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Dicono che nei negozi
di alta gamma c’è grande richiesta di
maglioncini di cashmere. Pare che furgoni della Caritas
passino e ripassino da villozze e case padronali a
ritirare smoking, completi gessati, cravatte a quintali.
E’ il popolo dei padroncini, di seconda, terza
generazione, giovanotti dal SUV facile, MBA nella
tasca dei pantaloni, che aspira a diventare un popolo
di Marchionne. Tocca a loro. Guadagneranno la prima
pagina della “Padania” o magari del “Sole24”
per esser riusciti a negoziare contratti aziendali
al ribasso? Pochi però riusciranno a farsi
notare da Obama. Se qualcuno ha delocalizzato è
andato in Romania, Albania, Bielorussia, Bangladesh,
Cina, Marocco. Tanto che viene spontaneo chiedersi:
ma a chi abbasseranno il salario, sotto lo standard
del contratto nazionale? Agli artigiani terzisti?
Ai pochi operai rimasti? Oppure alle cosiddette funzioni
elevate, a quelli che portano il colletto bianco?
Mi sa che saranno questi i più bastonati. Come
alla Fiat, visto da lontano (perché da vicino
non si può) il nuovo piano industriale dovrebbe
fare assunzioni tra gli operai, almeno per rimpiazzare
i vecchi, quelli del “no”, ma tra gli
impiegati, quelli del “sì”, dovrebbe
fare un macello. |
La contrattazione aziendale è stata
per gli operai negli Anni 70 lo strumento più formidabile
per riguadagnare potere in fabbrica. Al cambio di regime,
92/93, quando è nata la Seconda Repubblica, il livello
decentrato del negoziato è stato subito abolito.
Risultato: stagnazione dei salari, scomparsa della conflittualità.
Nelle fabbriche è tornato il silenzio obbediente
e, dopo la crisi, la paura. In questo corpo malato oggi
si riapre la contrattazione. Si accettano scommesse su chi
vincerà.
E se invece non finisse così? Se
il “coraggio tunisino” sbarcasse a Mazara del
Vallo e risalisse la Penisola? Se questo popolo di zombie
lamentosi avesse un sussulto di vitalità? Se accadesse
l’impossibile?
C’è un modo perché questo avvenga, un
modo che possa tener lontano il merdaio della politica in
questa fase di confusione, mimetismi, trasformismi, proliferazione
di gruppazzi, partitazzi, movimentazzi?
Per me, è dedicare tutti gli sforzi del pensiero,
dell’immaginazione, della cultura politica residua,
della volontà, dell’astuzia a quell’enorme
bacino di lavoro postfordista creato dalle politiche industriali
miserabili, dalle politiche sociali di flessibilizzazione,
ai milioni di cosiddetti “precari” o “atipici”,
cosiddetti “giovani”, cosiddetti “sfortunati”
o “fortunati”, cosiddetti “in fuga”,
cosiddetti “generazione”.
Dedicarli alla marea di overeducated che l’Università
sputa fuori ogni anno, a quelli che alimentano la “bolla
formativa”, la più vergognosa delle tante “bolle”.
Per me, il modo giusto è dedicarsi semplicemente
e banalmente al lavoro. Ma non perché il lavoro ci
sia per tutti, no, perché il lavoro di tutti sia
dignitoso, con un minimo di rispetto. Va cacciato il fantasma
del working poor - prima di quello del disoccupato.
Perchè se uno non gli va di lavorare sempre, possa
farlo e se s’arrangia da solo, non venga guardato
come “anomalo”. Se il lavoro riesce a farsi
rispettare, allora anche il cittadino è rispettato.
Se il “nativo” sa farsi rispettare, starà
meglio l’immigrato, non viceversa, lo volete capire?
Per me, il modo giusto è dedicarsi a quell’universo
che è la rappresentazione vivente del fallimento
del sindacalismo tradizionale. Perciò la FIOM, che
di questo sindacalismo è figlia, scenda dal piedestallo
degli eroi sconfitti e si confonda con questa moltitudine.
Quelli che si etichettano ancora come “intellettuali”
e in genere preferiscono le pippe complicate, riflettano
sulla “banalità del lavoro”: è
uno dei temi più complessi del pensiero politico
e sociale. C’è un sacco da fare anche per loro. |