Il
23 luglio 1952, un piccolo gruppo di ufficiali dell’esercito
egiziano, in seguito ribattezzati gli “ufficiali liberi”,
approfittò del crescente risentimento popolare contro l’inefficace
re Farouk e la persistente presenza coloniale britannica
per conquistare il potere. Il regime appoggiato dall’esercito
che essi insediarono quel giorno è rimasto al potere, in
un modo o nell’altro, da allora fino ad oggi. Il destino
del successore di quel regime – il presidente Hosni Mubarak
– ora è in bilico, e sarà determinato da un gruppo differente,
ma tuttora potente, di ufficiali militari. Con la sua decisione
di arroccarsi di fronte a manifestazioni politiche senza
precedenti in tutto il paese, Mubarak deve ora fare affidamento
sui militari e sulla loro disponibilità a reprimere le decine
di migliaia di egiziani ancora nelle strade.
Quando
i blindati pieni di soldati hanno cominciato a farsi strada
nel cuore del Cairo e in altre città egiziane venerdì 28
gennaio, sono stati ben accolti dai manifestanti, che hanno
visto nell’esercito – molto rispettato dagli egiziani –
un potenziale alleato nella loro rivolta contro il regime.
Senza dubbio, l’esperienza recente in Tunisia,
dove l’esercito è intervenuto clamorosamente in appoggio
alle manifestazioni e ha accelerato la caduta del regime
repressivo del presidente Ben Ali, era ancora fresca nella
loro mente. I militari tunisini erano intervenuti contro
le forze di polizia, rinnovando così la loro immagine di
eroi popolari che hanno condiviso le preoccupazioni patriottiche
dei coraggiosi tunisini che hanno sfidato il regime. Le
scene verificatesi in Egitto hanno dimostrato che i manifestanti
egiziani speravano di creare un’analoga spaccatura
tra le forze di sicurezza, gestite dal ministero degli interni,
e l’esercito.
Sebbene
l’esercito egiziano non sia più una forza di combattimento
attiva, come soggetto pubblico conserva ancora una maggiore
credibilità rispetto alle istituzioni civili in Egitto,
paralizzate dopo anni di abbandono
e di governo guidato da un solo uomo. Negli ultimi anni,
persino alcuni attivisti democratici, abbattuti da anni
di repressione e di inefficace organizzazione dello stato,
hanno considerato i militari come l’ultima speranza degli
egiziani contro gli sforzi di Mubarak di imporre suo figlio,
Gamal, come successore alla presidenza. Ora che i manifestanti
hanno sopraffatto le forze di polizia e scatenato una mobilitazione
popolare, i militari, qualora dovessero trasferire la loro
fedeltà da Mubarak ai manifestanti, potrebbero effettivamente
porre fine al regime.
Nonostante
le scene verificatesi in Egitto dopo il dispiegamento dell’esercito
venerdì, con i soldati che si sono astenuti dalla violenza
ed hanno occasionalmente fraternizzato con i manifestanti,
le intenzioni ultime dei vertici militari rimangono un mistero.
Ciò è tanto più vero dopo la “truculenta” risposta inviata
dal presidente egiziano al suo popolo. Il dispiegamento
dell’esercito è il primo passo verso un’estromissione di
Mubarak sostenuta dai militari o verso uno sforzo per schiacciare
il dissenso? I militari hanno svolto un ruolo centrale negli
eventi di venerdì. Tale ruolo potrebbe essere ancora più
importante nei prossimi giorni, andando ben al di là del
ruolo più circoscritto che l’esercito era venuto ad occupare
negli ultimi anni all’interno dello stato egiziano. Il coinvolgimento
quotidiano dei militari negli affari politici è stato in
costante calo fin dai tempi di Gamal
Abdel Nasser, dal 1956 al 1970, quando il governo Nasser era
dominato da figure militari. Sotto Mubarak, che si è insediato
dopo l’assassinio del presidente Anwar
Sadat nel 1981, questa influenza è ulteriormente diminuita,
anche a seguito degli sforzi del regime di limitare il profilo
pubblico dei comandanti militari. Tuttavia, l’esercito è
rimasto il silenzioso garante della stabilità del regime,
e per due volte è stato schierato per reprimere significative
turbolenze politiche: nel 1977, in seguito allo scoppio
della “rivolta del pane” originata dalla decisione di Sadat
di tagliare i sussidi alimentari; e nel 1986, quando una
parte delle forze della sicurezza centrale insorse e compì
saccheggi nell’intera città del Cairo, chiedendo una maggiore
retribuzione. Mentre il ricordo di questi eventi sbiadiva,
molti analisti egiziani e stranieri si sono interrogati
riguardo all’effettiva influenza dei militari e al ruolo
che essi potrebbero giocare di fronte a una nuova sfida
nei confronti del regime.
Il
regime di Mubarak ha cercato di coltivare la fedeltà dell’esercito
attraverso speciali privilegi, come la concessione di benefici
economici sotto forma di iniziative imprenditoriali controllate
dall’esercito. Questo sistema di reciproco vantaggio è stato
un balsamo per i militari, mentre Mubarak riduceva progressivamente
la loro influenza diretta. La lealtà dell’esercito viene
ora messa alla prova per le strade del Cairo e in tutto
l’Egitto. Lo stonato discorso del presidente Mubarak, e
le sue poco entusiastiche dichiarazioni di impegno a favore
delle riforme dopo che egli ha licenziato i suoi ministri,
non metteranno fine alle agitazioni nel paese. Al contrario,
ciò potrebbe infiammare ulteriormente la situazione, essendo
i manifestanti incoraggiati dalla grande dimostrazione pubblica
di protesta ed essendo furiosi per il crescente numero di
vittime fra i loro compatrioti. Le proteste continueranno,
e sia i manifestanti e che il regime guarderanno con attenzione
alla risposta dei militari.
Nel
decidere come gestire il loro ruolo per il futuro dell’Egitto,
i vertici militari probabilmente si concentreranno su come
proteggere al meglio ed ampliare le prerogative istituzionali
e gli interessi delle forze armate. Se i comandanti militari
decideranno che la cacciata di Mubarak e un successivo passaggio
alla democrazia comporterebbero l’inaccettabile rischio
di ridurre l’influenza politica e culturale dei militari,
essi saranno più propensi a difendere il regime. Ma, affinché
l’esercito difenda Mubarak contro i manifestanti, gli alti
ufficiali dovrebbero ritenere che l’attuale sistema di governo
sia sostenibile, anche di fronte alle continue proteste
e ad una escalation di violenza. Legare il proprio futuro
a un regime paralizzato
potrebbe, in fin dei conti, distruggere la reputazione dei
militari e compromettere la loro capacità di mantenere la
loro posizione di privilegio.
In
alternativa l’esercito potrebbe seguire il modello tunisino,
intercedendo per conto del popolo, cacciando il regime attuale,
e sovrintendendo a una transizione relativamente ordinata.
Tale approccio darebbe ai militari l’opportunità di cementare
il loro ruolo nella società egiziana, sulla base di una
legittimazione popolare, e nel contempo offrirebbe loro
lo spazio per tutelare gli interessi istituzionali delle
forze armate.
Mentre
la direzione che prenderanno gli eventi in Egitto diventerà
più chiara nei prossimi giorni, questo calcolo guiderà le
azioni dei militari e potrebbe fornire al regime egiziano
ed ai suoi alleati uno scenario relativamente attraente
di transizione politica. Ma purtroppo, per arrivare a questo
probabilmente verrà versato il sangue di atri egiziani innocenti.
*
Michael Wahid Hanna è membro della Century
Foundation, dove si occupa di
sicurezza internazionale, diritti umani, e politiche USA
in Medio Oriente
articolo del "The
Atlantic" tradotto e pubblicato dal sito www.medarabnews.com
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