
Carri armati inviati nelle strade
di Bologna nel 1977 dall'allora Ministro dell'Interno
Francesco Cossiga |
Bene
stanno facendo i vari siti di compagni e riviste di
movimento a pubblicare foto e testimonianze che documentano
il ruolo (infame) di anticomunista dichiarato e di
assassino legalizzato incarnato da Francesco Cossiga.
Specie
le nuove generazioni di militanti e di attivisti devono
sapere che il Presidente Emerito della Repubblica
Italiana è stato un attivo uomo di parte capitalistica
il quale non si è fatto scrupolo, in alcuni tornanti
della storia di questo paese, ad utilizzare tutte
le armi possibili contro il movimento dei lavoratori,
le sue avanguardie e contro chiunque osasse mettere
in discussione lo status quo uscito dalla Seconda
Guerra Mondiale. Un ordine imperiale che incatenava
l’Italia agli Stati Uniti, alla politica atlantica
e al complesso dell’azione imperialistica a stellastrisce.
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Non
è un caso che, nella metà degli anni settanta, il nome di
Cossiga era scritto sui muri delle città d’Italia con la
K come l’Amerikano, tanto per citare un bellissimo film del regista greco Costa
Gravas. E non è un caso che la
denuncia contro la sua persona fu un cavallo di battaglia
politico per quanti - comunisti e non solo - animarono le
mobilitazioni contro le leggi liberticide di quegli anni
le quali avviarono quella lunga ristrutturazione autoritaria
dello stato, dei suoi apparati e dei suoi dispositivi normativi
i cui ultimi esiti riverberano pesantemente ancora oggi.
Ma
le nefandezze di Kossiga, dei
suoi governi e dell’intero corollario repressivo scatenato
in quegli anni potettero imporsi, contro i movimenti di
lotta e nell’intera società, non solo sulla punta delle
pistole di polizia e carabinieri scatenati nelle piazze
o attraverso la dispiegata terapia del manganello ma anche
grazie al ruolo di supporto e di appoggio che le direzioni
dell’allora Partito Comunista garantirono ai governi democristiani
e poi a quell’ibrido e nefasto esperimento che fu il “governo
dell’astensione” (il
PCI si astenne in Parlamento garantendo una sorta di appoggio
per avviare concretamente la teoria berlingueriana del compromesso storico con la DC…).
A
cavallo della metà degli anni ’70 l’Italia era attraversata
da un lungo ciclo di lotte operaie e popolari le quali ponevano
apertamente non solo un avanzato piano di rivendicazioni
economiche ma esprimevano, soprattutto, una spinta ideale
e materiale verso l’istaurazione di nuovi rapporti sociali.
Nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri si stava realizzando
una saldatura tra l’intera gamma delle conquiste sociali
e il tema del potere politico inteso come nuova e possibile
soglia avanzata di governo della società.
Di
fronte a questo vasto e articolato sommovimento sociale
il PCI scelse consapevolmente di non alienarsi i rapporti
con i poteri forti del capitale (nazionale ed internazionale)
e si schierò apertamente contro ogni episodio di sovversione
sociale. Attraverso uomini come Pecchioli
(il cosiddetto Ministro
degli Interni del PCI non a caso anche lui trasformato in
Pekkioli) il partito di Berlinguer
scelse di unirsi alla Union Sacré contro la violenza. Di fatto la lotta
di classe e il conflitto sociale furono interpretati in
chiave criminale e il PCI diventò – oggettivamente e spesso
anche soggettivamente – il cane di guardia della borghesia
e del nascente capitalismo tricolore.
Su
questo tema esiste un ampia letteratura che dimostra palesemente
come il PCI determinò con propri contributi ad hoc
(dall’uso delle Procure della Repubblica, alla
rete sindacale sui posti di lavoro fino all’ideazione in
alcune città dei famigerati questionari antiterrorismo compilati
da un giovane Piero Faasino in sodalizio con un giovane Giuliano Ferrara…)
quel clima di generale repressione che spianò la strada
e facilitò la successiva ondata di riconversione capitalistica,
lungo tutti gli anni ottanta, che travolse, a vario titolo,
gli stessi apprendisti stregoni di Botteghe Oscure.
La
morte di Francesco Cossiga – quindi – ci riporta alla mente
non solo il ruolo e la funzione di un personaggio la cui
collocazione futura è, certamente, nella pattumiera della
storia ma deve rammentarci anche come l’azione collaborazionista
del riformismo, alla bisogna. non si farà scrupoli di usare
le maniere forti quando anche solo l’allusione di un altro
mondo possibile potrebbe farsi azione e movimento sociale
agente.
Questa
dinamica, non nuova nella storia del movimento comunista,
(basti pensare al nefasto comportamento
della socialdemocrazia in Germania negli anni ’30 o la ruolo
degli interventisti alla vigilia del primo conflitto imperialista)
è suscettibile di repliche, certo non automatiche o lineari,
e potrà essere scansata solo con l’enuclearsi di una moderna
soggettività comunista libera da ogni feticizzazione statalista,
da ogni pruriginosa pulsione istituzionalista ed attenta
alle nuove e complesse forme con cui si configura l’antagonismo
sociale.
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redazione di Contropiano
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