| Note e considerazioni sul processo di
riorganizzazione delle forze comuniste a livello internazionale
e in Europa. A distanza di oltre 30 anni dalla breve stagione
eurocomunista, se valutiamo con obbiettività i diversi
itinerari che hanno contraddistinto la storia dei cinque
maggiori partiti comunisti dell’Europa occidentale
(la situazione nell’Europa dell’Est, che in
parte comprende anche il caso tedesco, richiede un approccio
diverso), un elemento risalta. E cioè che, mentre
la vicenda del comunismo italiano, spagnolo e francese degli
ultimi decenni è stata complessivamente e prevalentemente
segnata dalla crisi, dal declino, in taluni casi dall’auto-dissoluzione,
nella vicenda del comunismo greco e portoghese – senza
indulgere ad alcun trionfalismo acritico o alla proposizione
di modelli – prevale comunque un elemento di tenuta
strategica, identitaria e di organizzazione, di radicamento
sociale e di classe, di inequivoca collocazione antimperialista,
di ripresa anche elettorale su livelli (7-10%) che oggi
sarebbero considerati invidiabili dai partiti che si richiamano
al comunismo negli altri tre paesi citati, e che viceversa
attraversano una crisi profonda, come non mai.
1) Fin dalle sue origini, fin dal Manifesto
di Marx ed Engels (1848), il movimento comunista - al di
là delle sue crisi, divisioni, mutazioni –
ha sempre percepito se stesso come una entità che
non poteva esistere senza una sua proiezione internazionale.
E’ evidente che fino a quando esisteranno Stati e
nazioni, “il punto di partenza è sempre nazionale”
(Gramsci) e centrale rimane anche oggi, nell’organizzazione
della lotta, il radicamento nazionale di ogni partito o
movimento. Ma - tanto più oggi, nell’epoca
della “mondializzazione” - nessun movimento
comunista e rivoluzionario, nessun processo di riorganizzazione
dei partiti nazionali è pensabile durevolmente e
credibilmente senza una sua proiezione internazionale. Ciò
vale del resto non solo per i comunisti, ma anche per il
movimento di ispirazione socialdemocratica e riformista,
che non a caso vede oggi una sua proiezione nell’Internazionale
socialista e nel dibattito che l’attraversa.
Perché se noi giungessimo alla conclusione (a cui
sono pervenuti, soprattutto dopo il crollo dell’Urss,
taluni esponenti anche italiani che pure continuano a considerarsi
soggettivamente “comunisti”) che il movimento
comunista è finito – finito sia come nozione
strategica storicamente attuale, sia come obiettivo possibile
di ricostruzione - la stessa idea della rifondazione di
un partito comunista in Italia apparirebbe priva di significato
e di prospettiva, meramente propagandistica e residuale,
volta unicamente ad utilizzare nomi e simboli “comunisti”
per tenere insieme, per una certa fase, un’area di
militanti e di elettori ad essi ancora affezionati, nell’attesa
di riconvertire quelle forze in una nuova formazione politica,
in una “nuova sinistra” di alternativa in cui
i comunisti rappresentino, al più, una “corrente
culturale”, come nella Linke tedesca.
Sarebbe certo sbagliato e settario sottovalutare
il successo politico-elettorale della Linke, per tutta l’Europa
progressista, ma bisogna anche dire correttamente che esso
è altra cosa da una risoluzione della “questione
comunista”, in Germania e nel contesto europeo. Ciò
era del resto molto chiaro fin dall’inizio ai dirigenti
della PDS tedesca (cofondatrice della Linke assieme ad una
frazione socialdemocratica di sinistra staccatasi dalla
SPD): proprio Gregor Gisy mi disse esplicitamente, in un
incontro nei primi anni ’90, che la PDS tedesca non
si proponeva alcuna “rifondazione comunista”
e che considerava storicamente superata l’esperienza
del movimento comunista. E questa è certamente l’opinione
anche del leader tedesco-occidentale della Linke, il socialdemocratico
Oskar Lafontaine. Non è dunque un caso che tali formazioni
di “nuova sinistra” (come appunto la Linke tedesca,
il Synaspismos greco, il Bloque de Esquerda portoghese,
il Partito della Sinistra svedese…) ricerchino –
in Europa e nel mondo - nuovi riferimenti ed aggregazioni
internazionali, sostitutive di quelle che vanno processualmente
riorganizzandosi attorno agli incontri internazionali dei
Partiti comunisti e operai e alle loro strutture di lavoro
e di coordinamento, da oltre un decennio. A cui tali formazioni
di “nuova sinistra” hanno scelto di non partecipare.
Mentre alcuni partiti (come Rifondazione…) restano
oggi in mezzo al guado e saranno prima o poi costretti a
sciogliere una serie di nodi irrisolti per quanto attiene
alla loro identità e collocazione internazionale.
Queste sono del resto le ragioni di fondo che hanno condotto
alla formazione del Partito della Sinistra Europea (SE).
E va dato atto a Fausto Bertinotti di essere stato non solo
il più coerente e determinato ideatore e costruttore
di tale impresa, ma di averla connessa e fatta derivare
da quella che egli considerava da lungo tempo, prima ancora
del suo ingresso in Rifondazione, come la fine del movimento
comunista del ‘900, di matrice leninista, e la non
credibilità di una sua possibile riorganizzazione,
per quanto rinnovata, nel 21° secolo. La tesi non è
nuova: essa fu fatta propria ad esempio, verso la fine degli
anni ’80, da Santiago Carrillo, che da essa fece derivare
il suo approdo alla socialdemocrazia spagnola. Ed essa sopravvive
in larghi settori dell’attuale gruppo dirigente di
Rifondazione, anche dopo il Congresso di Chianciano, e si
ripropone in talune interpretazioni della Federazione della
sinistra alternativa, quando essa viene intesa come alternativa
e contrapposta ad un processo di ricostruzione unitaria
e autonoma dei comunisti in un solo partito.
Quando si definisce come “liquidatoria”
tale impostazione, non si attribuisce al termine alcun intento
offensivo, ma la si considera anzi del tutto coerente con
le sue dichiarate premesse. Tanto più oggi, quando
appare a tutti più chiaro che un altro esponente
della sinistra italiana e del vecchio PCI, Armando Cossutta,
approda (sia pure con una differente cultura politica) ad
analoghe conclusioni liquidatorie; ma, diversamente dalle
impostazioni di derivazione “ingraiana” (ultima
quella che si ritrova nel libro di Lucio Magri, di recentissima
edizione) vi approda dopo un percorso di anni, forse decenni,
disseminato di “doppiezze” e ambiguità,
che per molto tempo hanno fatto sì che migliaia di
militanti comunisti in buona fede vedessero in Cossutta,
anche nel momento tragico della scissione di Rifondazione,
il portatore di un progetto strategico di riorganizzazione
in Italia di un nuovo partito comunista, rivoluzionario,
di ispirazione gramsciana e leninista.
2) Il movimento comunista che viene investito
dal crollo dell’Urss attraversa ormai da tempo una
crisi profonda e divisioni di portata planetaria (si pensi
a quella tra comunisti sovietici e cinesi). Non è
mia intenzione addentrarmi qui in una analisi storica della
evoluzione del movimento comunista dagli anni dell’internazionale
di Lenin, alla fase successiva caratterizzata dalla direzione
staliniana e dal ruolo guida dell’Urss e del Pcus,
al successivo scioglimento del Comintern, alla temporanea
ricostituzione del Cominform, alla rottura tra Stalin e
Tito, fino alla ben più grave rottura, consumatasi
negli anni ’60, tra il Partito comunista cinese e
il PCUS, e quindi tra le due maggiori potenze socialiste
(evento che, visto col senno di poi, ha certamente condizionato
pesantemente la crisi del campo socialista e le sorti del
socialismo nel secolo scorso). Sta di fatto che il crollo
dell’Urss e la dissoluzione del PCUS fanno precipitare
una situazione che, agli inizi degli anni ’90, si
presenta assai incerta in relazione al futuro del movimento
comunista. Il disorientamento è grande e investe,
con forme e modalità diverse, i comunisti del mondo
intero.
Vi era stato, per la verità, in
occasione del 70° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre
(1987) la scelta del PCUS (siamo ancora nella prima fase
della perestrojka) di convocare a Mosca un incontro internazionale
dei partiti comunisti di ogni continente. La Cina resta
assente, ma si avverte che un processo di normalizzazione
delle relazioni è in corso, dietro le quinte. Si
avverte un intento ricompositivo, volto a riaprire un confronto
più aperto e più libero tra i partiti comunisti,
senza talune precedenti rigidità o pretese di allineamento
alle posizioni di Mosca. All’incontro, segnato da
insolità vivacità, partecipano oltre un centinaio
di partiti comunisti, per lo più rappresentati dai
loro leader. L’incontro non prevede alcuna conclusione
operativa od organizzativa, ma il suo impatto politico è
forte: il clima che si respira è quello delle grandi
occasioni, non quello degli scontati e stanchi rituali.
Tutto ciò avviene contestualmente
all’avvio di un processo di normalizzazione delle
relazioni tra Russia e Cina e tra i due partiti comunisti,
che per la verità aveva visto i primi segni già
con la dinamica, ma purtroppo breve direzione di Andropov.
Risale al 1989 l’incontro ufficiale a Pechino tra
Gorbaciov e Deng Xiaoping, evidentemente preceduto da anni
di paziente tessitura.
Ma il crollo dell’URSS manda in frantumi tutta l’impalcatura.
3) I primi anni ’90, quando nasce
anche Rifondazione Comunista, sono anni di grande confusione
e disorientamento nelle file del movimento comunista. Non
mancano tuttavia i tentativi di riorganizzazione. E’
di questo periodo il viaggio lungimirante di Alvaro Cunhal
in Asia, dove egli incontra i dirigenti dei maggiori partiti
comunisti della regione (indiani, cinesi, vietnamiti, giapponesi,
coreani…) e ne trae la convinzione che in quella parte
del mondo - che rappresenta circa la metà della popolazione
mondiale e verso cui si sta spostando rapidamente l’equilibrio
economico e geo-politico del pianeta (come apparirà
sempre più chiaro nel trentennio successivo) - il
movimento comunista non solo non è in crisi, ma sta
vivendo complessivamente una sua fase espansiva, nonostante
il crollo dell’Urss e del campo socialista in Europa.
Non credo sia casuale che sia proprio il
PCP di Alvaro Cunhal a farsi promotore in Europa, nei primi
mesi del 1991, di un incontro a Lisbona tra i maggiori partiti
comunisti europei dell’area non ex-socialista (nella
quale i partiti al potere si stanno sciogliendo o sono in
pieno marasma). L’incontro ha il chiaro intento di
provocare non solo uno scambio di idee sulla situazione,
ma anche di porre le basi di processi ricompositivi tra
un nucleo di partiti comunisti europei (che negli ultimi
anni si erano divisi sull’”eurocomunismo”
e su altre importanti questioni strategiche e identitarie)
e di porre le basi – sia pure informalmente –
di alcuni elementi di coordinamento. Vengono invitati e
partecipano, oltre al PCP, anche il PC greco (KKE), il PC
francese (PCF), AKEL di Cipro, il PC spagnolo (PCE) e Rifondazione
Comunista (appena nata come movimento, non ancora partito).
E’ significativo che a quell’incontro
Rifondazione decida di partecipare solo in qualità
di “osservatore”: alla partecipazione si oppongono
dirigenti autorevoli come Sergio Garavini e Luciana Castellina,
altri sono favorevoli. Il compromesso fa sì che,
nonostante siano i responsabili esteri gli invitati all’incontro,
Rifondazione decida di inviarvi solo un “osservatore”.
E questo già la dice lunga sulle resistenze che fin
dall’inizio (e ancora oggi) trova in Rifondazione
ogni sia pur timido tentativo di riorganizzazione del movimento
comunista sul piano internazionale.
Di questi incontri altri se ne svolgono
nella prima metà degli anni ’90, ancora a Lisbona,
ad Atene, a Madrid. Credo di poterne parlare con cognizione
perchè a tutti ebbi modo di presenziare in rappresentanza
del PRC, che accettò poi di parteciparvi a pieno
titolo - sia pure con la riluttanza di molti e senza neppure
darne notizia diffusa su Liberazione (come un peccato da
tenere nascosto…) - e che furono estesi anche alla
PDS tedesca. Ma in verità solo alcuni partiti credono
veramente e investono su questi incontri come parte di un
processo più generale di riorganizzazione del movimento
comunista (e sono il PCP, il KKE e AKEL). Gli altri (il
PRC, il PCE, la PDS ed anche il PCF, dove nel frattempo
la direzione di Marchais è stata sostituita da Robert
Hue, che promuove la “mutation”: la “mutazione”
…) vi partecipano in modo sempre meno convinto e già
guardano a processi non complementari, bensì alternativi
di riorganizzazione della “sinistra europea”.
La divergenza che emerge sempre più chiara non è
sull’esigenza di trovare forme e luoghi di organizzazione
di una sinistra europea anticapitalistica, che vada al dì
là dei partiti comunisti. Su ciò tutti concordano,
come poi si vedrà nella costruzione del GUE-NGL (il
Gruppo della Sinistra Unitaria - Sinistra Verde Nordica
al Parlamento europeo). Il punto è se i partiti comunisti
debbano rinunciare a momenti propri, autonomi, di confronto
e iniziativa come comunisti, o se al contrario tale polarità
autonoma debba essere mantenuta, come parte integrante di
un processo mondiale di riorganizzazione di un nuovo movimento
comunista per il 21° secolo. E’ il tema –
appunto – dell’autonomia comunista, nella sua
proiezione internazionale.
4)Questo processo di riorganizzazione si
fonda sull’idea, largamente condivisa tra i comunisti
di tutto il mondo, che la fine dell’URSS non è
la fine del movimento comunista. La nozione, si dice, conserva
una sua attualità, ma va riempita di contenuti nuovi,
non ripetitivi di formule o esperienze passate, aperti ad
una profonda riconsiderazione e attualizzazione.
Il movimento comunista ha certamente attraversato,
dopo il crollo dell’URSS, la crisi più grave
della sua storia; il processo di lotta politica e ideale,
di divisione e ricomposizione ha attraversato la generalità
dei partiti comunisti e in alcuni casi non si è concluso.
Ma si può forse dire che il tentativo, messo in campo
dopo il 1989 dalle forze comunque ostili alla prospettiva
del socialismo, di annichilimento “finale” delle
forze comuniste e rivoluzionarie nel mondo, non è
passato. E che, al di là della situazione particolarmente
drammatica e regressiva di alcuni paesi (tra cui l’Italia…),
sul piano internazionale si intravedono significativi elementi
di tenuta o di ripresa: in America Latina, in Africa, in
Europa e soprattutto in Asia.
Sul piano strettamente organizzativo, sono
oggi un centinaio i partiti comunisti nel mondo –
grandi e piccoli – che si dichiarano esplicitamente
tali, con un centinaio di milioni di militanti circa, di
cui oltre 75 milioni nel solo Partito comunista cinese (e
senza contare alcune decine di milioni di militanti che
fanno parte delle organizzazioni giovanili comuniste o affiliate).
Tra questi partiti, i più importanti,
incidono in modo significativo – al potere, al governo
o all’opposizione - sulla realtà di paesi che
abbracciano più della metà della popolazione
del pianeta, alcuni dei quali (Cina, India, Russia, Brasile,
Sudafrica, Giappone…) stanno imponendosi come Paesi
chiave degli equilibri mondiali del 21° secolo.
Non vi è dunque alcuna motivazione
“oggettiva” per cui la nozione di movimento
comunista vada lasciata cadere o diluita in una nozione
generica e indistinta di “sinistra”. Essa va
al contrario ridefinita, riempita di contenuti politici
e teorici, di strategia, di organizzazione, in un confronto
che non può che avere – oltre ogni provincialismo
o arroccamento nazionale – una dimensione internazionale.
Ed anche sedi, luoghi, strumenti in cui i comunisti di diversi
paesi che ne avvertono l’esigenza possano incontrarsi,
scambiarsi idee ed esperienze, concordare eventuali azioni
comuni, senza che ciò si contrapponga all’esigenza
di costruzione di una unità d’azione di tutte
le forze antimperialiste e antagoniste (comuniste e non)
e di più ampie convergenze a sinistra e democratiche,
a seconda delle peculiarità di ogni paese.
L’esperienza di questo ultimo ventennio
che ci separa dal crollo del Muro di Berlino smentisce la
tesi per cui la fine dell’Urss e del campo socialista
in Europa segna la fine del movimento comunista e il declino
irreversibile dei partiti comunisti nella più parte
dei Paesi dove essi hanno avuto ed hanno un radicamento
reale, non testimoniale. E il caso italiano, insieme a quello
spagnolo (in parte quello francese) esprimono oggi drammatiche
anomalie, e non la regola.
5) Nell’Unione europea, l’iniziativa
e l’ispirazione unitaria dei principali partiti comunisti
dei paesi è stata la componente fondamentale del
processo che ha portato alla formazione del Gruppo confederale
della Sinistra unitaria al Parlamento europeo (GUE-NGL).
Esso prende avvio dall’incontro di Lisbona del maggio
1991, promosso dal Pc portoghese, cui prendono parte, come
si è detto, il Pc francese, il Pc spagnolo, il Pc
greco (Kke), Rifondazione comunista (come osservatrice)
e l’Akel di Cipro. Ad esso fanno seguito analoghi
incontri, in altri Paesi, cui prende parte anche la Pds
tedesca. In tali incontri si pongono le basi di un processo
di riavvicinamento e di ricomposizione unitaria, anche per
quanto riguarda le rispettive collocazioni nel Parlamento
europeo. E la tenuta del rapporto unitario e di un ristabilito
clima di cooperazione tra queste forze, anche nei passaggi
più difficili e travagliati della formazione del
GUE, si rivelerà essenziale per l’esisto positivo
dell’operazione.
6) Con la formazione del GUE entrano in
crisi e si concludono gli incontri informali tra i maggiori
partiti comunisti dell’UE. La ragione è strategica:
alcuni di questi partiti (KKE, PCP, AKEL) ritengono che
la formazione del GUE non risolva di per sè la questione
della ricostruzione del movimento comunista in Europa e
quindi ritengono che quegli incontri dovrebbero continuare
ed anzi estendersi; altre forze al contrario (non senza
ambiguità, differenze e doppiezze al loro interno)
in realtà considerano ormai storicamente superato
l’obbiettivo strategico della ricostruzione di un
movimento comunista per il 21° secolo, e colgono l’occasione
della formazione del GUE per far cadere l’esigenza
di incontri tra comunisti. Si tratta di un modo come un
altro per cominciare a far cadere o diluire nella pratica
la questione dell’autonomia comunista nella sua dimensione
e proiezione anche internazionale. Parliamo ovviamente di
questioni che investono il dibattito di gruppi dirigenti
ristretti: un partito come il PRC (e in parte anche il PdCI,
negli anni della direzione di Cossutta) non verranno mai
investiti da tale riflessione, neppure nei gruppi dirigenti
allargati, per non parlare dei quadri intermedi e dei militanti
di base, che a tutt’oggi in larga misura ignorano
la portata stessa del problema.
7) La fine di tali incontri informali,
vede però l’avvio di una iniziativa, promossa
dal KKE, che nel 1998 organizza ad Atene un incontro internazionale
di “Partiti comunisti e operai” dedicato al
ruolo dei partiti comunisti nella fase attuale. Vi prendono
parte inizialmente una cinquantina di partiti (tra cui pressoché
tutti i maggiori partiti comunisti del mondo). Tali incontri
si ripeteranno poi annualmente, ogni volta su un tema diverso:
di ordine politico, sindacale, di analisi economica, di
dibattito teorico, di scambio di opinioni su iniziative
ed esperienze. Complessivamente essi coinvolgono un’ottantina
di partiti, con una partecipazione – negli ultimi
anni – anche del Partito comunista cinese (prima come
osservatore, poi a pieno titolo).
Tra i partecipanti si ritrovano, tra gli
altri:
-dall’America Latina, i partiti comunisti
di Cuba, Brasile, Colombia, Cile, Uruguay, Venezuela, Messico,
Salvador…;
-dall’Europa, i partiti comunisti
di Portogallo, Grecia, Cipro, Turchia, Spagna, Catalogna,
Italia (PRC e PdCI), Francia, Repubblica Ceca, Slovacchia,
Ungheria, ed i maggiori PC delle Repubbliche dell’ex
Unione Sovietica;
-dall’Africa, spicca la presenza
del PC sudafricano (SACP);
-dal Medio Oriente, i partiti comunisti
di Israele, Libano, Palestina, Siria;
-dall’Asia viene la presenza maggiore
in termini di rappresentatività, e cioè, tra
gli altri, i partiti comunisti di Cina, Vietnam, Laos, Corea
del Nord, India, Nepal, oltre ai partiti comunisti delle
Repubbliche asiatiche dell’ex-Urss.
E’ vero che soprattutto i primi di
questi incontri hanno avuto un carattere formalistico e
talvolta ripetitivo di vecchi vizi del movimento comunista.
Ma col passare del tempo essi hanno acquisito un carattere
più fluido, più vivo, più legato all’esigenza
non solo di discutere, ritrovarsi e riconoscersi tra comunisti
(il che all’inizio era comunque essenziale : in quegli
anni il rischio era che si sfasciasse tutto), ma di trovare
le vie e le forme appropriate per un rilancio della presenza
coordinata e attiva dei comunisti sulla scena mondiale e
nelle lotte.
Il problema è lungi dall’essere risolto, ogni
trionfalismo in proposito sarebbe fuori luogo. Ma è
indubbio che alcuni passi avanti significativi sono stati
fatti.
Per la prima volta si è riusciti
a produrre un’azione internazionalmente coordinata
che ha conseguito anche alcuni risultati concreti: per esempio,
la minaccia di una messa fuorilegge del KSM (l’organizzazione
giovanile dei comunisti della Repubblica Ceca) è
stata per ora respinta grazie anche ad una campagna internazionale
coordinata, che ha avuto una sua espressione significativa
anche in Italia. Grazie all’impegno congiunto di alcuni
partiti comunisti (cubani, brasiliani, greci, portoghesi,
indiani, vietnamiti…) si è prodotta una rivitalizzazione
di alcuni organismi internazionali di mobilitazione antimperialista,
come ad esempio la Federazione Mondiale della Gioventù
Democratica, che conta oggi alcune decine di milioni di
aderenti nel mondo e che ha dimostrato la sua vitalità
nell’ultimo Festival mondiale svoltosi nel 2005 a
Caracas, con il sostegno del Venezuela di Hugo Chavez.
Nulla di tutto ciò avrebbe potuto
realizzarsi se, all’indomani del crollo dell’Urss,
alcuni partiti comunisti non si fossero posti il problema
di non rinunciare ad un processo di riorganizzazione internazionale
del proprio movimento. E ciò, non solo non si è
sovrapposto nè è mai stato di ostacolo alla
costruzione di processi unitari più larghi, contro
il neo-liberismo e la guerra, ma al contrario vi ha contribuito,
come dimostra anche la storia del GUE.
Sì è sempre auspicato, fin
dalle origini di questi incontri, che altri partiti prendessero
l’iniziativa di promuovere meeting internazionali
come quelli cominciati nel 1998 ad Atene, che si avviasse
un processo circolare, che si costituisse a tal fine un
gruppo di lavoro e di coordinamento, anche per evitare che
tali incontri assumessero una connotazione euro-centrica
o “greco-centrica”. E ciò in primo luogo
su sollecitazione del KKE. Ciò è finalmente
avvenuto negli ultimi anni: si è costituito un gruppo
di lavoro permanente col compito di preparare gli incontri
internazionali dei Partiti comunisti e operai e di far progredire
il movimento e la sua iniziativa.
Tale gruppo di lavoro si è costituito su base consensuale
e vede oggi la partecipazione di una decina di partiti:
PC cubano, PC do Brasil, PC spagnolo, PC portoghese, KKE,
PC di Boemia e Moravia, PC della Federazione Russa, PC indiano
e PC indiano-marxista (a rotazione), PC libanese, PC sudafricano.
Ad ogni riunione del gruppo di lavoro possono partecipare
anche gli partiti che lo desiderano e che sono entrati nella
rete degli incontri annuali.
L’ottavo incontro internazionale
si è svolto a Lisbona, nel novembre 2006, ospite
il PCP. Il nono a Minsk, nel novembre 2007 (in occasione
del 90° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre),
il decimo a San Paolo del Brasile, nel novembre 2008, ospite
il PCdoB. Il prossimo si terrà in India, a New Delhi,
nel novembre 2009, su iniziativa dei due PC indiani (CPI-CPIm),
ed è stato preceduto (a fine settembre 2009) da una
sessione straordinaria sul Medio Oriente, di sostegno alla
lotta del popolo palestinese e delle forze progressiste
e antimperialiste della regione, che si è tenuta
in Siria, a Damasco, su iniziativa dei comunisti siriani.
Per i prossimi incontri annuali si è parlato del
Sudafrica, di Cuba, di Cipro…come possibili Paesi
(e partiti) ospitanti. Una nuova dinamica circolare e multilaterale
si è avviata.
8) E’ nel contesto globale di questi
tentativi di riorganizzazione di un movimento comunista
e rivoluzionario all’altezza delle sfide che ci propone
il 21° secolo, che va interpretata e valutata la scelta
di una serie di forze di dare vita al Partito della Sinistra
Europea-SE. La quale, per il modo come è stata portata
avanti e realizzata, si è fin dall’inizio configurata
come un fattore di divisione del movimento comunista, in
Europa e non solo.
Era certamente condivisibile – nello spirito del GUE
- l’esigenza di costruire un coordinamento di tutte
le forze della sinistra comunista e alternativa su scala
continentale. Ma il progetto concreto che è stato
messo in campo e perseguito, le sue modalità di attuazione,
il suo profilo politico e identitario, non hanno unito,
ma diviso le forze; non hanno avuto un profilo continentale,
pan-europeo (dal Portogallo agli Urali), bensì sostanzialmente
rivolto ai soli Paesi dell’Unione europea; e nella
definizione del profilo identitario e dello Statuto fondante
della SE si sono deliberatamente introdotte formulazioni
di natura ideologica (in relazione alla storia del movimento
comunista) e programmatica (in relazione al giudizio sull’Unione
europea), ben sapendo che quelle formulazioni sarebbero
state inaccettabili per importanti partiti comunisti europei,
dell’Est e dell’Ovest.
Tale approccio politicamente e ideologicamente
selettivo ha prodotto un processo inverso a quello, unitario
e ricompositivo, che si era prodotto in Europa, e segnatamente
nei paesi dell’Ue, dopo la grande crisi del 1989 e
il crollo del campo socialista in Europa e che aveva portato
alla formazione del GUE nel Parlamento europeo. Dovrebbe
indurre a qualche riflessione la semplice constatazione
che dei 35 deputati europei che oggi compongono il GUE,
sono solo 15 quelli che fanno parte a pieno titolo della
SE (di cui 8 della Linke tedesca) e 6 gli osservatori. Alcuni
tentativi fatti ad esempio dal PC di Boemia e Moravia (presente
come osservatore nella SE) per avviare processi ricompositivi
sono stati stroncati sul nascere dalle componenti più
apertamente anti-comuniste della Sinistra Europea, mentre
i settori più moderati della Linke (in sintonia con
l’italiana Sinistra e Libertà) guardano ormai
apertamente ad un processo sia pure graduale e a tappe di
ricomposizione con la socialdemocrazia europea e più
in generale con l’Internazionale socialista.
9) I risultati delle elezioni europee del
giugno 2009 e – quattro mesi dopo – quelli delle
elezioni nazionali in Germania, Portogallo e Grecia, sono
stati in proposito un test importante per valutare lo stato
del movimento comunista nell’area UE, che si era già
evidenziato via via nell’ultimo decennio (e non solo
sul piano elettorale), ma che oggi si presenta con una tale
evidenza da non poter essere più rimosso.
Ne è uscita sostanzialmente demolita
la tesi per cui – nel contesto europeo - una forza
comunista, rivoluzionaria, leninista, che respinga ogni
suggestione socialdemocratizzante, governista e adattativa,
sia inevitabilmente destinata al declino e alla marginalità.
Si dimostra vero il contrario, a condizione ovviamente che
il profilo politico-ideologico di un partito si accompagni
sempre alla sua capacità di radicamento sociale,
innanzitutto nel mondo del lavoro e tra i giovani. E’
ciò che dimostrano in particolare – sia pure
nella loro diversità - i risultati del KKE e del
PCP, che proprio in questi ultimi anni raggiungono sul piano
elettorale alcuni dei migliori risultati di tutta la loro
storia, oscillanti tra il 7 e il 10% (nelle elezioni politiche
ed europee), e con ulteriori incrementi nelle elezioni amministrative.
Il KKE sfiora oggi i suoi massimi storici
anche rispetto alla fase “eroica” seguita alla
caduta del regime dei colonnelli (in cui raggiunse il 9%
alle politiche); e ciò, nonostante esso abbia poi
subito la scissione del 1991, provocata dall’ala post-comunista
del partito, da cui si sviluppò l’esperienza
del Synaspismos, che sarà poi uno dei partiti fondatori
della Sinistra Europea. Il KKE ottiene tradizionalmente
i suoi migliori risultati nelle aree metropolitane, con
punte del 15-20% nei quartieri operai e popolari. Mentre
il Synaspismos ottiene risultati migliori tra le classi
medie e in alcuni settori della gioventù studentesca.
Un ragionamento analogo, di ordine storico-politico e di
rappresentanza sociale, può essere fatto per il PCP
(e specularmene per il Bloque de Esquerda), con l’aggiunta
che i comunisti portoghesi conservano una forte egemonia
nella CGTP, il sindacato di classe portoghese largamente
maggioritario nel mondo del lavoro.
10)Tutto ciò è particolarmente
significativo, per due ragioni almeno :
-perché la situazione di oggi, per i comunisti e
le forze di sinistra anticapitalistica europee è
sicuramente più sfavorevole che non negli anni ’70
e ’80. Oggi tutto il contesto dell’Unione europea
si è spostato più a destra. E ciò fa
risaltare doppiamente il valore del risultato elettorale
delle forze comuniste e rivoluzionarie che tengono o avanzano;
-perché - diversamente da ciò che sta avvenendo
in Spagna, in Francia e in Italia (prima con l’Arcobaleno
ed oggi con le persistenti resistenze a procedere sulla
via della ricostruzione di un partito comunista unito, unitario
e rivoluzionario) - nei contesti portoghese e greco l’avanzata
o la tenuta complessiva e simultanea delle sinistre (ivi
compresi il Synaspismos e il Bloque de Esquerda) avviene
senza pasticci, confusioni di ruoli, diluizioni o minacce
all’autonomia e all’identità dei diversi
soggetti in campo. Anzi: essa avviene nel quadro di una
forte ripresa di partiti comunisti e rivoluzionari, fortemente
ancorati alla classe operaia, con una grande cura per l’organizzazione
ed il radicamento nei conflitti sociali, con una forte caratterizzazione
anticapitalista e antimperialista, nettamente avversi alla
NATO e all’Unione europea, alternativi sia alla destra
che al moderatismo di centro-sinistra. Attenti, non solo
a parole, all’organizzazione sindacale e politica
delle nuove fasce di immigrazione. Partiti caratterizzati
da una linea di opposizione strategica agli attuali assetti
di sistema, scevri da suggestioni neo-governiste e di alternanza,
fortemente impegnati in un difficile processo di ricostruzione
di un coordinamento dei partiti comunisti e operai su scala
mondiale.
Non è un caso se, proprio nei paesi
dove esistono partiti di questa natura, la crisi della socialdemocrazia
apre spazi a sinistra, non solo per i comunisti, ma anche
per forze di sinistra radicale non comunista; e tutto ciò
sposta più a sinistra il baricentro politico di quei
paesi.
11)Assai diverso è stato il percorso
dei partiti che storicamente provengono dal filone euro-comunista
(in Spagna, in Italia, in Francia) e che nel corso degli
anni – in nome dell’innovazione o della mutazione
- hanno via via modificato la loro natura antagonista e
rivoluzionaria, hanno diluito la proprio identità
e autonomia, hanno assunto nel loro patrimonio strategico
tesi “governiste” e suggestioni derivanti dal
patrimonio della socialdemocrazia; e che non solo sono andati
incontro a crolli elettorali e indebolimenti drammatici
del loro insediamento sociale e politico di classe, ma si
trovano addirittura oggi a rischio di sopravvivenza. Così
come sarebbe bene, in Italia, non dimenticare mai che la
gran parte del vecchio gruppo dirigente dell’ultimo
PCI oggi si ritrova alla testa di un partito indecente come
il Partito Democratico…
12)A distanza di oltre 30 anni dalla breve
stagione eurocomunista, se valutiamo con obbiettività
i diversi itinerari che hanno contraddistinto la storia
dei cinque maggiori partiti comunisti dell’Europa
occidentale (la situazione nell’Europa dell’Est,
che in parte comprende anche il caso tedesco, richiede un
approccio diverso), un elemento risalta. E cioè che,
mentre la vicenda del comunismo italiano, spagnolo e francese
degli ultimi decenni è stata complessivamente e prevalentemente
segnata dalla crisi, dal declino, in taluni casi dall’auto-dissoluzione,
nella vicenda del comunismo greco e portoghese – senza
indulgere ad alcun trionfalismo acritico o alla proposizione
di modelli – prevale comunque un elemento di tenuta
strategica, identitaria e di organizzazione, di radicamento
sociale e di classe, di inequivoca collocazione antimperialista,
di ripresa anche elettorale su livelli (7-10%) che oggi
sarebbero considerati invidiabili dai partiti che si richiamano
al comunismo negli altri tre paesi citati, e che viceversa
attraversano una crisi profonda, come non mai..
E non si dica che la spiegazione fondamentale
risiede nel diverso grado di sviluppo economico e culturale
di questi cinque paesi, come se Francia, Italia e Spagna
appartenessero al mondo sviluppato e Grecia e Portogallo
al terzo mondo.
I processi di integrazione europea e di mondializzazione
anche culturale e informatica rendono oggi questi cinque
paesi assai meno distanti tra loro di quanto non lo fossero
20 o 30 anni fa. E non direi che un giovane operaio o studente
di Atene e di Lisbona siano oggi qualitativamente diversi
dal loro omologo di Madrid, Roma o Parigi: non al punto
da fare di questa diversità la base oggettiva necessitata
e durevole della diversa condizione dei partiti comunisti
dei rispettivi Paesi.
La spiegazione essenziale va invece probabilmente
ricercata nel diverso profilo politico, strategico e identitario,
nella diversa capacità di costruzione di un radicamento
sociale, soprattutto operaio e giovanile, dei gruppi dirigenti
che in questi decenni hanno caratterizzato i partiti comunisti
di questi diversi Paesi. E ciò - lo ripeto a scanso
di equivoci per i tanti sordi che si ostinano a non voler
sentire e preferiscono sottrarsi ad un confronto non caricaturale
- non significa in alcun modo indicare modelli “unici”,
validi in ogni tempo e in ogni luogo (tanto più che
PCP e KKE non sono la fotocopia l’uno dell’altro).
13)Il dato elettorale non è certo
l’unico per valutare la condizione e l’influenza
di un partito politico che si propone la trasformazione
radicale della società: esso va comparato alla densità
del suo radicamento sociale (un partito d’opinione
è esposto a modifiche repentine del suo consenso
elettorale, un partito con un forte radicamento organizzato
e sociale assai meno), alla sua capacità di mobilitazione,
alla maggiore o minore difficoltà insita nei diversi
sistemi elettorali, alla maggiore o minore incidenza di
dinamiche politico-elettorali bipolari, ecc…Ma sarebbe
ingenuo e fuori dalla realtà, soprattutto in situazioni
non rivoluzionarie e in paesi capitalistici ad elevato sviluppo,
sottovalutare il dato dell’influenza elettorale e
della presenza istituzionale, anche ai fini dell’autofinanziamento
e della presenza mediatica.
Così come è poco rigoroso
e anche un po’ opportunistico ed elusivo analizzare
i risultati elettorali in Europa mettendo in un unico sacco
i risultati di partiti comunisti rivoluzionari e antimperialisti,
contro cui si accanisce da anni una campagna politica, ideologica
e mediatica forsennata, anche da parte della socialdemocrazia;
ed i risultati di formazioni di sinistra radicale che godono
in alcuni paesi (ad esempio in Grecia e Portogallo, dove
essi competono coi rispettivi partiti comunisti), di campagne
medianiche interessate, volte ad impedire che il malcontento
di larghi settori operai, popolari e giovanili per le politiche
neo-liberali dei governi di centro-destra e di centro-sinistra
possa confluire in un voto ai comunisti, e preferiscono
che esso si indirizzi verso formazioni di sinistra più
“addomesticabili” e meno radicate socialmente
nella lotta di classe. E’ un fenomeno che conosciamo
bene anche noi in Italia, ove si consideri ad esempio il
diverso trattamento (soprattutto da parte dei media influenzati
dal PD) riservato alla lista comunista unitaria rispetto
alla vendoliana Sinistra e Libertà.
Anche i risultati di queste formazioni
di sinistra non comunista sono importanti, a cominciare
da quello assolutamente inedito e imparagonabile della Linke
tedesca, non solo per l’assoluta peculiarità
della situazione tedesca (nelle regioni orientali un sondaggio
di pochi giorni fa indica che i due terzi della popolazione
rimpiange la DDR…), ma anche per il peso che la Germania
riveste nel contesto europeo. Ma, quando analizziamo le
dinamiche che si sviluppano a sinistra dei grandi partiti
socialdemocratici europei, evitiamo di parlarne come di
una “notte in cui tutte le vacche sono nere”.
* articolo in uscita sul prossimo numero di Marxismo
Oggi
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