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A venti anni dalla caduta del Muro di Berlino
DIBATTITO dibattito
Autunno 1989: cade il Muro di Berlino
Venti anni dopo. Quel maledetto cielo (capitalistico) è ancora lì!!

Pag. 2 dell’inserto speciale di Contropiano N°4-2009

Venti anni fa, nell’ottobre ’89, la velocità della storia – improvvisamente - conobbe una brusca accelerazione le cui conseguenze, sul piano globale, hanno profondamente segnato il corso degli avvenimenti internazionali. Riprendere la discussione su quello snodo recente della nostra storia non è un esercizio nostalgico o puramente rievocativo ma serve per meglio comprendere i problemi dell’oggi anche alla luce di quanto accaduto.

 

Venti anni possono bastare per tentare di liberarci, definitivamente, di quelle macerie le quali, a vario titolo, hanno colpito i comunisti, il movimento operaio nelle sue diverse articolazioni e quanti, ad ogni latitudine del pianeta, aspiravano ed, ancora oggi, si battono contro le ingiustizie sociali, lo sfruttamento capitalistico e per un altro mondo possibile.

La caduta del Muro di Berlino, la dissoluzione del blocco dei paesi dell’Est riconducibili alle cosiddette democrazie popolari, la crisi dell’Urss fino al suo completo smembramento avvenuto nel 1991, lo scioglimento del Patto di Varsavia e del Comecon non sono state – semplicemente – vicende riconducibili ad una presunta fine del comunismo ma hanno rappresentato, al di là della interessata propaganda borghese, una profonda modificazione degli assetti complessivi del capitalismo internazionale le cui risultanze economiche, politiche e sociali continuano ad essere avvertite a distanza di due decenni.

Non è argomento di questo articolo discutere e valutare quale sia stata la natura sociale di quelle esperienze statuali collocate al di là del Muro. Su tale rompicapo di carattere teorico è, da tempo, aperta una discussione la quale ha attraversato, ed ancora percorre, le infinite diatribe afferenti la storia del movimento comunista internazionale.

Da parte nostra non ci siamo sottratti a questa sfida e, senza nessuna inutile spocchia, crediamo di aver offerto contributi utili nell’ambito del progetto “Il bambino e l’acqua sporca” il quale, negli anni, attraverso convegni e pubblicazioni varie, ha messo a confronto studiosi, intellettuali e militanti politici con l’obiettivo di trarre un bilancio critico ed autocritico di una importante e significativa fase del movimento comunista internazionale. Un lavorìo necessario - work in progress - da socializzare ulteriormente, se riteniamo ancora utile l’approfondimento teorico e la battaglia politica comunista per non soccombere, anche inconsapevolmente, ai revisionismi di ogni sorta ed alla propaganda degli apologeti del capitale.

Ci soffermeremo, in questo articolo, su alcune caratteristiche del corso storico del capitalismo il quale ha – indubbiamente - tratto nuova linfa vitale dagli avvenimenti dell’89 spostando in avanti nel tempo tutti i coefficienti politici, finanziari e sociali della sua crisi strutturale. Un risultato, per il dominio del capitale, che non può essere unicamente ricondotto e/o circoscritto ai paesi dell’Est ma che è riverberato, spesso rovinosamente, ovunque. Una condizione oggettiva che ha incarnato un sostanziale arretramento [1] che pesa, a tutto oggi, come un macigno, sulla ripresa e sul rinvigorimento, a livello internazionale, della generale contraddizione storica capitalismo/socialismo. 

La fine della storia?

Oramai, senza ombra di dubbio alcuno, è assodato che i fatti dell’89 sono stati ampiamente utilizzati e valorizzati dai poteri forti capitalistici per rilanciare ad ampio raggio il ciclo dell’accumulazione accompagnato dal varo di nuovi e più sofisticati dispositivi di dominio e comando. Rileggere, a distanza di anni, quel libello, assunto a categoria di opera omnia universale, di Francis Fukuyama, La fine della Storia, attraverso il quale, questo membro della Rand Corporation, dichiarava, all’indomani del crollo del Muro, il trionfo dell’unilateralismo liberale e la fine di ogni possibile alternativa di sistema al capitalismo, ci serve per ricordarci, specie quando ci rivolgiamo alle nuove generazioni, il volume di fuoco che la borghesia internazionale dispiegò in quel periodo cruciale della storia contemporanea con il dichiarato obiettivo di accreditare l’orizzonte capitalistico come l’unico approdo dell’umanità. Secondo lo scritto e le tesi di Fukuyama lo sviluppo tecnico-scientifico esprimerebbe, al massimo, le sue positive possibilità proprio nell'ambito di un sistema produttivo capitalistico e, in particolare, nell'attuale sistema neoliberista e globalizzato. Tale convinzione gli derivava indicando questa presunta verità nella vittoria che il sistema capitalistico avrebbe riportato sul comunismo. Infatti questo ultimo viene ritenuto capace di creare, come dimostrerebbe l’esperienza dell’Urss, quasi dal nulla un potente apparato industriale, ma sarebbe intrinsecamente incapace di reggere sul lungo periodo la concorrenza del sistema capitalistico internazionale. Nulla di più errato se – come è ovvio – né in Urss e né negli altri paesi dell’Est la formazione economico sociale poteva essere accostata ad una dimensione compiutamente comunista.

Il dato su cui riflettere, dopo tanti anni, è che il capitalismo occidentale, nel corso di questi due decenni, ha potuto rinviare, almeno momentaneamente, i passaggi più dirompenti della propria crisi, ma solo attraverso l’ accentuazione costante e violenta delle proprie modalità di azione imperialistiche con buona pace di tutti i proclami e le illusioni di chi dissertava su una fantomatica crescita lineare del benessere e della libertà. Del resto come definire l’intensificarsi e l’ulteriore complessificazione dei meccanismi di sfruttamento, nel cuore delle proprie cittadelle e, soprattutto, nell’intervento verso i popoli e i paesi dominati? E come interpretare la diffusione di forme dispotiche di autoritarismo, di militarismo e di razzismo che caratterizzano tutti i variegati assetti con cui si rappresenta la governance capitalistica al Nord come nel Sud del mondo? Crediamo che, ogni persona onesta e non resa cieca dalla comunicazione deviante del capitale, può ricavare la risposta a questi interrogativi traendola dalla cronologia di questi ultimi due decenni che hanno registrato l’aumento di tutti i fattori di violenta estorsione generalizzata del plus valore.

Da quale parte è caduto il Muro di Berlino?

Il Sole 24 Ore si è interrogato venti anni dopo su da quale parte sia poi effettivamente caduto il Muro di Berlino. La caduta del Muro comportò nei vari paesi dell’ex blocco sovietico una sbornia ideologica e culturale fondata su una illusione secondo cui, in poco tempo, la cosiddetta modernizzazione capitalistica avrebbe innestato processi di diffusione della ricchezza e di ascesa sociale generalizzata per larghe fasce della popolazione. Dalle Repubbliche Baltiche (che in virtù delle loro caratteristiche storiche, già ai tempi dell’Urss, potevano considerarsi una sorta di Padania del blocco dell’Est) fino a paesi come la Bulgaria e la Romania o, addirittura, le Repubbliche Caucasiche (le quali erano il fanalino di coda dal punto di vista economico dell’ex Urss) si enuclearono nuovi blocchi e ceti di potere legati e dipendenti, a doppio filo, alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale, alle grandi corporation occidentali ed infiltrate da consistenti quote di capitali extralegali e criminali i quali hanno utilizzato i mercati dell’Est per essere reinseriti, nuovamente, dentro i circuiti finanziari “legali”.

Dopo venti anni, però, la crisi economica si sta incaricando di porgere il conto politico e materiale ai vari governi iperliberisti di quei paesi. Un presunto sviluppo incardinato su privatizzazioni, abbattimento del welfare e prestiti internazionali (per lo più da parte delle grandi banche e fondazioni economiche statunitensi) con conseguente vertiginoso aumento del debito pubblico non poteva che approdare agli esiti attuali. Le classi dirigenti di questi paesi, agendo come veri e propri sudditi corrotti delle oligarchie economiche occidentali e interne, hanno consentito la svendita alle multinazionali di tutto il patrimonio economico statale. Interi comparti produttivi, all’indomani dell’89, furono svenduti per pochi soldi e poi fatti chiudere dai nuovi proprietari, in modo da provocare la dipendenza estera, verso l’occidente, nel fondamentale fabbisogno primario. Distruzione totale dell'agricoltura e affossamento dell'industria manifatturiera e di trasformazione legata ai prodotti e alla domanda interni sono state le direttrici lungo cui si è snodato l’incuneamento di forme economiche di liberismo selvaggio. In compenso, grazie a una politica di contenimento salariale e una politica fiscale fortemente iniqua e contraria a ogni principio perequativo (si pensi che in molti di questi paesi vi è addirittura un'unica aliquota fiscale uguale per tutti, indipendentemente dall'ammontare del reddito, in genere attestata attorno al 15-20%) e alle spropositate agevolazioni tariffarie concesse agli investitori esteri, hanno attirato un forte flusso di investimenti dall'estero, che hanno portato ad una vertiginosa, quanto effimera, crescita del Pil; tanto che i Paesi Baltici venivano definiti "le tigri dell'est europeo", avendo punte di crescita annua fino all' 8-10%. Ma la sbornia è stata smaltita presto con il risultato di tragici effetti antisociali.

L’effetto boomerang del capitalismo.

Il boom capitalistico si è rivelato un grande bluff, un castello di sabbia che ha iniziato a sgretolarsi già qualche anno fa, quando gli investitori esteri hanno cominciato a dislocare ancora più a Est (verso la Cina e verso gli altri paesi asiatici) le loro aziende. In questa parossistica marcia (verso Est e verso il Sud del mondo) il capitale insegue un costo della manodopera sempre più basso e utilizza pro domo sua le nuove infrastrutture costruite e rese disponibili da governi completamente subalterni ai diktat occidentali. Un gigantesco sommovimento capitalistico che ha supportato ed ancora assolve al compito di facilitare la riperpetuazione dell’azione globale del mercato. Ma il colpo di grazia lo sta infierendo, già da qualche anno, l'attuale scorcio della crisi economica mondiale. L'estrema dipendenza estera di questi paesi ha, come prevedibile, moltiplicato esponenzialmente gli effetti negativi di questa congiuntura della crisi. Le prime aziende che le grandi fabbriche occidentali hanno cominciato a chiudere sono state proprio quelle impiantate nell'Est europeo, come hanno fatto, e stanno continuando a fare colossi del calibro della Volkswagen in Repubblica Ceca e della Fiat in Polonia. Inoltre, come se non bastasse, l’articolazione della crisi finanziaria ha messo a repentaglio tutto l'impianto privatistico su cui sono state improntate la previdenza pubblica (in particolare le pensioni), la sanità (basata essenzialmente sulle assicurazioni private) e l'istruzione (la quale, attualmente, è uno sbiadito ricordo di quei canoni passati d’istruzione pubblicata garantita per tutti).

Siamo, quindi, in presenza, pur dentro le attuali complesse dinamiche del corso della crisi di un gigantesco effetto boomerang che scuote i paesi e le aree geografiche “liberate dal comunismo”.

Gli anni alle nostre spalle dimostrano, palesemente, che le popolazioni dell’Est hanno pagato duramente il nuovo ordine mondiale post/’89. Un costo non solo in termini negativi sul piano  dell’economia ma, anche, sul terreno delle relazioni [2] sociali, culturale ed umane le quali hanno segnato negativamente alcune generazioni di quei paesi.

Del resto, se leggiamo gli stessi indicatori statistici borghesi, possiamo affermare che lo sfondamento del Muro ha causato un peggioramento dei meccanismi di sfruttamento i quali non si sono fermati ai confini dell’attuale Russia ma, come dimostrano le ripetute aggressioni imperialistiche (economiche, diplomatiche e militari) dal 1991 ad oggi, puntano all’intero pianeta, al disciplinamento di tutti i popoli ribelli, al controllo delle risorse ed alla ulteriore svalorizzazione della forza lavoro mondiale.

Le ragioni del comunismo.

Se i fatti dell’89 non hanno rappresentato, in alcun modo, la fine del comunismo, a distanza di venti anni, bisogna, francamente, prendere atto che permangono inesplorati alcuni importanti snodi teorici che dobbiamo, collettivamente, ulteriormente scandagliare [3] senza delegare questo cimento ai revisionismi “vecchi” e “nuovi”.

C’è un intero retroterra storico da riconnettere con la realtà attuale operando una decostruzione scientifica della mistificante narrazione capitalistica vigente la quale è diventata pensiero unico totalizzante che anestetizza e depotenzia qualsiasi forma del conflitto.

C’è tutta la struttura culturale del comunismo, del socialismo, della sinistra che va ripresa dalla muffa in cui si vorrebbe autoritariamente confinarla per ingessarla in una superfetazione inadatta alla trasformazione sociale. Non si tratta di dare vita di nuovo a feticci o a inoffensivi simulacri (anche rivestiti di ideologia), ma di rimettere in circolo teoria e passione durevole per riqualificarle in un passaggio di fase che non è solo nel calendario temporale ma è nella variegata composizione di classe, nelle forme concrete del capitalismo maturo, nelle vigenti dinamiche di sfruttamento e nel rapporto complessivo tra la civiltà umana, la natura e il suo possibile, quanto probabile, infarto ecologico del pianeta.

 

Il rilancio dell’opzione comunista organizzata, se vuole mettere a valore gli errori commessi e le distorsioni prodotte [4], deve ripensare alle insufficienze teoriche e politiche, che, in varie epoche, hanno limitato la potenza espansiva di questo straordinario progetto della liberazione dell’umanità. La lotta per il comunismo, l’emancipazione dai rapporti sociali dominanti deve – finalmente - immaginarsi e farsi percepire come un movimento reale a scala internazionale superando i ristretti ed asfissianti ridotti nazionali che – di fatto – hanno svilito e minato dall’interno le possibilità espansive della lotta di classe e delle concrete allusioni alla costruzione del socialismo dopo la prima rottura rivoluzionaria dell’Ottobre ’17.

Questo assunto teorico e politico era già valido e praticabile nel corso delle esperienze dell’intero Novecento. Tale sacrosanto principio, però, rimase oggettivamente incompreso, tranne rarissime ed encomiabili eccezioni, le quali non furono mai in grado di alimentare e sostanziare efficaci controtendenze sociali e, nel contempo, agglutinare un livello politico rivoluzionario qualitativamente più avanzato. Ai giorni nostri questa prioritaria premessa politica e programmatica è diventata ancora di più essenziale ed immanente in una epoca caratterizzata dalla piena mondializzazione capitalistica, dalla crescente competizione globale interimperialistica e dalla diffusione di un moderno (e variegato) proletariato in ogni angolo della terra.

Le vicende maturate in questi decenni dimostrano ampiamente che solo attingendo, non formalisticamente, ad una dimensione internazionale dei problemi e dello scontro e ad una logica internazionalista il soggetto collettivo del movimento operaio e di classe può farsi carico dei più grandi problemi storici e rappresentare la forza di un progetto radicalmente alternativo per il proletariato universale e l’intera specie umana.

A venti anni dal 1989 questa lezione (teorica e politica) è una consegna pratica che assumiamo per metabolizzare, per davvero, la caduta del Muro ed imprimere nel nostro agire collettivo ed organizzato l’obiettivo concreto e possibile dell’alternativa di società al capitalismo.


[1] Quando definiamo un arretramento le vicende del movimento comunista dopo il 1989 lungi da noi ogni meccanicistica identificazione tout court con i paesi dell’Est e con i modelli sociali vigenti. Si tratta, però, di comprendere, a differenza di altri compagni che ritengono, semplicisticamente, di chiamarsi fuori dalle conseguenze di quegli avvenimenti, che quelle macerie hanno colpito anche chi, precedentemente, aveva polemizzato con i paesi a “socialismo reale” e con le scelte politiche e strategiche delle loro dirigenze;

[2] Senza rimpiangere rapporti sociali chiaramente inadeguati ad una efficace transizione socialista non possiamo, però, non prendere atto che il trionfo del capitalismo versus il comunismo nei paesi dell’Est è stato un violento acceleratore di dinamiche disgreganti fin dentro le viscere profonde della società. Una sorta di degenerazione che frantumando ogni identità ha causato: diffusione di droga, prostituzione di ogni tipo, sfruttamento generalizzato e un generale imbarbarimento di tutti gli standard della vita civile attraverso il dilagare del razzismo verso i più deboli e di alcune forme di xenofobia;

[3] Un buon approccio analitico su tali questioni è contenuto nel Quaderno di Contropiano “Il bambino e l’acqua sporcaun passaggio di metodo nell’analisi sul movimento comunista e sul novecento” contenete gli Atti del Convegno svolto, a Roma, nel maggio 2006;

[4] In questa sede vogliamo solo dare uno spunto per una analisi più compiuta ed argomentata circa alcune delle cause che provocarono il crollo dei paesi del “socialismo reale”. Non c’è alcun dubbio nel ritenere che una particolare articolazione del produttivismo ad ogni costo e di culto del progresso tecnico (ritenuto neutrale) siano tra le concause dell’implosione di queste formazioni sociali. Infatti, come, tra l’altro è emerso nel recente Convegno di Pisa dell’Associazione Marxista Politica e Classe, la storia della sinistra occidentale è stata fortemente condizionata dallo scientismo e dallo storicismo che hanno stravolto e tarpato le ali ad alcune categorie interpretative del Moro di Treviri con il rischio di una lettura dogmatica ed inefficace della scienza marxiana;

 
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