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Egitto. L’esercito appoggerà la rivoluzione?
di Michael Wahid Hanna*

Il 23 luglio 1952, un piccolo gruppo di ufficiali dell’esercito egiziano, in seguito ribattezzati gli “ufficiali liberi”, approfittò del crescente risentimento popolare contro l’inefficace re Farouk e la persistente presenza coloniale britannica per conquistare il potere. Il regime appoggiato dall’esercito che essi insediarono quel giorno è rimasto al potere, in un modo o nell’altro, da allora fino ad oggi. Il destino del successore di quel regime – il presidente Hosni Mubarak – ora è in bilico, e sarà determinato da un gruppo differente, ma tuttora potente, di ufficiali militari. Con la sua decisione di arroccarsi di fronte a manifestazioni politiche senza precedenti in tutto il paese, Mubarak deve ora fare affidamento sui militari e sulla loro disponibilità a reprimere le decine di migliaia di egiziani ancora nelle strade.

Quando i blindati pieni di soldati hanno cominciato a farsi strada nel cuore del Cairo e in altre città egiziane venerdì 28 gennaio, sono stati ben accolti dai manifestanti, che hanno visto nell’esercito – molto rispettato dagli egiziani – un potenziale alleato nella loro rivolta contro il regime. Senza dubbio, l’esperienza recente in Tunisia, dove l’esercito è intervenuto clamorosamente in appoggio alle manifestazioni e ha accelerato la caduta del regime repressivo del presidente Ben Ali, era ancora fresca nella loro mente. I militari tunisini erano intervenuti contro le forze di polizia, rinnovando così la loro immagine di eroi popolari che hanno condiviso le preoccupazioni patriottiche dei coraggiosi tunisini che hanno sfidato il regime. Le scene verificatesi in Egitto hanno dimostrato che i manifestanti egiziani speravano  di creare un’analoga spaccatura tra le forze di sicurezza, gestite dal ministero degli interni, e l’esercito.

Sebbene l’esercito egiziano non sia più una forza di combattimento attiva, come soggetto pubblico conserva ancora una maggiore credibilità rispetto alle istituzioni civili in Egitto, paralizzate dopo anni di abbandono e di governo guidato da un solo uomo. Negli ultimi anni, persino alcuni attivisti democratici, abbattuti da anni di repressione e di inefficace organizzazione dello stato, hanno considerato i militari come l’ultima speranza degli egiziani contro gli sforzi di Mubarak di imporre suo figlio, Gamal, come successore alla presidenza. Ora che i manifestanti hanno sopraffatto le forze di polizia e scatenato una mobilitazione popolare, i militari, qualora dovessero trasferire la loro fedeltà da Mubarak ai manifestanti, potrebbero effettivamente porre fine al regime.

Nonostante le scene verificatesi in Egitto dopo il dispiegamento dell’esercito venerdì, con i soldati che si sono astenuti dalla violenza ed hanno occasionalmente fraternizzato con i manifestanti, le intenzioni ultime dei vertici militari rimangono un mistero. Ciò è tanto più vero dopo la “truculenta” risposta inviata dal presidente egiziano al suo popolo. Il dispiegamento dell’esercito è il primo passo verso un’estromissione di Mubarak sostenuta dai militari o verso uno sforzo per schiacciare il dissenso? I militari hanno svolto un ruolo centrale negli eventi di venerdì. Tale ruolo potrebbe essere ancora più importante nei prossimi giorni, andando ben al di là del ruolo più circoscritto che l’esercito era venuto ad occupare negli ultimi anni all’interno dello stato egiziano. Il coinvolgimento quotidiano dei militari negli affari politici è stato in costante calo fin dai tempi di Gamal Abdel Nasser, dal 1956 al 1970, quando il governo Nasser era dominato da figure militari. Sotto Mubarak, che si è insediato dopo l’assassinio del presidente Anwar Sadat nel 1981, questa influenza è ulteriormente diminuita, anche a seguito degli sforzi del regime di limitare il profilo pubblico dei comandanti militari. Tuttavia, l’esercito è rimasto il silenzioso garante della stabilità del regime, e per due volte è stato schierato per reprimere significative turbolenze politiche: nel 1977, in seguito allo scoppio della “rivolta del pane” originata dalla decisione di Sadat di tagliare i sussidi alimentari; e nel 1986, quando una parte delle forze della sicurezza centrale insorse e compì saccheggi nell’intera città del Cairo, chiedendo una maggiore retribuzione. Mentre il ricordo di questi eventi sbiadiva, molti analisti egiziani e stranieri si sono interrogati riguardo all’effettiva influenza dei militari e al ruolo che essi potrebbero giocare di fronte a una nuova sfida nei confronti del regime.

Il regime di Mubarak ha cercato di coltivare la fedeltà dell’esercito attraverso speciali privilegi, come la concessione di benefici economici sotto forma di iniziative imprenditoriali controllate dall’esercito. Questo sistema di reciproco vantaggio è stato un balsamo per i militari, mentre Mubarak riduceva progressivamente la loro influenza diretta. La lealtà dell’esercito viene ora messa alla prova per le strade del Cairo e in tutto l’Egitto. Lo stonato discorso del presidente Mubarak, e le sue poco entusiastiche dichiarazioni di impegno a favore delle riforme dopo che egli ha licenziato i suoi ministri, non metteranno fine alle agitazioni nel paese. Al contrario, ciò potrebbe infiammare ulteriormente la situazione, essendo i manifestanti incoraggiati dalla grande dimostrazione pubblica di protesta ed essendo furiosi per il crescente numero di vittime fra i loro compatrioti. Le proteste continueranno, e sia i manifestanti e che il regime guarderanno con attenzione alla risposta dei militari.

Nel decidere come gestire il loro ruolo per il futuro dell’Egitto, i vertici militari probabilmente si concentreranno su come proteggere al meglio ed ampliare le prerogative istituzionali e gli interessi delle forze armate. Se i comandanti militari decideranno che la cacciata di Mubarak e un successivo passaggio alla democrazia comporterebbero l’inaccettabile rischio di ridurre l’influenza politica e culturale dei militari, essi saranno più propensi a difendere il regime. Ma, affinché l’esercito difenda Mubarak contro i manifestanti, gli alti ufficiali dovrebbero ritenere che l’attuale sistema di governo sia sostenibile, anche di fronte alle continue proteste e ad una escalation di violenza. Legare il proprio futuro a un regime paralizzato potrebbe, in fin dei conti, distruggere la reputazione dei militari e compromettere la loro capacità di mantenere la loro posizione di privilegio.

In alternativa l’esercito potrebbe seguire il modello tunisino, intercedendo per conto del popolo, cacciando il regime attuale, e sovrintendendo a una transizione relativamente ordinata. Tale approccio darebbe ai militari l’opportunità di cementare il loro ruolo nella società egiziana, sulla base di una legittimazione popolare, e nel contempo offrirebbe loro lo spazio per tutelare gli interessi istituzionali delle forze armate.

Mentre la direzione che prenderanno gli eventi in Egitto diventerà più chiara nei prossimi giorni, questo calcolo guiderà le azioni dei militari e potrebbe fornire al regime egiziano ed ai suoi alleati uno scenario relativamente attraente di transizione politica. Ma purtroppo, per arrivare a questo probabilmente verrà versato il sangue di atri egiziani innocenti.

* Michael Wahid Hanna è membro della Century Foundation, dove si occupa di sicurezza internazionale, diritti umani, e politiche USA in Medio Oriente

articolo del "The Atlantic" tradotto e pubblicato dal sito www.medarabnews.com

 
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