| La crisi svela
il rapporto di dominio/dipendenza A vent’anni
dalla caduta del Muro di Berlino le potenze capitalistiche
occidentali sono riuscite ad annettersi vasti territori
con una popolazione di 100 milioni di persone, integrate
nelle sue istituzioni e nel mercato della UE. .
Siamo di fronte non all’unificazione di paesi
con pari dignità, ma ad un’espansione
del nucleo forte della UE verso Est, una conquista
e un’annessione compiuta con le armi del moderno
imperialismo. Come la DDR nel 1990 non fu “unificata”
con la Germania di Bonn, ma annessa ad essa in un
rapporto dipendente e subordinato, per cui non vi
fu alcuna nuova Costituzione alla base di un nuovo
Stato, ma si mantenne la Legge fondamentale della
RFT.
Nel marzo di quest’anno Olli
Rehn, commissario europeo per l'allargamento, nella
prefazione ad un opuscolo propagandistico redatto
a cura della Direzione generale dell’allargamento,
annunciava trionfalisticamente:
“L'anno 2009 segna un doppio
anniversario storico. In autunno, saranno già
venti anni dalla caduta del muro di Berlino. Nel
mese di maggio celebreremo il quinto anniversario
dell'allargamento dell'Unione europea, che ha permesso
di riunificare l'Europa dell'Est e l’Europa
dell’Ovest. Per cinque anni, l'allargamento
della UE ha dato benefici sia ai cittadini dei vecchi
Stati membri che a quelli dei nuovi. Sul piano economico,
l'allargamento ha offerto nuove opportunità
per l'esportazione e gli investimenti, creando nuovi
posti di lavoro per i cittadini dei vecchi Stati
membri, migliorando al contempo le condizioni di
vita nei nuovi Stati membri”[1][1].
L’opuscolo procede a suon
di cifre esaltanti:
“Gli scambi commerciali tra
i vecchi e i nuovi membri sono quasi triplicati
in meno di 10 anni (da 175 miliardi di euro nel
1999 a circa 500 miliardi di euro nel 2007). L’aumento
di cinque volte del commercio tra i nuovi Stati
membri è ancora più eloquente (è
passato da 15 a 77 miliardi di euro nello stesso
periodo). È un fattore chiave che ha contribuito
ad una forte crescita annuale dell'occupazione dell’1,5%
nei nuovi Stati membri nel corso del periodo compreso
tra la loro adesione nel 2004 e lo scoppio della
crisi finanziaria.[…] L'integrazione in un
mercato di più 100 milioni di consumatori
con un crescente potere d'acquisto ha aumentato
la domanda di beni di consumo prodotti nelle imprese
dei vecchi Stati membri, contribuendo a mantenere
e creare posti di lavoro a livello locale. Come
ogni macchina venduta in Polonia da una società
tedesca fornisce un beneficio per i cittadini tedeschi,
ogni transazione effettuata da una banca olandese
nei nuovi Stati membri apporta benefici per l'economia
olandese nel suo insieme”[2][2].
A vent’anni dalla caduta
del Muro di Berlino le potenze capitalistiche occidentali
sono riuscite ad annettersi vasti territori con
una popolazione di 100 milioni di persone, integrate
nelle sue istituzioni e nel mercato della UE. E
si prospetta a breve l’inclusione di altri
paesi, in primis i “Balcani occidentali”
(e cioè i piccoli stati prodotti dallo smembramento
della martoriata Jugoslavia, e l’Albania[3][3]),
oltre alla Turchia. Dunque, un bilancio entusiastico
del “grande allargamento” della UE,
che apre la strada ad ulteriori adesioni di paesi
che bussano insistentemente alle sue porte quasi
fossero quelle del paradiso.
Il vantaggio, secondo l’opuscolo
propagandistico, sarebbe reciproco, tanto per i
vecchi membri che per i nuovi arrivati. Tuttavia,
altre fonti ufficiali, della Banca centrale europea,
del FMI, della Banca d’Italia, di fronte alla
grande crisi capitalistica suonano una musica piuttosto
diversa. Le “magnifiche sorti e progressive”
dell’allargamento cedono il posto ad un paesaggio
pesantemente in crisi, anche dopo i risultati meno
negativi del secondo trimestre 2009:
“I principali Stati membri
della UE che si trovano nell’Europa centrale
e orientale, fatta eccezione per la Polonia, hanno
registrato una contrazione significativa del PIL
in termini reali nel primo trimestre. Il calo sul
periodo precedente è stato pari al 2,5 per
cento in Ungheria, 3,4 per cento nella Repubblica
Ceca e 4,6 per cento in Romania. […] All’interno
della UE, i paesi baltici hanno registrato la flessione
maggiore dell’attività negli ultimi
trimestri. Tali economie avevano accumulato, negli
ultimi anni, ampi squilibri interni ed esterni.
[…] Negli ultimi trimestri, un netto aumento
della disoccupazione a circa il 15 per cento ha
contribuito a far scendere i consumi. […]
In Bulgaria – che era stata finora meno colpita
dalla crisi rispetto alle altre economie più
piccole dell’Europa centrale e orientale –
alcuni indicatori congiunturali (ad esempio delle
vendite al dettaglio o del clima di fiducia delle
imprese industriali) hanno continuato a deteriorarsi
negli ultimi mesi”[4][4].
La crisi colpisce più pesantemente,
anche se in modo differenziato da paese a paese,
le economie dei cosiddetti “paesi emergenti
europei”, rivelando altresì la fragilità
dei relativamente alti tassi di crescita degli anni
precedenti, che si convertono oggi in tassi negativi,
con forte aumento della disoccupazione e il rischio
di bancarotta.
Una delle cause – se non
la principale – che si può rinvenire
a chiare lettere nei freddi rapporti dei grandi
centri della finanza internazionale, è nella
dipendenza del sistema bancario e industriale dei
nuovi membri della UE (e di quelli in procinto di
diventare tali) dai grandi gruppi capitalistici
dell’Occidente. “La maggior parte dei
paesi emergenti europei sono altamente dipendenti
dalle banche occidentali europee, che possiedono
la maggior parte dei sistemi bancari in questi paesi”
- scrive il rapporto del FMI di aprile 2009, paventando
la possibilità di un effetto boomerang sulle
grandi banche europee occidentali, fortemente esposte
al rischio di insolvenza dei “paesi emergenti”
debitori: “le case madri sono in gran parte
concentrate in pochi paesi (Austria, Belgio, Germania,
Italia e Svezia), e in alcuni casi, i crediti delle
banche dell'Europa occidentale verso i paesi emergenti
europei sono di grandi dimensioni rispetto al PIL
del paese di origine (Austria, Belgio e Svezia)”[5][5].
Le banche creditrici hanno chiuso il rubinetto del
credito, lasciando in panne i nuovi arrivati, con
pesanti conseguenze su tutta la loro attività
economica:
“I paesi emergenti europei
sono stati colpiti molto duramente dalla diminuzione
dei flussi internazionali lordi di capitale e dalla
fuga di essi davanti al rischio. Molti di loro erano
fortemente dipendenti dagli afflussi di capitali
delle banche occidentali per sostenere l'espansione
del credito locale. Gli impegni internazionali intraeuropei
delle banche erano notevoli e, nei paesi emergenti
d’Europa, molte banche erano tenute da imprese
straniere in difficoltà. La situazione si
è fortemente deteriorata nell’autunno
2008: c'è stato un aumento generalizzato
dei margini sui titoli sovrani e le monete si sono
rapidamente svalutate nei paesi con regimi di tasso
di cambio flessibile. Il riflusso della domanda
di importazione nei paesi avanzati, combinato con
il crollo dei prezzi degli immobili, la penuria
di credito e il deprezzamento delle valute in un
contesto di marcata asimmetria dei bilanci, ha portato
a pesantissimi aggiustamenti, addirittura, in alcuni
paesi, a vere e proprie crisi. Di fronte al crollo
delle esportazioni e della produzione e alla diminuzione
delle entrate statali, molti paesi hanno ricevuto
un aiuto dal FMI e da altre istituzioni finanziarie
internazionali per finanziare la loro bilancia dei
pagamenti”[6][6].
Il bollettino di ottobre 2009 della
Banca d’Italia riassume così:
“La recessione sta proseguendo
nella maggior parte dei paesi dell’Europa
centrale e orientale, che hanno risentito pesantemente
della crisi a causa degli ampi disavanzi delle partite
correnti e della loro dipendenza dai finanziamenti
dall’estero. Il calo del PIL nel 2009 sarà
particolarmente marcato nei paesi baltici, in Romania
e in Bulgaria (con tassi di variazione compresi
tra il -7 e il -19 per cento)”[7][7].
Non sono dei marxisti, ma i centri
delle più importanti istituzioni finanziarie,
quelle che disegnano i destini del mondo e di miliardi
di esseri umani, a dichiarare a chiare lettere che
nella sfera delle relazioni economiche della UE
non vi è un rapporto paritario tra i suoi
membri, ma di dipendenza dalle banche “occidentali”[8][8]
dei nuovi arrivati dell’Europa centro-orientale,
che facevano parte fino al 1989 del COMECON. Siamo
di fronte, allora, non all’unificazione di
paesi con pari dignità, ma ad un’espansione
del nucleo forte della UE verso Est, una conquista
e un’annessione compiuta con le armi del moderno
imperialismo. Come la DDR nel 1990 non fu “unificata”
con la Germania di Bonn, ma annessa ad essa in un
rapporto dipendente e subordinato (per cui non vi
fu alcuna nuova Costituzione alla base di un nuovo
Stato, ma si mantenne la Legge fondamentale della
RFT), così i paesi che nel 2004 e nel 2007
sono entrati a far parte della UE, e quelli dei
“Balcani occidentali” di cui si prospetta
l’ingresso tra qualche anno, si configurano
alla stregua di una “colonia interna”:
un mercato finalmente del tutto aperto agli investimenti
di capitali, in primis del capitale bancario –
che oggi controlla praticamente la vita economica
di questi paesi – e del capitale industriale,
per impiantare (in diversi casi delocalizzando dall’Occidente)
produzioni a medio-basso contenuto tecnologico[9][9],
impiegando una forza-lavoro acquistabile sotto costo
e usufruendo di condizioni fiscali molto favorevoli;
nonché un mercato di sbocco per le merci
“occidentali”.
Il peso economico dei 27 paesi
aderenti alla UE (di cui 16 adottano la moneta unica)
presenta grandi differenze. Il paese più
forte per PIL e popolazione è la Germania,
con un PIL nel 2007 di 2.422,9 miliardi di euro,
il 26,9% del PIL complessivo della UE (12.353 miliardi
di €). Francia (21%), Italia (17,2%), Spagna
(11,7%) costituiscono le economie più rilevanti
dell’eurozona, mentre il Regno Unito (16,6%)
è di gran lunga la principale economia della
UE fuori area euro[10][10].
I nuovi arrivati tra il 2004 e
il 2007 erano, salvo Malta e Cipro, economie di
tipo socialista fino al 1989, che la grande borghesia
“europeista”, con la sua politica di
“allargamento”, ha avuto la capacità
di trasformare, nel tempo storicamente piuttosto
breve di un decennio, in “economie di mercato”,
compatibili e integrabili nel capitalismo occidentale.
Si è trattato però di un’integrazione
subordinata e dipendente dal grande capitale finanziario
europeo. Il peso complessivo dei nuovi arrivati
dell’Europa centro-orientale è piuttosto
ridotto: pur contando essi su una popolazione che
supera il 20% di quella di tutti i paesi UE (102,2
milioni su 496 milioni), la percentuale del PIL
dei 10 paesi ex socialisti sul totale del PIL della
UE non supera il 7% e solo Polonia (col 2,5%), Repubblica
ceca e Romania (entrambi con l’1%) superano
l’1%.
Ma non si tratta solo di essere
parenti poveri. Il disegno di integrazione subalterna
dell’area dell’Europa centro-orientale
– integrazione che prevede anche la sottomissione
completa dei Balcani (e per questo nel 1999 si muove
guerra alla Serbia che ha avuto il torto di opporsi)
e la prospettiva di annettersi anche il ghiotto
boccone dell’Ucraina (magari attraverso “rivoluzioni
colorate”) – viene da lontano. Pianificato
nei centri studi di Nomisma e dell’Unione
Banche Svizzere, era stato esplicitato a chiare
lettere alla fine degli anni 80, già prima
della “caduta del muro di Berlino”.
De Benedetti e Giscard d’Estaing parlavano
di “piano Marshall” finanziato dalla
Comunità europea per i paesi dell’Est
per trovare nuovi mercati pieni di potenzialità
per i “nostri capitalisti”, mercati
senza i quali il sistema industriale capitalista
non avrebbe potuto crescere[11][11]. “È
nel nostro interesse egoistico che ci sia un’evoluzione
sociale, culturale, politica, economica della parte
orientale del continente. Servirà al nostro
stesso sviluppo”, dichiarava nell’ottobre
1989 l’allora ministro De Michelis[12][12].
È la Germania di Kohl il
principale beneficiario e artefice dell’espansione
ad Est. Essa impone l’incorporazione della
DDR (con cui ancora il 22 dicembre 1989 la CEE cominciava
un negoziato per un accordo commerciale!), che entra
così automaticamente a far parte della CEE
e della NATO. L’OSCE, organizzazione per la
sicurezza e cooperazione in Europa, alla conferenza
di Parigi del 21 novembre 1990 proclama la fine
della divisione dell’Europa. La carta di Parigi
crea un “ufficio delle istituzioni democratiche”
che supervisiona la messa in opera degli impegni
presi dai nuovi regimi “pluralisti”.
Il 22 giugno 1993 i capi di stato e di governo riuniti
a Copenhagen decidono l’allargamento della
UE agli stati dell’Europa centrale e orientale,
fissando le condizioni generali delle future adesioni:
istituzioni stabili, che garantiscano la “democrazia”,
lo “stato di diritto”, “diritti
dell’uomo” e rispetto delle minoranze
nazionali; “economia di mercato” capace
di affrontare la concorrenza in seno all’Unione;
ripresa e applicazione dell’acquis comunitario
e adesione agli obiettivi dell’unione politica
ed economica. Il “patto di stabilità”
in Europa, proposto dalla Francia e assunto dalla
conferenza di Parigi del 26-27 maggio 1994, ha l’esplicito
obiettivo di favorire l’adesione degli stati
d’Europa centrale e orientale disposti a regolare
i loro contenziosi bilaterali relativi a frontiere
e minoranze[13][13].
Tra il 1991 e 1999, con una terapia
lacrime e sangue, si fanno le privatizzazioni: in
media la quota che il settore privato apporta al
PIL è pari a quella degli altri paesi della
UE, in Ungheria raggiunge addirittura il 90% Le
ristrutturazioni nelle campagne riducono la popolazione
agricola a meno del 10% della popolazione attiva.
Il commercio estero viene completamente riorientato
dopo la scomparsa della precedente divisione del
lavoro nel campo socialista[14][14]. Il primo decennio
di transizione dal sistema di economie di tipo socialista,
basate su un settore prevalente e determinante di
proprietà di stato e sulla pianificazione,
ad economie di mercato fondate sulla proprietà
privata e la deregolamentazione neoliberista, è
contrassegnato dagli effetti pesantissimi delle
“terapie shock” che, pur tra differenze
e peculiarità dei singoli paesi dell’ex
COMECON, sono adottate, seguendo le ricette di FMI
&C. In modo più o meno violento, gran
parte della popolazione è privata del sistema
di garanzie sociali di cui godeva e costretta a
trottare al comando dei nuovi signori dell’Ovest,
che si impadroniscono delle industrie migliori o
smantellano quelle locali, pur valide, per imporre
voracemente le proprie merci sui nuovi mercati aperti
grazie alle “rivoluzioni” del 1989 (nella
zona est di Berlino già nel 1991 non si trova
più la birra delle industrie dell’est,
a Bucarest gli ottimi succhi di frutta locali sono
ben presto rimpiazzati da Parmalat).
Nel 1999, nel decimo anniversario
della “caduta del Muro”, tutti gli indici
dei paesi dell’est segnalavano che a 10 anni
di distanza dal rovesciamento del socialismo le
condizioni economiche della popolazione e dei paesi
erano peggiori che nel 1989. Non c’era un
solo indicatore fondamentale, in nessuno dei paesi
che avevano avviato la “transizione dal socialismo
al capitalismo”, che mostrasse un segno più
rispetto alla situazione pre 1989, salvo il tasso
di disoccupazione. “Ogni paese senza eccezione
[…] ha accompagnato la propria trasformazione
con una profonda e in molti casi prolungata recessione
(Kornai parla appunto di transformational recession),
del 20% del PIL in Polonia, il paese meno colpito,
del 40% nella media dell’ex Unione Sovietica,
con punte del 65%, ad esempio in Georgia e Armenia
[…] non solo la recessione c’è
stata veramente, ma è stata peggiore di quella
mondiale del 1929”, scriveva Nuti, paragonando
il passaggio all’“economia di mercato”
alla “peste nera di cinque secoli fa, con
la differenza che “la peste riduceva non solo
la produzione ma anche la popolazione, e pertanto
non riduceva il reddito e il consumo pro capite
come è successo nella transizione”
[15][15].
Perché si potesse attuare
questa “terapia shock”, che avrebbe
potuto prevedibilmente innescare forti tensioni
sociali e crisi politiche nei nuovi gruppi di potere,
occorreva uno stretto controllo politico e militare
su questi paesi. L’integrazione di queste
economie nella UE è preceduta dall’integrazione
politico-militare di esse nella NATO, che deve avvenire
con le buone o con le cattive. Chi resiste troppo
è bombardato (aggressione e distruzione militare
della RFJ nella primavera 1999). Si stabilisce così
un condominio concorrenziale sui paesi ex socialisti
tra gli USA, che hanno una prevaricante forza militare,
e i paesi del nucleo forte europeo, in primis la
Germania, in asse (non paritario) con la Francia
e in concorrenza col Regno Unito, stretto alleato
degli USA e per molti aspetti sua “quinta
colonna” nella UE.
La conquista e assimilazione dei
paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale
e balcanica è un classico modello di politica
imperialista e di “divisione del lavoro”
tra potenze imperialiste: penetrazione economica
e penetrazione militare si combinano in un’azione
congiunta, e al contempo concorrenziale, tra le
aree valutarie del dollaro e dell’euro. All’indomani
della caduta del muro di Berlino, il presidente
americano George Bush, nel suo intervento al summit
Nato di Bruxelles il 4 dicembre 1989, afferma a
chiare lettere che gli USA sarebbero rimasti una
potenza europea. La strategia dell’allargamento
ad Est della NATO si delinea al vertice di Londra
del luglio ’90, quando viene accolta nella
NATO la nuova Germania unificata e si consolida
nei vertici di Roma (novembre 1991) e di Oslo (giugno
1992), quando la NATO si mette a disposizione per
eventuali azioni di “pacificazione”
richieste dal consiglio di sicurezza dell’ONU
o dalla CSCE, fino al vertice di Bruxelles (gennaio
1994), in cui si sancisce la politica di allargamento
a tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale,
compresi i pezzi della Jugoslavia in via di smembramento,
martoriato laboratorio insanguinato in cui si attizzano
odi etnici, si armano forze separatiste, in modo
da creare il casus belli che giustifichi la “mediazione”
e l’intervento militare americano, dalle krajne
serbe in Croazia, alla Bosnia – primo banco
di prova degli interventi NATO fuori area -, alla
Macedonia, all’Albania, al Kosovo[16][16].
Il processo di integrazione subordinata
delle economie ex socialiste in transizione nella
UE viene straordinariamente accelerato proprio a
partire dalla guerra contro la Serbia del 1999,
a mano a mano che gli USA, imponendo la loro supremazia
militare, mostravano di poter essere gli unici a
volere e poter intervenire militarmente in Europa.Tra
il 1999 e il 2004 – anno del più grande
allargamento della storia della Comunità
europea – si gioca la grande partita tra imperialismi
franco-tedesco-europeo e statunitense. La politica
USA è particolarmente aggressiva in questa
fase e punta, con accordi militari separati con
i paesi dell’est candidati all’ingresso
nella UE, a creare una “nuova Europa”
filoamericana, contrapposta alla “vecchia
Europa” franco-tedesca. Lo scontro nel condominio
imperialista europeo diviene evidente, con un vero
e proprio tentativo di spaccare l’Europa,
tra il 2002 e il 2003, quando USA e Inghilterra
aggrediscono l’Iraq, ma senza il consenso
dei paesi europei del nocciolo duro franco-tedesco,
che riesce, grazie alla tenace azione del ministro
degli esteri francese de Villepin, anche ad evitare
un pronunciamento favorevole del Consiglio di sicurezza
dell’ONU, isolando gli USA.
Tra l’aggressione della NATO
alla RFJ nel 1999 e quella anglo-americana all’Iraq
nel 2003 si giocano anche i rapporti di forza all’interno
dello scacchiere europeo. All’interventismo
militare degli USA, il nucleo forte della UE risponde
rilanciando l’integrazione accelerata dell’est,
sfidando anche il rischio di ritrovarsi in casa
delle “quinte colonne”. A tappe forzate,
per realizzare la più grande operazione di
conquista “consensuale” di territori
e popolazioni dopo la seconda guerra mondiale, si
impone ai parlamenti dei paesi candidati di trasporre
nelle legislazioni nazionali, prima dell’adesione,
ben 470 regolamenti comunitari, adottando oltre
100 leggi all’anno (su libera circolazione
dei beni, mercati pubblici, assicurazioni, proprietà
intellettuale, creando o riformando le strutture
amministrative chiamate ad applicare le misure comunitarie,
in particolare quelle giudiziarie). Il 13 dicembre
2003 a Copenhagen il Consiglio europeo dichiara
chiusi i negoziati con i 10 paesi candidati, che
entreranno il 1.5. 2004 nella UE (Bulgaria e Romania
nel 2007)[17][17].
Tra i paesi ex socialisti entrati
nell’Unione l’Ungheria mostra di aver
subito i maggiori contraccolpi non solo della crisi
finanziaria in corso, ma del modello di transizione
ad un capitalismo dipendente. Essa negli anni ’90
ha rincorso più degli altri la politica di
privatizzazioni e di conformazione delle proprie
istituzioni giuridiche ed economiche a quelle richieste
da un’organizzazione capitalistica della società
((diritto di proprietà, assicurazione degli
investimenti, diritto fallimentare, diritto della
concorrenza) in base agli standard europei. Ha visto
perciò un afflusso massiccio di investimenti.
«Fino alla metà degli anni 1990, grazie
a questa politica di "profilo istituzionale",
questo paese - popolato solo da 10 milioni di persone
- assorbiva la metà degli investimenti diretti
esteri (da UE e USA) per un’area economica
che contava tuttavia quasi 100 milioni di abitanti.
Prosperità artificiale e temporanea che ora
si esaurisce: se Budapest continua a ospitare le
sedi regionali di grandi imprese internazionali,
la stragrande maggioranza del paese attraversa una
crisi profonda. Gran parte dell'economia nazionale
è nelle mani di stranieri che desiderano
ora raccogliere i frutti dei loro investimenti originari»[18][18].
Il 70% degli istituti ungheresi è di proprietà
di grandi gruppi europei[19][19], tra cui Unicredit,
KBC e Intesa Sanpaolo.
La tempesta finanziaria che scuote
il mondo nel settembre 2008 trova un’Ungheria
dove è già pesantemente in crisi il
modello di capitalismo dipendente. La grande crisi
sembra assestarle il colpo di grazia: a ottobre
2008 è a rischio di bancarotta e devono correre
in suo soccorso ai primi di novembre la BCE (per
la prima volta con un intervento in un paese fuori
dell’eurozona, con un prestito di 6,5 miliardi
di euro),il FMI (€ 12,5 mld.) e la Banca mondiale
(€ 1 mld.). Ma il problema rimane, come denuncia
Gergely Romsics, ricercatore presso l’Istituto
ungherese per gli Affari Internazionali, “l’eccessiva
dipendenza dell’Ungheria dagli investimenti
e dal capitale straniero nella rincorsa al modello
di sviluppo occidentale”[20][20]. Ma se quello
dell’Ungheria e dei paesi baltici, infeudati
al capitale scandinavo, può essere un caso
limite, la questione generale che la crisi svela
chiaramente è, come scrivono a chiare lettere
anche i reportage giornalistici che : “i sistemi
economici dei paesi dell'Europa dell'est presentano
una dipendenza eccessiva rispetto agli investimenti
privati stranieri che ora, a causa della crisi finanziaria,
stanno progressivamente svanendo”. E svaniscono
anche le illusioni alimentate dalla dolce maschera
dell’Europa.
su Marxismo Oggi del 09/11/2009
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[1][1] Cfr. Bon
à savoir à propos de - L’ELARGISSEMENT
DE L’UE, Luxembourg, Office des publications
officielles des Communautés européennes,
marzo 2009, p. 1. Corsivo mio, A.C. La brochure
è reperibile anche in http://ec.europa.eu/enlargement/pdf/publication/screen_mythfacts_a5_fr.pdf.
[2][2] Ivi, pp.
2-3. Corsivo mio, A.C.
[3][3] Cfr. ivi,
pp. 11-12.
[4][4] Cfr. BCE,
Bollettino mensile, Settembre 2009, traduzione e
pubblicazione a cura della Banca d’Italia,
pp. 12-13, http://www.bancaditalia.it/eurosistema/comest/pubBCE/mb/2009/settembre/bce_0909.
Il corsivo è mio, A.C.
[5][5] International
Monetary Fund, 2009, Global Financial Stability
Report: Responding to the Financial Crisis and Measuring
Systemic Risks (Washington, April), p. 9. https://www.imf.org/external/pubs/ft/gfsr/2009/01/pdf/text.pdf.
[6][6]FONDS MONÉTAIRE
INTERNATIONAL RAPPORT ANNUEL 2009, Washington, p.
19, http://www.imf.org/external/french/pubs/ft/ar/2009/pdf/ar09_fra.pdf.
Il corsivo è mio, A.C.
[7][7] Banca d’Italia,
Bollettino Economico n. 58, Ottobre 2009, p. 18,
http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2009/bolleco58
. Il corsivo è mio, A.C.
[8][8] Il rapporto
annuale del FMI – forse meno preoccupato della
retorica europeista della BCE – riprende,
non sappiamo quanto inconsapevolmente, la nozione
di “Occidente” in termini non geografici,
ma economico-politici, quando questa nozione indicava
un sistema politico-sociale e di valori contrapposto
all’URSS e ai paesi socialisti. Cfr. il già
citato RAPPORT ANNUEL, p. 19.
[9][9] Cfr. B. Landais,
A. Monville, P. Yaghlekdjan, L’idéologie
européenne, Ed. Aden, Bruxelles, 2008, pp.
211-213.
[10][10] Per questi
dati e i seguenti, cfr. European Central Bank, Statistics
Pocket Book, April 2009, pp. 39 sgg.
[11][11] Cfr. W.
Goldkron in L’Espresso, 17 aprile 1988.
[12][12] Cfr. intervista
all’Unità del 23.10.1989.
[13][13] Cfr. C.
Zorgbibe, « Le «grand élargissement»
de 2004, in Histoire de l’Union européenne,
Albin Michel, Parigi, 2005, pp. 261 267.
[14][14] Ivi.
[15][15] Cfr. D.
M. Nuti, “1989-1999: la grande trasformazione
dell’Europa centrorientale”, in Europa/Europe,
numero 4/1999. L’evidenziazione in corsivo
è mia, A.C. Nuti cita qui il saggio di “un
autore al di sopra di ogni sospetto, Bob Mundell”
nel volume a cura di M. Skreb e M. Blejer, Macroeconomic
stabilisation in transiton economies, Cambridge
1998.
[16][16] Si veda
La Nato nei Balcani, Editori Riuniti, Roma, 1999,
in particolare Sara Flounders: “La tragedia
della Bosnia: il ruolo sconosciuto del Pentagono”
e Gregory Elich: “L’invasione della
Krajna serba”.
[17][17] Cfr. C.
Zorgbibe, op. cit.
[18][18] Cfr. L’idéologie
européenne, op. cit., p. 214.
[19][19] Felice
Di Leo, Ungheria: prospettive dopo la crisi finanziaria
e il maxi-prestito della BCE, in http://www.equilibri.net/articolo/10579/Weekly_Analyses_-_38_2008).
[20][20] Cfr. Fernando
Navarro Sordo, L’Ungheria e la crisi: il cuore
isolato dell’Europa, in http://www.cafebabel.fr/article/29718/budepest-ungheria-crisi-economica-vita-notturna.html.
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