Come previsto dall’Accordo Quadro
sulla riforma degli assetti contrattuali firmato a Roma
lo scorso 22 gennaio da governo, Confindustria e sindacati
confederali (esclusa la CGIL che però a livello aziendale
e di categoria sta firmando rinnovi contrattuali che di
fatto recepiscono i contenuti dell’accordo separato)
è stata fissata l’inflazione previsionale per
la prossima tornata di rinnovi contrattuali, nel pubblico
come nel privato: è pari all’1,5% per il 2009,
nel 2010 crescerà all’1,8%, nel 2011 al 2,2%
e nel 2012 all’1,9%.
Lo ha reso noto l’Isae – l’Istituto
di Studi e Analisi Economica, un ente pubblico di ricerca
legato al Ministero del Tesoro – che aveva l’incarico
proprio di redigere il nuovo indicatore che prende il posto
dell’inflazione programmata, ed è costruito
sulla base dell’ “indice dei prezzi al consumo
armonizzato in ambito europeo (Ipca) depurato dei prezzi
dei beni energetici importati”. Ogni anno in maggio
l’Isae dovrà fornire il dato relativo all’anno
in corso e al successivo triennio contrattuale, verificando
eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista e
quella reale, sempre al netto della dinamica dei prezzi
dei beni energetici importati.
Arriverà un po’ di respiro
all’emergenza salariale nel nostro paese? Un'emergenza
sempre più grave da quando nacque l'inflazione programmata
per chiudere l’era della scala mobile (cioè
dell’adeguamento automatico degli stipendi all’incremento
dei prezzi rilevato) con gli accordi stilati nel 92/93,
che hanno raggiunto lo scopo di garantire benefici e profitti
alle imprese ma dai quali è partita la demolizione
del potere contrattuale dei lavoratori.
"Già nella premessa dell’Accordo
Quadro", sottolineava la Federazione Nazionale RdBCUB
nel suo commento dello scorso gennaio, “scompare ogni
riferimento, anche puramente retorico, alla questione della
difesa e dell’incremento del potere d’acquisto
dei salari che, da parte di CGIL CISL UIL, aveva rappresentato
il paravento iniziale della trattativa; si parla invece
di efficiente dinamica retributiva dove per efficienza si
intende lo stretto rapporto di dipendenza con le necessità
competitive delle aziende”.
Spiegava il sindacato di base che “questo
indicatore sarà depurato dalla cosiddetta inflazione
importata, cioè dall’aumento dei prezzi energetici
- petrolio, gas, benzina - e pertanto non coprirà
l’inflazione effettiva, in più esso non coprirà
l’intera retribuzione ma sarà applicato ad
una parte di essa, ad un valore retributivo (una specie
di salario convenzionale) da individuarsi nelle specifiche
intese di settore. Ne consegue che la retribuzione globale
risulterà ancor più svalorizzata, considerato
anche il fatto che le verifiche e gli eventuali recuperi
tra l’inflazione prevista e quella reale, sempre con
l’esclusione dei fattori energetici, saranno decisi
non a livello di categoria ma a livello interconfederale,
allontanandosi ancora di più in questo modo la possibilità
per i lavoratori di poter intervenire e far valere le proprie
ragioni”.
In sintesi, nessun incremento in vista
al potere d’acquisto dei salari e al potere contrattuale
dei lavoratori, che continueranno a pagare le pesantissime
conseguenze della crisi accollandosi ulteriori arretramenti
sul terreno salariale e dei diritti. |