| |
Il
boicottaggio delle elezioni |
|||
di Michele Basso |
|||
Queste elezioni sono una truffa completa, su questo non c’è dubbio, perché i programmi dei due partitoni, come quello dell’UDC e soci, sono espressioni dirette degli interessi del grande capitale. Quello della lista arlecchina, l’arcobaleno - se la recente esperienza del governo Prodi insegna qualcosa - può essere accantonato in cambio di poltrone governative. Non cambia la situazione neppure con la presentazione di tre liste che si richiamano al trotskismo (Partito Comunista dei lavoratori, Sinistra Critica e Partito di Alternativa Comunista), perché i rapporti di forza sono troppo sfavorevoli. La parola d’ordine del boicottaggio è perciò sacrosanta, purché la si accompagni con una piattaforma corretta, che renda impossibili gravi equivoci. Nell’appello “Questa volta no”, presentato da un nutrito gruppo di firmatari, tra i quali Massimo Bontempelli, Gianfranco La Grassa, Moreno Pasquinelli e Costanzo Preve, accanto a posizioni correttissime, ce ne sono altre che fanno a pugni con una sicura visione di classe. E’ giusto dire: “il nostro non è un astensionismo ideologico, astorico e decontestualizzato. Al contrario, quel che proponiamo è un astensionismo politico che trova le sue ragioni fondanti nell’attuale tornante della storia del nostro paese”. Infatti l’astensionismo marxista è tattico, legato alla situazione storica specifica. L’astensione rivendicata sempre e comunque, il cosiddetto “astensionismo strategico”, è una posizione anarchica. E’ giusto pure parlare di passaggio dalla democrazia parlamentare a un regime presidenziale autoritario. Infatti l’evoluzione del capitalismo porta a un regime oligarchico, in cui le richieste delle masse sono sempre più marginalizzate. Quali posizioni si possono considerare errate? Vediamole. “Da un sistema in cui la sovranità, almeno legalmente, spetta al popolo, vogliono condurci ad un altro in cui essa sarà appannaggio di ristrette oligarchie che trasformeranno i governi in docili comitati d’affari dei grandi oligopoli capitalistici...”. Il fatto è che anche nelle repubbliche più democratiche il governo è il comitato d’affari della borghesia. Engels, nell’Introduzione a “La guerra civile in Francia” di Marx, dopo aver fatto l’esempio dell’America d’allora, dove non esistevano dinastia, nobiltà, esercito permanente, burocrazia con impiego stabile, ed era quindi il modello della democrazia, aggiungeva: “In nessun caso i “politici” formano una sezione della nazione così separata e così potente come nell’America del nord. Quivi ognuno dei due grandi partiti che si scambiano a vicenda il potere viene a sua volta governato da gente per cui la politica è un “affare” che specula sui seggi tanto nelle assemblee legislative dell’Unione quanto dei singoli stati... E’ noto come da trent’anni gli americani cerchino di scuotere questo giogo diventato insopportabile e come, a dispetto di ciò, affondino sempre più nella palude della corruzione”. “...lo stato non è in realtà che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia”. Engels, comunista “superato”, sta parlando degli Stati Uniti d’allora o del “nuovo che avanza” nell’Italia di oggi? Lenin, in “Stato e rivoluzione”, spiegando questi passi di Engels, specifica che la forma di oppressione per il proletariato non è indifferente. La democrazia è preferibile alla monarchia o ai regime autoritari, non perché è un regime ideale, ma perché è il campo in cui meglio si può svolgere la lotta di classe. E se questa lotta è vittoriosa, la democrazia borghese è gettata tra i ferrivecchi, o, se preferite, rottamata, e si fonda un nuovo stato che s’ispira alla Comune o alla Repubblica de Consigli. Nell’Appello, invece, c’è un’evidente apologia della vecchia repubblica italiana: “Quando la società italiana pulsava, quando la democrazia viveva nella partecipazione diretta dei cittadini, questo mutamento sarebbe potuto avvenire solo con un “colpo di stato” – minaccia che è infatti gravata sul nostro paese, dal Piano Solo del 1964, a quello della P2 di Licio Gelli negli anni ’70-‘80”. Si è forse dimenticato che quegli anni, nonostante ribellioni (contro il governo Tambroni del 1960, piazza Statuto, lo stesso biennio ’68-’69, ecc.) erano caratterizzati dal dominio democristiano, dal riformismo togliattiano e nenniano, e poi dal compromesso storico e dal craxismo. Le folle degli anni ‘60 plaudevano al finto pacifismo di Kennedy e Kruscev, mentre si sperimentavano continuamente ordigni nucleari, e si spacciava la conquista dello spazio per ragioni militari per una disinteressata ricerca scientifica. La presunta “partecipazione diretta dei cittadini” vedeva l’ascesa delle risposte reazionarie di massa- si chiamassero “Comunione e Liberazione” o “Maggioranza silenziosa” o “Marcia dei quarantamila” – pronte a contrastare le lotte pur notevoli di operai e studenti. Non c’era una cittadinanza unanime che partecipava alla democrazia, c’erano due schieramenti, uno delle forze più radicali, mentre l’altro, reazionario, trovava sponda nei partiti di centro-sinistra e di destra, e spesso anche nei vertici dei partiti di sinistra e dei sindacati, che agivano da pompieri. Basta con le idilliache idealizzazioni del tempo passato! In un altro punto si dice: “Sappiamo bene che questa tendenza non riguarda solo l’Italia, che essa riguarda tutta l’Europa. Le classi dominanti europee, da sempre prigioniere della supremazia nordamericana, hanno infatti abbracciato il disegno imperialistico di Washington, disegno che fa dell’Alleanza atlantica la punta di lancia della “guerra permanente e infinita” con la quale imporre al mondo le proprie ambizioni imperiali”. E’ la solita storia. L’imperialismo è soprattutto americano, gli stati europei sono servitori. Questa è l’apparenza. In realtà, gli Stati Uniti sono indebitati fino al collo, non solo con Giappone e Cina, ma anche con la Germania. Un periodo di effettiva sudditanza si ebbe negli anni dopo la guerra, ma poi, senza prendere di petto una potenza troppo armata, i principali stati europei hanno seguito linee legate a propri interessi imperialistici, a volta convergenti, a volta divergenti da quelli degli USA. Persino l’Italietta ha privilegiato i propri interessi, e alcuni di questi contrasti sono venuti in parte alla luce, con gli omicidi di Mattei, o con quello di Calipari, col Craxi di Sigonella o con l’aperta ostilità di Kissinger contro Moro. L’imperialismo è un fenomeno complesso, che non ha una sola testa, quella di Washington, ma molte teste, spesso in lotta tra loro, anche quando le diplomazie ostentano una perfetta armonia. Non si può combattere efficacemente contro l’imperialismo americano se non si lotta anche contro quello italiano, tedesco, francese, ecc. Alcuni dei firmatari dell’Appello sono convinti che il marxismo sia morto. Li preferiamo a chi si dichiara marxista e conduce una politica che col comunismo fa a pugni, ma questo non ci impedisce certo di polemizzare anche con loro. Ricadono nell’apologia della democrazia borghese, e al posto del proletariato troviamo la figura del cittadino che lotta contro i grandi oligopoli. Ancora una volta, Marx si dimostra più attuale dei suoi “superatori”. E poi, perché l’Appello scimmiotta il linguaggio alla moda, parlando di “casta”? La lotta è contro l’intera borghesia, non solo contro i suoi servi della politica o dei giornali. Bisogna lottare contro la repubblica oligarchica dell’imperialismo, che si sta profilando, ma non con l’illusione di un ritorno alla vecchia repubblica parlamentare, retaggio di epoche di una capitalismo premonopolistico. Per dirla con una frase celebre, la ruota della storia non torna indietro. I diritti democratici da difendere sono quelli che permettono ai lavoratori di condurre le loro lotte e avanzare: il diritto di sciopero, di riunione e di manifestazione, l’agibilità politica, la possibilità di sviluppare il partito e le organizzazioni di classe, i diritti delle donne, il diritto allo studio e alla formazione culturale, ecc. E’ questa la democrazia che voleva salvaguardare Lenin, non certo le alchimie e le chiacchiere del parlamentarismo borghese. Oggi non ci sono le condizioni per un parlamentarismo rivoluzionario, non c’è all’orizzonte un nuovo Karl Liebknecht. Si riprodurrà in futuro una situazione che permetterà nuovamente di usare il parlamento come tribuna rivoluzionaria? E’ bene non azzardare pronostici. Inoltre, non bisogna dimenticare che l’astensione
elettorale ha un valore morale, di testimonianza e di protesta,
ma non può cambiare molto la situazione. Chi crede il contrario
non vede che si tratta solo del rovescio della medaglia dell’illusione
elezionista. La forza del capitalismo non s’intacca né
ponendo la scheda dell’urna né bruciandola. E’
solo un primo passo, perché l’unica arma veramente
efficace, oltre ovviamente alla rivoluzione, è lo sciopero
politico, ma richiede un livello di combattività paragonabile
almeno a quella del ‘68. Nel frattempo, bisogna smascherare
le elezioni fasulle, le primarie acchiappacitrulli, la retorica
della governabilità, il mito del nuovo, che si rivela sempre
come vecchio populismo, peronismo, bonapartismo; in altre parole,
l’uso delle elezioni come strumento d’inganno, per far
credere che le peggiori sopraffazioni coincidano con “la volontà
del popolo sovrano”. 2 marzo 2008
http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/ |
|||
|