partito Comunista perché abbiamo un
ideale e una strategia comune, e non ci sono divergenze di analisi
tra noi e il PC. Per esempio ci troviamo in piena sintonia sulla
stessa questione interna libanese; così come le stesse posizioni
politiche del FPLP in Palestina fanno da riferimento per il PC.
Per quanto riguarda Hezbollah è un movimento di resistenza
e noi lo trattiamo come tale. Quindi finché c’è
un’aggressione israeliana e ci sono piani americani, noi appoggiamo
Hezbollah e il suo metodo di resistenza, ma per quanto riguarda
le lotte interne – abbiamo imparato molto dalle passate esperienze
– sappiamo cosa vogliamo strategicamente, ma tatticamente
noi guardiamo il Libano come unità intera, quindi non prendiamo
posizione: non siamo con questa parte o con quell’altra. L’unità
di misura della nostra posizione è la posizione delle altre
organizzazioni sulla Palestina. Il popolo palestinese starà
sempre con chi sta con il popolo palestinese e con la sua causa.
- Quale è il ruolo delle organizzazioni
palestinesi nella realtà politica libanese?
Ci sono tentativi libanesi di strumentalizzare i palestinesi,
considerando che i palestinesi appartengono ad un'unica confessione,
per lo più quella musulmana. I palestinesi quindi vengono
considerati come una riserva, cosa che rifiutiamo, come rifiutiamo
che i palestinesi prendano parte nel conflitto interno libanese,
da cui cerchiamo di tenere lontani i campi. Ci sarà una guerra
civile in questo paese – speriamo che non succeda –
e di mezzo ci andranno i palestinesi e la sicurezza del Libano.
- Cosa mi dici della situazione politica
nella Palestina occupata? Quando sono cominciati gli scontri tra
Hamas e Al Fatah, il FPLP ha invitato il popolo palestinese all’unità;
ci sono progressi in questa direzione?
Con dispiacere dico che la lotta tra Fatah e Hamas è
molto vecchia. Ma se vediamo in modo molto profondo alla questione,
vediamo che Israele sta cercando di ottenere dei risultati da queste
divisioni. Quella tra Fatah e Hamas non è più una
divergenza solo politica, ma geografica, politica e ideologica,
e anche a livello istituzionale, in particolare dopo l’adozione
della soluzione militare da parte di Hamas a Gaza, che ora sta tentando
di annullare tutte le altre organizzazioni. Hamas sta creando un
modello istituzionale islamista hamasita. La differenza fra Hamas
e Hezbollah è che Hezbollah ha un punto di vista politico
sul potere, mentre Hamas è attaccata al potere. C’è
differenza anche nel modo di condurre la resistenza. Hamas per mantenere
il potere sta concedendo molto. Anche in Cisgiordania Al Fatah sta
lavorando allo stesso modo, istituzionalizzando il suo potere. Siamo
in una situazione tragica, perché a Gaza Hamas è il
potere, e il resto è tutta opposizione. Anche Al Fatah ha
il potere in Cisgiordania, e il resto è tutta opposizione.
Sopra Hamas e Al Fatah, e sopra le opposizioni, c’è
sempre Israele, e l’occupazione. E’ come dire che ci
sono due uomini in carcere che dividono la cella, e la chiave la
tiene sempre il carceriere. Questa è una situazione tragica,
anche se noi continuiamo a dire che c’è la possibilità
di arrivare a un programma comune. Ognuno si deve concedere per
gli interessi del popolo, come è già successo con
gli accordi della Mecca, del Cairo, e con il documento unitario
dei prigionieri. In tutti questi accordi, specialmente con il documento
dei prigionieri, abbiamo concordato un programma politico. Quindi,
se vogliamo fare la resistenza, dobbiamo essere uniti, se dobbiamo
fare il negoziato dobbiamo essere uniti, solo così potremo
arrivare a qualche vittoria; di qui l’invito che faremo come
FPLP a preparare tutte le iniziative e le lotte possibili per arrivare
a un accordo di unità. Noi suoneremo sempre il campanello
d’allarme perché il problema più importante
è che la questione nazionale è in pericolo. Israele
sta praticando il ruolo di fautore di queste divisioni perché
da questa situazione ci guadagna. Ora Israele sta cercando di aprire
canali di trattative separate tra le due parti per consolidare le
divisioni. Siamo ancora sotto occupazione, quindi invitiamo tutti
prima di tutto all’unità, e alla fermezza del nostro
popolo a rimanere nella sua terra. Invitiamo tutti alla resistenza
per continuare il nostro progetto nazionale.
- In Italia quest’anno è in
corso una Campagna di sensibilizzazione – 2008 Anno della
Palestina – promossa da molte associazioni di solidarietà,
come il Forum Palestina, l’UDAP ed altre, per ricordare la
Nakba, e contro le celebrazioni per i 60 anni dalla fondazione dello
Stato di Israele. Il prossimo 10 maggio ci sarà una manifestazione
nazionale a Torino dove lo Stato di Israele è ospite d’onore
alla Fiera del Libro. Come può il movimento di solidarietà
italiano rendere più efficace la sua azione?
Questo è il 60° anniversario della Nakba, e
noi siamo, viviamo nella Nakba. Sono anche 60 anni di resistenza.
Sono 60 anni che Israele ha continuato i suoi massacri, i crimini,
le uccisioni, e noi abbiamo continuato la nostra resistenza per
riappropriarci dei nostri diritti. Israele continua ancora nella
sua politica di pulizia etnica, apartheid, razzismo, ed è
normale trovare anche gente che difende i nostri diritti. Noi invitiamo
tutti i popoli liberi e amanti della pace, che un giorno hanno preso
posizione contro il nazismo, a prendere posizione contro il nuovo
nazismo che stiamo affrontando. Il mondo libero, o che si dichiara
tale, si deve fermare accanto a questo popolo che soffre e lotta
per i suoi diritti, negati da 60 anni. Dico anch’io, non solo
come uomo politico, ma anche come scrittore, che l’invito
a Israele come ospite d’onore a Torino nel 60° anniversario
della Nakba è come dargli un premio. E’ come dare una
medaglia a un criminale, è come premiare Israele perché
sta uccidendo il popolo palestinese. Quindi l’invito al mondo
libero è di suonare la campana, perché c’è
una parte del mondo che rifiuta l’occupazione, e che rifiuta
la presenza israeliana a Torino.
- Cosa pensate della presenza delle ONG
nei campi?
Noi crediamo che l’aiuto che viene dato al popolo
palestinese è necessario. Ci sono aiuti che arrivano tramite
le ONG al popolo palestinese; noi sappiamo che un gran numero di
queste ONG in realtà è finanziato dall’UE, e
dai suoi governi. Non è vero che queste organizzazioni sono
“non governative”, per la maggior parte. Hanno i loro
programmi e le loro politiche, che spesso danno un sostegno condizionato,
noi lo sappiamo, cercando di promuovere un cambiamento della nostra
società, e dei concetti base della nostra lotta: parlano
della necessità di risolvere i conflitti in modo pacifico,
dell’accettazione dell’altro…senza specificare
chi è l’altro… Sicuramente ci sono somme enormi
di soldi spesi per cambiare le nostre regole e le nostre basi sociali,
facendo il gioco di qualcun altro. Questo rientra nella logica della
globalizzazione capitalista. Sappiamo che ci sono anche ONG vere,
serie, che nascono da forze di sinistra, da forze popolari; sono
organizzazioni che promuovono i diritti umani, che sono vere e ben
accette. Dobbiamo accogliere e accettare la presenza delle ONG,
ma in genere con molta attenzione.
- Perché è importante la
resistenza – al Mukawama – nei campi?
La resistenza non presuppone solo l’utilizzo delle
armi: l’alma più importante per noi è la memoria.
Come ho scritto spesso, qui a Nar El Bared, questo campo non è
il mio luogo, quindi per me non è sacro. Questo luogo ha
un’identità che è solo temporanea. Ma è
il contenitore che ha mantenuto la memoria, che ha mantenuto vivo
il diritto al ritorno alla mia vera identità. Questa casa
in questo campo è casa mia, ma non è la principale;
è la borsa che mi porta verso l’altra casa, quella
vera. E’ una valigia che porta 60 anni di ricordi dei nostri
nonni, che hanno portato qui il ricordo dei loro villaggi, delle
loro città. Il nostro dovere è riportare con noi questi
ricordi, perché un giorno tornino alle loro origini in Palestina.
I tentativi di colpire la nostra presenza in Libano, i nostri campi,
sono tentativi che mirano a colpire la nostra identità, e
il nostro diritto al ritorno. Sono tentativi di seppellire la questione
palestinese, la nostra identità nazionale. Diceva il primo
ministro fondatore di Israele: “i vecchi moriranno e i giovani
dimenticheranno”. In realtà i vecchi muoiono, ma i
giovani non si sono mai scordati di niente. Questo grazie al contenitore,
che è il campo, che ha protetto la memoria e i ricordi dei
nostri nonni.
- Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Saluto tutti i compagni italiani che anche nei momenti
più difficili e complessi che stiamo attraversando, eravamo
e siamo sicuri che saranno sempre vicino a noi. La loro presenza
e il loro appoggio politico e di principio ci solleva il morale,
perché loro appoggiano la resistenza, la giustizia, e ci
dimostrano affetto. E questo affetto lo sentiamo e lo accogliamo.
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