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Fra i tanti trattenuti
nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari
Palese c’è Evni Er, cittadino turco,
sposato con una donna italiana. Evni Er venne arrestato
il 1 aprile del 2004, in un’operazione congiunta
di dimensioni internazionali.
82 le persone arrestate in Turchia, da dove risulta
partita l’operazione, altre 59 fra Germania,
Olanda, Belgio e Italia. Molti sono giornalisti
della stampa di opposizione, appartenenti ad organizzazioni
democratiche, avvocati, architetti, artisti, molti
impegnati nella salvaguardia dei diritti umani e
nella libera informazione.
Evni Er è accusato di far parte del Dhkp-c,
un partito comunista della sinistra rivoluzionaria
inserito nella lista nera delle organizzazioni terroristiche.
Infatti viene condannato a sette anni con l’accusa
di “terrorismo internazionale” dal tribunale
di Perugina. Fra i testimoni, a volto coperto, alcuni
degli agenti speciali, spesso responsabili di torture,
provenienti dalla Turchia. Nella condanna, confermata
in appello è prevista l’espulsione
di Evni Er a fine pena, ma la Turchia ne chiede
l’estradizione che viene scongiurata anche
grazie ad una vasta mobilitazione internazionale.
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Il detenuto trascorre il resto della
pena nel carcere di Nuoro ed è proprio un tribunale
sardo, la Corte di Appello di Cagliari nella sezione distaccata
di Sassari, a rigettare la richiesta turca. Secondo i
giudici, Evni Er in Turchia potrebbe essere riprocessato
e condannato per gli stessi reati che sta scontando in
Italia e un imputato non può essere condannato
due volte per lo stesso motivo.
La liberazione giunge in anticipo, il 19 febbraio per
buona condotta, ma il detenuto è immediatamente
trasferito nel Cie di Bari per essere espulso. Ha chiesto
asilo politico con l’aiuto del suo legale, teme
fortemente per la sua vita in caso di rientro in patria.
«Sono uscito da un carcere, per entrare in un altro
carcere (il Cie) in attesa di essere portato nel carcere
peggiore», racconta, «in Turchia mi aspettano
e non certo per salutarmi. Il giorno successivo alla mia
scarcerazione la agenzia governativa Anatolia mi ha “dedicato”
una pagina, aspettano la mia espulsione».
Evni è stato ascoltato pochi giorni fa dalla commissione
territoriale per i richiedenti asilo e una richiesta per
garantirgli salva la vita è stata inoltrata anche
alla Corte europea di Strasburgo. «Cosa rischio?
In teoria – continua – una condanna da 7 a
15 anni, ma quando si parla di terrorismo è facile
che i tribunali propendano per una condanna all’ergastolo.
E c’è qualcos’altro che sfugge ad ogni
controllo e che dovrebbe far riflettere l’opinione
pubblica italiana e pesare sulla decisione della Commissione:
quando prendono un oppositore in Turchia è scontato
che per almeno 4 giorni finisca per essere torturato.
È capitato recentemente ad un ragazzo, Engin Ceber.
Lo hanno preso mentre distribuiva una rivista legale,
neanche legata al partito. È uscito morto dalle
torture».
Se si sopravvive la sorte è poi segnata, dal 2000
la Turchia ha inaugurato le carceri dette Type F, isolamento
per 24 ore e spesso deprivazione sensoriale. Evni è
anche molto scettico rispetto alle riforme democratiche
tanto decantate: «Hanno fatto arrestare alcuni generali
con l’accusa di preparare un golpe, solo per sostituirli
con altri più presentabili.
Dichiarano di processare i torturatori che hanno imperversato
nella polizia e nell’esercito, ma poi i reati finiscono
prescritti o spariscono le prove. A volte nei tribunali
hanno anche il coraggio di dichiarare che non riescono
a rintracciare gli agenti identificati. Temo veramente
per la mia vita, ringrazio i tanti compagni che mi portano
solidarietà e spero veramente di ottenere asilo
politico».
Se le leggi e le disposizioni ratificate anche dall’Italia
verranno rispettate, Evni Er non dovrebbe essere espulso
in Turchia, sono infatti inespellibili coloro che rischiano
di essere sottoposti a trattamenti disumani e degradanti,
ma sull’altro piatto della bilancia ci sono gli
ottimi rapporti fra il presidente del consiglio Berlusconi
e il premier turco Erdogan e in questi casi – le
relazioni con la Libia insegnano – c’è
forte il rischio che si trovi l’escamotage per procedere
al rimpatrio.
Un caso simile è accaduto con un’altra detenuta,
questa legata ai movimenti kurdi, Nazan Ercan, ma in quel
caso prevalse la voglia di non rendersi responsabili di
un crimine e la donna, dopo un periodo di trattenimento
nel Cie di Ponte Galeria, a Roma, venne sì estradata,
ma in Germania. O forse la situazione di Evni diventerà
simile a quella di altri invisibili ancora presenti in
Italia, che hanno espiato una pena, non possono essere
rimpatriati nel proprio paese, non hanno ricevuto lo status
di rifugiato, non possono avere un permesso di soggiorno.
La sola speranza è che la commissione apposita,
lo riconosca come rifugiato politico
*Liberazione 11 Marzo 2010