In Iran nulla è ciò che appare, tanto meno
in questo braccio di ferro che antepone i presunti vincitori
di Ahmedinejad agli apparenti sconfitti dello sfidante
Mossavi. Per capire cosa effettivamente sta accadendo,
al di là delle strumentalizzazioni nostrane sempre
pronte a criminalizzare l’Iran “minaccia nucleare”
e a pontificare l’Iran “democratico e liberale”;
occorre puntualizzare e svelare i retroscena delle forze
in campo.
Il Consiglio dei Guardiani, svolge appieno il proprio
ruolo ed esclude dal processo elettorale tutte quelle
forze e personalità che vengono ritenute ostili
o che apparentemente minacciano la “rivoluzione”;
centinaia di candidati sono stati esclusi, quattro candidati
invece sono stati accettati in quanto tutti relazionati
con il regime teocratico.
Di queste anime il duello si è circoscritto al
presidente in carica Ahmedinejad, rappresentante dell’ala
più ortodossa e radicale della teocrazia che gode
di un forte radicamento tra le masse e nei ceti più
poveri della popolazione e da Mussavi che si pone come
lider progressista, illuminato da “libertà
e democrazia”, dove queste parole significano in
soldini agibilità per la borghesia di politiche
neoliberali in campo economico, meno stato nelle imprese
e rapporti più decenti con i mercati occidentali;
ovviamente è quest’ultimo il paladino della
classe media.
L’attuale crisi in estrema sintesi altro non è
che uno scontro intestino al corpo dell’oligarchia
iraniana che col procedere della crisi sente le proprie
scelte in campo economico sempre più urgenti e
irrimandabili a difesa dei propri privilegi e non a caso
le prime proteste sono esplose nei quartieri “bene”
a nord di Teheran.
Se di rivoluzione si tratta occorre chiamarla per nome:
Rivoluzione Borghese.
Detto questo non possiamo però nemmeno cadere
nel qualunquismo di una certa sinistra che considera Ahmedinejad
il rappresentante del “proletariato” iraniano
che fronteggia il neoliberismo intrinseco alle posizioni
di Mussavi; Kamenei ora paladino di Ahmedinejad, era presidente
del paese quando Mussavi era primo ministro, quando il
presidente iraniano era Rafsanjani (ora paladino di Mussavi)
e propinava politiche neoliberali Kamenei era già
leader supremo… non siamo di fronte a nessuna rivoluzione
colorata, come paventato da molti analisti ma ad uno scontro
al vertice di una potenza regionale emergente che cerca
una ridefinizione dei rapporti sociali e di produzione
all’altezza delle sfide che l’attendono in
campo internazionale sia sotto il profilo economico, finanziario
e geopolitico.
Del resto non è un segreto che le alleanze in
seno all’establishment iraniano si basano più
sugli interessi economici che sull’interpretazione
e applicazione del corano.
L’ex presidente Rafsayani considerato oggi il Berlusconi
del paese, (lui però a differenza di Silvio senza
harem) ha finanziato profumatamente la campagna elettorale
di Mussavi grazie al suo impero finanziario-immobiliare
che vanta oggi la prima compagnia aerea privata del paese.
Rafsayani è in lotta in difesa del proprio potere,
del proprio impero costruito sulla corruzione e sulle
privatizzazioni selvagge… che gli hanno donato l’epitaffio
di “mafioso”(ma senza stalliere); è
l’eminenza grigia, il potere forte che muove i fili
e che spera di ottenere da questo braccio di ferro (indipendentemente
dall’episodio elettorale, specchio per le allodole)
la possibilità di influenzare il corso della politica
economica di questa potenza che stringe le mani a Mosca
e Pekino e le… a Washington.
* Dip. Esteri PdCI