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A 92 anni dalla Rivoluzione
d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e
chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento.
A parte il fatto che anche date come il 14 luglio
1789 continuano a essere giustamente ricordate e
celebrate, il punto centrale è un altro;
e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento
abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi
insegnamenti – e in generale la lezione del
leninismo – siano tuttora fondamentali.
Tanto per cominciare, non si ricorderà
mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque
in opposizione al massacro della guerra imperialista
– la I Guerra mondiale – che stava devastando
il mondo, trasformò l’ennesimo macello
prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione
di trasformazione sociale, e costituì la
leva essenziale della dissociazione della Russia
– ormai Russia dei soviet – da quella
“inutile strage”, giungendo a una pace
giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita
di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto
che valeva molto di più delle vuote invocazioni
pacifiste di tante forze democratiche e socialiste,
cui poi non corrispondevano scelte conseguenti.
Gli altri decreti varati all’indomani della
Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini,
la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere
dei soviet, il rispetto delle nazionalità
e il criterio della libera adesione al nuovo Stato
– costituirono le prime realizzazioni di quegli
obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima
della presa del potere: anche in questo caso, una
coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente
il consenso popolare.
In secondo luogo, la soluzione
rivoluzionaria di quel conflitto consentì
di porre all’ordine del giorno – e di
rendere per la prima volta concreto, dopo il generoso
tentativo della Comune di Parigi – l’obiettivo
della costruzione di un sistema economico e sociale
diverso, di un sistema socialista. Ciò implicava
un primo tentativo di dar vita a un’economia
non più regolata dalla legge del profitto
e dalle stesse regole del mercato, che pure avevano
una storia secolare, realizzando un’organizzazione
economica e produttiva il cui criterio essenziale
fosse quello del benessere collettivo anziché
dell’arricchimento individuale, e al fondo
quello del prevalere del valore d’uso di risorse
e merci, anziché del loro valore di scambio,
che in regime capitalistico porta alla “mercificazione
di ogni cosa”, compresi ormai l’acqua,
i semi da cui nascono i frutti, il corpo e il DNA.
Questa trasformazione costituiva un’impresa
enorme, di portata storica, che i bolscevichi dovettero
affrontare senza poter contare, come speravano,
nella contemporanea trasformazione socialista dei
paesi europei più sviluppati (che avrebbe
posto su basi strutturali più solide il processo
di transizione al socialismo), in un paese arretrato,
devastato dalla guerra e poi dalla guerra civile,
invaso e poi accerchiato da eserciti stranieri;
un paese in cui la grande maggioranza della popolazione
era analfabeta e viveva e lavorava nelle zone rurali.
In un paese del genere, e con strumenti di calcolo
rozzi, lontani anni luce dai moderni computer e
calcolatori, si sarebbe dovuta avviare un’economia
pianificata, che consentisse una modernizzazione
equa, uno sviluppo economico ma al tempo stesso
sociale e civile – e l’esempio dei paesi
capitalistici ci mostra come raramente questi elementi
procedano assieme; e quello sviluppo ci sarà,
sebbene con contraddizioni drammatiche, errori e
costi umani pesanti.
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Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva
il problema del superamento del lavoro alienato, non solo
nel senso dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto
che ha realizzato, ma anche nel senso della scissione tra
lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive ed
esecutive; il tutto contando, nella migliore delle ipotesi,
ossia nelle punte più avanzate delle città
industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento
di produzione rigido che, come è stato rilevato,
ben difficilmente poteva costituire la base di una liberazione
del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò, lasciando
maggiore spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei
lavoratori, a una loro funzione anche direttiva, e poi,
in anni di maggiore sviluppo e benessere, allentando i ritmi
di fabbrica in misura tale che la competizione economica
internazionale intanto avviata coi paesi capitalistici non
avrebbe perdonato.
Il tema della liberazione del lavoro rientra
peraltro in un problema più generale, quello del
superamento della scissione tra dirigenti e diretti, governanti
e governati, e dunque al tema della democrazia – intesa
etimologicamente come potere del popolo –, del potere
e dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è
essenziale per il tentativo di superare la democrazia come
delega, di andare al di là di una democrazia meramente
rappresentativa e formale, per affermare un modello di democrazia
diretta, sostanziale, basata sulla partecipazione costante
dei lavoratori, su un loro effettivo potere di controllo
e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il contrario,
insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione
della politica e quindi crisi della partecipazione e della
stessa democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici;
e invece qualcosa di simile a quello che si cerca di realizzare
in esperienze come quelle del Venezuela bolivariano e di
Cuba, e soprattutto punti essenziali della riflessione di
Lenin, da Stato e rivoluzione agli ultimi scritti sull’“ispezione
operaia e contadina” e sulla necessità di difendere
e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi
dei vecchi sistemi.
Come si vede, sono tutti obiettivi di portata
storica, che alludono a un vero e proprio salto di civiltà
e a un processo anch’esso storico, come peraltro preconizzavano
Marx ed Engels. La Rivoluzione d’Ottobre e l’esperienza
complessa e articolata che ne seguì semplicemente
non potevano risolvere da sole questi problemi, vincere
da sole e in 74 anni queste sfide. E tuttavia esse hanno
costituito un primo, gigantesco passo in questa direzione,
hanno consentito l’ingresso nella storia – stavolta
da protagonisti – dei popoli coloniali e dei paesi
periferici e semiperiferici del sistema, avviando quello
smantellamento del modello coloniale che sarebbe proseguito
nel secondo dopoguerra; hanno costituito un input essenziale
per l’affermarsi dei diritti sociali nell’agenda
politica mondiale, favorendo con la loro stessa esistenza
la costruzione di sistemi di Welfare anche in Occidente.
Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi
che quella Rivoluzione poneva sono oggi ancora più
attuali di ieri: sono più necessari, poiché
solo un sistema economico che sostituisca all’anarchia
del mercato e alla produzione illimitata di merci la pianificazione
razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà
salvare il Pianeta dalla crisi alimentare, dalla tragedia
della fame e della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle
guerre per le risorse; e sono maggiormente possibili, perché
lo sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie informatiche,
dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di calcolo,
e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più
flessibile, pongono basi enormemente più avanzate
per un’economia socialista. Dunque per chi come noi,
marxisti e comunisti, crede nella storia e nelle sue possibilità,
l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è
una tappa essenziale di quello che Domenico Losurdo definisce
il lungo “processo di apprendimento” delle classi
e dei popoli oppressi per emanciparsi e prendere nelle proprie
mani la loro vita, scalzando le vecchie classi dirigenti
e superando la vecchia società. Per questo nel nostro
calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.
su L'ERNESTO del 06/11/2009
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