L’eroe dei due mondi Ahmadinejad,
acclamato al suo ritorno dalla Conferenza di Durban da
una folla ben coreografata e uscito “vincitore” dalle
elezioni di giugno, ha, prima, ottenuto il plauso di molta
parte della sinistra occidentale grazie al ruolo sostenuto
dall’Iran a favore di Hamas in Palestina e Hezbollah in
Libano – ciò che farebbe della teocrazia iraniana il più
luminoso esempio di “oggettivo antimperialismo” – e, ora,
incassa il sostegno del populismo terzomondista che ha
sostituito la lucidità politica e la ragione della critica
storica.
Dimenticando completamente le mobilitazioni e gli scioperi
che in Iran, negli ultimi due anni, sono stati la voce
di una massa di lavoratori e di giovani che hanno opposto
una lotta concreta al regime teocratico e che hanno ridato
impulso alle organizzazioni della resistenza, i leader
dell’opinione disinistra,
quella sedicente antimperialista, chiamano alla solidarietà
al “presidente eletto dal popolo” contro l’ennesima rivoluzione
colorata fomentata dalla CIA.
Non che manchino motivazioni realistiche per dubitare
della spontaneità delle dimostrazioni a favore di Mousavi
e dell’indipendenza politica dei suoi organizzatori: l’Amministrazione
americana ha certamente interesse a ridimensionare il
ruolo e le pretese iraniane in Medioriente e, a questo scopo, una minaccia di destabilizzazione
interna è certamente utile a far abbassare la cresta ad
un governo vecchio o nuovo che sia. È anche possibile
che una sostituzione di turbante ai vertici avrebbe reso
meno impresentabile l’atteggiamento di incoraggiante e
aperta tolleranza degli Stati Uniti verso un regime demonizzato
a parole, ma complice degli USA nelle aggressioni all’Iraq,
all’Afghanistan e al Pakistan e prossimo socio nel ridisegno
degli equilibri nell’area mediorientale. Ed è pur vero
che un governo “modernizzatore” (riformatore è altra cosa)
agevolerebbe la penetrazione dei capitali transnazionali
nel Paese – peraltro già ben avviata e ulteriormente incrementata
nell’era Ahmadinejad – e favorirebbe quella “diplomazia del gas”, controllata
dal padrino di Mousavi, Rafsanjani,
più incline a compromessi con l’ottica esportazionista
caldeggiata dagli americani. Gli americani pagano bene,
e di solito centrano l’obiettivo. Ma, in genere, il loro
obiettivo è quello di cambiare un equilibrio geopolitico
(come è avvenuto con le rivoluzioni colorate in Georgia
e Ucraina) o impedire l’avanzata di un processo rivoluzionario
(come in Venezuela): se anche gli Stati Uniti hanno finanziato
e sostenuto la fazione di Mousavi, non hanno certo intenzione
di rovesciare il regime, considerato che nulla cambierebbe
in Iran con l’avvento alla presidenza di una fazione islamista
sostanzialmente sovrapponibile a quella attualmente al
potere. Né gli ayatollah intendono rovesciarsi da soli
muovendo la piazza a rischio di dover fronteggiare una
sollevazione popolare che metta in discussione proprio
le basi del loro potere politico. Perché non è possibile
non vedere che la protesta si è estesa oltre i confini
di una semplice contestazione di brogli elettorali e che
l’”onda verde” è piuttosto cangiante, o almeno ben circoscritta,
mentre la partecipazione alle mobilitazioni ha assunto
dimensioni impressionanti per un Paese sottoposto ad una
repressione cui è difficile trovare un paragone nella
storia.
Se, appunto, non vogliamo dimenticare i numerosi segnali
di dissenso e di resistenza contro il regime, osservando
quanto sta avvenendo dovremmo almeno chiederci se non
esistano all’interno dell’Iran le condizioni per l’avvio
di un movimento popolare orientato in senso rivoluzionario.
L’”onda verde”, in questo caso, non sarebbe deputata tanto
a travolgere un governo in ossequio ai disegni imperialisti
americani, quanto ad annegare sul nascere una possibile
insurrezione contro la teocrazia, deviandola verso rivendicazioni
parziali e compatibili con il mantenimento del sistema
politico. E questo davvero in conformità con i desideri
dell’imperialismo.
Altrettanto irrazionale sembra dunque l’entusiasmo dimostrato
da altra “sinistra”, quella sedicente “radicale”, per
l’islamista “moderato” Mousavi.
Ma vogliamo solo per questa ragione considerare attendibile
il sondaggio preelettorale che assegnava al presidente
uscente il doppio dei voti rispetto a Mousavi, un sondaggio
pubblicato da The Washington Post che i sostenitori
del mitico “antimperialista” Ahmadinejad portano a testimonianza del sostegno popolare
alla sua politica? Condotta per telefono da un Paese confinante
su un campione di 1.001 interviste in tutto l’Iran (oltre
46 milioni di aventi diritto al voto!) da una società
di sondaggi che collabora con ABC News e con la
BBC, l’indagine, secondo quanto dichiarano i suoi
stessi autori, è stata finanziata dalla Rockefeller
Brothers Fund (!), che dal 1940 affianca la fondazione madre e
dichiara tra i suoi scopi la “espansione della democrazia”.
Considerato quale è il concetto di democrazia di casa
Rockfeller, c’è piuttosto da
domandarsi quanto mantenere saldamente al potere la teocrazia
islamica e il suo leader, così efficiente nell’esportare
la rivoluzione islamica in Medioriente
affossando i movimenti progressisti e ispirati al nazionalismo
arabo, convenga, tra gli altri, ad una delle maggiori
dinastie del petrolio approdate all’impero della finanza.
Per quanto possa essere presto per avere la prova dei
fatti, è però innegabile che la fazione militare di Ahmadinejad
abbia messo a segno un colpo di Stato “morbido”: che la
maggioranza dei voti (ma alcune fonti, e non le meno attendibili,
parlano di un’enorme astensione) sia andata a favore dell’uno
o dell’altro candidato è incontestabile che i “radicali”,
o “militari”, del presidente gestiscono la crisi in modo
da rafforzare la dittatura, non solo con la sanguinaria
repressione della piazza, ma anche con le manovre intimidatorie
(e in Iran non si tratta di semplici minacce!) contro
ogni forma di dissenso nelle istituzioni e nell’informazione.
Coerentemente, del resto, con la legge della teocrazia
islamica.
Dal momento che è evidente che nessun ruolo di rappresentanza,
nemmeno formale, può essere riconosciuto ad un “candidato”
rispetto ad un altro in un sistema in cui non è possibile
cambiare un solo articolo non solo della Costituzione,
ma nemmeno del codice civile o penale, pare semplicemente
assurdo che la nostrana cosiddetta sinistra si divida
in fazioni a sostegno dell’uno o dell’altro concorrente
alla presidenza piuttosto che riconsiderare l’errore di
analisi compiuto già trent’anni fa con l’incondizionato
plauso tributato alla controrivoluzionaria “rivoluzione”
sciita.
Una sollevazione proto-insurrezionale (ma chissà che
la popolazione iraniana non finisca con lo stupirci avviando
un vero processo rivoluzionario!) sta rendendo palese
anche agli occhi dei più ottusi sostenitori della tesi
del “ruolo oggettivamente antimperialista” della Repubblica
Islamica quello che realmente è la dittatura dei turbanti.
Se la scintilla si è accesa in seguito alla farsa elettorale,
le radici di un movimento di resistenza popolare avevano
già cominciato ad attecchire nella società iraniana. Dobbiamo
pensare che gli studenti e i lavoratori che in Iran si
sono esposti e si espongono ad una repressione selvaggia
per liberarsi del regime degli ahyatollah
senza accettare il patrocinio americano non hanno capito
niente?
Queste due note vorrebbero essere un invito a riflettere
sulle loro ragioni.
Dopo mesi di repressione nelle piazze e assassinii di
protagonisti della rivoluzione, l’atto costitutivo della
Repubblica Islamica dell’Iran fu ratificato, nell’estate
del 1981, con l’esecuzione di 2665 militanti dei Mojaheddin
[1] e di altre formazioni della sinistra iraniana [2].
Il Tudeh, partito sedicente
comunista, filosovietico, riformista sotto lo shah
e collaborazionista con Khomeyni,
veniva liquidato con una serie di pogrom successivi tra
il 1982 e il 1988 [3].
La santificazione del regime procede da quelle decine
di migliaia di giovani bassiji
mandati a morire sul fronte della guerra contro l’Iraq
laico e progressista, in un delirio nazionalista che cancellava
le aspirazioni popolari espresse dall’insurrezione [4].
Mentre si consolidavano le basi materiali della teocrazia
capitalista, la tutela intransigente della proprietà privata
[5] e la presa di possesso dello Stato da parte dell’apparato
clericale [6], i Comitati di lotta contro le cose vietate
e le Pattuglie della collera di Dio imponevano
l’ordine morale islamico nella società. E non c’è bisogno
di ricordare cosa questo significhi. Mentre si rifiutava
la riforma agraria alle masse diseredate delle campagne
venivano soppressi i sindacati indipendenti e, nel giugno
1981, il regime scatenava una feroce repressione contro
i lavoratori: dai 300 ai 500 arresti al giorno, decine
di migliaia di oppositori assassinati nelle carceri [7].
Più di 10.000 tra studenti e docenti universitari venivano
massacrati in seguito alle proteste del giugno 1981 [8].
Tudeh e Fronte Nazionale schieravano i propri
militanti a difesa dello Stato islamico, negando il loro
sostegno alle manifestazioni del 1° maggio, in nome della
“comune” lotta contro l’imperialismo americano alleato
dello shah. È forse da
questo slogan dell’epoca, lanciato di fatto contro le
aspirazioni delle masse – ai tempi probabilmente pervase
da un autentico sentire antimperialista – , che buona
parte della sinistra si è lasciata affascinare dalla rivoluzione
islamica tanto da preferire la teocrazia degli ahyatollah allo Stato laico iracheno? Tanto da diffondere
la fandonia dell’accordo tra il partito Baath
iracheno e la CIA nonchè quella
del sostegno americano a Saddam Hussein trascurando la
provata complicità USA-Iran nell’affare Iran-Contras
o l’altrettanto provato supporto israeliano all’Iran durante
e dopo la guerra Iraq-Iran[9]?
Trent’anni dopo la proclamazione della Repubblica Islamica
– cioè, mi permetto di dire, dopo la sconfitta della rivoluzione
– l’Iran soggiace ad un regime di terrore, la grande maggioranza
della popolazione versa in condizioni economiche disastrose
ed è soggetta alla deprivazione dei più elementari diritti
dei lavoratori, la discriminazione e oppressione delle
minoranze non ha attualmente paragoni nel mondo, le donne
sono vittime della più retrograda e vessatoria legislazione
sul pianeta [10].
Trent’anni dopo la sconfitta della rivoluzione i Guardiani
della Rivoluzione aggrediscono manifestanti e lavoratori
in sciopero, uccidono, torturano [11]. Per assicurare
la stabilità del regime e per salvaguardare gli interessi
di una classe dominante che intende rispettare le compatibilità
con il sistema capitalistico occidentale e prosperare
a rimorchio dei flussi di investimento dei capitali esteri.
L’accelerato processo di privatizzazioni (che interessa
in particolar modo le risorse e l’industria strategica)
insieme alla possibilità offerta agli investitori esteri
di acquisire il 100% di aziende prima gestite dallo Stato
non pare proprio indirizzare l’Iran sulla strada dell’antimperialismo
(nonostante le altisonanti dichiarazioni di Ahmadinejad), quanto piuttosto rafforzare i già forti legami
del regime con il mondo dominato dalle multinazionali
[12].
Né pare testimoniare alcuna inclinazione antimperialista
la storia e l’attualità dei rapporti internazionali della
Repubblica Islamica.
Nonostante la violenza verbale della campagna propagandistica
contro il “grande satana” (Stati Uniti) e contro Israele,
l’Iran di Khomeyni aveva interessi
convergenti con gli alleati diabolici. Per l’uno e per
gli altri il nemico assoluto in Medioriente era il nazionalismo arabo, laico e progressista,
in grado, soprattutto dopo la vittoria della rivoluzione
in Iraq, di ingenerare in prospettiva ravvicinata un processo
di sviluppo economico e sociale autonomo che avrebbe investito
l’intera area – penalizzando e forse mettendo in crisi
l’egemonia statunitense – e che avrebbe portato l’Iraq
a dotarsi di un apparato militare capace di costituire
un pericolo concreto per il “piccolo satana”. La Repubblica
Islamica ha ottenuto prezioso sostegno finanziario e militare
tanto dagli Stati Uniti quanto da Israele durante la guerra
con l’Iraq [13]: fino da allora la teocrazia iraniana,
eliminata ogni possibile opposizione interna, mirava ad
espandere la sua influenza politica e religiosa sul mondo
arabo, e rappresentava il miglior antidoto alla febbre
antimperialista (non semplicemente antiamericana) che,
con punte più e meno accentuate, tendeva a pervadere gli
arabi ex-colonizzati.
Nella prima Guerra del Golfo la neutralità iraniana veniva
ottenuta dal governo iracheno in cambio della firma del
trattato di pace notevolmente vantaggioso per l’Iran [14],
ma l’”errore” sarà corretto dagli ahyatollah con la piena collaborazione assicurata agli americani
in occasione dell’aggressione contro l’Iraq nel 2003.
Dopo avere attivamente collaborato con gli Stati Uniti
nel sostenere le milizie musulmane bosniache durante la
guerra in Jugoslavia [15], ed avere affiancato il “grande
satana” nell’aggressione americana all’Afghanistan [16],
l’Iran è stato attore chiave nell’agevolare la guerra
americana contro l’Iraq (a partire dal falso dossier sulle
inesistenti “armi di distruzione di massa”), nell’affiancare
le truppe di invasione con la penetrazione di milizie
addestrate per condurre una guerra coperta contro la Resistenza
irachena, per compiere azioni di terrorismo sotto
falsa bandiera, per annichilire la volontà di resistenza
della popolazione civile con barbari massacri dei fiancheggiatori
della Resistenza armata, ma anche con azioni pianificate
di “pulizia etnica” contro sunniti, cristiani, sciiti
laici, palestinesi, e con violenze ed eccidi per imporre
la sharja. Le Badr
Brigates (milizia dello
SCIRI, il Consiglio Supremo per la RivoluzioneIslamica) e il Mahdi
Army di Moqtata
al-Sadr hanno fatto di gran lunga più morti che non i bombardamenti
americani [17].
Insediato nel governo fantoccio iracheno servo di due
padroni con il beneplacito degli Stati Uniti, l’Iran sostiene
apertamente il regime afghano [18], e non manca di appoggiare
le fazioni settarie integraliste sciite in Pakistan [19],
Paese in via di destabilizzazione in funzione degli interessi
geopolitici statunitensi e degli appetiti delle grandi
compagnie coinvolte negli affari dei gasdotti [20] oltre
che oggetto dei bombardamenti americani.
A dispetto
degli infuocati scambi di accuse reciproche, dunque, esiste
una più che discreta sintonia tra il “grande satana” e
la teocrazia che governa il “Paese degli Ari”, un vero
bastione antimperialista secondo i “nostri” commentatori
[21]!
Quanto allo zelo nel difendere i Palestinesi intrappolati
a Gaza, piacerebbe sapere per quale motivo i Palestinesi
intrappolati nell’Iraq occupato sono stati invece perseguitati
e massacrati dalle milizie filo- iraniane [22]. Forse
perché rimasti partigiani dello Stato laico e impermeabili
alla islamizzazione forzata? Ma nemmeno per i palestinesi
dei Territori occupati gli ahyatollah
dimostrano grande considerazione: nonostante le ripetute
proteste del Comitato per il Boicottaggio e il Disinvestimento
in Israele, l’Iran intrattiene ottime relazioni di
affari con Veolia e Alstom,
le multinazionali impegnate nella costruzione delle colonie
israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme est [23].
Vero vincitore della seconda Guerra del Golfo, l’Iran
non intende mancare l’occasione di accedere alla spartizione
del mondo arabo approfittando della relativa debolezza
degli Stati Uniti (più che mai invischiati in guerre che
non riescono a vincere) e del progressivo raffreddamento
delle relazioni USA-Israele.
Con la fine dell’URSS e dopo la distruzione dell’Iraq,
infatti, il ruolo dello Stato ebraico, argine all’espansione
sovietica in Medioriente e avamposto militare contro ogni speranza di unificazione
araba, tendeva a perdere la sua ragione strategica. Non
si può negare che, all’interno degli Stati Uniti, abbia
continuato ad operare a favore dei piani israeliani in
questi anni una cosiddetta “lobby ebraica”, ma è impensabile
attribuirle una influenza decisiva sulle scelte dell’Amministrazione
in fatto di politica estera: le ragioni del capitalismo
e dell’imperialismo non si fondano sulla difesa di interessi
particolari di un nucleo, per quanto agguerrito e potente,
ma sulla dinamica della mondializzazione capitalista,
e non si affidano a think-tank,
per quanto influenti, espressione di una pedina che è
parte non determinante del sistema di dominio.
Eliminato il comune nemico, l’Iraq, dalla scena mediorientale,
sono venute anche a cadere le motivazioni dell’alleanza
sotterranea tra lo Stato sionista e quello teocratico
riportando le due potenze regionali ad una situazione
di fronteggiamento e confronto
di interessi contrapposti. Se Israele mira a gestire intere
aree di produzione e gli scambi commerciali nel “Grande
Medioriente”, l’Iran si propone
di dilatare la propria influenza politica nella regione
lasciando alle multinazionali occidentali il privilegio
di sfruttare risorse e forza lavoro (come si evince dal
nuovo corso delle privatizzazioni): i due progetti sono
palesemente incompatibili.
Con la guerra del 2006 contro il Libano il governo israeliano
intendeva innanzitutto colpire i tentacoli della piovra
iraniana per frenarne le mire espansionistiche e, come
obiettivo massimo, creare pregiudizio alla ipotizzabile
futura alleanza tra Stati Uniti e Iran. Inserendosi nello
scontro l’Iran si proponeva di impedire un eventuale avanzamento
del cosiddetto “processo di pace”: la “pacificazione”
tra Israele e i maggiori Stati arabi avrebbe evidentemente
allontanato la prospettiva di penetrazione politico-militare
iraniana nel mondo arabo.
A prescindere dal maggiore o minore consenso che Hezbollah
e Hamas possano raccogliere all’interno dei loro Paesi
e delle ragioni che li oppongono allo Stato sionista,
entrambe le organizzazioni hanno assolto perfettamente
il compito loro assegnato, quello cioè di predisporre
un casus belli per l’aggressione israeliana.
Fermata nella sua campagna militare dal veto statunitense,
Tel Aviv incassa una sconfitta politica e vede ulteriormente
ridimensionata la sua importanza quale alleato strategico
degli Stati Uniti, ma ottiene di dividere ulteriormente,
indebolendolo, il fronte della resistenza antisionista.
È del resto evidente che, al di là dell’effettivo valore
sul campo delle milizie di Hezbollah e degli errori di
strategia militare di Israele, quest’ultimo non avrebbe
avuto eccessive difficoltà (oltre che nessuna remora)
a polverizzare il Paese dei cedri e la sua resistenza:
tanto in Libano quanto a Gaza la campagna sionista è stata
fermata dal veto statunitense (e da quello della cosiddetta
“comunità internazionale”) a dimostrazione che non è Israele
a dettare le condizioni.
Hezbollah entra stabilmente nella compagine governativa
libanese e garantisce al suo sponsor iraniano una tribuna
da cui lanciare una intensa campagna propagandistica di
promozione dei precetti religiosi e politici dell’Islam.
Teheran, con l’operazione libanese ma ancor di più con
la “vittoria” di Hamas a Gaza, ottiene una base territoriale
nel cuore del mondo arabo, una base da cui muovere per
portare l’attacco dell’Islam politico dentro le maggiori
nazioni arabe, dentro l’Egitto e l’Arabia Saudita, e vede
notevolmente accresciuto il suo ascendente sulle masse
arabe.
La mobilitazione delle comunità sciite, sobillate dagli
agenti iraniani, che inneggiano alla secessione in Arabia
Saudita [24], e i progettati attentati a firma della Fratellanza
Musulmana (alleata di Hezbollah) in Egitto [25]
non sono certo semplici operazioni di propaganda, e meno
che mai azioni rivoluzionarie: non appoggiano movimenti
popolari contro gli odiosi regimi fino ad ora complici
degli americani favorendo l’unità delle organizzazioni
di opposizione, ma cercano di scatenare violenze settarie
dentro nazioni arabe, violenze che hanno lo scopo di fomentare
una guerra civile tra il popolo, colpendo sì i governi,
ma per portare questi Paesi in uno stato di destabilizzazione
che agevoli interventi di forze esterne. Possiamo facilmente
predire che, in un simile scenario, non saranno solo le
forze iraniane ad intervenire! Non è nemmeno difficile
preconizzare che si possa arrivare anche per questa via
a quello smembramento delle nazioni arabe auspicato dagli
agenti mondiali dell’imperialismo e dal capitale transnazionale
interessato alla realizzazione del cosiddetto “Grande
Medioriente” – cioè l'area compresa tra Egitto e Turchia
a occidente, Afghanistan e Pakistan a oriente – verso
il quale sono rivolti gli appetiti dei grandi investitori
oltre che delle maggiori compagnie petrolifere nel mondo.
È così che l’Iran assolverebbe al suo ruolo “oggettivamente
antimperialista”?
Difficile dire, sulla scorta delle considerazioni fatte
sopra, che siano le sorti della Palestina e dei palestinesi
a stare cuore ai dirigenti politici iraniani o che sia
il fanatismo antiebraico (l’antisionismo ha ben altra
dignità) di Ahmadinejad a motivare
gli aiuti in armi e denaro forniti ad Hamas: l’esportazione
della “rivoluzione islamica” ha altri e più vasti orizzonti
e, a quanto pare, non crea pregiudizio ad una alleanza
di fatto, ancora per poco celata, con il “grande satana”
capitalista e imperialista.
Così come non è per feroce odio razziale di origine religiosa
che Israele aggredisce Libano e Palestina con bombe al
fosforo, ma per cinico calcolo strategico, come è naturale
che avvenga per un Paese colonialista, capitalista e razzista.
“Secondo il viceministro della Difesa israeliano Ephraim
Sneh, la guerra con Teheran
non è una questione di se, ma di quando […] il Libano
è semplicemente il preludio a una guerra ben più ampia
con l’Iran’” [26]. Allo stesso modo possiamo leggere l’aggressione
a Gaza. E pare ridicolo sostenere che l’efferatezza dei
crimini israeliani nella regione siano frutto di una cultura
religiosa. La spietatezza non è prerogativa dell’ebraismo,
né inclinazione esclusiva dei sionisti: si tratta di terrorismo
contro la popolazione civile identico a quello praticato,
con la complicità tra gli altri dello Stato italiano,
dagli anglo-americani in Iraq e in Afghanistan, perché
il terrore è l’arma per vincere la resistenza di un popolo.
La colonizzazione e l’occupazione della Palestina è in
sé un’aberrazione della storia e un atto criminale contro
i diritti umani.
In realtà, benché sia già nei calcoli lo scontro diretto
con l’Iran [27], Israele teme ben di più la prospettiva
non lontana di una destabilizzazione globale del Medioriente.
Il conflitto generalizzato neutralizzerebbe l’egemonia
militare dello Stato degli ebrei, e un teatro con più
attori ostacolerebbe l’accesso ai centri produttivi e
ai mercati arabi all’asfittica economia del Paese (che
non sarebbe, allo stato attuale delle cose, in grado di
sopravvivere in assenza dei consistenti aiuti americani).
Lieberman, nel discorso delle
1100 parole in occasione del suo insediamento nella carica
di ministro israeliano degli Esteri, ha infatti affermato
che i veri problemi per il “mondo libero” arrivano “dal
Pakistan, dall’Afghanistan, dall’Iran e dall’Iraq - e
non dal conflitto israelo-palestinese”
[28]. E in una intervista al quotidiano russo Moskovski
Komsomolets ha dichiarato che è molto più concreto il
pericolo che l’arsenale atomico pakistano possa cadere
nelle mani dei fondamentalisti islamici rispetto a quello
rappresentato dall’atomica iraniana [29]. Mentre è evidente
che Israele ha ora un nemico in comune con i Paesi arabi
“moderati” (Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Giordania)
minacciati dall’espansionismo sciita iraniano, e, dunque,
ha interesse a non compromettere le proprie relazioni
con essi [30].
Da parte sua l’ Amministrazione Obama
non solo ha avviato trattative con il governo degli ahyatollah
e con quello siriano [31] e ha reso pubblico l’intendimento
di arrivare ad un disgelo nelle relazioni USA-Iran
con il plauso della Unione Europea [32], ma ha anche associato
l’Iran al programma di “ricostruzione” dell’Afghanistan
[33].
È palese la divaricazione crescente tra la politica estera
di Washington e quella di Tel Aviv: sullo sfondo si profila
una sorta di sconvolgimento delle alleanze, una situazione
in cui grandi e medie potenze faranno scontrare sul campo
i propri satelliti, ogni genere di fazioni armate locali
e organizzazioni terroriste. E la Russia? Potrebbe essere
l’ago della bilancia o sbilanciarsi a favore di Israele.
Cosa che potrebbe fare la differenza tra un conflitto
mediorientale combattuto per procura da attori regionali
e un conflitto mediorientale di più vaste proporzioni.
È ancora lecito aderire all’”Ahmadinejad
fans club” in nome della sua
pretesa difesa della causa palestinese?
Indubbiamente la Repubblica Islamica costituisce un elemento
di disturbo verso l’attuale egemonia statunitense in Medioriente e i suoi interessi a medio termine si contrappongono
a quelli dell’”entità sionista”, ma attribuirle per questo
un ruolo “oggettivamente antimperialista” – come sostiene
attualmente la più parte dei commentatori del movimento
contro la guerra – contraddice la più elementare e fondamentale
ragione della lotta contro l’imperialismo: l’antimperialismo
è un progetto di emancipazione di una società dal dominio
economico e politico esercitato da una potenza capitalista
su un popolo, è un movimento nato con le guerre di liberazione
nazionale anticoloniali e fondato tanto sul principio
di autodeterminazione quanto su quello della dissoluzione
del vincolo di dipendenza dal modello di sviluppo della
potenza dominante. In altre parole, è intrinsecamente
legato alla lotta contro il dominio del capitalismo. E
contro la guerra imperialista, da chiunque condotta.
Un ruolo contingentemente antiegemonico,
come al massimo può definirsi quello dell’Iran degli ahyatollah, giocato non certo con la finalità di emancipare
le popolazioni mediorientali dallo sfruttamento capitalistico
ma per assoggettarle ad un dominio teocratico che incarna
l’assolutismo reazionario come mai si è verificato nella
storia, è il ruolo del peggior nemico degli antimperialisti
come delle masse proletarie e popolari.
Lo testimonia il grande e variegato (oltre che estremamente
coraggioso) movimento di opposizione interna alla Repubblica
Islamica [34] e il movimento nelle università [35]; lo
rende evidente il moltiplicarsi degli scioperi in tutti
i settori della produzione. Lo dichiarano inequivocabilmente
le organizzazioni della resistenza iraniana, Mujahedeen-e-Khalq [36] e Hands
off the People of Iran [37]
in primo luogo, ma anche le associazioni studentesche
[38] e il Partito del Lavoro dell’Iran [39].
Perché gli antimperialisti nostrani non fanno riferimento
a queste formazioni e non si impegnano a fianco delle
masse popolari oppresse dell’Iran piuttosto che confidare
nelle virtù “rivoluzionarie” dell’idolatria? Perché non
reagiscono alla censura e all’esclusione decretata da
Stop the War contro l’organizzazione dell’opposizione
iraniana Hands off
the People of Iran colpevole
di aver criticato il governo di Teheran [40]?
Perché il movimento contro la guerra, invece di dare
voce ai blogger iraniani che quotidianamente rischiano
la vita per denunciare le atrocità commesse dal regime,
le giustifica in nome del diritto ad una “diversa civiltà
giuridica”, oltre ad accogliere al suo interno personaggi
come George Galloway che nega
l’asilo politico ad un gay iraniano condannato a morte
[41]?
Si tratta dello stesso movimento contro la guerra che,
dopo averne avallato la diffamazione, ha approvato
il linciaggio e l’assassinio di Saddam Hussein e degli
esponenti del governo antimperialista iracheno.
Personalmente non ho altro da aggiungere se non che l’uso
sistematico della tortura, l’avvilimento delle donne,
l’assassinio degli studenti e dei lavoratori, l’impiccagione
di adolescenti gay e di giovani donne mi riempie di pre-politica
indignazione.
1 – “I Mojaheddin del popolo fanno appello all'insurrezione e alla
lotta armata clandestina, che si traduce in sanguinosi
atti di terrorismo: il più grave il 21 giugno , una bomba
distrugge la sede del Partito della Repubblica islamica,
decimando l'élite del regime. La repressione contro i
Mojaheddin del popolo è sanguinosa. Il gruppo fugge in Iraq
sotto la protezione di Saddam Hussein”. (Iran: cronologia.
Dalla rivoluzione alla guerra - Il manifesto – 8 febbraio
2009)
2 – Mamadou Ly, Iran 1978-1982 – Prospettiva
Edizioni, Roma, giugno 2003
3 – Cfr.: Carlo Remeney,
Una vita a metà – agosto 1998 - http://www.club3.it/fc98/3298fc/3298fc64.htm
4 – “Il regime,
dal canto suo, celebrò il martirio dei giovani su diversi
registri. Ne fece la risorsa principale della sua legittimità.
[…] è in nome dei diseredati morti per la patria e degli emuli dell’imam
Hussein che la Repubblica islamica governa. Ma questi
giovani diseredati non sono più presenti come forza politica
organizzata, e ciò permette di parlare in nome loro e
al posto loro”. (Gilles Kepel,
Jihad. Ascesa e declino – Carocci,
2001)
5 – “Nel Corano
e nella tradizione di Mohammed – secondo gli Hadith
che costituiscono la seconda principale fonte di ispirazione
per tutti i musulmani – la proprietà privata, l’esistenza
di diseguaglianze sociali, dei ricchi e dei poveri sono
frutto ed espressione della volontà divina, e in quanto
tali sacri […]”. (Mamadou Ly,
op. cit.)
6 – “Proprio
nella storia dell’Iran maturarono i processi che segnarono
anche da questo punto di vista la specificità dello sciismo
rispetto al sunnismo con cui condivide il corpus fondamentale
musulmano: ossia un intreccio profondo e una relazione
non lineare ma indubbia tra costituzione di una nuova
identità statale e processo di costituzione di un clero
che, proprio attraverso la rivoluzione iraniana si assunse
direttamente il controllo e la gestione del potere, introducendo
le importanti novità rappresentate dalla teoria del wilayet al faqih” (Mamadou Ly, op. cit.)
7 – Cfr.: http://bataillesocialiste.wordpress.com/pagine-italiane/2006-01-con-il-proletariato-iraniano-in-lotta-contro-la-feroce-repressione-della-borghesia-islamica/ .
8 – Cfr.: Paola Rivetti, Daftar-e Takim-e Vahdat: pratiche di pressione politica nella Repubblica Islamica
d’Iran – http://www.sisp.it/paper-2007/Rivetti_sisp2007.doc.
9 – Cfr.: Valeria Poletti, Saddam Hussein “uomo degli americani” – 6 aprile
2007 - www.uruknet.info?p=s6266
10 – Non è
certo possibile rendere conto dell’enormità dei crimini
perpetrati dal regime contro la popolazione; ci limitiamo,
a titolo di esempio, a rimandare ad alcune fonti facilmente
consultabili:
People’s Organization Mojahedin of Iran: http://www.mojahedin.org/pagesen/index.aspx
Consiglio Nazionale
della Resistenza Iraniana: http://www.ncr-iran.org/it/content/view/1624/69
11 – solo alcuni
esempi:
- Cfr.: http://www.iwsn.org/
- “Secondo la testimonianza di Alì
Ghaderi, responsabile della
politica estera dell'Organizzazione dei Guerriglieri
fedaian del Popolo Iraniano,
‘La rivolta del popolo iraniano contro le politiche
repressive del regime ha radici lontane, che si fondano
nella resistenza democratica che dura da più di due
decenni e da una lotta popolare che ha costellato il
cielo della democrazia iraniana con più di 150.000 martiri
fucilati o morti sotto le torture dal 1982 ad oggi.
Non è un caso che una delle richieste degli studenti
e degli operai è la libertà immediata per tutti i prigionieri
politici’". (Roberto
di Nunzio, La rivolta degli studenti in Iran: "No
agli Usa” – 18 giugno 2003 - http://www.arcipelago.org/internazionale/la_rivolta_degli_studenti_in_ira.htm
- Iran, settanta studenti arrestati
in seguito a una protesta antigovernativa – 24 febbraio
2009 - http://www.ncr-iran.org/it/content/view/1595/71/
- Iran: IRGC e forze Bassij a controllo delle città Nel timore di insurrezioni
popolari 1 – aprile 2009 - http://www.ncr-iran.org/it/content/view/1624/69/
- “A nome dei diciassettemila operai
e impiegati della VAHED, compagnia di autobus di Tehran
e dintorni, vogliamo informare voi, organizzazioni dei
lavoratori nel mondo, e tutti coloro che soffrono per
la violazione dei più ovvi diritti civili, che oggi,
28 gennaio, il nostro massiccio sciopero ha incontrato
l’assalto senza precedenti delle forze di sicurezza
della repubblica islamica. Hanno razziato le nostre
case dalla notte precedente; hanno persino portato in
prigione i nostri bambini. Hanno arrestato un gran numero
di persone – la cifra esatta non l’abbiamo ancora ma
certamente si tratta di diverse centinaia. Hanno forzato
alcuni colleghi a guidare gli autobus, picchiandoli
e minacciandoli. Hanno preso gli aiuto-autisti dalle
forze armate, e scatenato su di noi migliaia tra forze
di polizia e di sicurezza – in uniforme o in borghese
– al fine di rompere lo sciopero. Ecco in quale situazione
ci troviamo”. ( Lettera dei lavoratori dei trasporti
urbani di Teheran alle organizzazioni sindacali progressiste
– 28 gennaio 2006 -
http://www.spazioforum.net/forum/index.php?showtopic=29845.
12 – “Il 3 luglio scorso, infatti l’ayatollah
Khamenei, la guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran,
ha dato semaforo verde a un grande piano di privatizzazione
del settore pubblico iraniano, che comprende quasi l’80
per cento dell’intera economia iraniana. La guida suprema
ha annunciato che i pacchetti azionari anche di controllo
di interi settori passeranno dalle mani dello Stato a
quelle di investitori privati. Si parla di imprese e società
bancarie, di trasporti, di comunicazioni, di media, di
compagnie minerarie e di servizi. Da questa rivoluzione
“liberista” sono esclusi il settore del petrolio (la compagnia
petrolifera nazionale rimarrà strettamente pubblica) e
le aziende legate alla produzione militare. Per il resto,
le porte del capitalismo iraniano sono aperte ai privati:
il piano era stato predisposto nelle scorse settimane
da uno dei tanti organismi della Repubblica islamica,
il “Consiglio di discernimento” presieduto dall’ex presidente
Akbar Hascemi Rafsanjani.
Per capire l’importanza della faccenda, è necessario
fare un piccolo salto al primo giugno, quando il sestetto
già citato presentò ufficialmente a Teheran un pacchetto
di offerte tecnologiche, economiche e politiche per la
regolamentazione del programma nucleare iraniano. Quell’offerta
riguardava, tra l’altro, anche l’entrata dell’Iran nel
WTO, il centro nevralgico, il cuore pulsante della globalizzazione,
l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ovviamente, l’entrata
nel WTO comporta notevoli vantaggi: il piano di privatizzazione
ha un doppio significato, da un lato predispone l’economia
iraniana alla globalizzazione governata dal WTO, dall’altro
dà un segnale politico positivo per il negoziato di Larijani e Solana”. (Claudio Landi, Iran, la forza persuasiva del mercato globale – 11
luglio 2006 – http://www.lettera22.it/showart.php?id=5287&rubrica=67)
due operazioni
esemplificative:
13 – “Al pari
degli Stati Uniti, anche Israele aveva rafforzato le sue
relazioni con l’Iran dello shah
dopo che nel 1973 l’OPEC aveva decretato l’embargo petrolifero
nei confronti degli Stati coalizzati nella guerra contro
i Paesi arabi, e si era accordato per un fruttuoso scambio
di armi contro greggio. Con la caduta dello shah
l’interesse per questa relazione privilegiata non veniva
a mancare, anzi! L’addetto militare israeliano Ya’acov
Nimrodi teneva infatti aperto
il canale di comunicazione con Khomeini per la vendita
di armi sul mercato privato, canale che si dimostrerà
di grande utilità per l’amministrazione Reagan durante
la cosiddetta crisi degli ostaggi. Come il ministro della
Difesa Ariel Sharon dichiarava al Washington Post nel
maggio 1982 per giustificare la vendita di armi a Teheran,
‘l’Iraq è nemico di Israele e noi speriamo che le nostre
relazioni con l’Iran rimarranno quali sono state in passato’.
Quattro mesi più tardi, durante una conferenza stampa
a Parigi, egli ribadiva che ‘Israele ha un interesse vitale
nella prosecuzione della guerra nel Golfo Persico e nella
vittoria dell’Iran’. Questo non era solo il punto di vista
di Sharon, ma anche del primo ministro Itzhak
Shamir, esponente del Likud,
e del laburista Shimon Perez”. (Valeria Poletti, L’impero
si è fermato a Baghdad – Edizioni Achab
– Verona, 2006)
14 – “ 15 agosto - dopo otto
anni di guerra, l'Iraq inaspettatamente decide di firmare
la pace con l'Iran, restituendo 2600 chilometri quadrati
di territorio conquistati, riconoscendo i confini stabiliti
nel 1975 con il trattato di Algeri, e consegnando a Teheran il controllo totale sullo Shatt al-'Arab. Il tutto
in cambio della neutralità iraniana”. ( http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Golfo.)
15 – “Il portavoce della Casa Bianca,
Mike McCurry, ha ammesso ieri
che un consistente flusso di armi ha raggiunto la Bosnia
dall' Iran, ma ha parzialmente smentito le rivelazioni
del quotidiano "Washington Post", secondo le
quali cio' avverrebbe con la
tacita approvazione degli Stati Uniti. Secondo il quotidiano,
negli ultimi sei mesi, con il tacito via libera dell'
amministrazione Clinton, l' Iran ha recapitato "centinaia
di tonnellate di armi" ai musulmani di Bosnia, rafforzandone
sensibilmente le possibilita'
di opporsi con successo alle milizie separatiste serbe”.
( Corriere della Sera 15, aprile 1995 – http://archiviostorico.corriere.it/1995/aprile/15/Bosnia_dossier_del_giornalista_sparito_co_0_9504153854.shtml)
16 – Cfr.: Farah Stockman, Amid tensions, US, Iran both give lift to Afghanistan
city – 23 aprile 2007 – The Boston Globe –
http://www.boston.com/news/world/asia/articles/2007/04/23/amid_tensions_us_iran_both_give
17 – Scott Ritter,
ispettore dell’Onu tra il 1991 e il 1998, in un articolo
pubblicato il 25 gennaio 2005 da “ZNet7”, denuncia il
piano statunitense denominato Opzione Salvador in ricordo
dell’analoga operazione condotta nel paese centro-americano
nel corso degli anni ’80: “Secondo alcune rivelazioni
di stampa, il Pentagono sta considerando l’ipotesi di
organizzare, addestrare e rifornire le cosiddette ‘squadre
della morte’, gruppi di assassini iracheni che dovrebbero
essere utilizzati come infiltrati per eliminare la dirigenza
della resistenza irachena. […] Nel giugno 2003, le strade
di Baghdad erano piene di squadre della morte. […] Tra
le più brutali ed efficienti unità vi erano quelle dei
membri della Brigata Badr, […]
che si è distinta come la più volonterosa ed abile nel
combattere contro i baathisti
rimasti. […] L’Opzione Salvador servirà ad innescare una
guerra civile”.
“Dal 2003 i
pasdaran, presenti in misura massiccia in Iraq, hanno
condotto una politica parallela: se non opposta, certo
diversa da quella adottata ufficialmente dal governo iraniano;
mentre i conservatori religiosi hanno cercato di influire
sui partiti religiosi, in particolare Shiri
e Da’wa, confidando in un Iraq dominato dalla maggioranza sciita,
i radicali hanno puntato su Moqtada
al-Sadr. Nel sostenere il giovane leader iracheno in momenti
cruciali come la battaglia di Najaf,
intendono far capire agli Stati Uniti che esistono limiti
precisi alla loro campagna di contrasto delle forze filo-iraniane”.
Nel sud del paese, e a Bassora in particolare, tanto il
governo centrale che i militari inglesi hanno perso quasi
del tutto il controllo del territorio, ora nelle mani
delle milizie sciite, che dominano i posti di frontiera,
i porti, i giacimenti e i terminali petroliferi, oltre
a far valere la loro legge sulla popolazione”. (Renzo
Guolo, Politica estera e fazioni in Iran – in Aspenia, n°37, 2007)
18 – “Parlando a Kabul, Karzai
ha sottolineato come ‘l'intenzione di includere l'Iran
con un ruolo regionale, annunciata dagli Stati Uniti,
è una cosa positiva e speriamo di sfruttare al meglio
questa opportunità per il bene dell'Afghanistan’.
La prima verifica di queste nuove possibili convergenze
nel teatro di guerra afgano si avrà alla conferenza internazionale
Onu-Nato dell'Aja, in programma martedì prossimo. ( Afghanistan, Karzai: “Il piano Obama è quello
che volevamo” – http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=52540&sez=HOME_NELMONDO.)
19 – “La ‘guerra
settaria’ tra sunniti e sciiti, minoranza in Pakistan
(15-20%), è costata, negli ultimi sei anni, oltre 2mila
morti e 4mila feriti in quasi 2mila incidenti: una media
di 100 morti l’anno che, nel solo 2004, aveva registrato
619 vittime. […] Secondo l’International Crisis
Group, gli sciiti inizialmente risposero organizzandosi
militarmente quando il generale Zia, il dittatore che
impresse al Pakistan la svolta propriamente islamica,
iniziò a foraggiare e far crescere i gruppi islamisti
sunniti. Allora l’Iran ebbe probabilmente una parte nel
sostenere il movimento. […] Ma la politica non controlla
più le miriadi di gruppi armati che hanno fatto delle
guerre settarie in Pakistan l’elemento più destabilizzante
della recente storia del Paese. E che continuano
a colpire ignorando gli appelli di partiti e leader religiosi”.
(http://www.lettera22.it/showart.php?id=4195&rubrica=74.)
20 – Due le
opzioni “al vaglio”: il gasdotto Iran-Pakistan-India
e quello Tirkmenistan-Afghanistan-India
21 – Uno per tutti, ecco cosa scriveva
Fulvio Grimaldi il 17 marzo 2003: “Glielo fecero pagare
usando la mannaia Khomeini, appena insediato in Iran,
dove era giunto su un aereo Usa, e già impegnato in una
bisogna analoga con lo sterminio delle sinistre laiche
e islamiche che avevano fatto la rivoluzione, poi rubata
dai preti”. ( Il mondo, la sinistra, l’assassinio dell’Iraq,
i partigiani – Mondocane
fuorilinea).
Il 5 ottobre 2005: “[…] il pur sempre provocatore Ahmadinejad) razzista, fondamentalista, guerrafondaio e genocida”.
( L’idra a tre teste dell’imperialismo - http://www.siporcuba.it/mcarc-4.htm). E il 27/2/06:
“L’osceno sostegno, lungo la storica linea strategica
persiana, dato da Tehran agli occupanti genocidi, con
la radicalità nazionalista di Ahmadi-Nejad aveva incominciato a pretendere un prezzo eccessivamente
alto, perlomeno per i settori più voraci del sionismo
israelo-statunitense. Un intero governo e metà del paese sotto
il ferreo controllo dei viceré iraniani Sistani
e Al Hakim facevano presagire,
più che un Iraq spappolato in feudi al servizio del capitale
USA, un Iran esteso fino ai confini delle servitù coloniali
americane della Penisola arabica, soggetto imprevedibile
e di portata strategica e geopolitica incalcolabile. Dunque
nessuno nega, come certe schematizzazioni di queste analisi
pretendono, la contraddizione di fondo tra un’Iran potenza
regionale in espansione e un blocco israelo-occidentale
che non tollera né correi né sbavature nel proprio controllo
del Grande Medio Oriente. Ma da lì a fare dell’Iran un
bastione antimperialista significa, alla luce del criminale
ruolo svolto dagli ahyatollah
sul corpo straziato dell’Iraq, dargli una del tutto immeritata
patente di compagno di strada nella lotta all’imperialismo.
Sarebbe più opportuno prendere atto che l’Iran, autentico
Fregoli dell’attuale stagione geopolitica, ha un giocatore
su ognuno dei tavoli mediorientali dove ci si contendono
ruoli ed egemonie: appoggio a Hamas in Palestina e a Hezbollah
in Libano, politica di buon vicinato con gli autonomissimi
signori della guerra sciti nell’Est dell’Afghanistan,
azione biforcuta in Iraq con i secessionisti di Najaf,
da un lato, e con lo pseudo-unitario
Moqtada, occhieggiante verso
l’Europa, dall’altro. Con i preti di Najaf
si ricattano gli Usa, con Moqtada si vorrebbero condizionare gli europei. Un’autentica,
ovviamente cinica, politica di potenza. Nulla più”. (
Burattini, burattinai e bari al tavolo verde dell’Iraq.
Samarra, l’Iran, Moqtatda
al-Sadr e i soliti noti – Mondocane
fuori linea).
Ed ecco cosa scrive oggi: “Visto che
siamo in tema di atrocità e menzogne, superata la nausea
con la quale abbiamo contemplato l'uscita dalla sala della
conferenza ONU sul razzismo, sotto uno sfolgorio di ipocrisia,
di alcuni bonzi europei, ci siamo ampiamente rinfrancati
alla vista che la vera comunità internazionale, quella
dei quattro quinti dell'umanità, è rimasta, ha applaudito
le incontestabili parole del presidente iraniano (del
quale comunque mi fido poco) sui crimini e sul plateale
razzismo dei sionisti israeliani”. (21 aprile 2009 – http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2009/04/intervento-al-forum-di-belgrado.html). Ci piacerebbe
che ci spiegasse cosa gli ha fatto cambiare idea sul “razzista, fondamentalista,
guerrafondaio e genocida”.
22 – www.uruknet.info/?p=44655 ; www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1540127/Shias-order-Palestinians-to-leave-Iraq-or-%27prepare-to-die%27.html ; Aqeel Hussein
e Gethin Chamberlain (da Baghdad), Shias order Palestinians
to leave Iraq or 'prepare to die' – 20 gennaio 2007 –
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1540127/Shias-order-Palestinians-to-leave-Iraq-or-prepare-to-die.html)
23 – Adri Nieuwhof
and Omar Barghouti, Putting words of support into boycott
action –
The Electronic Intifada, 5 maggio
2009 – http://electronicintifada.net/v2/article10505.shtml)
24 – “Il 24 febbraio, si sono avuti
violenti scontri tra i pellegrini sciiti e le forze di
polizia e di sicurezza saudite all’entrata della moschea
del Profeta Mohammed a Medina. Il momento e il luogo degli
scontri potrebbero causare gravi ripercussioni per la
sicurezza interna, se non per il governo stesso. […] Le
autorità saudite percepiscono le manifestazioni sciite
come un’affermazione della politica iraniana, perché coincidono
esattamente con la celebrazione del 30° anniversario della
Rivoluzione Islamica dell’Iran. La repressione degli sciiti
fa quindi parte della strategia del regno di rispondere
al tentativo dell’Iran di ottenere l’egemonia regionale”.
( La comunità sciita dell’Arabia Saudita
intende affermare i propri diritti – 26 marzo
2009 – http://www.medarabnews.com/2009/03/26/la-comunita-sciita-dell’arabia-saudita-intende
). Non è inoltre un caso che le regioni del nord dove
è presente popolazione sciita siano le più ricche di petrolio.
25 – “Qui l’obiettivo era l’Egitto
stesso. Secondo le dichiarazioni dei funzionari egiziani,
un agente Hezbollah chiamato Mohamed Yousuf
Sami Shehab
aveva già reclutato una cinquantina di giovani: libanesi,
siriani, sudanesi e palestinesi, più una dozzina di sciiti
egiziani. […] Secondo fonti ufficiali egiziane, Hezbollah
intendeva lanciare una massiccia serie di attentati terroristici.
Bersagli americani e israeliani erano naturalmente i primi
da colpire, ma lo scopo era quello di destabilizzare l’Egitto
e provocare enormi manifestazioni che avrebbero potuto
abbattere il regime e portare a un pronunciamento militare.
Il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah si è tradito quando
ha ammesso, nel suo discorso di venerdì, che Sami
Shehab è affiliato alla sua
organizzazione e che era stato mandato in Egitto per portare
“assistenza logistica” a Hamas nella striscia di Gaza.
Nello stesso tempo, Nasrallah
lanciava un virulento attacco all’Egitto condannandolo
per il blocco di Gaza e lo smantellamento dei tunnel del
traffico d’armi: parole che equivalevano a una dichiarazione
di guerra all’Egitto.
A quel punto il primo ministro egiziano Ahmed Nazif dichiarava che non è possibile scendere ad alcun compromesso
sulla sicurezza del paese”. (Zvi
Mazel, Hezbollah mostra il suo vero volto al mondo arabo –
Jerusalem Post, 13 aprile 2009 - h ttp://www.israele.net/articolo,2467.htm).
26 – Trita
Parsi, presidente del National Iranian
American Council, Gerusalemme e Teheran: il nuovo bipolarismo – in
Aspenia n°37-2007, Lo stato degli ebrei )
27 – “Comunque
stiano le cose, altri eventi segnalano invece che Israele
si sta sempre più massicciamente preparando ad una guerra,
anche con proiezioni aeree a lunga distanza, come dimostrano
le esercitazioni nel Mediterraneo della scorsa estate,
gli attacchi alle istallazioni siriane e le incursione
in Sudan. E per il prossimo 2 giugno Israele ha previsto
la mobilitazione generale delle forze armate e della popolazione
per quella che si annuncia essere la più grande esercitazione
nella storia del paese. Il responsabile del comando del
fronte interno, il colonnello Hilik
Sofer, ha dichiarato che una settimana di manovre che riguarderà
anche la cittadinanza "trasformerà la popolazione
d'Israele da passiva ad attiva... vogliamo che i cittadini
capiscano che la guerra può scoppiare domani mattina".
Secondo quanto riportato dal sito informativo Debka,
ritenuto collegato ai servizi segreti del Mossad,
il premier Netanyahu avrebbe sul tavolo un dossier che
prospetta la concreta possibilità di un grosso confronto
militare nei prossimi mesi con l'Iran, o Hamas, o Hezbollah,
o addirittura tutti tre insieme. (Simone Santini, Iran! Iran! O forse Pakistan... – 30
aprile 2009 – http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=25985.)
28 – Daniel Pipes, Finalmente
idee chiare in Israele – 22 aprile 2009 - http://www.ebraismoedintorni.it/finalmente-idee-chiare-in-israele.
29 – cfr.: Simone Santini, Iran! Iran!
O forse Pakistan... – 30 aprile 2009 – http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=25985.
30 – “Bisogna
tenere a mente che l’Egitto è alla testa del fronte dei
paesi arabi pragmatici in lotta contro le attività sovversive
iraniane in tutta la regione. […] In questa lotta l’Egitto
si trova alleato con Arabia Saudita, Giordania e Marocco
contro l’Iran e i suoi alleati: Siria, Sudan, Hezbollah,
Hamas, Jihad Islamica e altri organizzazioni minori. […]
Alcuni suggeriscono che la faida tra Egitto e Iran possa
tornare a vantaggio di Israele, me non è affatto vero.
Israele ha bisogno di un Egitto stabile e forte”. ( ibidem)
31 – cfr.: USA: Obama ha già
avviato trattative con Iran e Siria – Internazionale –
3 febbraio 2009 – http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/70610/.
32 – “Il disgelo nei rapporti con l'Iran
avviamo dal nuovo presidente Usa Barack
Obama "apre una finestra d'opportunità per negoziare
su tutti gli aspetti del programma nucleare iraniano e
per impegnarsi in senso più ampio con l'Iran". E'
quanto affermano i ministri degli Esteri Ue nelle conclusioni
approvate a Lussemburgo, che "plaudono caldamente"
alla svolta di Obama, confermando
l'impegno a seguire l'approccio a "doppio binario":
dialogo sul nucleare da una parte, sanzioni all'Onu dall'altra”.
( Apcom – Lussemburgo,
27 aprile 2009 – http://www.newstin.it/tag/it/118249830.)
33 – “Una nuova strategia ‘regionale’
per la crisi in Afghanistan, attraverso il coinvolgimento
dell'Iran, che affianchi l'invio di nuove truppe americane
nel Paese. […] Oltre a continuare le operazioni anti-talebani
in territorio pachistano, già lanciate dall'Amministrazione
Bush, la strategia di Obama
contempla però anche una forte componente diplomatica,
fondata sul coinvolgimento dell'Iran. ‘Sarebbe utile avere
un interlocutore — ha detto al Post un alto ufficiale
americano —, gli iraniani non vogliono almeno quanto non
lo vogliamo noi, che l'Afghanistan sia retto da sunniti
estremisti’”. (Paolo Valentino, Obama,
a Kabul si cambia: “Più truppe, coinvolgere l’Iran” –
Corriere della Sera, 12 novembre 2008 - http://www.ulivo.it/dettaglio/64149/Obama,_a_Kabul_si_cambia:_%C2%ABPi%C3%B9_truppe,_coinvolgere_l'Iran%C2%BB.)
34 – Basta dare un’occhiata al sito
di Iranian Workers
Solidarity Network (http://www.iwsn.org/)
35 – “Condanniamo ogni strumentalizzazione
da parte dei governi stranieri in particolare da parte
dell'amministrazione americana di queste proteste; la
protesta della popolazione e degli studenti in Iran ha
radici profonde nella lotta di liberazione dal fascismo
religioso e uno dei suoi punti cardine è la lotta per
l'indipendenza politica ed economica dal sistema neoliberista
e creazione di un sistema politico secolare”. ( Appello
di sostegno agli studenti iraniani nelle prigioni della
Repubblica Islamica e alla loro lotta per la libertà e
democrazia in Iran promosso da Organizzazione dei Guerriglieri
Fedayeen del Popolo Iraniano - http://www.italy.indymedia.org/news/2003/07/322416.php 1 luglio 2003)
“L'apparato
di sicurezza del regime è stato sguinzagliato contro gli
oppositori politici, lavoratori, donne e giovani. La marea
delle lotte giornaliere anticapitaliste dei lavoratori
è stata affrontata con arresti, con la ratificazione di
nuove leggi contro la classe lavoratrice e privatizzazioni
forzate. Sotto il nuovo governo iraniano, organizzazioni
militari fasciste stanno guadagnando forza politica e
militare, creando una situazione minacciosa e inquietante
per i lavoratori e l'opposizione democratica. […]
Chiamiamo a raccolta tutte le forze anticapitaliste, gruppi
politici progressisti e organizzazioni sociali affinchè
si uniscano agli attivisti della sinistra iraniana sia
per opporsi ai progetti dell'imperialismo, sia per organizzare
forme pratiche di solidarietà con la crescita del movimento
contro la guerra e la repressione in Iran, capeggiato
dai lavoratori, dalle donne, dagli studenti e dalla gioventù”.
( Hands of
The People of Iran - http://www.hopoi.org/main%20italian.html .)
36 – Il Dipartimento
di Stato statunitense ha inserito il MEK nella lista delle
organizzazioni terroristiche. “I Muhajeddin
del Popolo sono stati fondati nel 1965 con l'obiettivo
di combattere contro il regime dello shah.
Con l'arrivo dell'Ahyatollah Khomeini nel 1979, sono diventati nemici del regime
islamico, e sono stati accusati di aver collaborato con
Saddam Hussein durante la guerra Iran Iraq del 1980 1988.
La Corte di giustizia europea aveva dichiarato illegittimo
il loro inserimento nella 'lista nera' Ue, avvenuto nel
2002, nel dicembre 2006. Il Consiglio Ue ha reagito mantenendo
il loro status di organizzazione terroristica, ma promettendo
di motivarlo. Da quanto la giustizia europea si è pronunciata
nuovamente a loro favore il mese scorso, i rappresentanti
del Pmoi hanno manifestato spesso
di fronte al palazzo del Consiglio Ue per chiedere giustizia.
L'organizzazione, tuttavia, rimane nelle liste di organizzazioni
terroristiche di Usa e Canada”. ( Mujahedeen-e-Khalq – h ttp://www.cronaca24.org/Esteri/ue-iran-pmoi-ufficialmente-tolta-da-lista-nera-terroristi/ )
37 – fondato da alcune organizzazioni
di esuli iraniani nel 2005 e attualmente sostenuto da
fuoriusciti stabilitisi in diversi Paesi. ( http://www.hopoi.org/main%20italian.html.)
38 – cfr.: No alla guerra imperialista!
No al regime teocratico! ( http://www.hopoi.org/main%20italian.html.); http://www.autprol.org/public/news/news000012923062003.htm.
39 – http://www.toufan.org/ partito del
lavoro dell’Iran – http://www.tuc.org.uk/index.cfm
40 – http://www.hopoi.org/main%20italian.html.
41 – Peter Tatchell , Galloway
's Iranian propaganda? – 26
marzo 2008 – http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/mar/26/gallowaysiranianpropaganda
* Autrice de "L'Impero si è fermato a Bagdad".
Attivista dei Comitati contro la guerra e della Rete Disarmiamoli
(Milano)