PRINT

Rabat chiama Torino, Parigi chiama Algeri
L’internazionalizzazione delle lotte e i compiti dell’avanguardia leninista
di Emilio Quadrelli e Giulia Bausano

La coscienza conduce faticosamente a verità parziali, limitate, instabili. Tutto ciò, naturalmente, è molto difficile. Il compito di rendere il popolo adulto sarà facilitato al tempo stesso dal rigore dell’organizzazione e dal livello ideologico dei suoi dirigenti. La potenza del livello ideologico si elabora e si rafforza via via con lo svolgersi della lotta, delle manovre dell’avversario, delle vittorie e dei rovesci. La direzione rivela la sua forza e la sua autorità denunciando gli errori, approfittando di ogni regresso della coscienza per trarre lezioni, per assicurare nuove condizioni di progresso. (F. Fanon I dannati della terra)

Classe contro classe

La Tunisia e il Nord Africa si sono messe in marcia. L’intera area magrebina e medio orientale sembra essere ogni giorno che passa una polveriera la cui devastante esplosione potrà avere ricadute non secondarie anche per i nostri mondi. Siamo ormai ben distanti dall’epoca in cui i Governi metropolitani europei potevano affermare: Se 100.000 fucili sparano in Algeria in Francia nessuno se ne accorge. Gli intrecci economici e politici dell’imperialismo e del capitalismo globale hanno reso sempre più unico il mondo. Non esiste un dentro e un fuori ma un unico fronte all’interno del quale dentro e fuori convivono fianco a fianco. Sotto tale aspetto, allora,  il Governo tunisino, non diversamente dall’insieme degli altri regimi arabi, non è altro che l’articolazione locale dell’invisibile governo delle multinazionali e solo avendo a mente ciò è possibile cogliere il senso di queste lotte e rapportarsi a loro in maniera corretta. Il ruolo che oggi giocano le aree geograficamente non occidentali all’interno del modo di produzione capitalista, inoltre, racconta qualcosa di non secondario sul complessivo fallimento di quel grande movimento storico che è stata la decolonizzazione. Le speranze che l’epopea della decolonizzazione aveva aperto, in linea di massima, sono belle che naufragate. Gran parte dei movimenti che le avevano capeggiate, nel corso del tempo, si sono trasformati in apparati asserviti alla controrivoluzione internazionale diventando i più feroci nemici delle proprie popolazioni. Leader laici, come nel caso della Tunisia e dell’Algeria, o d’ispirazione religiosa, come nel caso della Libia, si mostrano i migliori alleati proprio di quelle forze che tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso avevano con non poca determinazione combattuto e vinto. Non a caso, le democrazie occidentali, sono divenute le più accese sostenitrici di questi regimi benché i loro tratti feroci e dittatoriali fossero sotto agli occhi di tutti.  La contraddizione obiettiva che faceva da sfondo alle lotte di liberazione nazionale, l’alleanza tra le masse subalterne e la borghesia nazionale, si è per lo più risolta a tutto vantaggio delle borghesie nazionali che, una volta liquidate le istanze popolari e acquisito una postazione di forza in qualche modo stabile, hanno ben presto trovato nel capitalismo multinazionale e nelle frazioni di borghesia imperialista che lo capeggiano la sponda ideale sulla quale poggiare il loro potere locale. A sua volta, l’imperialismo delle multinazionali, ha trovato non poco allettante tale alleanza poiché, senza troppa fatica, si è ritrovato tra le mani ampi territori all’interno dei quali investire capitali in grado di rendere, in interessi e profitti, cifre insperate. La Tunisia, come del resto gran parte del Nord Africa, “ospita” imprese e aziende internazionali che, in quella forma di governo della forza - lavoro, trovano allettanti prospettive. Detto per inciso si tratta di un utilizzo della forza lavoro che si accorda  ben poco con le retoriche sull’avvento della post-modernità; al contrario il lavoro salariato assume spesso le fattezze del lavoro schiavistico, basti pensare a quanto diffusa sia in quelle aree geografiche la forma della segregazione dei lavoratori nei posti di lavoro, i quali vengono frequentemente sottoposti ad un controllo di tipo poliziesco da parte dei superiori, a ritmi lavorativi inumani e a vessazioni lesive della propria dignità. La brutalità dello sfruttamento è direttamente proporzionale all’accumulazione di profitti da parte dei capitalisti che investono appositamente dove è più semplice trovare una forza lavoro a basso costo e priva di diritti e garanzie. L’estendersi della politica di delocalizzazione perseguita dalle imprese multinazionali verso i paesi ex-coloniali e ex-sovietici e  la complementare politica di smantellamento delle garanzie e dei diritti dei lavoratori da esse coltivata nei paesi occidentali indica, dunque, come la figura che la fase globale del capitalismo tende a rendere egemone sia quella dei produttori di merce dequalificati e totalmente disponibili allo sfruttamento capitalistico. Ovviamente questo tipo di scenario mette in crisi tutte le retoriche progressiste, a partire da quelle più innovative sostenute dai teorici dell’egemonia del lavoro cognitario nel mondo globalizzato fino a quelle più classiche dei sostenitori dello sviluppo del capitalismo come processo costante di civilizzazione capace alla lunga di portare benefici anche agli sfruttati del mondo. Ciò che le ultime vicende di politica interna e internazionale mettono in luce con una chiarezza poco discutibile è esattamente l’inverso: il processo capitalistico non porta civiltà bensì barbarie, non estende diritti e progresso oltre Occidente ma  esporta ed importa sfruttamento e brutalità. Da questo punto di vista le preoccupazioni che le Cancellerie occidentali stanno mostrando per quanto avviene in quelle aree sono non poco indicative. La possibilità che un corposo pezzo del “nuovo ordine mondiale” cada in frantumi è quanto mai probabile e le ricadute di questo crollo anche dentro i nostri mondi saranno tutt’altro che irrilevanti. Ciò che può delinearsi, attraverso una lotta di lunga durata, è l’instabilità prima e la rottura poi di una maglia della catena imperialista con probabili effetti a catena sia nel Continente africano e non solo poiché, le aree di conflitto, si stanno estendendo. I Balcani e gran parte dei paesi dell’Europa orientale mostrano tendenze non distanti dal “caso Tunisia” mentre, nella stessa vecchia Europa, le sue parti deboli, come la Grecia è lì a ricordare, rimettono in moto movimenti antagonisti di classe che solo il limite storico del pensiero borghese e dei suoi servi poteva considerare bellamente archiviati tra i polverosi faldoni della storia di ieri. Forse, e sarebbe stolto non riconoscere i limiti attuali che il movimento comunista si porta appresso, siamo ancora distanti dal veder aleggiare intorno a noi lo spettro del comunismo ma, di sicuro, ciò che nessuno può ignorare è l’irrompere delle contraddizioni oggettive alle quali, il modo di produzione capitalista, non può obiettivamente porre, con facilità, rimedio. Se, realisticamente, non è ancora possibile parlare di lotta per il comunismo si può tranquillamente affermare che la lotta di classe è tutto tranne che estinta e che l’incendio nordafricano, in virtù degli intrecci politici, economici e militari che il capitalismo globale ha intessuto, è qualcosa che ci riguarda da vicino non in nome del “semplice” principio di solidarietà ma per le ricadute materiali che comporta e le affinità che quelle masse in lotta mostrano con comparti non secondarie del proletariato delle metropoli imperialiste occidentali.  Per questo non abbiamo di fronte una lotta del “Terzo Mondo” ma una lotta che ha valenza anticipatoria sul qui e ora anche dei nostri mondi. Si tratta di un’affermazione forte le cui ricadute non sono per nulla secondarie e che, pertanto, va argomentata. Se, come proveremo a sostenere, l’incendio nordafricano è qualcosa che ci riguarda da vicino i nodi strategici che questo si porta appresso occorre provare a scioglierli sin da subito. 

Per molti versi una qualche anticipazione di quanto sta accadendo nel Nord Africa lo si è avuto proprio nel cuore dell’Europa nel corso dell’autunno inverno parigino, e non solo, del 2005. Esattamente cinque anni fa la banlieue ha preso, fuor di metafora, fuoco.  Si è trattata, Grecia a parte, della più impressionante insorgenza di massa a dominanza interamente proletaria che a memoria in Europa sia possibile ricordare da oltre trent’anni. Una lotta che, in alcuni suoi tratti, poteva essere assimilata al 1905 almeno per quanto riguarda l’entrata prepotente in scena della masse e l’indirizzo oggettivamente antagonista che questa portava in sé. Nell’insieme i movimenti di sinistra, di fronte a quegli eventi, si sono dimostrati per lo più ciechi e sordi aprendo così ai movimenti di ispirazione religiosa variamente declinati spazi pressoché infiniti i quali, in virtù di ciò, sono stati in grado di far avanzare quel lavoro di egemonia politica da tempo iniziato.  Tutto questo non è stato il frutto di una svista momentanea, bensì il frutto di un ritardo analitico e teorico di movimenti  ripiegati interamente sul passato, incapaci di leggere la storia del nostro futuro e trarne le necessarie indicazioni. Per altro verso, la riduzione di quelle lotte a semplice grido di dolore da parte delle “vite da scarto”, ha esemplificato al meglio, da parte dei teorici della postmodernità, l’abbandono di ogni prospettiva marxista e di classe.

Non solo il Pcf, o ciò che ne rimane, si è dimostrato completamente incapace di radicarsi dentro quelle lotte ma anche le altre formazioni organizzate insieme alle più svariate anime e aree di movimento si sono mostrate, nei confronti della banlieue, a dir poco disinteressate. Mentre “oltre Metrò” Parigi bruciava, la sinistra, comodamente accasata tra le mura della città, la “piccola Parigi”, osservava i bagliori degli incendi come il semplice prodotto di un malessere e un disagio sociale frutto della poca attenzione da parte delle politiche neoliberiste verso gli ultimi e i poveri mentre, le aree maggiormente inclini alla “ortodossia”, rispolveravano i vecchi adagi sul lumpenproletariat, il classico vestito buono per tutte le stagioni, mostrando di aver appreso del metodo leninista l’equivalente della cattiva sintesi alla quale può aspirare un malaugurato studente  catturato dalle offerte del CEPU.  Non pochi, inoltre, individuavano nella rivolta dei giovani abitanti delle periferie il frutto perverso della “società dei consumi”. Non potendo accedere all’ultimo modello di Nike o Adidas i giovani dalla pelle scura finivano con il dare fuori di matto. Per placare la loro ira, così come in altre epoche si ammaliavano gli indigeni con specchietti e perline, si poteva porre rimedio al tutto offrendo, a prezzi stracciati, qualche container di marchi alla moda. In fondo un negro è un negro così come un arabo rimane pur sempre un arabo e, notoriamente, la loro coscienza non va oltre il soddisfacimento degli istinti primari ma, poiché anche questi hanno subito una qualche evoluzione, al cibo e al sesso si sono aggiunte felpe, jeans e scarpe.   Ironie a parte, andando al sodo, non sono stati pochi gli interventi di questo tono da parte di numerosi politici e intellettuali di sinistra con pretese più o meno radicali e, in tutto ciò, si sono distinte in particolar modo quelle aree autoproclamatesi postoperaiste che, in poche battute, hanno liquidato quelle lotte come il grido di dolore degli habits nus de la République..  Ma tutto ciò cosa significa? Cosa c’è all’origine di tutto ciò? Perché queste letture, tra gran parte della sinistra, sono così diffuse e trovano un gran numero di consensi? Certo, siamo di fronte al più bieco opportunismo, ma si tratta pur sempre di un opportunismo, frammisto a un’ottusità di non minore intensità, che gode o almeno ha goduto di non poca salute sino a poco tempo addietro, il quale rappresenta punti di vista di classi determinate e non è il semplice frutto andato a male di un ceto intellettuale. Siamo di fronte a punti di vista di classe, non  a opzioni individuali. Da qui è necessario partire. Torniamo pertanto  a Parigi. Ciò che chiunque è in grado di osservare è come nel medesimo spazio metropolitano convivano, fianco a fianco, due città separate e distinte. Si potrà obiettare che, per molti versi, non siamo di fronte a una novità poiché la divisione tra la città operaia e la città borghese è sempre stato un dato di fatto. Questo è sicuramente vero ma, e soprattutto dopo il 1945, il rapporto tra le due città si è sempre posto su un piano di reciproca legittimità. Nemici sì ma di pari grado e dignità. Ciò che la storia della banlieue, che sotto tale aspetto ne è elemento paradigmatico a tutti gli effetti, ha mostrato è come, nell’attuale fase imperialista o del cosiddetto capitalismo globale, il rapporto tra le classi si delinei all’insegna del rapporto della asimmetricità. Nemici sì ma con diverse dignità. Ciò che viene a saltare è il riconoscimento del nemico in quanto nemico pubblico, e quindi politicamente e storicamente legittimato, da qui la facilità con cui  le insorgenze del proletariato contemporaneo vengono ascritte al mondo della malattia, del crimine o, quando il conflitto assume contorni particolarmente aspri, all’oggettivo scontro in cui civiltà diverse sono obbligate a precipitare. Sullo sfondo un dato primeggia: le lotte del proletariato, in quanto classe politicamente autonoma, non sono state solo e semplicemente delegittimate ma pura e semplice follia diventa il pensare che quelle lotte possano rappresentare la fuoriuscita dal modo di produzione capitalista. Dietro alle retoriche del disagio, della malattia, della criminalità e del culturalismo variamente declinato non vi è altro che un unico progetto: impedire la saldatura tra l’idea – forza del comunismo e le lotte spontanee delle masse. Ma di quali lotte e di quali masse stiamo parlando? Questa è la domanda alla quale occorre rispondere prima in maniera analitica e immediatamente dopo in termini politici e organizzativi. Abbiamo visto come, a sinistra, tutto un proliferare di ceti politici e intellettuali si mostrino particolarmente attivi, dando fiato e facendosi paladini di un certo tipo di conflitto mentre, nei confronti di altre tipologie, si mostrano addirittura avversi o, nella migliore delle ipotesi, si limitino a ignorarli. Sotto tale profilo, ancora una volta, la Francia è quanto mai indicativa. Nella primavera del 2006 le università e una parte degli studenti medi sono entrati in fibrillazione in seguito all’ipotesi legislativa relativa alle modifiche del mercato del lavoro che il Governo stava varando. Una legge che tendeva a proletarizzare tutta una serie di figure. Da qui l’inizio delle proteste. Un movimento che ha scaldato i cuori di non pochi “intellettuali radicali” i quali, in quell’esplosione, hanno intravisto un nuovo ’68 . Immediatamente,  tonnellate di carta sono state consumate per raccontare, con toni a dir poco entusiasti, il ritorno del Maggio. Gli stessi giornalisti di sinistra, per lo più, non si sono risparmiati. Quei giovani, radicali ma per bene, incarnavano al meglio la nuova idea di trasformazione che i salotti da tempo coltivavano in contrapposizione all’arcaica, novecentesca e “montagnarda” rivoluzione. Quel movimento era il trionfo della Gironda.

Nessuno tra questi ha notato, o forse più realisticamente ha fatto finta di non vedere, come, volutamente, il movimento sorto dentro le università abbia, sin da subito, escluso sia il proletariato giovanile della banlieue sia tutto il mondo studentesco delle scuole tecniche e professionali. In questo modo, alla Montagna e ai sanculotti, dovevano essere tarpate le ali sin da subito. Gli studenti e futuri “lavoratori della conoscenza” si sono ben guardati dal tentare un qualche collegamento con i loro coetanei poco acculturati ma, al contrario, l’eventuale loro presenza dentro il loro movimento è stata considerata sin da subito un’autentica sciagura tanto è vero che, l’appello partito dalle università verso gli studenti medi, non faceva neppure menzione dei tecnici e dei professionali. Erano passati solo pochi mesi dalla rivolta delle periferie il cui movimento, lasciato solo, aveva dovuto per forza di cose ripiegare ma adesso, di fronte al nuovo fermento sociale che si stava manifestando, il proletariato delle periferie si rimetteva in marcia. In una riedizione “postmoderna” delle lotte di classe quarantottesche, il proletariato, che per primo era insorto, si era battuto andando all’offensiva, seppur in totale solitudine; trovatosi isolato si era ritirato con non poca saggezza,nei suoi territori conservandone in gran parte il controllo, quindi  di fronte all’irrompere di una situazione conflittuale ritorna in scena.  Sull’onda delle manifestazioni universitarie si innesta così nuovamente anche il movimento dei ragazzi delle periferie e a questi si aggregano immediatamente gli allievi delle scuole tecniche e professionali. Questi, in quanto proletari, non potevano che mettere all’ordine del giorno, pur se in maniera spesso confusa, una serie di rivendicazioni e obiettivi di natura propriamente di classe. Tipiche esemplificazioni di quei processi di globalizzazione in basso dell’attuale fase imperialista queste figure non potevano che battersi contro le politiche imperialiste e non verso alcuni suoi aspetti. Dentro alle piazze, invisibile ma non per questo meno reale, il “muro” che separa ogni giorno la “piccola Parigi” dai territori della sterminata periferia, si è eretto senza mediazioni di sorta. Infatti, quando le manifestazioni del “blocco cognitario” sono entrate in contatto con il “blocco proletario,” sono state dapprima scintille e subito dopo scontri veri e propri. Solo in alcuni casi, e al solo fine di fronteggiare le forze di polizia, i due blocchi hanno stipulato una momentanea tregua. Ciò che nelle piazze si è manifestato in tutta la sua concreta materialità, subito dopo, ha trovato la propria sistematizzazione nel mondo delle idee.  Ancora una volta, gran parte dell’ “intelligenza critica”, ha liquidato la linea di condotta dei banlieuesards come teppismo figlio del degrado e del malessere sociale, ne ha negato ogni tratto politico mentre si è prodigato in elogi per l’azione “tutta politica e comunicativa” del movimento universitario. Questo fatto non ha nulla di casuale e/o di estemporaneo ma è in grado di fotografare al meglio una condizione oggettiva che la fase imperialista attuale ha sedimentato. I conflitti sorti tra il “blocco cognitario” e quello dei giovani banlieuesards, degli studenti dei tecnici e dei professionali non è altro che la sintesi della ridefinizione di classe dentro le nostre società.  Mentre, i primi, hanno un mondo da guadagnare gli altri non hanno che da perdere le loro catene. Un conflitto, ed è bene ricordarlo con forza, ben lungi dal rappresentare il passaggio tra una nuova classe ascendente, il “blocco cognitario” come incarnazione del moderno proletariato, a fronte di una classe, il proletariato che trascorre la sua vita tra la condizione di esercito industriale di riserva e attività manuali e/o di servizio di basso profilo, in via di decomposizione, bensì il frutto di una scissione interna alle masse subalterne che l’era globale ha sedimentato. Non siamo, per capirci, dentro un processo simile a quello che ha visto il passaggio da un’economia prevalentemente agricola a una industriale. I proletari di oggi non sono, i contadini di ieri, così come, i “lavoratori cognitari”, non sono, a confronto di questi, la classe operaia del passato. Centrale, nel modo di produzione capitalista, rimane la produzione delle merci materiali e la quantità di plusvalore che da queste è possibile trarne. Il dominio del capitale finanziario non rappresenta un salto in avanti del capitalismo poiché, per sua natura, il capitale finanziario non può che vivere attraverso le “bolle speculative” ma queste, ben lungi dal rendere stabile il sistema capitalista, lo rendono sempre più simile a un gigantesco Titanic e, per di più, i dividendi di borsa non possono sostituirsi alle prosaiche esigenze materiali dell’esistenza. Il fatto che, al pari di tutti coloro che incuranti di quanto stava accadendo ballavano tranquillamente nei saloni della nave, in molti continuino a danzare come se nulla fosse, non significa che le contraddizioni del sistema capitalista non abbiano cozzato contro un iceberg  di fattezza colossale. Allo stesso modo l’indubbia importanza che la merce – informazione ha acquisito per le nostre società è ben lungi dal rappresentare il cuore del processo produttivo capitalista. La merce – informazione, semmai, il più delle volte funziona come valore aggiuntivo della merce materiale. Certo, non siamo più nell’epoca di Carosello, ma il principio rimane quello. Allo stesso modo la cosiddetta rivoluzione informatica non ha fatto altro che dequalificare ulteriormente il lavoro operaio e subordinato rendendolo sempre più flessibile e intercambiabile. Oggi, in gran parte dei lavori, una formazione di dieci/quindici giorni rende accessibile a chiunque un numero pressoché illimitato di professioni rendendo vana qualunque forma di “rigidità operaia”.  Tutto ciò, però, è ben lungi dal rendere superfluo il lavoro proletario semmai il contrario. L’estensione della forma – salario e della classe operaia sul piano internazionale racconta qualcosa di ben diverso. Nell’era del capitalismo globale la forza – lavoro salariata è in continua espansione così come, sua diretta filiazione, sempre più ampie tendono a essere, a seconda degli sbalzi d’umore della produzione, le schiere dell’esercito industriale di riserva. Una condizione che, oggi, tende a “universalizzarsi”. Gli abitanti della banlieue non sono altro che l’esemplificazione di questi processi. Con ogni probabilità, e per un arco di tempo difficilmente calcolabile, nei nostri mondi queste aree proletarie saranno quantitativamente minoritarie ma ciò non toglie che, sul piano internazionale, siano già maggioranza, ma non solo. Nelle stesse nostre società tale condizione è destinata a farsi sempre più consistente per cui, l’organizzazione politica di questi settori proletari, si presenta oggi come passaggio strategico decisivo per le forze di classe. Ma è proprio questo passaggio che, per lo più, anche le aree comuniste tuttora presenti nel mondo europeo sembrano ignorare. L’estraneità a eventi come quelli che hanno caratterizzato la banlieue e in seguito il movimento degli studenti tecnici e professionali uniti ai giovani lavoratori precari, flessibili  o disoccupati delle periferie mostra esattamente il ritardo teorico e analitico che, oggi, caratterizza tutta quella serie di organizzazioni e movimenti che, pur richiamandosi al marxismo, rimangono imprigionati dentro un contesto in cui, la cesura seguita al 1989 e  a tutto ciò che questo si è portato appresso, nella prassi rimangono ignoti. In molti, loro malgrado, sembrano portati a reiterare gli stessi errori dei populisti russi di fine Ottocento, primi Novecento. Invece di cogliere la tendenza allo sviluppo del capitalismo, con tutte le conseguenze che ciò comportava e avrebbe comportato, questi guardavano, confortati in ciò dal permanere ancorché rilevante di rapporti sociali ed economici pre -  capitalistici, al mondo di ieri e alla sua apparente immutabilità. Proprio contro questa concezione astorica, non materialista e incapace di cogliere la dialettica del divenire del mondo Lenin scrive la sua prima corposa opera teorica: Lo sviluppo del capitalismo in Russia. Un testo che, nonostante gli oltre suoi cento anni, mostra, sotto il profilo del metodo, per intero la sua freschezza. In quel testo Lenin, avendo a mente il modello de Il Capitale, mostra come, nella storia, sia sempre decisivo anticipare le rotture. A dominare la scena storica non saranno mai, per quanto ancora largamente presenti, quelle forme di produzione incistate nel passato bensì quelle che incarnano al meglio il punto massimo dello sviluppo delle forze produttive. Se, in qualche modo, le forme di proprietà e i modelli di produzione presenti nella campagna russa mostrano ancora una certa prevalenza delle forme produttive e giuridiche pre – borghesi è solo osservando il progredire delle forme di proprietà tipicamente borghesi che è possibile scrivere sin da subito la storia del futuro prossimo così come la formazione della classe operaia e della grande industria, indipendentemente dai numeri ancora relativamente bassi, mostrano come è lì che occorre concentrare politica e organizzazione.

 

Andare a scuola dalle masse

 

Il marxismo non è solo una guida per l’azione ma la scienza in grado di anticipare il futuro. Se è dall’uomo che si ricava la scimmia è dalle forme avanzate dell’organizzazione capitalista del lavoro e quindi dal modo in cui questo governa la forza – lavoro, che si ricava la generalizzazione di un modello. In poche parole non si può stare un passo indietro al movimento del capitale ma, una volta compresane la tendenza, occorre anticiparne le mosse e passare all’offensiva. Giocare di rimessa, in alcune circostanze, può essere tatticamente utile e necessario ma, trasformare un’esigenza tattica in progetto strategico, può condurre solo alla disfatta. Se, il rapporto tra capitale e lavoro – salariato, è irriducibilmente segnato da un rapporto di guerra non è possibile, come l’arte militare insegna, vincere assumendo la difensiva come orizzonte strategico. Nella migliore delle ipotesi, come vedremo tra poco, porsi ostinatamente sulla difensiva non può portare ad altro che all’isolamento e all’accerchiamento. Si tratta, allora, sulla scia di Lenin, di cogliere appieno la necessità della rottura al fine di organizzare il settarismo di classe corrispondente all’attuale fase imperialista. Dai “fatti tunisini” non riceviamo una richiesta di solidarietà. Dalla Tunisia riceviamo un richiamo forte alla necessità dell’Organizzazione. La Tunisia ci obbliga a rispondere, qui e ora, alla fatidica domanda Che fare? Sul piano internazionale la masse si sono poste in movimento. Il problema adesso è nostro: sapremmo essere all’altezza dei tempi? Sapremmo andare a scuola dalle masse o rimarremmo impastoiati dentro la serie di infiniti cretinismi dai quali gran parte della sinistra non sembra in grado di emanciparsi? Mai come oggi, forse, occorre fare interamente propria la tesi leniniana: il marxismo non è un dogma, ma una guida per l’azione. Cominciare da zero non significa tornare indietro ma ripartire da Lenin.  

Ma tutto ciò, allora, cosa racconta? Quali le indicazioni che è necessario cogliere? Con che cosa è necessario fare i conti?  Lo scenario delineato indica alcuni passaggi non secondari del fronte politico attuale obbligando con ciò le avanguardie comuniste e di classe a farsi carico di un’esigenza politica e organizzativa che trova nell’internazionalismo, adeguato alla fase imperialista attuale, l’unica cornice possibile. Per quanto l’esperienza dell’Internazionale Comunista sia qualcosa di più che un semplice “oggetto d’archivio” l’internazionalismo dell’era attuale non ne può essere la semplice reiterazione tuttavia è proprio da lì che occorre ripartire avendo ben a mente, per evitare ogni sorta di “romanticismo”, i presupposti di cui Lenin e i bolscevichi l’hanno fornita. Una loro breve ricapitolazione appare pertanto utile. La necessità di liquidare la Seconda Internazionale e di dotare la classe di un nuovo strumento politico e organizzativo non nasce semplicemente in seguito al palese tradimento della vecchia internazionale di fronte alla guerra ma dalla necessità di adeguare l’organizzazione proletaria alle esigenze proprie della fase imperialista. Ma che cosa caratterizza tale fase? Certo la tendenza alla guerra ma, a ben vedere, non è certo questa la novità. Centrale, nella fase imperialista, è la dominanza che la frazione imperialista è in grado di esercitare sulla formazione economica e sociale e la forma statuale chiamata a contenerla. Ciò che Lenin coglie è la dimensione immediatamente internazionale che la politica assume dentro l’era imperialista. Da lì in poi, anche se con fasi alterne, il declino degli stati nazionali come agenti politici e militari autonomi è un fatto. La frazione dominante della borghesia è, per sua natura “internazionalista”. Solo la vittoria della rivoluzione in Russia e la nascita dell’URSS obbligano, e ciò è particolarmente vero dopo la Seconda Guerra mondiale e per l’intero ciclo storico caratterizzato dalla “Guerra fredda”, la borghesia imperialista a mantenere alcuni tratti propri dello Stato/Nazione. Dopo il 1989, però, il processo di internazionalizzazione del capitale non sembra conoscere ostacoli. Gli scenari nazionali diventano solo luoghi di deposito o di transito delle politiche delle frazioni internazionali delle borghesie imperialiste. L’esternalizzazione e la delocalizzazione della produzione sono un fenomeno talmente noto e conosciuto da non aver certo bisogno di essere argomentato. Tuttavia alcuni aspetti di tale processo vanno rimarcati poiché rappresentano aspetti non secondari dell’attuale fase imperialista le quali, non poco, hanno a che vedere con le presenti vicende tunisine. Inoltre sono in grado di fornire gli elementi che differenziano gli aspetti attuali del ciclo imperialista rispetto a quello con cui si confronta Lenin. La fase imperialista precedente si caratterizzava soprattutto intorno a quattro elementi: esportazione e investimenti di capitali; acquisizione di materie prime; creazione di un mercato protetto; potenziamento del proprio apparato militare attraverso la formazione di “truppe coloniali”. Il ciclo della merce rimaneva tutto interno ai paesi industrializzati. Il know how tecnico e tecnologico rimaneva saldamente e gelosamente tra le mani dei paesi industrializzati e la produzione delle merci di loro esclusiva competenza. Nei paesi cosiddetti sottosviluppati, al massimo, potevano impiantarsi modesti comparti industriali finalizzati a un tipo di produzione di scarsa qualità il cui mercato non andava oltre a una dimensione locale. Le eventuali merci prodotte in questi Paesi non avrebbero certo trovato cittadinanza, se non come curiosità esotica, nelle metropoli imperialiste. In questa fase imperialista l’esistenza di un dentro e un fuori è quanto mai evidente. I profitti che i blocchi imperialisti sono in grado di rastrellare gli consentono di “ridistribuirne” una parte anche dentro a una certa quota di masse subalterne occidentali legandole, di fatto, alle politiche imperialiste. Lo scenario che l’epopea imperialista attuale racconta qualcosa di radicalmente diverso. La borghesia imperialista, oltre ovviamente ad accaparrarsi le risorse strategiche,  impianta la produzione globale esattamente all’interno delle aree geografiche dell’ex Terzo Mondo. Gli sbocchi di quella produzione sono il mercato globale. In contemporanea, nelle metropoli imperialiste, quote di proletariato, inizialmente quello immigrato e in un processo a cascata parti corpose della forza lavoro indigena vengono plasmate alle condizioni degli operai e dei proletari del mondo extraoccidentale. Le ricadute di ciò non sono poche. In primo luogo ciò fa saltare la contrapposizione tipica della fase imperialista precedente tra borghesia nazionale e frazione internazionale della borghesia imperialista poiché il carattere industriale  dell’attuale fase imperialista lega immediatamente a sé i comparti delle borghesie nazionali. Paradigmatica, al proposito, può essere considerata la “linea di condotta” della borghesia nazionale palestinese che, oggi, si propone come “governatrice” della forza – lavoro palestinese alle dipendenza dell’imperialismo delle multinazionali, avocando a sé il ruolo di gendarme/garante degli accordi internazionali. Proprio questo passaggio, che rende comprensibili anche le politiche dei governi “postcoloniali” tra i quali la Tunisia, mostra al meglio quanto radicali si presentino le trasformazioni politiche dell’attuale fase imperialista. In seconda battuta, proprio tali trasformazioni rendono maggiormente affini le condizioni del proletariato su scala internazionale. A delinearsi, come frutto maturo dello sviluppo delle forze produttive, è una nuova “composizione di classe” i cui tratti oggettivamente internazionali vanno colti per intero. Certo, è una composizione a macchia di leopardo, fortemente maggioritaria in alcune aree e  più ridotta in altre ma, ed è questo il punto, è la sola a essere in grado di organizzare e dirigere un processo di resistenza in una prospettiva di lotta di lunga durata. Il problema, per le avanguardie comuniste e di classe, è interamente nella loro capacità di cogliere sino in fondo le esigenze politiche e organizzative di questa. 

 Per questo è necessario tornare a Lenin. Che cosa indica lo sfacelo della Seconda internazionale? Il semplice tradimento dei suoi capi? L’opportunismo della socialdemocrazia? Certo, anche questo ma, ed è questo il punto, la linea di condotta della direzione secondo internazionalista non nasce dal nulla. Non è, altrimenti non avrebbe potuto giocare il ruolo controrivoluzionario che ha obiettivamente giocato, la semplice espressione di un ceto politico puramente autoreferenziale bensì anche l’espressione di masse subordinate i cui interessi di classe convergono, in qualche modo, con quelli delle frazioni della borghesia imperialista. Ciò che la Seconda internazionale registra è la frattura dentro il corpo proletario e di questo Lenin ne offre una ben argomentata disamina nella pubblicistica immediatamente a ridosso dell’agosto 1914 che troverà la sua migliore sintesi nel testo sull’imperialismo. Dentro la guerra imperialista ciò che emerge è una divisione tra una minoranza, ma una minoranza sul piano internazionale la quale, in alcuni ambiti territoriali, può essere tranquillamente maggioranza e il resto del proletariato. Dentro la guerra si delinea un fronte operaio nazionale e un fronte operaio internazionale. Un fronte nazionale delle masse subalterne, un fronte internazionale delle medesime. Ciò  è immediatamente visibile sin dai primi momenti della mobilitazione. Mentre i settori di classe subalterni cointeressati alle politiche imperialiste abbracciano con entusiasmo l’entrata in guerra e la ritrovata “unità nazionale”, gli altri, di fronte all’assenza di indicazioni da parte delle “loro” organizzazioni, si ritirano nel silenzio. Disorientati non sanno letteralmente che fare. A caratterizzare il loro comportamento sembra essere soprattutto l’attesa. Si tratta di  una frattura oggettiva alla quale occorre dare progettualità e autonomia politica, forma organizzativa e visione strategica. La guerra ha diviso ciò che, a lungo, l’era “pacifica” del capitalismo aveva tenuto bene o male insieme. Ora, di fronte agli aut aut che la svolta della guerra impone, gli strati dell’aristocrazia operaia, i ceti impiegatizi, gli intellettuali e dietro a questi gran parte dei semi proletari e della piccola borghesia si staccano dalla massa operaia e proletaria e trovano nella cornice della “unità nazionale” il loro naturale ritrovo. Non si tratta di una scissione locale ma di un moto che, con  connotazioni quantitative sicuramente diverse tra situazione e situazione, attraversa le masse subalterne di tutti i Paesi. Una rottura che affonda le sue radici nell’organizzazione materiale della società capitalista. Di ciò, negli anni passati, se ne era avuto più che un sentore. I consensi che, parti cospicue della socialdemocrazia internazionale, riversavano verso le politiche coloniali dei propri Governi erano qualcosa di più che semplici avvisaglie. I “capi” che tali politiche sostenevano non parlavano solo per se stessi ma, se le posizioni politiche sono sempre espressioni di interessi di classe concreti e materialmente determinati, i loro discorsi trovavano legittimazione anche dentro determinati settori di classe. Le politiche coloniali e imperialiste, del resto, non avrebbero potuto svilupparsi se, in qualche modo, non fossero state in grado di legare a sé anche quote più o meno rilevanti di proletariato. Le avvisaglie di ciò, d’altra parte, le avevano rilevate con non poca perspicacia e intelligenza gli stessi Engels e Marx a proposito di gran parte della classe operaia inglese la quale, in virtù dei privilegi che poteva trarre dall’esistenza dell’Impero britannico, era bellamente precipitata nel più bieco opportunismo. La tendenza opportunista che Engels e Marx colgono dentro il movimento operaio britannico, con il proliferare del sistema imperialista, troverà terreno fertile in gran parte dei Paesi europei.   Per altro verso, il carattere essenzialmente “occidentale” assunto dalla Seconda internazionale, mostrava non poco le aporie che tale organismo si portava appresso. La guerra non fa altro che rendere esplicita la doppia anima che il movimento operaio si portava appresso e ne velocizza la scissione. Lenin coglie appieno il carattere materiale di questo passaggio e, al tavolo della storia, punta senza tentennamenti al banco di quel proletariato oggettivamente irriducibile al patto sociale con la “propria” borghesia. Intorno a sé non mira ad avere i riconoscimenti di grandi e piccoli funzionari che, nelle burocrazie partitiche e sindacali, avevano trovato facili accomodamenti e modesti bagliori di carriere tanto meste quanto rassicuranti. Lenin è poco interessato a queste figure “dirigenti” poiché, nella sua irriducibile concezione rivoluzionaria della politica, il dirigente che gli sta realmente a cuore è colui abitualmente più vicino alla forca che a uno scranno parlamentare. Dentro la Seconda internazionale avevano convissuto i “rivoluzionari di professione” accanto ai “professionisti della politica” ora questa forzosa coabitazione non può più darsi. Coloro i quali vivono di politica, e quindi fortemente interessati alle prebende statuali, non possono far altro che “farsi stato” mentre, tutti coloro che vivono per la politica, saranno naturalmente portati a organizzarsi per spezzare la macchina statuale borghese. A questi due punti di vista esattamente contrapposti corrispondono postazioni di classe diverse, oggettivamente avverse e “visioni del mondo” antitetiche.    Ciò a cui Lenin mira è il settore di classe in grado di fare proprio il tempo storico in contrapposizione agli altri settori radicati ottusamente nel grigio tempo del presente.  L’Internazionale comunista è il contenitore empirico del tempo storico; il luogo dove la classe assume per intero le fattezze della classe storico – politica.

Questo il modello politico – organizzativo costruito con pazienza e altrettanta determinazione da Lenin e dai bolscevichi e va notato, perché non è per nulla secondario, che tale ipotesi viene coltivata sin all’indomani della tragedia dell’agosto 1914. Mentre, l’allineamento delle maggioranze socialdemocratiche, lascia attoniti anche i rivoluzionari più onesti impedendogli di cogliere sino in fondo il significato materiale e non morale che si cela dietro i comportamenti dei partiti socialdemocratici, il partito russo, nella sua pressoché totalità mette immediatamente a fuoco il cuore del problema. Non occorre solo una nuova organizzazione internazionale ma ciò di cui è necessario farsi carico è la messa a regime di una struttura politica e organizzativa espressione diretta di quelle masse internazionali la cui postazione sociale oggettiva le porta a essere estranee alle suggestioni patriottarde. Non solo. L’organizzazione che dovrà prendere forma, dovendo combattere la cosmopolita borghesia imperialista, cuore e punta avanzata del modo di produzione capitalista, non potrà che assumere la scena politica internazionale come suo unico e vero proscenio. All’internazionalizzazione del capitale si può rispondere solo organizzando le masse proletarie nel partito comunista internazionale. Da lì, ed è un passaggio strategico decisivo, la perdita dei tratti propriamente occidentali che aveva caratterizzato, di fatto, il movimento operaio fino ad allora e l’importanza che iniziano ad assumere anche le lotte dei popoli coloniali considerati, e si tratta di un passaggio gravido di conseguenze, nel rapporto internazionale tra rivoluzione e controrivoluzione. Questo significa assumere per intero lo scenario internazionale come luogo strategico del conflitto e, come diretta conseguenza, calibrare tattica e strategia tenendo costantemente a mente tale scenario. Si tratta, in fondo, di una logica che Lenin sistematizza sin dal Che fare? quando, contro il localismo e il fabbrichismo dei menscevichi combatte la battaglia per il partito politico. Allora si trattava di far sì che la classe operaia non limitasse lo sguardo all’angusto spazio della fabbrica o dell’officina ma fosse in grado di cogliere dietro al padrone lo Stato, adesso, si tratta di non autolimitarsi dentro i perimetri nazionali ma di volgere lo sguardo e l’azione là dove l’organizzazione internazionale del capitalismo gioca le sue reali partite. Dentro le continue e costanti rotture Lenin è ben lontano da qualunque eclettismo. All’indomani del 1914 sono gli stessi principi del 1902 a informare la sua linea di condotta. Se, sotto il profilo organizzativo vero e proprio, l’Internazionale Comunista vede la luce dopo l’Ottobre, politicamente la sua gestazione si delinea immediatamente dentro le giornate convulse che fecero seguito al prevalere delle “forze operaie nazionali” su quelle internazionali. Anzi, è proprio intorno a questa ipotesi che Lenin affida l’unica possibilità per il proletariato di cogliere l’occasione che dentro il conflitto verrà a manifestarsi. Perché ricordare tutto questo oggi? Perché è su quella traccia che occorre sapersi muovere. Centrale nel tipo di ragionamento leniniano sono due aspetti: primo, la maggioranza è sempre una maggioranza politica e mai banalmente numerica anche se, come in più occasione Lenin stesso ricorda, vanno tenute anche costantemente presenti i gradi di coscienza arretrati delle masse al fine di non cadere nella facile trappola dell’avventurismo; la maggioranza, in ogni caso, dentro la fase imperialista, va considerata sul piano internazionale e non locale. Cosa chiede, ad esempio, Lenin ai socialdemocratici svizzeri, che in base alle condizioni oggettive in cui si trovano non possono certo spingere verso l’insurrezione? In che modo possono essere, non a parole ma nei fatti, dei rivoluzionari e degli internazionalisti conseguenti? Limitandosi a qualche attestato di solidarietà con il proletariato e il popolo russo che, sulla base di fatti obiettivi, rappresenta il punto più alto della coscienza di classe internazionale? Stilando qualche documento di simpatia per il movimento di quelle masse? No, per Lenin questa non è la “linea di condotta” di un’organizzazione schierata sul fronte della guerra di classe. Ciò che Lenin chiede ai socialdemocratici svizzeri è di piegare alle esigenze della rivoluzione in Russia tutte le loro forze e risorse. Il proletariato svizzero non è nella condizione di combattere ma, ed è questo l’aspetto centrale del ragionamento di Lenin, nell’era dell’imperialismo non esistono zone neutrali, chi non è direttamente al fronte non per questo è fuori dal conflitto ma, in quanto retrovia, ne è parte non meno cointeressata. Ruolo e compito della parte avanzata della classe, l’organizzazione che agisce da partito, consiste esattamente nell’unificare sul piano internazionale l’attività delle avanguardie e delle masse coscienti. Fino qua, in maniera molto sintetica, Lenin. Se, come riteniamo, questo “stile di lavoro” è tuttora sensato alcune cose ne conseguono. Rispetto agli svizzeri del 1914 oggi noi siamo in una situazione, al contempo, simile e diversa. Simile perché, pur se in via di smantellamento, le quote di proletariato ancora non dominate appieno dalle logiche del capitalismo globale sono pur sempre quantitativamente rilevanti; diverse perché, dentro i nostri territori la presenza di un proletariato, immigrato e non solo, figlio in toto del capitalismo globale è una realtà ampiamente consolidata. La “Tunisia”, per molti versi, non sta la fuori ma anche qua dentro. La “Tunisia” sta nei comparti del proletariato immigrato e in tutti quei settori di proletariato indigeno le cui condizioni materiali, a parte le residuali protezioni familiari di cui in molti possono ancora disporre, non si differenziano di molto dalla condizione dei lavoratori di pelle scura. Ma se questo è vero l’internazionalismo di cui abbiamo bisogno deve assumere delle forme conseguenti. E qui, in qualche modo, occorre riprendere tra le mani ciò che le esperienze della banlieue avrebbero dovuto consegnarci. Se, come crediamo, il “modello banlieue” è a tutti gli effetti una storia del nostro futuro dentro quel modello saremmo sempre più immessi. Le metropoli imperialiste assumeranno sempre più i tratti della “città coloniale” e i suoi abitanti si divideranno in due ambiti: da un lato i cittadini, intesi come singoli individui e portatori di tutta una serie di diritti e garanzie; dall’altro le “masse senza volto”, il cui unico diritto consisterà nel dovere di vendere la propria forza lavoro alle condizioni più vantaggiose per il compratore. Uno scenario non troppo distante, fatte le tare del caso, dalla Londra immortalata da Engels o dalle città algerine  descritte da Fanon. 

Rompere l’accerchiamento

 

Perché questa lungo excursus su Lenin e l’Internazionale Comunista? Cosa ne dobbiamo ricavare da tutto ciò? Principalmente una cosa: occorre saper organizzare, in un unico blocco, la forza operaia e proletaria. Ma questa organizzazione deve essere l’organizzazione, autonoma e politicamente organizzata, di quelle forze oggettivamente legate dalla medesima condizione. Occorre, in altre parole, cogliere sino in fondo la scissione che il capitalismo globale ha, in particolare nei nostri mondi, apportato dentro la composizione di classe. Come ricorda Lenin per unirsi occorre delimitarsi e definirsi. Le organizzazioni generiche e indistinte, la cui versione più raffinata è rappresentata dal movimento delle cosiddette moltitudini, possono, forse e di quando in quando, catturare l’attenzione mediatica dell’informazione imperialista ma, di sicuro, non sono in grado di smuovere di una virgola i rapporti di forza tra le classi. Senza rinunciare, per principio, ad alcun tipo di “alleanza” dobbiamo pur sempre avere bene a mente che, qualunque tipo di alleanza, può esistere solo tra forze politicamente organizzate, espressione di interessi di classe storicamente e materialisticamente determinate,  in grado di definire i contorni delle alleanze con chiarezza e precisione. Al proletariato che, per sua condizione oggettiva, non può che essere internazionalista occorre un’organizzazione conseguente. Solo a partire da ciò è possibile organizzare la resistenza alla controrivoluzione imperialista portando la lotta proprio su quel terreno che, oggi, è padronanza assoluta del capitalismo globale. Questi, se per un verso, si muove con piena disinvoltura sul piano internazionale ogni volta che si trova di fronte un qualche ostacolo obbliga il proprio nemico ad un confronto completamente ascritto a una cornice locale. In altre parole, nello scontro tra borghesia imperialista e proletariato, è come se nello scendere in campo una squadra avesse come ambito di manovra l’intero rettangolo di gioco mentre l’altra fosse obbligata a limitare il proprio raggio d’azione dentro la propria area di rigore. Ma non solo. Mentre la prima oltre all’ampio spazio può bellamente far ricorso, prolungando in questo modo la quantità di tempo a sua disposizione, alle forze di una rosa quanto mai ampia oltre ad avere a disposizione un mercato sempre aperto dal quale può attingere riserve pressoché infinite, la seconda, al contrario, può disputare l’incontro solo facendo ricorso agli undici scesi in campo tra i quali, per di più, qualcuno di questi è già stato posto sul libro paga della squadra avversa. Solo dei pazzi potrebbero pensare di accettare di battersi, sul serio, in condizioni simili. Nei nostri mondi, da tempo, assistiamo ad una partita di questo tipo. Uno dopo l’altro, segmenti di classe ancorati al “mondo dei diritti” novecenteschi , vengono chiusi all’angolo, isolati, terrorizzati e infine globalizzati. In poche parole resi simili alle sterminate schiere di proletariato internazionale esterno ed estraneo all’ormai arcaica condizione operaia occidentale. Uno dopo l’altro, e non potrebbe essere altrimenti, questi settori capitolano. L’unico modo per modificare questa condizione che rende il rapporto di forza sbilanciato in maniera drastica a favore della classe dominante è quello per la classe proletaria di rompere l’accerchiamento e l’isolamento. Il recente “caso Fiat” sotto tale aspetto è quanto mai esplicativo. Nessuna cittadella, per quanto fortificata, può pensare di reggere a un assedio se non è in grado di ricevere un minimo di rifornimento e, ancor più, se ha pienamente coscienza che nessuno verrà in suo aiuto. Nel corso della Seconda guerra mondiale Leningrado e Stalingrado subirono assedi non certo irrilevanti eppure furono in grado di resistere e vincere. Perché? Per il loro eroismo, la loro tenacia e caparbietà? Certamente ma tutto ciò non sarebbe stato realisticamente possibile se, sin dal primo momento e nelle situazioni apparentemente più disperate, un pur flebile collegamento con il mondo esterno non fosse stato mantenuto. E quel collegamento significava, pur se a fatica e per lunghi tratti in maniera del tutto insufficiente, poter contare su rifornimenti, armi e truppe. In poche parole su tutto ciò che faceva dire alla popolazione assediata: “Non siamo soli, resistere è possibile e ha un senso. Dietro a noi le nostre forze si stanno organizzando. Dobbiamo solo dar loro il tempo di arrivare”. Come è noto le cose andarono esattamente così. Anche nei momenti peggiori l’idea che quella resistenza non sarebbe stata vana riempiva di energia, e in alcuni casi era quella l’unica loro fonte calorica, gli scarni corpi degli assediati. Non si trattava di una pia illusione. Dopo mesi e mesi di assedio, stremati ma indomiti, gli abitanti di Leningrado e Stalingrado poterono assistere all’offensiva dell’Armata Rossa. Non solo l’assedio era terminato ma, adesso, il gioco si ribaltava. In entrambi i casi, infatti, si assistette a una “ripartenza” dagli effetti devastanti per gli ex assedianti. Pur con tutte le tare del caso questi esempi hanno più di una assonanza con ciò che si sta da tempo consumando nel rapporto tra capitale e forza – lavoro salariata nei nostri mondi. Se il rapporto tra proletariato e borghesia è sempre, al di là delle forme contingenti che può assumere, segnato dal conflitto, l’aver fatto ricorso alla storia militare non ha a che vedere con il mondo delle metafore ma rappresenta l’esemplificazione migliore di quanto obiettivamente è in corso.

 Torniamo alle vicende della Fiat. Che cosa ha fatto Marchionne, da buon stratega, se non applicare la più classica delle strategie di guerra: isolare una postazione e, senza sparare un colpo, prenderla per fame. Perché ciò sia possibile, però, occorrono due condizioni dalle quali è impossibile prescindere: gli assediati non hanno a disposizione forze sufficienti per rompere l’accerchiamento; nessuno, dall’esterno, è in grado di portare soccorso agli abitanti della cittadella sotto assedio. Tali condizioni Marchionne e il suo centro strategico, prima di partire all’attacco, se le sono ampiamente garantite.  Questo è ciò che esattamente si è verificato nella vicenda Fiat. Soli e isolati gli “operai Fiat” si sono ritrovati tra le mani la forca caudina del referendum. Attraverso questo simulacro della democrazia non hanno potuto far altro che impiccarsi con le loro stesse mani. Nonostante ciò a pochi sembra essere venuto alla mente che la democrazia è il fucile in spalla agli operai, mentre solitamente in regime capitalista la scheda elettorale, di qualunque tipo, è sempre, solo, una truffa. Non a caso, nelle lotte in corso nei paesi nordafricani e mediorientali, le masse non stanno chiedendo elezioni ma costruendo il loro potere, politico e militare, attraverso “comitati popolari” mentre, ai palazzi della politica, riservano gli incendi. Non divaghiamo e torniamo alle nostre metropoli e alle lotte operaie e proletarie.   Ciò che si è verificato ultimamente a Torino riflette una situazione oggettiva alla quale non è possibile porre rimedio oppure l’isolamento in cui gli operai Fiat si sono ritrovati è il frutto di una visione per lo meno miope di gran parte delle organizzazioni operaie?  Che cosa ha detto Marchionne? “O si fa così o me ne vado”. Tra le righe era facile leggere: “Non Torino, non l’Italia ma il “mondo” è  il mio scenario. Lì io mi muovo come il classico pesce nell’acqua. Non sarà una qualche organizzazione, la cui dirigenza si muove per intero in una logica da Stato/Nazione, a far sì che il mio ambiente naturale venga meno. Potete, forse, prosciugare i vostri fiumiciattoli non certo l’oceano in cui noi siamo soliti muoverci”. È possibile, a fronte di ciò, rispondere rimanendo ancorati a una logica tutta interna alla dimensione nazionale? È possibile lottare considerando la Fiat un’azienda italiana invece che una multinazionale a tutti gli effetti? È possibile pensare la Fiat come emblema di Torino quando, da tempo, la dimensione locale è stata bellamente azzerata dall’internazionalizzazione del capitale? Certamente no. Ma questo comporta alcune ricadute non secondarie la principale delle quali è possibile individuare dopo aver  risposto a una domanda decisiva: chi sono i naturali alleati della classe operaia che si è battuta a Torino? La partita giocata a Torino assume un ruolo paradigmatico non tanto o non solo per il suo contenuto simbolico bensì perché obbliga a fare definitivamente i conti con una realtà che non sembra lasciare spazi a equivoci di sorta. La lezione che viene da Torino, capacità e volontà di resistere da parte di ampi settori della classe operaia a parte, è strategicamente importante poiché mette a nudo per intero la necessità di alcuni passaggi teorici, politici e organizzativi essenziali. Torniamo alla questione dell’isolamento e dell’assedio. 

Qualcuno può realisticamente pensare di rompere l’assedio facendo affidamento a figure quali Bertinotti, Cofferati o Tronti? È pensabile di trovare una qualche sponda, in un contesto in cui la radicalizzazione della crisi diventa sempre più evidente, in personaggi che, nella migliore delle ipotesi, non riescono ad andare oltre a immaginare nuovamente un “patto socialdemocratico”, sulla pelle del proletariato internazionale, quando la cornice storica che quel patto aveva reso possibile, tra l’altro, è bellamente saltata?  Esattamente qui nasce il problema. Oggi, all’interno delle dinamiche del capitalismo globale, la possibilità del “patto socialdemocratico” non può che restringersi a vista d’occhio. Quote sempre più vaste di proletariato indigeno non possono che essere spinte dentro la dimensione del capitalismo globale, internazionalizzate di e nei fatti. La rincorsa a soluzioni “nazionali” è tanto falsa quanto fuorviante. In questo modo non si rompe l’assedio ma si finisce con il porre volontariamente la testa nel cappio.  Hic Rhodus, hic salta!

Ma, allora e di nuovo, la domanda che con insistenza bisogna porsi è: Chi sono i naturali interlocutori degli operai Fiat? Da dove possono giungere i rifornimenti e le truppe di riserva in grado di smantellare l’assedio? Con chi è necessario unirsi e da chi è obbligatorio separarsi? Ed è esattamente qua che, in maniera paradigmatica, la “questione Tunisia” rientra prepotentemente in ballo. Così come è esattamente qua che sta tutta la sfida dell’organizzazione comunista del presente.  Il problema diventa l’unificazione della “tante tunisie” presenti dentro le metropoli imperialiste occidentali e la loro unità fattiva con il proletariato globalizzato dei Paesi extraoccidentali. Oggi, questo il principio che occorre far passare dentro il movimento comunista, nessuna lotta va a rimorchio delle altre. Non c’è una lotta avanzata e una lotta arretrata.  La lotta e l’emancipazione del proletariato del Nord Africa, del Medio Oriente o dei Balcani interagisce direttamente con le sorti e i destini del proletariato delle metropoli occidentali. La forza del capitale globale, a ben vedere, è anche la sua debolezza perché, dentro questo scenario dove non esiste più un dentro e un fuori, non esistono retrovie sicure perché, pur se con gradi diversi, il fronte e le retrovie coabitano nel medesimo spazio.  Si tratta, però, di saper cogliere tale opportunità e per farlo occorre soprattutto non misconoscere i ritardi che la teoria e la prassi comunista al proposito registrano. Se, oggi, bisogna sognare questo sogno non può essere altro che la nuova Internazionale fortemente delimitata sul terreno del proletariato globale.

Classe contro classe quindi? Certamente sì ma, ed è questo il punto, senza per questo ricadere in un purismo tanto astratto quanto inconcludente e farsi irretire dalle ammalianti retoriche di un qualche splendido isolamento. Nella storia del movimenti comunista, in non pochi casi, si è assistito a un’interpretazione particolarmente rigida e non dialettica delle parole d’ordine che, di volta in volta, erano messe a punto dagli organi internazionali della classe. In questo modo, sulla scia di “classe contro classe”, si è avuta la tendenza verso il più ottuso settarismo mentre, di fronte alla “politica di fronte”, si è teso a diluire, fino sostanzialmente ad azzerarla, l’identità propria e specifica dell’organizzazione comunista. Sotto tale aspetto, ad esempio, la storia del partito italiano ne ha rappresentato una non secondaria esemplificazione empirica soprattutto per quanto riguarda le degenerazioni frontiste. Ma torniamo al presente. Cosa significa praticare una politica di “classe contro classe” senza per questo cadere nell’isolamento e, al contempo, cosa comporta stare dentro, in maniera politicamente organizzata, a movimenti e lotte i cui tratti spuri e contraddittori sono palesemente evidenti? In che modo il metodo leninista si emancipa dal vuoto accademismo e diventa, a tutti gli effetti, lo strumento per la guida dell’azione? Proviamo a spiegarlo a partire da una situazione politica “concreta” con la quale, oggi, il movimento di classe è obbligato a fare i conti e, come il precipitare degli eventi tunisini e mediorientali sono lì a ricordare, sempre più diventerà necessario imparare a farlo.

Come falchi, i movimenti di natura religiosa, si stanno già gettando sulla ghiotta preda delle insorgenze popolari nordafricane e mediorientali. Alcuni di questi, oggi tranquillamente accasati in esili dorati dentro le metropoli imperialiste occidentali, ben difficilmente potranno giocare un qualche ruolo nel futuro dei Paesi mediorientali. Il loro ruolo di “governo di riserva” delle multinazionali è talmente evidente che una loro qualche legittimazione da parte delle masse arabe più che improbabile è impossibile. I tentativi della “opposizione religiosa legittima” tunisina di tornare in patria, ipotesi inizialmente fortemente caldeggiata dal Governo francese, al fine di mettersi alla testa dell’insurrezione e normalizzare quindi la situazione è velocemente naufragata. Ben difficilmente élite di questo tipo potranno svolgere un qualche ruolo all’interno del vento di tempesta che si è alzato in tutta l’area magrebina. La loro oggettiva appartenenza alla “panchina lunga” del capitalismo globale li rende invisi e improponibili a quelle masse che stanno portando l’assalto a non pochi Palazzi d’Inverno. Ben più realisticamente a entrare prepotentemente in scena saranno tutte quelle realtà, come ad esempio i Fratelli musulmani e simili, che in questi anni hanno sviluppato, legalmente e no, una forte opposizione ai Governi in carica. Queste forze sono dentro alle masse ed è quanto mai probabile che avranno un ruolo protagonista nel prossimo futuro. È possibile ignorarle? Realisticamente no. Per questo, un’organizzazione comunista, deve accodarsi a loro? Assolutamente no. E allora? Per rispondere dobbiamo, non per una qualche forma di ossequiosità ma per l’indicazione metodologica che è in grado di fornirci, riprendere tra le mani Marx: “La miseria religiosa è, da un lato, l’espressione della miseria effettiva e, dall’altro, la protesta contro questa miseria effettiva. La religione è il gemito della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, così com’è lo spirito d’una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l’oppio per il popolo”. La religione, e con lei tutti i movimenti che si porta appresso, è al contempo gemito, quindi richiesta di emancipazione politica e sociale, ma anche esattamente il suo contrario: anestetico dell’emancipazione medesima. Ciò che attraversa la religione è un movimento dialettico. Dentro questa dialettica l’organizzazione di classe deve saper intervenire piegando alla politica rivoluzionaria il gemito e annullando l’effetto soporifero che, in veste di oppio, ogni orizzonte religioso si porta appresso. Perché può farlo? Forse perché la sua è una teoria migliore e più accattivante delle litanie religiose? Forse per l’indubbia razionalità che la caratterizza? Forse per l’obbiettiva forza intellettuale che mostra? Sicuramente no e puntare su questi aspetti significherebbe osservare le masse che si sono messe in moto con lo sguardo di un intellettuale salottiero che immagina il mondo plasmato a propria immagine e somiglianza. La teoria e l’organizzazione comunista può competere con i movimenti di ispirazione religiosa poiché questi, per loro natura non possono risolvere le contraddizioni oggettive del sistema capitalista. I movimenti religiosi non sono solo impossibilitati, oltre che non intenzionati, a dare il potere al proletariato ma, per di più, non sono in grado di risolvere anche le contraddizioni oggettive più macroscopiche del modo di produzione capitalista e questo indipendentemente dalla deriva confessionale che li caratterizza. Il Governo sciita di Tehran, ad esempio, non è meno oppressivo nei confronti delle masse operaie e proletarie del Governo sunnita dell’Arabia Saudita. Dentro la crisi, le retoriche nazionaliste e populiste iraniane infarcite di “eresia” sciita, non si sono mostrate più efficaci ed efficienti  e meno antipopolari di quelle dove, a reggere le file del potere, è una “ortodossia” religiosa al limite dell’isteria. In entrambi i casi, nei confronti  delle masse proletarie e subalterne e delle loro rivendicazioni politiche, economiche e sociali, la risposta è venuta dalle punte delle baionette dei pretoriani chiamati a guardia del potere. Il limite oggettivo di questi movimenti sta nel collaborazionismo di classe che, in virtù della loro natura religiosa, sono obbligati a ipotizzare.  Il loro fine non è spezzare un anello della catena imperialista, organizzare un territorio, politicamente e militarmente, in funzione della guerra di classe internazionale ma diventare un’appendice locale di un movimento borghese internazionale che, con le forze imperialiste dominanti, vuole giungere a negoziare un proprio spazio dentro l’economia mondo. Del resto la rottura tra l’imperialismo a dominanza anglo – statunitense e il “fondamentalismo”, che in Afghanistan avevano trovato la loro migliore sintesi operativa, si è data solo nel momento in cui l’URSS e il “Patto di Varsavia” sono implosi. A quel punto, una delle molteplici alleanze tra le forze della controrivoluzione imperialista non solo è saltata ma è entrata direttamente in rotta di collisione. Chiusa la partita contro il nemico comune, a piena conferma di come la legge del beduino continui a essere del tutto operativa anche nell’era del capitalismo globale, queste forze hanno rivolto le armi una contro l’altra. Sullo sfondo la lotta mortale per il controllo sul movimento di ampie quote di capitale finanziario, per il governo di alcune aree geografiche e per il controllo delle fonti energetiche strategiche oltre che per il dominio, in senso coloniale, di vaste quote di popolazione. In altre parole come sbattezzare il calendario cristiano per farlo repubblicano, cambiare san Bartolomeo in san Robespierre non cambia né la pioggia né il bel tempo, allo stesso tempo islamizzare il capitalismo non cambia la condizione operaia e proletaria. L'Islam, o chi per lui, non può risolvere i problemi delle masse perché, alla fine, il suo programma politico è un programma di collaborazione di classe tenuto insieme dal collante religioso e per questo non può risolvere i problemi delle masse. Su questo piano l'Islam politico è una maionese che rischia in ogni momento di impazzire perché deve continuamente tenere conto di forze e interessi oggettivi contrastanti che, alla lunga, non possono essere continuamente mediati dalla preghiera.  Ma queste contraddizioni non conducono meccanicamente le masse verso il marxismo e l'organizzazione di classe. Perché ciò avvenga occorre che l’azione delle forze di classe non rimanga isolata dalle masse, non rifiuti un rapporto con queste ma, senza rinunciare mai alla propria autonomia politica e ancor più senza mai, in virtù di un tatticismo tanto insulso quanto non redditizio, concedere nulla all’ordine del discorso dei movimenti religiosi, sia in grado di lottare insieme a quelle masse e, al contempo, isolarne le direzioni religiose. Si tratta, attraverso il proprio programma, di non limitarsi a stare dentro alle lotte ma, in ogni circostanza, di prenderne la direzione appoggiandosi ai livelli più alti di coscienza politica delle masse. Si tratta, dentro le lotte, di smascherare i limiti che fanno da sfondo all’azione dei movimenti alleati e l’insieme di contraddizioni che, dal punto di vista proletario, questi movimenti e organizzazioni si portano dietro. Dentro la lotta, il programma proletario, può catturare a sé le forze popolari isolando le forze borghesi e la piccola borghesia i cui interessi i movimenti d’ispirazione religiosa incarnano.  Tutto ciò, difficoltà operative a parte, può apparire relativamente facile in situazioni in cui il proletariato globale oltre a essere la sola forza politicamente maggioritaria lo è anche quantitativamente. Ma come operare in situazioni in cui la composizione di classe è a dir poco molteplice, frastagliata e in continua ridefinizione? Come muoversi in contesti dove le contraddizioni non sono ancora giunte al punto di rottura? Non si tratta di domande banali poiché focalizzano esattamente l’attenzione sull’agire delle avanguardie dentro le metropoli occidentali. Nel paragrafo precedente abbiamo ricordato Lenin e le sue richieste agli operai e ai socialdemocratici svizzeri. Allo stesso tempo abbiamo osservato come, oggi, le metropoli occidentali assomiglino solo in parte, e sempre meno, alla placida Svizzera del 1914. Oggi, nel cuore del sistema imperialista occidentale, non sono solo i proletari più coscienti a sentirsi vicini ai loro fratelli di classe i quali, però, lottano, vivono e combattono in situazioni assai diverse. Oggi, le stesse masse incoscienti e politicamente acefale, sono obbligate, in virtù delle trasformazioni materiali apportate dal capitalismo globale, a sentirsi immediatamente affini e vicine alle masse proletarie globalizzate. È questo dato oggettivo che occorre saper trasformare in soggettività e coscienza. Si tratta di un lavoro organizzativo né facile né immediato che  per la posta in palio e per i suoi obiettivi presuppone una salda e al contempo flessibile elaborazione teorica in grado di farsi continuamente prassi e l’avere a  disposizione militanti e quadri che possano impegnarsi totalmente in esso. Un lavoro politico e organizzativo che non ammette dilettantismi e approssimazioni pena la perdita di qualsiasi efficacia. Esattamente dentro questo passaggio si gioca oggi in maniera radicale la credibilità delle avanguardie comuniste.

 
PRINT