Venti anni fa, nell’ottobre ’89,
la velocità della storia – improvvisamente
- conobbe una brusca accelerazione le cui conseguenze,
sul piano globale, hanno profondamente segnato
il corso degli avvenimenti internazionali. Riprendere
la discussione su quello snodo recente della nostra
storia non è un esercizio nostalgico o puramente
rievocativo ma serve per meglio comprendere i
problemi dell’oggi anche alla luce di quanto accaduto.
Venti
anni possono bastare per tentare di liberarci,
definitivamente, di quelle macerie le quali,
a vario titolo, hanno colpito i comunisti, il
movimento operaio nelle sue diverse articolazioni
e quanti, ad ogni latitudine del pianeta, aspiravano
ed, ancora oggi, si battono contro le ingiustizie
sociali, lo sfruttamento capitalistico e per un
altro mondo possibile.
La
caduta del Muro di Berlino, la dissoluzione del
blocco dei paesi dell’Est riconducibili alle cosiddette
democrazie popolari, la crisi dell’Urss
fino al suo completo smembramento avvenuto nel
1991, lo scioglimento del Patto di Varsavia e
del Comecon non sono state – semplicemente
– vicende riconducibili ad una presunta fine
del comunismo ma hanno rappresentato, al di
là della interessata propaganda borghese, una
profonda modificazione degli assetti complessivi
del capitalismo internazionale le cui risultanze
economiche, politiche e sociali continuano ad
essere avvertite a distanza di due decenni.
Non
è argomento di questo articolo discutere e valutare
quale sia stata la natura sociale di quelle esperienze
statuali collocate al di là del Muro. Su
tale rompicapo di carattere teorico è, da tempo,
aperta una discussione la quale ha attraversato,
ed ancora percorre, le infinite diatribe afferenti
la storia del movimento comunista internazionale.
Da
parte nostra non ci siamo sottratti a questa sfida
e, senza nessuna inutile spocchia, crediamo di
aver offerto contributi utili nell’ambito del
progetto “Il bambino e l’acqua sporca”
il quale, negli anni, attraverso convegni e pubblicazioni
varie, ha messo a confronto studiosi, intellettuali
e militanti politici con l’obiettivo di trarre
un bilancio critico ed autocritico di una importante
e significativa fase del movimento comunista internazionale.
Un lavorìo necessario - work in progress
- da socializzare ulteriormente, se riteniamo
ancora utile l’approfondimento teorico e la battaglia
politica comunista per non soccombere, anche inconsapevolmente,
ai revisionismi di ogni sorta ed alla propaganda
degli apologeti del capitale.
Ci
soffermeremo, in questo articolo, su alcune caratteristiche
del corso storico del capitalismo il quale ha
– indubbiamente - tratto nuova linfa vitale dagli
avvenimenti dell’89 spostando in avanti nel tempo
tutti i coefficienti politici, finanziari e sociali
della sua crisi strutturale. Un risultato, per
il dominio del capitale, che non può essere unicamente
ricondotto e/o circoscritto ai paesi dell’Est
ma che è riverberato, spesso rovinosamente, ovunque.
Una condizione oggettiva che ha incarnato un sostanziale
arretramento
che pesa, a tutto oggi, come un macigno, sulla
ripresa e sul rinvigorimento, a livello internazionale,
della generale contraddizione storica capitalismo/socialismo.
La fine della storia?
Oramai,
senza ombra di dubbio alcuno, è assodato che i
fatti dell’89 sono stati ampiamente utilizzati
e valorizzati dai poteri forti capitalistici per
rilanciare ad ampio raggio il ciclo dell’accumulazione
accompagnato dal varo di nuovi e più sofisticati
dispositivi di dominio e comando. Rileggere, a
distanza di anni, quel libello, assunto a categoria
di opera omnia universale, di Francis Fukuyama,
La fine della Storia, attraverso il quale,
questo membro della Rand Corporation, dichiarava,
all’indomani del crollo del Muro, il trionfo dell’unilateralismo
liberale e la fine di ogni possibile alternativa
di sistema al capitalismo, ci serve per ricordarci,
specie quando ci rivolgiamo alle nuove generazioni,
il volume di fuoco che la borghesia internazionale
dispiegò in quel periodo cruciale della storia
contemporanea con il dichiarato obiettivo di accreditare
l’orizzonte capitalistico come l’unico approdo
dell’umanità. Secondo lo scritto e le tesi di
Fukuyama lo sviluppo tecnico-scientifico esprimerebbe,
al massimo, le sue positive possibilità proprio
nell'ambito di un sistema produttivo capitalistico
e, in particolare, nell'attuale sistema neoliberista
e globalizzato. Tale convinzione gli derivava
indicando questa presunta verità nella vittoria
che il sistema capitalistico avrebbe riportato
sul comunismo. Infatti questo ultimo viene
ritenuto capace di creare, come dimostrerebbe
l’esperienza dell’Urss, quasi dal nulla un potente
apparato industriale, ma sarebbe intrinsecamente
incapace di reggere sul lungo periodo la concorrenza
del sistema capitalistico internazionale.
Nulla di più errato se – come è ovvio – né in
Urss e né negli altri paesi dell’Est la formazione
economico sociale poteva essere accostata ad una
dimensione compiutamente comunista.
Il dato
su cui riflettere, dopo tanti anni, è che il capitalismo
occidentale, nel corso di questi due decenni,
ha potuto rinviare, almeno momentaneamente, i
passaggi più dirompenti della propria crisi, ma
solo attraverso l’ accentuazione costante e violenta
delle proprie modalità di azione imperialistiche
con buona pace di tutti i proclami e le illusioni
di chi dissertava su una fantomatica crescita
lineare del benessere e della libertà. Del resto
come definire l’intensificarsi e l’ulteriore complessificazione
dei meccanismi di sfruttamento, nel cuore delle
proprie cittadelle e, soprattutto, nell’intervento
verso i popoli e i paesi dominati? E come interpretare
la diffusione di forme dispotiche di autoritarismo,
di militarismo e di razzismo che caratterizzano
tutti i variegati assetti con cui si rappresenta
la governance capitalistica al Nord come
nel Sud del mondo? Crediamo che, ogni persona
onesta e non resa cieca dalla comunicazione deviante
del capitale, può ricavare la risposta a questi
interrogativi traendola dalla cronologia di questi
ultimi due decenni che hanno registrato l’aumento
di tutti i fattori di violenta estorsione generalizzata
del plus valore.
Da quale parte
è caduto il Muro di Berlino?
Il Sole
24 Ore si è interrogato venti anni dopo su da
quale parte sia poi effettivamente caduto il Muro
di Berlino. La caduta del Muro comportò nei vari
paesi dell’ex blocco sovietico una sbornia ideologica
e culturale fondata su una illusione secondo cui,
in poco tempo, la cosiddetta modernizzazione capitalistica
avrebbe innestato processi di diffusione della
ricchezza e di ascesa sociale generalizzata per
larghe fasce della popolazione. Dalle Repubbliche
Baltiche (che in virtù delle loro caratteristiche
storiche, già ai tempi dell’Urss, potevano considerarsi
una sorta di Padania del blocco dell’Est) fino
a paesi come la Bulgaria e la Romania o, addirittura,
le Repubbliche Caucasiche (le quali erano il fanalino
di coda dal punto di vista economico dell’ex Urss)
si enuclearono nuovi blocchi e ceti di potere
legati e dipendenti, a doppio filo, alla Banca
Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale, alle
grandi corporation occidentali ed infiltrate
da consistenti quote di capitali extralegali e
criminali i quali hanno utilizzato i mercati dell’Est
per essere reinseriti, nuovamente, dentro i circuiti
finanziari “legali”.
Dopo
venti anni, però, la crisi economica si sta incaricando di porgere il conto
politico e materiale ai vari governi iperliberisti
di quei paesi. Un presunto sviluppo incardinato
su privatizzazioni, abbattimento del welfare e
prestiti internazionali (per lo più da parte delle
grandi banche e fondazioni economiche statunitensi)
con conseguente vertiginoso aumento del debito
pubblico non poteva che approdare agli esiti attuali.
Le classi dirigenti di questi paesi, agendo
come veri e propri sudditi corrotti delle oligarchie
economiche occidentali e interne, hanno consentito
la svendita alle multinazionali di tutto il patrimonio
economico statale. Interi comparti produttivi,
all’indomani dell’89, furono svenduti per pochi
soldi e poi fatti chiudere dai nuovi proprietari,
in modo da provocare la dipendenza estera, verso
l’occidente, nel fondamentale fabbisogno primario.
Distruzione totale dell'agricoltura e affossamento
dell'industria manifatturiera e di trasformazione
legata ai prodotti e alla domanda interni sono
state le direttrici lungo cui si è snodato l’incuneamento
di forme economiche di liberismo selvaggio. In
compenso, grazie a una politica di contenimento
salariale e una politica fiscale fortemente iniqua
e contraria a ogni principio perequativo (si pensi
che in molti di questi paesi vi è addirittura
un'unica aliquota fiscale uguale per tutti, indipendentemente
dall'ammontare del reddito, in genere attestata
attorno al 15-20%) e alle spropositate agevolazioni
tariffarie concesse agli investitori esteri, hanno
attirato un forte flusso di investimenti dall'estero,
che hanno portato ad una vertiginosa, quanto effimera,
crescita del Pil; tanto che i Paesi Baltici venivano
definiti "le tigri dell'est europeo",
avendo punte di crescita annua fino all' 8-10%.
Ma la sbornia è stata smaltita presto con il risultato
di tragici effetti antisociali.
L’effetto boomerang del capitalismo.
Il boom
capitalistico si è rivelato un grande bluff, un
castello di sabbia che ha iniziato a sgretolarsi
già qualche anno fa, quando gli investitori esteri
hanno cominciato a dislocare ancora più a Est
(verso la Cina e verso gli altri paesi asiatici)
le loro aziende. In questa parossistica marcia
(verso Est e verso il Sud del mondo) il capitale
insegue un costo della manodopera sempre più basso
e utilizza pro domo sua le nuove infrastrutture
costruite e rese disponibili da governi completamente
subalterni ai diktat occidentali. Un gigantesco
sommovimento capitalistico che ha supportato ed
ancora assolve al compito di facilitare la riperpetuazione
dell’azione globale del mercato. Ma
il colpo di grazia lo sta infierendo, già da qualche
anno, l'attuale scorcio della crisi economica
mondiale. L'estrema dipendenza estera di questi
paesi ha, come prevedibile, moltiplicato esponenzialmente
gli effetti negativi di questa congiuntura della
crisi. Le prime aziende che le grandi fabbriche
occidentali hanno cominciato a chiudere sono state
proprio quelle impiantate nell'Est europeo, come
hanno fatto, e stanno continuando a fare colossi
del calibro della Volkswagen in Repubblica Ceca
e della Fiat in Polonia. Inoltre, come se non
bastasse, l’articolazione della crisi finanziaria
ha messo a repentaglio tutto l'impianto privatistico
su cui sono state improntate la previdenza pubblica
(in particolare le pensioni), la sanità (basata
essenzialmente sulle assicurazioni private) e
l'istruzione (la quale, attualmente, è uno sbiadito
ricordo di quei canoni passati d’istruzione pubblicata
garantita per tutti).
Siamo, quindi, in presenza, pur dentro le attuali complesse
dinamiche del corso della crisi di un gigantesco
effetto boomerang che scuote i paesi e
le aree geografiche “liberate dal comunismo”.
Gli anni alle nostre spalle dimostrano, palesemente, che
le popolazioni dell’Est hanno pagato duramente
il nuovo ordine mondiale post/’89. Un costo non
solo in termini negativi sul piano dell’economia ma, anche, sul terreno delle relazioni
sociali, culturale ed umane le quali hanno segnato negativamente
alcune generazioni di quei paesi.
Del resto, se leggiamo gli stessi indicatori statistici
borghesi, possiamo affermare che lo sfondamento
del Muro ha causato un peggioramento
dei meccanismi di sfruttamento i quali non si
sono fermati ai confini dell’attuale Russia ma,
come dimostrano le ripetute aggressioni imperialistiche
(economiche, diplomatiche e militari) dal 1991
ad oggi, puntano all’intero pianeta, al disciplinamento
di tutti i popoli ribelli, al controllo delle
risorse ed alla ulteriore svalorizzazione della
forza lavoro mondiale.
Le ragioni del comunismo.
Se
i fatti dell’89 non hanno rappresentato, in alcun
modo, la fine del comunismo, a distanza di venti
anni, bisogna, francamente, prendere atto che
permangono inesplorati alcuni importanti snodi
teorici che dobbiamo, collettivamente, ulteriormente
scandagliare
senza delegare questo cimento ai revisionismi
“vecchi” e “nuovi”.
C’è
un intero retroterra storico da riconnettere con
la realtà attuale operando una decostruzione scientifica
della mistificante narrazione capitalistica vigente
la quale è diventata pensiero unico totalizzante
che anestetizza e depotenzia qualsiasi forma del
conflitto.
C’è
tutta la struttura culturale del comunismo, del
socialismo, della sinistra che va ripresa dalla
muffa in cui si vorrebbe autoritariamente confinarla
per ingessarla in una superfetazione inadatta
alla trasformazione sociale. Non si tratta di
dare vita di nuovo a feticci o a inoffensivi simulacri
(anche rivestiti di ideologia), ma di rimettere
in circolo teoria e passione durevole per riqualificarle
in un passaggio di fase che non è solo nel calendario
temporale ma è nella variegata composizione di
classe, nelle forme concrete del capitalismo maturo,
nelle vigenti dinamiche di sfruttamento e nel
rapporto complessivo tra la civiltà umana, la
natura e il suo possibile, quanto probabile, infarto
ecologico del pianeta.
Il
rilancio dell’opzione comunista organizzata, se
vuole mettere a valore gli errori commessi e le
distorsioni prodotte ,
deve ripensare alle insufficienze teoriche e politiche,
che, in varie epoche, hanno limitato la potenza
espansiva di questo straordinario progetto della
liberazione dell’umanità. La lotta per il comunismo,
l’emancipazione dai rapporti sociali dominanti
deve – finalmente - immaginarsi e farsi percepire
come un movimento reale a scala internazionale
superando i ristretti ed asfissianti ridotti nazionali
che – di fatto – hanno svilito e minato dall’interno
le possibilità espansive della lotta di classe
e delle concrete allusioni alla costruzione del
socialismo dopo la prima rottura rivoluzionaria
dell’Ottobre ’17.
Questo
assunto teorico e politico era già valido e praticabile
nel corso delle esperienze dell’intero Novecento.
Tale sacrosanto principio, però, rimase oggettivamente
incompreso, tranne rarissime ed encomiabili eccezioni,
le quali non furono mai in grado di alimentare
e sostanziare efficaci controtendenze sociali
e, nel contempo, agglutinare un livello politico
rivoluzionario qualitativamente più avanzato.
Ai giorni nostri questa prioritaria premessa politica
e programmatica è diventata ancora di più essenziale
ed immanente in una epoca caratterizzata dalla
piena mondializzazione capitalistica, dalla crescente
competizione globale interimperialistica e dalla
diffusione di un moderno (e variegato) proletariato
in ogni angolo della terra.
Le
vicende maturate in questi decenni dimostrano
ampiamente che solo attingendo, non formalisticamente,
ad una dimensione internazionale dei problemi
e dello scontro e ad una logica internazionalista
il soggetto collettivo del movimento operaio e
di classe può farsi carico dei più grandi problemi
storici e rappresentare la forza di un progetto
radicalmente alternativo per il proletariato universale
e l’intera specie umana.
A
venti anni dal 1989 questa lezione (teorica e politica) è una consegna
pratica che assumiamo per metabolizzare, per davvero,
la caduta del Muro ed imprimere nel nostro
agire collettivo ed organizzato l’obiettivo concreto
e possibile dell’alternativa di società al capitalismo.