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Bhopal, India, 3 dicembre 1984 - Una nube tossica provoca una catastrofe: decine di migliaia di morti.
É la Union Carbide, ora Dow Chemical, a causare la strage
di Bhopal.
Metil-isocianato è la sostanza che si sprigiona dalle
ciminiere di Bhopal e che
causa 20mila morti e 500mila invalidi.
Dalle ciminiere
della Union Carbide
si sprigiona una nube di fumo impalpabile e dall’odore
acre. Gli abitanti della baraccopoli sono abituati a frequenti
fughe di gas tossici, (l’impianto di allarme è stato
disattivato perché suonava in continuazione), ma questa
volta la concentrazione tossica nell’aria è maggiore.
Migliaia di volte maggiore.
20.000 vittime,
mezzo milione di invalidi.
Il presidente
della Union Carbide
e responsabile dell'impianto, Warren Anderson, si
renderà latitante...
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Diciotto anni
dopo la strage, la Union Carbide
non aveva ancora iniziato la bonifica del territorio, e
anzi esigeva l’intervento della polizia contro gli ecologisti
che avevano provocatoriamente iniziato in proprio la bonifica
della fabbrica.
Addirittura,
il governo Indiano proponeva per Anderson una variazione
del capo di imputazione, da “omicidio” a “negligenza”.
Dopo tanti
anni, le vittime di Bhopal non
sono ancora state risarcite dalla Dow
Chemical, la quale rifiuta di
bonificare la zona inquinata e di disporre tutele per la
popolazione malata.
Una piccola
storia di una multinazionale.
Il 4 agosto
1999 la Dow Chemical
Company annuncia la scalata alla Union
Carbide, delineando con questa acquisizione il secondo polo
chimico del mondo.
La Dow Chemical Company è nota in tutto
il mondo per aver inventato “l’agente Orange”, un’arma chimica
basata sulla struttura molecolare delle diossine, usata
ufficialmente in funzione di defoliante per le operazioni
militari in Vietnam dal 1962 al 1971, arma che ha dimostrato
il suo effetto geneticamente devastante: a tutt’oggi decine
di migliaia di bambini Vietnamiti nascono malformati.
Qualche utile
informazione sull’agente di distruzione Orange.
Si tratta di
un’arma di distruzione di massa, in possesso della nazione
democratica e pacificatrice del mondo, gli Stati Uniti d'America!
Non è stato un “agente segreto”, l’Orange, anche se per
lunghi anni coloro che ne hanno fatto uso volutamente e
scientemente ne hanno nascosto gli effetti sulle popolazioni
e sull'ambiente.
Questa arma
chimica di distruzione di massa è stata irrorata in modo
pesante su tutto il Vietnam, secondo la parola d’ordine
“we will smoke them
out”, noi li staneremo con il fumo; bisognava “stanare”
i combattenti resistenti Vietcong dai loro rifugi, come
è stato fatto in anni successivi anche nelle grotte Afgane.
Per queste
operazioni, trent’anni fa, gli Stati Uniti hanno impiegato
72 milioni di litri di defolianti ed erbicidi, 100.000 tonnellate
di bombe al napalm e al fosforo bianco, oltre a gas nervini
e ad altre armi non convenzionali.
Gli agenti
chimici venivano riforniti
da Monsanto, Dow Chemical, Hercules, Uniroyal,
ecc.
Un medico vietnamita,
Le Cao Dai, ha recentemente pubblicato un libro “Agent Orange in the Vietnam War-Story and Consequences”, in cui denuncia fatti e misfatti di quei veleni
potenti; il peggiore di tutti per persistenza e per i suoi
effetti sull’uomo, sugli animali, e sull’ambiente, e dunque
sulla catena alimentare e sui biochimismi
cellulari, resta l’agente Orange.
La diossina
2,3,7,8-tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD), composto organico
clorurato, risulta altamente tossica, tanto da essere assolutamente
proibita come diserbante per uso agricolo.
Per la diossina
non si conoscono ne’ antidoti ne’ agenti decontaminanti
di sicura efficacia, data la sua struttura molecolare altamente
stabile e resistente agli acidi e agli alcali.
Sono stati
confermati anche effetti cancerogeni e mutageni, oltre ad
effetti immediati di tossicità, come la cloroacne
devastante la cute, o proiettati nel tempo.
Prova ne sia,
un nostro paradigmatico evento Italiano.
Poco dopo mezzogiorno
del 10 luglio 1976, nello stabilimento chimico dell’Icmesa di Meda, in provincia di Milano, una valvola
di sicurezza di un reattore esplode provocando la fuoriuscita
di alcuni chili di diossina nebulizzata; il vento disperde
la nube tossica verso est, soprattutto sulla confinante
cittadina di Seveso, in Brianza.
Tutta la zona
di Seveso-Meda in provincia di
Milano, risultava contaminata.
È un dramma che coinvolge migliaia di persone, oltre che di Severo, anche
dei comuni vicini. Cominciano le tappe della vicenda: le
evacuazioni dalla cosiddetta zona A, l’esercito sfolla 733
cittadini, crescono le ansie per un fenomeno senza precedenti.
I dirigenti della “fabbrica dei profumi”, controllata dal colosso svizzero
Givaudan, cercano di minimizzare, eppure gli effetti della
diossina si fanno vedere.
La cloracne
è il sintomo più eclatante dell’esposizione alla diossina,
colpisce la pelle, soprattutto del volto; se l’esposizione
è stata prolungata si diffonde su tutto il corpo. Si presenta
con comparsa di macchie rosse che evolvono in bubboni pustolosi
giallastri, orribili a vedersi e di difficile guarigione,
e la pelle cade a brandelli.
La diossina non vuole lasciare in pace Severo, nemmeno a trentatre anni dal
disastro ambientale.
“A rischio tumori non sono soltanto le persone direttamente esposte, perché
abitavano lì al momento dell’incidente, ma anche quelle
arrivate dopo e i nati da donne esposte alla contaminazione”.
A questa conclusione sono arrivati Angela Pescatori e Pier Alberto Bertazzi, ricercatori della “Fondazione Ospedale Maggiore
Policlinico Mangiagalli e Regina
Elena” di Milano, che vedono pubblicato su una prestigiosa
rivista scientifica internazionale, l’“Environmental
Health”, uno studio in cui sono
comprovati gli effetti della cancerogenicità della diossina
di Seveso anche sulle generazioni future.
Le analisi prendono in considerazione una fascia temporale
che spazia tra il 1977, in pratica l’anno successivo all’incidente
dell’Icmesa, e il 1996.
Al centro dell’attenzione ci sono le forme tumorali riscontrate
negli abitanti residenti in zona “A”, ad altissima concentrazione
di diossina, “B”, ad alta concentrazione, “R”, bassa, il
tutto paragonato a una zona franca dall’inquinamento.
Nella zona a più alta concentrazione di diossina la media dei tumori al seno
femminile è nettamente più alta che nel resto del territorio
e comunque della media nazionale Italiana. Altro aspetto
da sottolineare: i nati da donne esposte alla contaminazione
da diossina corrono un rischio sei volte maggiore di avere
disfunzioni tiroidee rispetto ai coetanei di donne non esposte.
Questo effetto è emerso in particolare da uno studio del ricercatore
Andrea Baccarelli dell’Università
di Milano.
È stato dimostrato che il rischio di tumori linfatici e
del sangue non si ferma alle zone ad alta contaminazione,
ma tocca anche gli abitanti nelle aree limitrofe, anche
meno contaminate.
“Non sono a rischio solo le persone presenti al momento dell’incidente, ma
anche quelle arrivate dopo”.
A rigor di logica l’anomala e preoccupante concentrazione di tumori dovrebbe
riguardare al limite chi ha vissuto nella zona “A”. Ma dicono
che l’area “A” sia stata bonificata, il terreno asportato,
le case rase al suolo, e quindi la gente arrivata in un
secondo momento può aver abitato solo in altri punti di
Seveso. Le persone “arrivate dopo”, perché dovrebbero correre
rischi? Il rischio non dovrebbe essere temporalmente specifico?
Fino a quando la diossina colpirà ancora?
E tutto questo
per una decina di chilogrammi di diossina nebulizzata sull’area
di Seveso. Sulla foresta Vietnamita
sono stati irrorati 44 milioni di litri di agente
Orange, pari a 170 chilogrammi di diossina!
Lo scopo delle
irrorazioni era duplice, quello di “stanare il nemico” e
quello di inibirne i raccolti e prenderlo per fame, contro
tutte le convenzioni internazionali sul diritto bellico
umanitario.
Il medico Le
Cao Dai produce dati inoppugnabili,
che attestano che ancora dopo tanti anni 100.000 adolescenti,
nati dopo un lungo periodo dalla fine del conflitto, soffrono
di gravi patologie, e come complessivamente un milione di
vietnamiti abbiano patito per la tossicità da diossina.
Ogni anno migliaia di bambini nascono con malformazioni
e patologie, e molte migliaia di adulti sviluppano malattie
e forme tumorali dovute all'azione dell’agente Orange.
Ma l’Orange
ha aggredito anche i militari americani presenti in Vietnam,
e i reduci veterani e le loro famiglie hanno intentato azioni
legali alle compagnie produttrici dei veleni irrorati usati
nella
guerra chimica.
Alla fine 70.000 danneggiati sono stati riconosciuti dai tribunali come colpiti dall’Orange e hanno
ricevuto congrui indennizzi.
Ma chi indennizzerà
il popolo del Vietnam?
Sicuramente
le malformazioni e le malattie peseranno sulle teste dei
Vietnamiti non si sa per quanto tempo, dato che l’azione
teratogena e mutagena può apparire anche nelle generazioni
future.
Ciò nondimeno,
la Dow Plastic, settore plastico
della Dow Chemical, ha ricevuto riconoscimenti
internazionali per il suo aiuto al piano VNAH , Assistenza
agli Handicappati Vietnamiti. Qualcuno si era probabilmente
dimenticato che quegli handicap erano stati provocati da
alcune delle invenzioni belliche della stessa multinazionale,
che ora andava fiera di tanto generoso aiuto…vampirizzazioni..!
E questo può
bastare per capire quanto infame e ipocrita sepolcro imbiancato
sia stato il guerrafondaio Presidente USA Bush, che cercava
in altri paesi armi di distruzione di massa, quando le teneva
ben conservate nei suoi magazzini chimici e nei suoi arsenali!
Torniamo in India.
Riassumendo:
nel 1984 la Union Carbide
con nubi di metil-isocianato inonda
la baraccopoli di Bhopal, il suo
massimo dirigente si dà alla macchia, alcuni anni dopo la Dow Chemical la assorbe, la stessa
multinazionale nega i risarcimenti agli Indiani.
Ma la storia
ha anche un suo tragico paradosso. La Dow
Chemical fa causa alle sue vittime: questa incredibile vicenda
viene denunciata da Greenpeace. La Dow,
che nel 2001 si è fusa con la Union
Carbide, ha chiesto 10 mila dollari
ai sopravvissuti della tragedia di Bhopal. Questi si sarebbero resi colpevoli di aver interrotto
il lavoro della Compagnia a Bombay, avendo promosso una
manifestazione di due ore davanti alla sua sede.
Si tratta di
un ulteriore tassello della tragedia che continua a colpire
gli abitanti di Bhopal, dopo la catastrofe ambientale avvenuta nella notte
fra il 2 e il 3 dicembre del 1984, per l’esplosione della
fabbrica di
pesticidi, dovuta ai tagli sulle misure di sicurezza: dopo
la fuoriuscita di 40 mila tonnellate di gas letali, tra
cui isocianato di metile e acido cianidrico, il bilancio
è stato di 8 mila morti nei primi tre giorni, con mezzo
milione di persone seriamente intossicate.
Nel corso degli
anni si calcola che siano deceduti almeno 20 mila abitanti,
e che ancora oggi ne muoia uno al giorno per le conseguenze
di quel disastro. Il numero immediato delle vittime fu altissimo,
ma le conseguenze della tragedia furono sicuramente peggiori.
Attualmente
l’area del disastro non è ancora stata bonificata e l’impianto
è rimasto nelle condizioni di 25 anni fa, con i prodotti
letali ancora stoccati in bidoni che fanno fuoriuscire il
loro contenuto tossico. Di conseguenza vengono inquinate
le falde acquifere e i campi coltivati: altissimo è ancora
adesso il numero di tumori, aborti, e malformazioni neonatali.
Per indennizzare
le vittime qualche anno fa è stato stipulato un accordo
vergognoso fra il governo Indiano e la Compagnia, su una
base di 473 milioni di dollari, pari ad una media di 400
dollari per persona colpita. Si tratta di briciole, considerando
il fatturato annuo pari a 26 miliardi di dollari della Dow Chemical, che ha acquisito la
Union Carbide
con tutte le sue attività
e benefici, ma che dovrebbe accollarsi anche le passività
e le responsabilità del disastro.
Chiaramente
gli abitanti di Bhopal si sono
dichiarati insoddisfatti.
Pertanto, dopo
vent’anni dalla catastrofe, alcune centinaia di donne hanno
sfilato sotto la sede della Dow
Chemical, a Bombay, chiedendo
alla multinazionale americana di non ignorare le sue responsabilità.
Le donne hanno
consegnato campioni di terra e acqua inquinata, prelevati
dai dintorni della fabbrica dismessa e abbandonata; le donne
avevano in mano le “Jhadoo”, le scope tradizionali simbolo della protesta femminile,
che volevano ricordare alla Dow
la necessità di una bonifica del territorio.
Tra le altre
richieste, indennizzi più elevati, ma soprattutto l’estradizione
dagli Stati Uniti di quel Warren Anderson, responsabile
legale dell’impianto della morte, tuttora ricercato dall’Interpol.
Le donne venivano
ricevute da un funzionario della Dow,
che le rassicurava che le loro rivendicazioni sarebbero
state poste all’attenzione delle “alte sfere” della multinazionale.
La risposta
di queste “alte sfere” è stata la richiesta di 10 mila dollari
di danni per “perdita di lavoro”!
Ecco come nel
2004 la giornalista Elisabetta
Rosaspina del “Corriere della Sera” di Milano ricordava
il disastro di Bhopal. Un articolo per rivitalizzare il
ricordo e la condanna.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2004/12_Dicembre/02/bhopal.shtml
Bhopal vent'anni dopo. 555 dollari per il
silenzio. I sopravvissuti aspettano ancora i soldi della
Union Carbide.
In cambio, dovrebbero impegnarsi a mettere fine alle proteste.
Bhopal - La tosse: per Arman,
Raju e Ajju,
che hanno 20 anni nel 2004, è la colonna sonora della loro
vita. La tosse dei loro padri, delle madri, dei fratelli,
delle sorelle, e dei vicini, oltre le sottili tramezze.
Notte e giorno, estate e inverno, le pareti nude di casa
riecheggiano di colpi di tosse. Non arriva e non arriverà
mai quello liberatorio, quello che riuscirà a espellere
il male dai bronchi sconquassati.
Sopravvivere
alla catastrofe chimica del 3 dicembre 1984 non è stato
un grande affare: 240 mesi di tosse e fame e, adesso, 555
dollari e 55 centesimi a testa per smettere di protestare.
Per lasciar finalmente sbiadire sui muri la scritta “Hang Anderson”, “impiccate Anderson”,
rinfrescata ancora ieri e riferita a Warren, l’ex amministratore
delegato della Union Carbide,
la fabbrica americana di pesticidi che ha trasformato una
delle più belle e secolari città dell’India centrale in
un assordante lazzaretto di tisici inguaribili.
Venticinquemila
rupie per smettere di lamentare cecità, nausee, vomiti e
fitte al petto. Per lasciare che il mondo dimentichi il
nome di Bhopal e le cifre mai
precisate della strage.
Tra i sedicimila
e i trentamila morti, mezzo milione di superstiti malconci,
150 mila coi polmoni sfiniti e gli occhi cauterizzati dalla
grande ustione chimica. E nessun processo per stabilire
come sia accaduto.
Arman, Raju e
Ajju, classe 1984, come la fuga di 40 tonnellate di gas, sono
amici d’infanzia, cresciuti insieme nelle strade di terra
battuta e pozzanghere di Congress
Nagar, il quartiere musulmano
a sud del vecchio stabilimento. Il destino loro e del vicinato
quella notte tra il 2 e il 3 dicembre fu deciso dal vento
che inseguì i fuggitivi verso
meridione, con la sua nube carica di isocianato di
metile, lo sterminatore di parassiti campestri, implacabile
ingrediente di una miscela brevettata dalla Union
Carbide col marchio “Sevin”.
L’efficacia
collaudata sugli insetti nei laboratori della Virginia occidentale
diventò evidente, senza microscopio, ingigantita a misura
d’uomo in India. Non erano cocciniglie e pidocchi a contorcersi
nell’erba e nell’asfissia. Donne, uomini, bambini soffocavano
nel loro sangue e nel loro vomito, bruciavano senza fuoco.
Minuti, ore, giorni, mesi, anni: l’agonia si rivelò di proporzioni
variabili. Proprio quanto le stime del disastro, delle conseguenze
e delle responsabilità. E dell’impennata di tumori.
Vent’anni di
congetture, che ad Arman, Raju
e Ajju non interessano granché:
vogliono solamente 555 dollari e spiccioli ciascuno, al
più presto. “Perché senza quei soldi non possiamo far nulla”
dice Arman, il più loquace del
terzetto, accovacciato sul pavimento di casa accanto al
padre, Feroz, venditore di farina, che dorme avvolto in una vecchia
coperta.
Per i loro
1.666 dollari e rotti, i tre ragazzi hanno piani precisi
e comuni: “Prima cure mediche private e poi il business”.
Il business? “Sì, un negozio. O un’altra attività, che ci
permetta di farci anche una famiglia”. Con una ragazza di
Bhopal? “Quelle di fuori sono più sane, - parla chiaro Arman, con un guizzo astuto negli occhi - molte ragazze qui
invecchiano senza un marito. A meno che siano molto belle
e molto ricche”.
I tre amici
riscuoteranno probabilmente i loro soldi prima di compiere
i 21 anni, e da quel momento nulla potranno più pretendere
o rivendicare per la loro infanzia bruciata e la loro adolescenza
rubata al calcio, al cricket, alla scuola: “Siamo cresciuti
analfabeti e deboli”, apre bocca finalmente il timido Raju.
Il quotidiano
locale, “Sandhya Prakash”,
pubblica l’elenco dei convocati il giorno dopo in
tribunale,
per la distribuzione degli assegni di risarcimento: le vendite
sono triplicate, come il prezzo del giornale, da due a sei
rupie. Dieci centesimi di euro ben spesi per quanti scopriranno
di poter incassare, vent’anni dopo, il corrispettivo della
loro salute.
O dei loro
morti: fino a un massimo di 100 mila rupie, 2.222 dollari
e 22 centesimi, per un genitore o un figlio perduti. E’
la somma riconosciuta a 3.017 vittime. Respinte altre 12
mila richieste.
Non sono pochi
soldi, ma si dissolvono subito nelle mani inesperte dei
poveri, se arrivano a destinazione. E’ già successo con
la prima rata, anticipata dal governo indiano tra il 1991
e il ’96: “Molti si sono comprati il televisore o sono stati
spogliati dagli avvocati”, racconta Rachna
Dhinagra, portavoce della Campagna
Internazionale Giustizia per Bhopal.
Ora che la
Corte Suprema indiana ha sbloccato i 327 milioni di dollari
depositati dalla Union Carbide per 566 mila vittime,
si cerca di scongiurare lo sperpero: “Stiamo organizzando
gruppi di assistenza finanziaria - annuncia Rachna
-, suggeriamo di investire in azioni delle Poste Indiane,
che rendono il 9 per cento, o di costruire una casa con
pannelli a energia solare”.
Nata 26 anni
fa a Delhi e cresciuta per 21 a Detroit, Rachna
ha abbandonato una carriera di consulente informatica in
un’azienda americana quando ha scoperto che la sua prima
cliente sarebbe stata la Dow Chemicals, il colosso che aveva
assorbito la Union Carbide.
E’ tornata
in India e ora lavora alla Sambhavna
Gynecological Clinic for Survivors, il Day hospital fondato
dallo scrittore Dominique Lapierre con i diritti d’autore
dei suoi successi: “La città della gioia”, “I mille soli”
e, naturalmente, “Mezzanotte e cinque a Bhopal”.
Lapierre è
arrivato ieri sera, trionfalmente accolto dall’armata di
superstiti e attivisti. Le portabandiera sono due cinquantenni,
Rashida Bee
e Champa Devi Shukla, che hanno brandito minacciosamente le loro scope sotto
le sedi della Dow Chemical
di mezzo mondo, finché non hanno spuntato i risarcimenti.
Contente? “No, vogliamo che i dirigenti della Dow
vengano qui, in ginocchio - risponde Rashida
-. Ci riusciremo. Devono ripulire la fabbrica abbandonata”.
Le scorie tossiche
sono filtrate nel sottosuolo, hanno raggiunto la falda freatica,
che disseta 14 comunità nel raggio di due chilometri: “Ventimila
persone si stanno avvelenando giorno dopo giorno”, Rachna
cita analisi e studi concordi.
La battaglia
legale continua, come la tosse, come la contaminazione,
come le marce e gli scioperi della fame. Perché continua
a uccidere ancora il killer, evaso a mezzanotte e cinque
del 3 dicembre 1984, da un sistema di sicurezza governato
al risparmio. Un killer che, da vent’anni, non fa differenza
fra uomini e pidocchi.
Rachna Dhingra,
la portavoce della Campagna Internazionale Giustizia per
Bhopal (ICJB) citata
nel precedente articolo, è stata
intervistata di recente (10 novembre 2009) dalla “Coalition against Bayer Dangers (Germany)”, una organizzazione scientifica che denuncia i pericoli
prodotti dalle attività della tedesca Bayer Corporation.
“Bhopal è una storia di avidità e di profitto d’impresa”
Intervista con Rachna Dhingra, International Campaign for Justice
in Bhopal (ICJB)
Rachna Dhingra, 32 anni,
originaria di Delhi, aveva solo sei anni quando il peggior
disastro industriale mai successo al mondo colpiva Bhopal
nel 1984.
Ha studiato negli
Stati Uniti e con altri studenti ha costituito un’organizzazione
per tenere viva l’attenzione sul disastro prodotto dai gas
tossici a Bhopal. Rachna
si è laureata in scienze economiche nel 2000 e nel gennaio
2003 è andata a vivere a Bhopal.
Attualmente costituisce un punto di forza nella campagna
internazionale e locale all’interno del Bhopal
Group of Information and Action.
Prima di ritornare
in India, operava come associata con la Dow
Chemical, la società capogruppo della Union
Carbide Corporation.
Noi l’abbiamo incontrata
a Leverkusen/Germania, sede del
quartier generale globale della Bayer Corporation.
Rachna, qual’è la tua
motivazione personale per questo impegno nell’International
Campaign for
Justice in Bhopal?
Io amo quello che
sto facendo. Per me non è un sacrificio, ma qualcosa che
mi aiuta a dormire meglio alla notte senza alcun rammarico.
Quello che mi angustia di più è che, anche dopo 25 anni
dal disastro, il governo permetta alla gente di bere acqua
contaminata. Nella sua vita, ogni persona si dà delle motivazioni. Per me è stato questo fatto, che la Compagnia
per cui stavo lavorando era più preoccupata per i profitti
che non per la vita della gente.
Sono venuta a lavorare
a Bhopal con i sopravvissuti,
che si sono impegnati in una lotta per migliorare le loro
condizioni sanitarie, per avere acqua potabile pulita e
per la messa in stato di accusa degli individui e delle
imprese responsabili del disastro.
Un quarto di secolo
è tanto tempo per aspettare giustizia, ma sono fiduciosa
che alla fine tutti otterranno giustizia.
Perché hai deciso
di compiere questo tour in autobus per il 25.esimo anniversario
del flagello di Bhopal?
Per indicare alla
gente che non siamo in presenza solo di un disastro successo
25 anni fa, ma di una catastrofe che continua anche ai giorni
nostri. Per viaggiare fra la gente in Europa ed informarla
che la vicenda di Bhopal non è
solo ristretta a Bhopal, ma è
una storia di avidità e di profitto di imprese che pongono
il profitto prima della vita delle persone e dell’ambiente.
Il tour in autobus
è un modo facile per viaggiare attraverso molti paesi, per
fermarsi in piccoli contesti urbani e stringere collegamenti
con altre comunità che stanno combattendo battaglie simili.
Questo Bus-Tour avviene anche per suscitare consapevolezza
e procurare finanziamenti per la clinica Sambhavna,
che fornisce le migliori cure mediche, e gratuitamente,
alle persone intossicate dalla Union
Carbide. Per maggiori informazioni
o per fare donazioni, vi prego di visitare il sito
www.bhopal.org.
L’anno scorso, siete
passati anche per l’impianto della Bayer ad Institute/USA,
l’“impianto gemello” di quello di Bhopal, dove nel 2008 è avvenuta una impressionante
esplosione. Quali sono state le reazioni al vostro apparire
ad Institute?
Questo è stato uno
dei pochi posti nel nostro viaggio attraverso gli Stati
Uniti dove siamo entrati in contatto con un’altra comunità
colpita. É stato veramente emozionante e sconvolgente vedere
che nessuna lezione era stata imparata dal disastro di Bhopal.
Tutti noi eravamo
estremamente rattristati nel vedere la vicinanza degli impianti
ai quartieri residenziali. Appena si entra in città, la
puzza delle sostanze chimiche tossiche ti inghiotte e non
ti abbandona mai fino al momento che lasci la città.
Dopo avere parlato con molti cittadini, ero colpita
dal riconoscere le caratteristiche comuni di disturbi fisici
che donne e bambini stavano soffrendo per il lento avvelenamento
prodotto dagli impianti della Bayer.
Ad Institute si sta male come a Bhopal!
Non sono state condotte
significative e specifiche ricerche da parte di agenzie
scientifiche e mediche sull’inquinamento dell’acqua, sui
quozienti di morbilità e di cancro. Proprio come a Bhopal,
ad Institute sono le persone povere
e di colore che stanno soffrendo di più.
Perchè hai fatto una vista anche a Leverkusen, casa madre del quartier generale globale della
Bayer?
Una delle principali
ragioni della mia vista a Leverkusen
è stata quella di poter raccontare poi come si vive a Leverkusen e di riferire
ai lavoratori dell’industria il tipo di azioni delittuose
che la Bayer sta commettendo in altri paesi. Noi desideriamo
che i cittadini di Leverkusen sappiano che ALTRE BHOPALS non devono succedere
più da nessuna parte e nessuno più deve soffrire quello
che la gente di Bhopal ed Institute stanno soffrendo.
Rachna ha incontrato anche dei cittadini
di Bhopal residenti attualmente
a Leverkusen
Attualmente,
quali sono i problemi più duri che si presentano a Bhopal e quali sono le richieste più importanti?
In questi 25 anni
di sofferenze umane senza fine, più di 25.000 persone sono morte. Ognuna del mezzo
milione di persone esposte alla nube tossica e i loro bambini
hanno perso un parente, un amico o un vicino.
Un quinto di più di mezzo milione di persone esposte
rimane colpito da una serie di disturbi fisici e mentali
a causa dell’esposizione tossica. Decine di migliaia di
bambini nati dopo il disastro soffrono di disturbi della
crescita e dello sviluppo, centinaia di bambini sono nati
con difetti congeniti derivati dai loro genitori, che avevano
subito l’esposizione ai veleni della Carbide attraverso i gas e tramite l’acqua delle falde contaminate
dai rifiuti chimici tossici prodotti dalla fabbrica.
In questi 25 anni
di crimini d’impresa, il peggior massacro
industriale nella storia del mondo, i funzionari, individualmente,
e le imprese, accusati di omicidio colposo, della crudele
aggressione chimica e di altre accuse per reati vari, che
non vengono sottoposti a giudizio dai tribunali Indiani,
rimangono impuniti.
Nel frattempo, il
principale accusato continua a fare affari in India tramite
la Dow Chemical Company, di cui attualmente
è proprietario. La richiesta di estradizione per Warren
Anderson, ex Presidente e principale accusato di falsa testimonianza
nel corso del procedimento penale, viene negata dai Dipartimenti
di Stato e della Giustizia degli Stati Uniti.
In questi 25 anni
di governi immanicati con le corporation, più di 17 anni sono passati e la messa in stato di
accusa esige l’estradizione dei rappresentanti dell’Union
Carbide, attualmente una corporation
con sede negli Stati Uniti, che sta rendendosi latitante
presso i Tribunali Indiani.
Il governo è venuto
meno dall’accusare di corruzione, un illecito punibile penalmente,
la Dow
Chemical che ha ammesso di pagare migliaia di dollari in bustarelle
a favore di funzionari governativi Indiani per la registrazione
di pesticidi. Il governo ha giocato un ruolo attivo nell’aiutare
l’Union Carbide a vendere la sua tecnologia
e i suoi servizi in India, mentre si rendeva latitante presso
le Corti Indiane.
In questi 25 anni
di governi antipopolari, malgrado i cambiamenti nei partiti politici che sono arrivati al potere,
stato e governi centrali sono rimasti invariabilmente indifferenti
rispetto ai problemi sociali ed economici di decine di migliaia
di sopravvissuti che hanno perso la loro capacità di guadagnarsi
da vivere.
La politica governativa
non dichiarata di considerare le esistenze dei cittadini
di Bhopal come sacrificabili viene dimostrata dalla consistente
e deliberata negligenza nella riabilitazione degli scampati
e dei loro bambini. La Commissione incaricata della riabilitazione
a lungo termine dei superstiti rimane sulla carta, malgrado
nove mesi di vecchie pubbliche promesse.
Un crimine ambientale
globale che continua da 25 anni; l’acqua delle falde e il terreno in un’area di oltre
20 chilometri quadrati si trovano contaminati, con cancro
e anomalie congenite causati da sostanze chimiche che danneggiano
i polmoni, il fegato e il cervello. Alcune di queste sostanze
chimiche sono state trovate nel latte materno delle madri
abitanti nei quartieri vicini agli impianti chimici e della
discarica dove più di 10.000 tonnellate di rifiuti tossici
giacciono interrate. L’area
include le strutture industriali con annessi 87 acri di
terreno, in cui l’Union Carbide
ammette di avere sepolto rifiuti tossici in più di 20 siti.
L’Union Carbide non tiene in nessun
conto le citazioni che le provengono dai tribunali Indiani
e la Dow Chemical afferma che non ha
alcuna intenzione di accollarsi
le passività e le eventuali responsabilità del disastro,
per un qualcosa poi che le appartiene al 100%.
In questi 25 anni
di ritardi e di silenzi su Bhopal, le
imprese grandi e piccole di tutto il mondo, incoraggiate
dall’assenza di giustizia a Bhopal,
continuano con abusi e violazioni intossicanti esercitati
sugli habitat dei popoli, sui loro corpi e sui loro figli
non ancora nati.
I gas della globalizzazione
partecipano ad incrementare l’estendersi dell’impero della
tossicità come logica del profitto sulla vita della gente
e quelli che verranno al mondo non troveranno più zone idonee
all’esistenza.
Cosa bisogna fare
per prevenire ulteriori catastrofi come quella di Bhopal?
Le Corporation e
gli individui che commettono tali crimini devono essere
puniti appropriatamente. Costoro devono essere trattati
come criminali, di modo che la morte procurata dai loro
veleni sia considerata omicidio, l’aggressione delle loro
sostanze tossiche sul corpo delle donne deve essere considerata
al pari dello stupro, le malformazioni congenite prodotte
nei bambini dovute all’esposizione di tali sostanze chimiche
devono costituire violenze criminali.
Se non ribaltiamo
il precedente che le corporation possono arrivare in un
posto causando morte, inquinamento, devastazione e andarsene
senza alcuna responsabilità criminosa, allora noi abbiamo
ben poche possibilità di prevenire catastrofi del tipo Bhopal.
Inoltre, deve essere
esaminato a fondo e seguito il Principio di Precauzione.
Noi siamo obbligati a porci la domanda se la produzione
di tali sostanze chimiche tossiche e pericolose sia proprio
necessaria, quando sono inerenti pericoli per la vita umana
e per l’ambiente.
Per maggiori
informazioni su:
· Bhopal Bus-Tour: http://www.bhopalbus.com
· Materiali sugli impianti Bayer di Institute/USA: www.cbgnetwork.de/2627.html
Coalition against BAYER Dangers (Germany)
www.CBGnetwork.org
CBGnetwork@aol.com
Fax: (+49) 211-333 940 Tel: (+49) 211-333 911
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il bollettino di informazioni in Inglese
Keycode BAYER. Sono disponibili anche bollettini in Tedesco/Italiano/
Francese/ Spagnolo.
Comitato Scientifico
Prof. Juergen Junginger,
designer, Krefeld
Prof. Dr. Juergen Rochlitz,
chimico, ex membro del Bundestag
(Parlamento Federale della Germania), Burgwald
Wolfram Esche, procuratore legale,
Cologne
Dr. Sigrid Müller,
farmacologo, Bremen
Eva Bulling-Schroeter, membro
del Bundestag, Berlin
Prof. Dr. Anton Schneider, biologo, Neubeuern
Dr. Janis Schmelzer, storico,
Berlin
Dr. Erika Abczynski, pediatra,
Dormagen
Bhopal, una potenziale meta turistica istruttiva!
Sembra un progetto grottesco, frutto di un atteggiamento
sociale cinico, ma questo si legge in un articolo pubblicato
nella sezione “Terra Terra” de “il Manifesto”
del 13 novembre 2009, a firma di Marina Forti.
Visite guidate
a Bhopal
Visite guidate nello stabilimento della Union
Carbide di Bhopal in India?
Idea grottesca, eppure è proprio quanto si
propongono di fare le autorità di Bhopal,
capitale del Madhya Pradesh,
stato dell’India centrale: aprire a visite guidate lo stabilimento
chimico che la notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 rilasciò
40 tonnellate di sostanze tossiche ad alta pressione - isocianato
di metile e altro, ma questo si seppe solo più tardi.
Quella notte la fuga tossica investì gli
slum circostanti, uccidendo 6.000 persone; molte altre sono
morte nei mesi e anni successivi per effetto della contaminazione:
il bilancio complessivo aveva superato le 15mila vittime
nel 2007, secondo statistiche del governo indiano - secondo
gli attivisti sociali, organizzazioni di sopravvissuti e
associazioni di medici che lavorano con loro, la cifra reale
è 20mila. Insomma: quello di Bhopal è stato il disastro più grave mai avvenuto in un’industria
chimica ovunque al mondo.
È anche un disastro “persistente”, nel senso che i suoi
effetti non sono esauriti.
Lo stabilimento, una fabbrica di fertilizzanti
della multinazionale statunitense Union
Carbide, non ha mai riaperto i
battenti, e a ragion veduta: era già un vecchio catorcio
quando ancora funzionava (le indagini sull'incidente hanno
ampiamente stabilito che l’impianto era obsoleto, le apparecchiature
di controllo disattivate per evitare i troppo frequenti
allarmi: erano disinserite anche quella notte, quando una
cisterna si surriscaldò fino a esplodere). Inoltre, nello
stabilimento ormai diroccato restano abbandonate migliaia
di tonnellate di sostanze tossiche, buttate senza particolari
protezioni tra le carcasse arrugginite e i capannoni semi-diroccati:
una vera e propria bonifica non è mai avvenuta, e la responsabilità
viene da anni rimpallata tra le autorità locali e Dow Chemical (che nel 1999 ha acquistato
Union Carbide).
Con il vento le polveri si disperdono, con
le piogge le sostanze tossiche percolano nei terreni e vanno
a contaminare le falde idriche da cui attinge un’intera
popolazione - la fabbrica abbandonata resta in una zona
molto abitata di Bhopal.
Dunque il vecchio stabilimento continua a essere una fonte
di inquinamento, e le denunce si susseguono da anni.
Nel maggio del 2005 la Corte Suprema Indiana
aveva ordinato allo stato di Madhya
Pradesh di provvedere “speditamente” a fornire acqua potabile
agli abitanti della zona circostante la fabbrica - dopo
che analisi e controanalisi hanno mostrato come quelle sostanze
tossiche percolano nelle falde idriche. Ma ancora qualche
tempo fa un gruppo di attivisti ha denunciato che 14 nuclei
abitati sono costretti a bere acqua contaminata.
Ora dunque a Bhopal il Ministro
di Stato per la Riabilitazione delle Vittime, Babulal
Gaur, vuole aprire al pubblico quel che resta dello stabilimento,
nel mese di dicembre, per segnare i 25 anni dal disastro.
Dice, leggiamo in resoconti stampa, che aprire l’impianto
(N.d.r.: a visite guidate?
Sic!) “aiuterà il pubblico a superare le apprensioni
e i fraintendimenti e dissipare l’idea che i rifiuti chimici
nella fabbrica siano ancora dannosi o che inquinino l’acqua
nelle località vicine”.
Si può ben immaginare che queste dichiarazioni
hanno fatto insorgere molti attivisti sociali e ambientali,
e non solo.
Paradossale idea, quella di aprire un sito
tossico al pubblico. Istruttiva, però: così tutti vedranno
quei liquami maleodoranti, i bidoni arrugginiti e aperti,
i sacchi di sostanze tossiche che disperdono polveri - e
le capre che brucano tranquille tra le macerie, e le case
a pochi metri da quel inferno.
* di Soccorso
Popolare di Padova |