Se fossi iraniano sarei in piazza, sarebbe la scelta
più probabile. In subordine mi sentirei manipolato
e starei a casa. Di sicuro non riesce a piacermi Mahmoud
Ahmedinejad per una serie di ragioni che vanno da un uso
propagandistico dell’antisemitismo che mi ripugna,
al ruolo della donna che è sempre una cartina tornasole
sullo stato di una società, al fatto che non vi
sia stato durante il suo mandato un avanzamento nel campo
del rispetto dei diritti umani (nessuno se lo aspettava)
anche se non so dire se questo sia peggiorato o se un
miglioramento ci fosse stato al tempo del riformista Mohammad
Khatami.
A favore di Ahmedinejad c’è solo la prosecuzione
di una politica di stato che rende l’Iran una potenza
regionale importante, indipendente, capace di tessere
la propria tela e non farsela tessere come era avvenuto
prima del 1979. Inoltre ha tenuto il punto sul diritto
dell’Iran a veder rispettata la propria firma al
trattato di non proliferazione nucleare, come ha dovuto
riconoscere Obama dopo anni di menzogne, mistificazioni
e manipolazioni dell’opinione pubblica neoconservatrici.
Non è tutto merito suo, è politica di stato,
ma è positivo.
Allo stesso modo credo che, rispetto a quanto si commuove
per l’opposizione una certa stampa occidentalista
(per la quale altre opposizioni o vanno affogate nel silenzio
o isolate come terroriste), sia ragionevole la posizione
(oggi bacchettatissima dai giornali) di Barack Obama:
tra Ahmedinejad e Hossein Moussavi la differenza di programmi
è ben poca e tutto si gioca all’interno del
regime che manovra le piazze secondo logiche in gran parte
sconosciute se non a pochi studiosi iranici. Nessuno dei
due candidati, e neanche buona parte della piazza, vuole
abbattere la Repubblica islamica anche se per certa stampa
sarebbe già suonata la campana dell’ultimo
giro. Nessuno poi vuole restaurare un regime sanguinario,
servile e neocoloniale come quello dello Shah. Ma se così
succedesse la nostra stampa si spellerebbe le mani ed
è per quello che si scaldano tanto i nostri neoconservatori
che hanno oggi in Iran un piccolo spazio revanscista dopo
anni di sconfitte politiche e morali oltre che militari.
Hanno scongelato perfino Robert Kagan perché ci
dicesse che Obama e Ahmedinejad “sono oggettivamente
alleati”. Anche di queste logiche deve tener conto
la nostra maniera di informarci dei fatti iraniani.
LE DUE PIAZZE
Visionando su Flickr e altre fonti online alcune centinaia
di foto delle manifestazioni di questi giorni, e studiando
attentamente le foto pubblicate da molti grandi giornali
si ottiene una visione parziale e non sappiamo nulla di
quello che succede (probabilmente poco) nel resto del
paese ma salta all’occhio che per Moussavi scende
in piazza la classe media e per Ahmedinejad si muove un
lumpenproletariato (tutto maschile) organizzato.
Basta questo per parteggiare per i secondi? Proprio no,
ma basta avere chiari i termini della questione e non
cadere nella propaganda occidentale di considerare le
mobilitazioni di piazza sgradite sempre e solo come truppe
cammellate clientelari. Vera è anche la piazza
di Ahmedinejad ma non siamo autorizzati a pensarlo. Al
contrario ci inducono, con un vero e proprio marketing
della protesta, all’empatia con alcuni scatti a
giovani o belle donne ripresi a piene mani anche da molti
blog, a considerare come tutta genuina, idealista e disinteressata
l’opposizione ascritta come filo-occidentale. Sono
i nostri. In parte deve essere senz’altro così
ma dall’Ucraina alla Serbia al Venezuela fino alle
ragazze afgane che si levavano il burka oramai i nostri
media funzionano come le ragazze pon pon nel football
americano: servono ad organizzare il tifo e a distrarti
dal guardare la partita.
Basta questo per non stare con le classi medie riformiste?
Di nuovo la risposta è no. La piazza dei volontari
della rivoluzione, la piazza di Ahmedinejad, coincide
in buona parte con quelli che spaventano le ragazze in
strada per una ciocca di capelli fuori posto, oppure circondano
minacciosi le case di chi, come il premio Nobel Shirin
Ebadi, sfida dall’esterno il regime denunciando
le violazioni di diritti umani.
Inoltre ha di nuovo ragione Obama: Moussavi non è
il nostro uomo né all’Avana né a Teheran,
e meno male che non voglia metter bocca come fece il suo
predecessore Ike Eisenhower con Mossadeq. D’altra
parte agli oltranzisti occidentali piace pensare che solo
la violenza e l’oscurantismo separi i popoli dalla
fine della storia nel senso predetto da Francis Fukuyama.
Dimenticano che la rivoluzione del 1979, che piaccia o
no, fu vera, solida e nazionale ed è pietosa la
malafede di chi si scandalizza per Teheran perché
questa ha una politica indipendente da potenza regionale
(alla quale il revanscismo bushiano ha consegnato spazi
di crescita enormi) e mette sotto i nostri occhi una innegabile
dialettica (democratica?) salvo chiudere entrambi gli
occhi di fronte all’alleato Arabia Saudita dove
di dialettica non ve n’è alcuna.
D’altra parte se tale dialettica viene umiliata
da moli colossali di brogli non si può non dare
voce a chi quei brogli contesta. Il fatto è che
alcuni dettagli lasciano perplessi. Saranno davvero stati
così massicci? Molti tra quelli che oggi parlano
di brogli, i dati forniti oggi da Marjane Satrapi sembrano
francamente esagerati con Moussavi vincente al primo turno
e Ahmedinejad addirittura terzo, fino a ieri parlavano
del capillare controllo della società da parte
del partito di Ahmedinejad. Nella storia ci sono stati
casi di regimi convinti del proprio controllo capillare
su una società da andare così spensieratamente
ad elezioni e perderle. Il riferimento ovvio è
al referendum di Augusto Pinochet nel 1988. Ahmedinejad
controlla la società o no? Oppure lui e Moussavi
sono davvero semplici pedine di un regime feudale e quello
che offrono le tivù e twitter è solo un
reality show? Insistere sui brogli non è anche
una scorciatoia per non spiegare?