La coscienza conduce faticosamente
a verità parziali, limitate, instabili. Tutto ciò, naturalmente,
è molto difficile. Il compito di rendere il popolo adulto
sarà facilitato al tempo stesso dal rigore dell’organizzazione
e dal livello ideologico dei suoi dirigenti. La potenza
del livello ideologico si elabora e si rafforza via via
con lo svolgersi della lotta, delle manovre dell’avversario,
delle vittorie e dei rovesci. La direzione rivela la sua
forza e la sua autorità denunciando gli errori, approfittando
di ogni regresso della coscienza per trarre lezioni, per
assicurare nuove condizioni di progresso. (F. Fanon I dannati della terra)
Classe contro classe
La Tunisia e il Nord Africa
si sono messe in marcia. L’intera area magrebina e medio
orientale sembra essere ogni giorno che passa una polveriera
la cui devastante esplosione potrà avere ricadute non
secondarie anche per i nostri mondi. Siamo ormai ben distanti
dall’epoca in cui i Governi metropolitani europei potevano
affermare: Se 100.000
fucili sparano in Algeria in Francia nessuno se ne accorge.
Gli intrecci economici e politici dell’imperialismo e
del capitalismo globale hanno reso sempre più unico
il mondo. Non esiste un dentro
e un fuori ma un unico fronte all’interno del quale dentro e fuori convivono
fianco a fianco.
Sotto tale aspetto, allora,
il Governo tunisino, non diversamente dall’insieme
degli altri regimi arabi, non è altro che l’articolazione
locale dell’invisibile governo delle multinazionali
e solo avendo a mente ciò è possibile cogliere il senso
di queste lotte e rapportarsi a loro in maniera corretta.
Il ruolo che oggi giocano le aree geograficamente non
occidentali all’interno del modo di produzione capitalista,
inoltre, racconta qualcosa di non secondario sul complessivo
fallimento di quel grande movimento storico che è stata
la decolonizzazione.
Le speranze che l’epopea della decolonizzazione aveva
aperto, in linea di massima, sono belle che naufragate.
Gran parte dei movimenti che le avevano capeggiate, nel
corso del tempo, si sono trasformati in apparati asserviti
alla controrivoluzione internazionale diventando i più
feroci nemici delle proprie popolazioni. Leader laici,
come nel caso della Tunisia e dell’Algeria, o d’ispirazione
religiosa, come nel caso della Libia, si mostrano i migliori
alleati proprio di quelle forze che tra gli anni ’60 e
’70 del secolo scorso avevano con non poca determinazione
combattuto e vinto. Non a caso, le democrazie occidentali,
sono divenute le più accese sostenitrici di questi regimi
benché i loro tratti feroci e dittatoriali fossero sotto
agli occhi di tutti. La
contraddizione obiettiva che faceva da sfondo alle lotte
di liberazione nazionale, l’alleanza tra le masse subalterne
e la borghesia nazionale, si è per lo più risolta a tutto
vantaggio delle borghesie nazionali che, una volta liquidate
le istanze popolari e acquisito una postazione di forza
in qualche modo stabile, hanno ben presto trovato nel
capitalismo multinazionale e nelle frazioni di borghesia
imperialista che lo capeggiano la sponda ideale sulla
quale poggiare il loro potere locale. A sua volta, l’imperialismo
delle multinazionali, ha trovato non poco allettante tale
alleanza poiché, senza troppa fatica, si è ritrovato tra
le mani ampi territori all’interno dei quali investire
capitali in grado di rendere, in interessi e profitti,
cifre insperate. La Tunisia, come del resto gran
parte del Nord Africa, “ospita” imprese e aziende internazionali
che, in quella forma di governo della forza - lavoro,
trovano allettanti prospettive. Detto per inciso si tratta
di un utilizzo della forza lavoro che si accorda ben poco con le retoriche sull’avvento della
post-modernità; al contrario il lavoro salariato assume
spesso le fattezze del lavoro schiavistico, basti pensare
a quanto diffusa sia in quelle aree geografiche la forma
della segregazione dei lavoratori nei posti di lavoro,
i quali vengono frequentemente sottoposti ad un controllo
di tipo poliziesco da parte dei superiori, a ritmi lavorativi
inumani e a vessazioni lesive della propria dignità. La
brutalità dello sfruttamento è direttamente proporzionale
all’accumulazione di profitti da parte dei capitalisti
che investono appositamente dove è più semplice trovare
una forza lavoro a basso costo e priva di diritti e garanzie.
L’estendersi della politica di delocalizzazione perseguita
dalle imprese multinazionali verso i paesi ex-coloniali
e ex-sovietici e la complementare politica di smantellamento
delle garanzie e dei diritti dei lavoratori da esse coltivata
nei paesi occidentali indica, dunque, come la figura che
la fase globale del capitalismo tende a rendere egemone
sia quella dei produttori di merce dequalificati e
totalmente disponibili allo sfruttamento capitalistico. Ovviamente questo tipo
di scenario mette in crisi tutte le retoriche progressiste,
a partire da quelle più innovative
sostenute dai teorici dell’egemonia del lavoro
cognitario nel mondo globalizzato fino a quelle più
classiche dei sostenitori dello sviluppo del capitalismo
come processo costante di civilizzazione capace alla lunga
di portare benefici anche agli sfruttati del mondo. Ciò
che le ultime vicende di politica interna e internazionale
mettono in luce con una chiarezza poco discutibile è esattamente
l’inverso: il processo capitalistico non porta civiltà
bensì barbarie, non estende diritti e progresso oltre
Occidente ma esporta ed importa sfruttamento e brutalità.
Da questo punto di vista le preoccupazioni che le Cancellerie
occidentali stanno mostrando per quanto avviene in quelle
aree sono non poco indicative. La possibilità che un corposo
pezzo del “nuovo ordine mondiale” cada in frantumi è quanto
mai probabile e le ricadute di questo crollo anche dentro i nostri mondi saranno tutt’altro che irrilevanti. Ciò
che può delinearsi, attraverso una lotta di lunga durata,
è l’instabilità prima e la rottura poi di una
maglia della catena imperialista con probabili effetti
a catena sia nel Continente africano e non solo poiché,
le aree di conflitto, si stanno estendendo. I Balcani
e gran parte dei paesi dell’Europa orientale mostrano
tendenze non distanti dal “caso Tunisia” mentre, nella
stessa vecchia Europa, le sue parti deboli, come la Grecia è lì a ricordare, rimettono
in moto movimenti antagonisti di classe che solo il limite
storico del pensiero borghese e dei suoi servi poteva
considerare bellamente archiviati tra i polverosi faldoni
della storia di ieri. Forse, e sarebbe stolto non riconoscere
i limiti attuali che il movimento comunista si porta appresso,
siamo ancora distanti dal veder aleggiare intorno a noi
lo spettro del comunismo ma, di sicuro, ciò che nessuno può ignorare
è l’irrompere delle contraddizioni oggettive alle quali,
il modo di produzione capitalista, non può obiettivamente
porre, con facilità, rimedio. Se, realisticamente, non
è ancora possibile parlare di lotta per il comunismo si
può tranquillamente affermare che la lotta di classe è
tutto tranne che estinta e che l’incendio nordafricano,
in virtù degli intrecci politici, economici e militari
che il capitalismo globale ha intessuto, è qualcosa che
ci riguarda da vicino non in nome del “semplice” principio
di solidarietà ma per le ricadute materiali che comporta
e le affinità che quelle masse in lotta mostrano con comparti
non secondarie del proletariato delle metropoli imperialiste
occidentali. Per questo non abbiamo di fronte una lotta del
“Terzo Mondo” ma una lotta che ha valenza anticipatoria
sul qui e ora anche dei nostri mondi. Si tratta di un’affermazione
forte le cui ricadute non sono per nulla secondarie e
che, pertanto, va argomentata. Se, come proveremo a sostenere,
l’incendio nordafricano è qualcosa che ci riguarda da
vicino i nodi strategici che questo si porta appresso
occorre provare a scioglierli sin da subito.
Per
molti versi una qualche anticipazione di quanto sta accadendo
nel Nord Africa lo si è avuto proprio nel cuore dell’Europa
nel corso dell’autunno inverno parigino, e non solo, del
2005. Esattamente cinque anni fa la banlieue ha preso, fuor di metafora, fuoco. Si è trattata, Grecia a parte, della più impressionante
insorgenza di massa a dominanza interamente proletaria
che a memoria in Europa sia possibile ricordare da oltre
trent’anni. Una lotta che, in alcuni suoi tratti, poteva
essere assimilata al 1905 almeno per quanto riguarda l’entrata prepotente in scena della
masse e l’indirizzo oggettivamente antagonista che questa
portava in sé. Nell’insieme i movimenti di sinistra, di
fronte a quegli eventi, si sono dimostrati per lo più
ciechi e sordi aprendo così ai movimenti di ispirazione
religiosa variamente declinati spazi pressoché infiniti
i quali, in virtù di ciò, sono stati in grado di far avanzare
quel lavoro di egemonia politica da tempo iniziato.
Tutto questo non è stato il frutto di una svista
momentanea, bensì il frutto di un ritardo analitico e
teorico di movimenti ripiegati
interamente sul passato, incapaci di leggere la storia
del nostro futuro e trarne le necessarie indicazioni.
Per altro verso, la riduzione di quelle lotte a semplice
grido di dolore da parte delle “vite da scarto”, ha esemplificato
al meglio, da parte dei teorici della postmodernità, l’abbandono di ogni prospettiva
marxista e di classe.
Non
solo il Pcf, o ciò che ne rimane, si è dimostrato completamente
incapace di radicarsi dentro quelle lotte ma anche le
altre formazioni organizzate insieme alle più svariate
anime e aree di movimento si sono mostrate, nei confronti
della banlieue, a dir poco disinteressate. Mentre
“oltre Metrò” Parigi bruciava, la sinistra, comodamente
accasata tra le mura della città, la “piccola Parigi”,
osservava i bagliori degli incendi come il semplice prodotto
di un malessere e un disagio sociale frutto della poca
attenzione da parte delle politiche neoliberiste verso
gli ultimi e i poveri mentre,
le aree maggiormente inclini alla “ortodossia”, rispolveravano
i vecchi adagi sul lumpenproletariat,
il classico vestito buono per tutte le stagioni,
mostrando di aver appreso del metodo
leninista l’equivalente della cattiva sintesi alla
quale può aspirare un malaugurato studente catturato dalle offerte del CEPU. Non pochi, inoltre, individuavano nella rivolta
dei giovani abitanti delle periferie il frutto perverso
della “società dei consumi”. Non potendo accedere all’ultimo
modello di Nike o Adidas i giovani dalla pelle scura finivano
con il dare fuori di matto. Per placare la loro ira, così
come in altre epoche si ammaliavano gli indigeni con specchietti
e perline, si poteva porre rimedio al tutto offrendo,
a prezzi stracciati, qualche container di marchi alla
moda. In fondo un negro è un negro così come un arabo
rimane pur sempre un arabo e, notoriamente, la loro coscienza
non va oltre il soddisfacimento degli istinti primari
ma, poiché anche questi hanno subito una qualche evoluzione,
al cibo e al sesso si sono aggiunte felpe, jeans e scarpe.
Ironie a parte, andando al sodo, non sono stati
pochi gli interventi di questo tono da parte di numerosi
politici e intellettuali di sinistra con pretese più o
meno radicali e, in tutto ciò, si sono distinte in particolar
modo quelle aree autoproclamatesi postoperaiste che, in poche battute, hanno
liquidato quelle lotte come il grido di dolore degli habits nus de la République.. Ma tutto ciò cosa significa? Cosa c’è all’origine di tutto
ciò? Perché queste letture, tra gran parte della sinistra,
sono così diffuse e trovano un gran numero di consensi?
Certo, siamo di fronte al più bieco opportunismo, ma si
tratta pur sempre di un opportunismo, frammisto a un’ottusità di non minore intensità,
che gode o almeno ha goduto di non poca salute sino a
poco tempo addietro, il quale rappresenta punti di vista
di classi determinate e non è il semplice frutto andato
a male di un ceto intellettuale. Siamo di fronte a punti
di vista di classe, non
a opzioni individuali. Da qui è necessario partire.
Torniamo pertanto a
Parigi. Ciò che chiunque è in grado di osservare è come
nel medesimo spazio metropolitano convivano, fianco a
fianco, due città separate e distinte. Si potrà obiettare
che, per molti versi, non siamo di fronte a una novità
poiché la divisione tra la città operaia e la città borghese
è sempre stato un dato di fatto. Questo è sicuramente
vero ma, e soprattutto dopo il 1945, il rapporto tra le
due città si è sempre posto su un piano di reciproca legittimità.
Nemici sì ma di pari grado e dignità. Ciò che la storia
della banlieue, che sotto tale aspetto ne è
elemento paradigmatico a tutti gli effetti, ha mostrato
è come, nell’attuale fase
imperialista o del cosiddetto capitalismo globale,
il rapporto tra le classi si delinei all’insegna del rapporto
della asimmetricità. Nemici sì ma con diverse dignità.
Ciò che viene a saltare è il riconoscimento del nemico
in quanto nemico pubblico, e quindi politicamente e storicamente
legittimato, da qui la facilità con cui
le insorgenze del proletariato contemporaneo vengono
ascritte al mondo della malattia, del crimine o, quando
il conflitto assume contorni particolarmente aspri, all’oggettivo
scontro in cui civiltà diverse sono obbligate a precipitare.
Sullo sfondo un dato primeggia: le lotte del proletariato,
in quanto classe politicamente autonoma, non sono state
solo e semplicemente delegittimate ma pura e semplice
follia diventa il pensare che quelle lotte possano rappresentare
la fuoriuscita dal modo di produzione capitalista. Dietro
alle retoriche del disagio, della malattia, della criminalità
e del culturalismo variamente declinato non vi è altro
che un unico progetto: impedire la saldatura tra l’idea
– forza del comunismo e le lotte spontanee delle masse.
Ma di quali lotte e di quali masse stiamo parlando? Questa
è la domanda alla quale occorre rispondere prima in maniera
analitica e immediatamente dopo in termini politici e
organizzativi. Abbiamo visto come, a sinistra, tutto un
proliferare di ceti politici e intellettuali si mostrino
particolarmente attivi, dando fiato e facendosi paladini
di un certo tipo di conflitto mentre, nei confronti di
altre tipologie, si mostrano addirittura avversi o, nella
migliore delle ipotesi, si limitino a ignorarli. Sotto
tale profilo, ancora una volta, la Francia è quanto mai indicativa.
Nella primavera del 2006 le università e una parte degli
studenti medi sono entrati in fibrillazione in seguito
all’ipotesi legislativa relativa alle modifiche del mercato
del lavoro che il Governo stava varando. Una legge che
tendeva a proletarizzare tutta una serie di figure. Da
qui l’inizio delle proteste. Un movimento che ha scaldato
i cuori di non pochi “intellettuali radicali” i quali,
in quell’esplosione, hanno intravisto un nuovo ’68 . Immediatamente, tonnellate di carta sono state consumate per
raccontare, con toni a dir poco entusiasti, il ritorno
del Maggio. Gli stessi giornalisti di sinistra, per lo più, non si sono
risparmiati. Quei giovani, radicali ma per bene, incarnavano
al meglio la nuova idea di trasformazione che i salotti
da tempo coltivavano in contrapposizione all’arcaica,
novecentesca e “montagnarda”
rivoluzione. Quel movimento era il trionfo della Gironda.
Nessuno
tra questi ha notato, o forse più realisticamente ha fatto
finta di non vedere, come, volutamente, il movimento sorto
dentro le università abbia, sin da subito, escluso sia
il proletariato giovanile della banlieue sia tutto il mondo studentesco delle scuole tecniche e professionali.
In questo modo, alla Montagna
e ai sanculotti,
dovevano essere tarpate le ali sin da subito. Gli
studenti e futuri “lavoratori della conoscenza” si sono
ben guardati dal tentare un qualche collegamento con i
loro coetanei poco acculturati ma, al contrario, l’eventuale
loro presenza dentro il loro movimento è stata considerata
sin da subito un’autentica sciagura tanto è vero che,
l’appello partito dalle università verso gli studenti
medi, non faceva neppure menzione dei tecnici e dei professionali.
Erano passati solo pochi mesi dalla rivolta delle periferie
il cui movimento, lasciato solo, aveva dovuto per forza
di cose ripiegare ma adesso, di fronte al nuovo fermento
sociale che si stava manifestando, il proletariato delle
periferie si rimetteva in marcia. In una riedizione “postmoderna”
delle lotte di classe quarantottesche, il proletariato,
che per primo era insorto, si era battuto andando all’offensiva,
seppur in totale solitudine; trovatosi isolato si era
ritirato con non poca saggezza,nei suoi territori conservandone
in gran parte il controllo, quindi
di fronte all’irrompere di una situazione conflittuale
ritorna in scena. Sull’onda
delle manifestazioni universitarie si innesta così nuovamente
anche il movimento dei ragazzi delle periferie e a questi
si aggregano immediatamente gli allievi delle scuole tecniche
e professionali. Questi, in quanto proletari, non potevano
che mettere all’ordine del giorno, pur se in maniera spesso
confusa, una serie di rivendicazioni e obiettivi di natura
propriamente di classe. Tipiche esemplificazioni di quei
processi di globalizzazione in basso dell’attuale fase imperialista queste figure non potevano che battersi contro le politiche imperialiste e non
verso alcuni suoi aspetti. Dentro alle
piazze, invisibile ma non per questo meno reale, il “muro”
che separa ogni giorno la “piccola Parigi” dai territori
della sterminata periferia, si è eretto senza mediazioni
di sorta. Infatti, quando le manifestazioni del “blocco
cognitario” sono entrate in contatto con il “blocco proletario,”
sono state dapprima scintille e subito dopo scontri veri
e propri. Solo in alcuni casi, e al solo fine di fronteggiare
le forze di polizia, i due blocchi hanno stipulato una
momentanea tregua. Ciò che nelle piazze si è manifestato
in tutta la sua concreta materialità, subito dopo, ha
trovato la propria sistematizzazione nel mondo delle idee. Ancora una volta, gran parte dell’ “intelligenza
critica”, ha liquidato la linea di condotta dei banlieuesards come teppismo figlio del
degrado e del malessere sociale, ne ha negato ogni tratto
politico mentre si è prodigato in elogi per l’azione “tutta
politica e comunicativa” del movimento universitario.
Questo fatto non ha nulla di casuale e/o di estemporaneo
ma è in grado di fotografare al meglio una condizione
oggettiva che la fase imperialista attuale ha sedimentato.
I conflitti sorti tra il “blocco cognitario” e quello
dei giovani banlieuesards, degli studenti dei tecnici
e dei professionali non è altro che la sintesi della ridefinizione
di classe dentro le nostre società.
Mentre, i primi, hanno un mondo da guadagnare gli
altri non hanno che da perdere le loro catene. Un conflitto,
ed è bene ricordarlo con forza, ben lungi dal rappresentare
il passaggio tra una nuova classe ascendente, il “blocco
cognitario” come incarnazione del moderno proletariato,
a fronte di una classe, il proletariato che trascorre
la sua vita tra la condizione di esercito industriale
di riserva e attività manuali e/o di servizio di basso
profilo, in via di decomposizione, bensì il frutto di
una scissione interna alle masse subalterne che l’era
globale ha sedimentato. Non siamo, per capirci, dentro
un processo simile a quello che ha visto il passaggio
da un’economia prevalentemente agricola a una industriale.
I proletari di oggi non sono, i contadini di ieri, così
come, i “lavoratori cognitari”, non sono, a confronto
di questi, la classe operaia del passato. Centrale, nel
modo di produzione capitalista, rimane la produzione delle
merci materiali e la quantità di plusvalore che da queste
è possibile trarne. Il dominio del capitale finanziario
non rappresenta un salto in avanti del capitalismo poiché,
per sua natura, il capitale finanziario non può che vivere
attraverso le “bolle speculative” ma queste, ben lungi
dal rendere stabile il sistema capitalista, lo rendono
sempre più simile a un gigantesco Titanic e, per di più, i dividendi di borsa non possono sostituirsi
alle prosaiche esigenze materiali dell’esistenza. Il fatto
che, al pari di tutti coloro che incuranti di quanto stava
accadendo ballavano tranquillamente nei saloni della nave,
in molti continuino a danzare come se nulla fosse, non
significa che le contraddizioni del sistema capitalista
non abbiano cozzato contro un iceberg
di fattezza colossale. Allo stesso modo l’indubbia
importanza che la merce – informazione ha acquisito per
le nostre società è ben lungi dal rappresentare il cuore
del processo produttivo capitalista. La merce – informazione,
semmai, il più delle volte funziona come valore aggiuntivo
della merce materiale. Certo, non siamo più nell’epoca
di Carosello, ma il principio rimane quello. Allo stesso
modo la cosiddetta rivoluzione informatica non ha fatto
altro che dequalificare ulteriormente il lavoro operaio
e subordinato rendendolo sempre più flessibile e intercambiabile.
Oggi, in gran parte dei lavori, una formazione di dieci/quindici
giorni rende accessibile a chiunque un numero pressoché
illimitato di professioni rendendo vana qualunque forma
di “rigidità operaia”.
Tutto ciò, però, è ben lungi dal rendere superfluo
il lavoro proletario semmai il contrario. L’estensione
della forma – salario e della classe operaia sul piano
internazionale racconta qualcosa di ben diverso. Nell’era
del capitalismo globale la forza – lavoro salariata è
in continua espansione così come, sua diretta filiazione,
sempre più ampie tendono a essere, a seconda degli sbalzi
d’umore della produzione, le schiere dell’esercito
industriale di riserva. Una condizione che, oggi,
tende a “universalizzarsi”. Gli abitanti della banlieue
non sono altro che l’esemplificazione di questi processi.
Con ogni probabilità, e per un arco di tempo difficilmente
calcolabile, nei nostri mondi queste aree proletarie saranno
quantitativamente minoritarie ma ciò non toglie che, sul
piano internazionale, siano già maggioranza, ma non solo.
Nelle stesse nostre società tale condizione è destinata
a farsi sempre più consistente per cui, l’organizzazione
politica di questi settori proletari, si presenta oggi
come passaggio strategico decisivo per le forze di classe.
Ma è proprio questo passaggio che, per lo più, anche le
aree comuniste tuttora presenti nel mondo europeo sembrano
ignorare. L’estraneità a eventi come quelli che hanno
caratterizzato la banlieue
e in seguito il movimento degli studenti tecnici e
professionali uniti ai giovani lavoratori precari, flessibili o disoccupati delle periferie mostra esattamente
il ritardo teorico e analitico che, oggi, caratterizza
tutta quella serie di organizzazioni e movimenti che,
pur richiamandosi al marxismo, rimangono imprigionati
dentro un contesto in cui, la cesura seguita al 1989 e
a tutto ciò che questo si è portato appresso, nella
prassi rimangono ignoti. In molti, loro malgrado, sembrano
portati a reiterare gli stessi errori dei populisti
russi di fine Ottocento, primi Novecento. Invece di
cogliere la tendenza allo sviluppo del capitalismo, con tutte le conseguenze che
ciò comportava e avrebbe comportato, questi guardavano,
confortati in ciò dal permanere ancorché rilevante di
rapporti sociali ed economici pre - capitalistici, al mondo di ieri e alla sua apparente
immutabilità. Proprio contro questa concezione astorica,
non materialista e incapace di cogliere la dialettica
del divenire del mondo Lenin scrive la sua prima corposa
opera teorica: Lo
sviluppo del capitalismo in Russia. Un testo che,
nonostante gli oltre suoi cento anni, mostra, sotto il
profilo del metodo,
per intero la sua freschezza. In quel testo Lenin, avendo
a mente il modello de Il
Capitale, mostra come, nella storia, sia sempre decisivo
anticipare le
rotture. A dominare la scena storica non saranno mai,
per quanto ancora largamente presenti, quelle forme di
produzione incistate nel passato bensì quelle che incarnano
al meglio il punto massimo dello sviluppo delle forze
produttive. Se, in qualche modo, le forme di proprietà
e i modelli di produzione presenti nella campagna russa
mostrano ancora una certa prevalenza delle forme produttive
e giuridiche pre – borghesi è solo osservando il progredire
delle forme di proprietà tipicamente borghesi che è possibile
scrivere sin da subito la storia del futuro prossimo così
come la formazione della classe operaia e della grande
industria, indipendentemente dai numeri ancora relativamente
bassi, mostrano come è lì che occorre concentrare politica
e organizzazione.
Andare a scuola dalle masse
Il
marxismo non è solo una guida
per l’azione ma la scienza in grado di anticipare il futuro. Se è dall’uomo che si ricava la scimmia è dalle
forme avanzate dell’organizzazione capitalista del lavoro
e quindi dal modo in cui questo governa la forza – lavoro,
che si ricava la generalizzazione di un modello. In poche
parole non si può stare un passo indietro al movimento
del capitale ma, una volta compresane la tendenza, occorre
anticiparne le mosse e passare all’offensiva. Giocare
di rimessa, in alcune circostanze, può essere tatticamente
utile e necessario ma, trasformare un’esigenza tattica
in progetto strategico, può condurre solo alla disfatta.
Se, il rapporto tra capitale e lavoro – salariato, è irriducibilmente
segnato da un rapporto di guerra non è possibile, come
l’arte militare insegna, vincere assumendo la difensiva
come orizzonte strategico. Nella migliore delle ipotesi,
come vedremo tra poco, porsi ostinatamente sulla difensiva
non può portare ad altro che all’isolamento e all’accerchiamento.
Si tratta, allora, sulla scia di Lenin, di cogliere
appieno la necessità della rottura al fine di organizzare
il settarismo di
classe corrispondente all’attuale fase
imperialista. Dai “fatti tunisini” non riceviamo una
richiesta di solidarietà. Dalla Tunisia riceviamo un richiamo
forte alla necessità dell’Organizzazione. La
Tunisia ci obbliga a rispondere, qui
e ora, alla fatidica domanda Che
fare? Sul piano internazionale la masse si sono poste
in movimento. Il problema adesso è nostro: sapremmo essere
all’altezza dei tempi? Sapremmo andare a scuola dalle masse o rimarremmo impastoiati dentro la serie
di infiniti cretinismi
dai quali gran parte della sinistra non sembra in
grado di emanciparsi? Mai come oggi, forse, occorre fare
interamente propria la tesi leniniana: il marxismo non è un dogma, ma una guida per
l’azione. Cominciare da zero non significa tornare
indietro ma ripartire da Lenin.
Ma
tutto ciò, allora, cosa racconta? Quali le indicazioni
che è necessario cogliere? Con che cosa è necessario fare
i conti? Lo scenario
delineato indica alcuni passaggi non secondari del fronte
politico attuale obbligando con ciò le avanguardie comuniste
e di classe a farsi carico di un’esigenza politica e organizzativa
che trova nell’internazionalismo, adeguato alla fase imperialista attuale, l’unica cornice possibile. Per quanto l’esperienza
dell’Internazionale Comunista sia qualcosa di più che
un semplice “oggetto d’archivio” l’internazionalismo
dell’era attuale non ne può essere la semplice reiterazione
tuttavia è proprio da lì che occorre ripartire avendo
ben a mente, per evitare ogni sorta di “romanticismo”,
i presupposti di cui Lenin e i bolscevichi l’hanno fornita.
Una loro breve ricapitolazione appare pertanto utile.
La necessità di liquidare la Seconda Internazionale
e di dotare la classe di un nuovo strumento politico e
organizzativo non nasce semplicemente in seguito al palese
tradimento della vecchia internazionale di fronte alla
guerra ma dalla necessità di adeguare l’organizzazione
proletaria alle esigenze proprie della fase
imperialista. Ma che cosa caratterizza tale fase?
Certo la tendenza
alla guerra ma, a ben vedere, non è certo questa la
novità. Centrale, nella fase imperialista, è la dominanza che la frazione imperialista è in
grado di esercitare sulla formazione economica e sociale
e la forma statuale chiamata a contenerla. Ciò che Lenin
coglie è la dimensione immediatamente internazionale che
la politica assume dentro l’era imperialista. Da lì in
poi, anche se con fasi alterne, il declino degli stati
nazionali come agenti politici e militari autonomi è un
fatto. La frazione dominante della borghesia è, per sua
natura “internazionalista”. Solo la vittoria della rivoluzione
in Russia e la nascita dell’URSS obbligano, e ciò è particolarmente
vero dopo la Seconda Guerra mondiale
e per l’intero ciclo storico caratterizzato dalla “Guerra
fredda”, la borghesia imperialista a mantenere alcuni
tratti propri dello Stato/Nazione. Dopo il 1989, però, il processo di internazionalizzazione
del capitale non sembra conoscere ostacoli. Gli scenari
nazionali diventano solo luoghi di deposito o di transito
delle politiche delle frazioni internazionali delle borghesie
imperialiste. L’esternalizzazione e la delocalizzazione
della produzione sono un fenomeno talmente noto e conosciuto
da non aver certo bisogno di essere argomentato. Tuttavia
alcuni aspetti di tale processo vanno rimarcati poiché
rappresentano aspetti non secondari dell’attuale fase
imperialista le quali, non poco, hanno a che vedere
con le presenti vicende tunisine. Inoltre sono in grado
di fornire gli elementi che differenziano gli aspetti
attuali del ciclo imperialista rispetto a quello con cui
si confronta Lenin. La fase imperialista precedente si caratterizzava
soprattutto intorno a quattro elementi: esportazione e
investimenti di capitali; acquisizione di materie prime;
creazione di un mercato protetto; potenziamento del proprio
apparato militare attraverso la formazione di “truppe
coloniali”. Il ciclo della merce rimaneva tutto interno
ai paesi industrializzati. Il know
how tecnico e tecnologico rimaneva saldamente e gelosamente
tra le mani dei paesi industrializzati e la produzione
delle merci di loro esclusiva competenza. Nei paesi cosiddetti
sottosviluppati, al massimo, potevano impiantarsi modesti
comparti industriali finalizzati a un tipo di produzione
di scarsa qualità il cui mercato non andava oltre a una
dimensione locale. Le eventuali merci prodotte in questi
Paesi non avrebbero certo trovato cittadinanza, se non
come curiosità esotica, nelle metropoli imperialiste.
In questa fase imperialista l’esistenza di un dentro e un fuori è quanto
mai evidente. I profitti che i blocchi imperialisti sono
in grado di rastrellare gli consentono di “ridistribuirne”
una parte anche dentro a una certa quota di masse subalterne
occidentali legandole, di fatto, alle politiche imperialiste.
Lo scenario che l’epopea imperialista attuale racconta
qualcosa di radicalmente diverso. La borghesia imperialista,
oltre ovviamente ad accaparrarsi le risorse strategiche,
impianta la produzione globale esattamente all’interno
delle aree geografiche dell’ex Terzo Mondo. Gli sbocchi
di quella produzione sono il mercato globale. In contemporanea,
nelle metropoli imperialiste, quote di proletariato, inizialmente
quello immigrato e in un processo a cascata parti corpose
della forza lavoro indigena vengono plasmate alle condizioni
degli operai e dei proletari del mondo extraoccidentale.
Le ricadute di ciò non sono poche. In primo luogo ciò
fa saltare la contrapposizione tipica della fase
imperialista precedente tra borghesia nazionale e
frazione internazionale della borghesia imperialista poiché
il carattere industriale
dell’attuale fase imperialista lega immediatamente
a sé i comparti delle borghesie nazionali. Paradigmatica,
al proposito, può essere considerata la “linea di condotta”
della borghesia nazionale palestinese che, oggi, si propone
come “governatrice” della forza – lavoro palestinese alle
dipendenza dell’imperialismo delle multinazionali, avocando
a sé il ruolo di gendarme/garante degli accordi internazionali.
Proprio questo passaggio, che rende comprensibili anche
le politiche dei governi “postcoloniali” tra i quali la Tunisia, mostra al meglio
quanto radicali si presentino le trasformazioni politiche
dell’attuale fase imperialista. In seconda battuta,
proprio tali trasformazioni rendono maggiormente affini le condizioni del proletariato su scala internazionale. A delinearsi,
come frutto maturo dello sviluppo delle forze produttive,
è una nuova “composizione di classe” i cui tratti oggettivamente
internazionali vanno colti per intero. Certo, è una composizione
a macchia di leopardo, fortemente maggioritaria in alcune
aree e più ridotta
in altre ma, ed è questo il punto, è la sola a essere
in grado di organizzare e dirigere un processo di resistenza
in una prospettiva di lotta di lunga durata. Il problema,
per le avanguardie comuniste e di classe, è interamente
nella loro capacità di cogliere sino in fondo le esigenze
politiche e organizzative di questa.
Per questo è necessario tornare a Lenin. Che
cosa indica lo sfacelo della Seconda internazionale? Il
semplice tradimento dei suoi capi? L’opportunismo della
socialdemocrazia? Certo, anche questo ma, ed è questo
il punto, la linea di condotta della direzione secondo
internazionalista non nasce dal nulla. Non è, altrimenti
non avrebbe potuto giocare il ruolo controrivoluzionario
che ha obiettivamente giocato, la semplice espressione
di un ceto politico puramente autoreferenziale bensì anche l’espressione di masse subordinate i cui interessi di classe
convergono, in qualche modo, con quelli delle frazioni
della borghesia imperialista. Ciò che la
Seconda internazionale registra è la
frattura dentro il corpo proletario e di questo Lenin
ne offre una ben argomentata disamina nella pubblicistica
immediatamente a ridosso dell’agosto
1914 che troverà la sua migliore sintesi nel testo
sull’imperialismo. Dentro la guerra imperialista ciò che
emerge è una divisione tra una minoranza, ma una minoranza
sul piano internazionale la quale, in alcuni ambiti territoriali,
può essere tranquillamente maggioranza e il resto del
proletariato. Dentro la guerra si delinea un fronte operaio
nazionale e un fronte operaio internazionale. Un fronte
nazionale delle masse subalterne, un fronte internazionale
delle medesime. Ciò è
immediatamente visibile sin dai primi momenti della mobilitazione.
Mentre i settori di classe subalterni cointeressati alle
politiche imperialiste abbracciano con entusiasmo l’entrata
in guerra e la ritrovata “unità nazionale”, gli altri,
di fronte all’assenza di indicazioni da parte delle “loro”
organizzazioni, si ritirano nel silenzio. Disorientati
non sanno letteralmente che fare. A caratterizzare il
loro comportamento sembra essere soprattutto l’attesa.
Si tratta di una frattura oggettiva alla quale occorre
dare progettualità e autonomia politica, forma organizzativa
e visione strategica. La guerra ha diviso ciò che, a lungo,
l’era “pacifica” del capitalismo aveva tenuto bene o male
insieme. Ora, di fronte agli aut aut che la svolta della guerra impone,
gli strati dell’aristocrazia operaia, i ceti impiegatizi,
gli intellettuali e dietro a questi gran parte dei semi
proletari e della piccola borghesia si staccano dalla
massa operaia e proletaria e trovano nella cornice della
“unità nazionale” il loro naturale ritrovo. Non si tratta
di una scissione locale ma di un moto che, con
connotazioni quantitative sicuramente diverse tra
situazione e situazione, attraversa le masse subalterne
di tutti i Paesi. Una rottura che affonda le sue radici
nell’organizzazione materiale della società capitalista.
Di ciò, negli anni passati, se ne era avuto più che un
sentore. I consensi che, parti cospicue della socialdemocrazia
internazionale, riversavano verso le politiche coloniali
dei propri Governi erano qualcosa di più che semplici
avvisaglie. I “capi” che tali politiche sostenevano non
parlavano solo per se stessi ma, se le posizioni politiche
sono sempre espressioni di interessi di classe concreti
e materialmente determinati, i loro discorsi trovavano
legittimazione anche
dentro determinati settori di classe. Le politiche
coloniali e imperialiste, del resto, non avrebbero potuto
svilupparsi se, in qualche modo, non fossero state in
grado di legare a sé anche
quote più o meno rilevanti di proletariato. Le avvisaglie
di ciò, d’altra parte, le avevano rilevate con non poca
perspicacia e intelligenza gli stessi Engels e Marx a
proposito di gran parte della classe operaia inglese la
quale, in virtù dei privilegi che poteva trarre dall’esistenza
dell’Impero britannico, era bellamente precipitata nel
più bieco opportunismo. La tendenza opportunista che Engels
e Marx colgono dentro il movimento operaio britannico,
con il proliferare del sistema imperialista, troverà terreno
fertile in gran parte dei Paesi europei. Per altro verso, il carattere essenzialmente
“occidentale” assunto dalla Seconda internazionale, mostrava
non poco le aporie che tale organismo si portava appresso.
La guerra non fa altro che rendere esplicita la doppia
anima che il movimento operaio si portava appresso e ne
velocizza la scissione. Lenin coglie appieno il carattere
materiale di questo passaggio e, al tavolo della storia,
punta senza tentennamenti al banco di quel proletariato
oggettivamente irriducibile al patto sociale con la “propria”
borghesia. Intorno a sé non mira ad avere i riconoscimenti
di grandi e piccoli funzionari che, nelle burocrazie partitiche
e sindacali, avevano trovato facili accomodamenti e modesti
bagliori di carriere tanto meste quanto rassicuranti.
Lenin è poco interessato a queste figure “dirigenti” poiché,
nella sua irriducibile concezione rivoluzionaria della
politica, il dirigente che gli sta realmente a cuore è
colui abitualmente più vicino alla forca che a uno scranno
parlamentare. Dentro la
Seconda internazionale avevano convissuto
i “rivoluzionari di professione” accanto ai “professionisti
della politica” ora questa forzosa coabitazione non può
più darsi. Coloro i quali vivono di
politica, e quindi fortemente interessati alle prebende
statuali, non possono far altro che “farsi stato” mentre, tutti coloro che
vivono per la politica,
saranno naturalmente portati a organizzarsi per spezzare
la macchina statuale borghese. A questi due punti
di vista esattamente contrapposti corrispondono postazioni
di classe diverse, oggettivamente avverse e “visioni del
mondo” antitetiche.
Ciò a cui Lenin mira è il settore di classe in
grado di fare proprio il tempo storico in contrapposizione agli
altri settori radicati ottusamente nel grigio tempo del
presente. L’Internazionale comunista è il contenitore empirico
del tempo storico;
il luogo dove la classe assume per intero le fattezze
della classe storico – politica.
Questo
il modello politico – organizzativo costruito con pazienza
e altrettanta determinazione da Lenin e dai bolscevichi
e va notato, perché non è per nulla secondario, che tale
ipotesi viene coltivata sin all’indomani della tragedia
dell’agosto 1914. Mentre, l’allineamento delle maggioranze
socialdemocratiche, lascia attoniti anche i rivoluzionari
più onesti impedendogli di cogliere sino in fondo il significato
materiale e non morale che si cela dietro i comportamenti
dei partiti socialdemocratici, il partito russo, nella
sua pressoché totalità mette immediatamente a fuoco il
cuore del problema. Non occorre solo una nuova organizzazione
internazionale ma ciò di cui è necessario farsi carico
è la messa a regime di una struttura politica e organizzativa
espressione diretta di quelle masse
internazionali la cui postazione sociale oggettiva
le porta a essere estranee alle suggestioni patriottarde.
Non solo. L’organizzazione che dovrà prendere forma, dovendo
combattere la cosmopolita borghesia imperialista, cuore
e punta avanzata del modo di produzione capitalista, non
potrà che assumere la scena politica internazionale come
suo unico e vero proscenio. All’internazionalizzazione
del capitale si può rispondere solo organizzando le masse
proletarie nel partito
comunista internazionale. Da lì, ed è un passaggio
strategico decisivo, la perdita dei tratti propriamente
occidentali che aveva caratterizzato, di fatto, il movimento
operaio fino ad allora e l’importanza che iniziano ad
assumere anche le lotte dei popoli coloniali considerati,
e si tratta di un passaggio gravido di conseguenze, nel
rapporto internazionale tra rivoluzione e controrivoluzione.
Questo significa assumere per intero lo scenario internazionale
come luogo strategico del conflitto e, come diretta conseguenza,
calibrare tattica e strategia tenendo costantemente a
mente tale scenario. Si tratta, in fondo, di una logica
che Lenin sistematizza sin dal Che fare? quando, contro il localismo e
il fabbrichismo dei menscevichi combatte la battaglia
per il partito politico. Allora si trattava di far sì
che la classe operaia non limitasse lo sguardo all’angusto
spazio della fabbrica o dell’officina ma fosse in grado
di cogliere dietro al padrone lo Stato, adesso, si tratta
di non autolimitarsi dentro i perimetri nazionali ma di
volgere lo sguardo e l’azione là dove l’organizzazione
internazionale del capitalismo gioca le sue reali partite.
Dentro le continue e costanti rotture Lenin è ben lontano
da qualunque eclettismo. All’indomani del 1914 sono gli
stessi principi del 1902 a informare la sua linea
di condotta. Se, sotto il profilo organizzativo vero e
proprio, l’Internazionale Comunista vede la luce dopo
l’Ottobre, politicamente la sua gestazione si delinea
immediatamente dentro le giornate convulse che fecero seguito al prevalere
delle “forze operaie nazionali” su quelle internazionali.
Anzi, è proprio intorno a questa ipotesi che Lenin affida
l’unica possibilità per il proletariato di cogliere l’occasione
che dentro il conflitto verrà a manifestarsi. Perché ricordare
tutto questo oggi? Perché è su quella traccia che occorre
sapersi muovere. Centrale nel tipo di ragionamento leniniano
sono due aspetti: primo, la maggioranza è sempre una maggioranza politica e mai banalmente numerica anche se, come in più
occasione Lenin stesso ricorda, vanno tenute anche costantemente presenti i gradi di coscienza arretrati delle
masse al fine di non cadere nella facile trappola dell’avventurismo;
la maggioranza, in ogni caso, dentro la fase
imperialista, va considerata sul piano internazionale
e non locale. Cosa chiede, ad esempio, Lenin ai socialdemocratici
svizzeri, che in base alle condizioni oggettive in cui
si trovano non possono certo spingere verso l’insurrezione?
In che modo possono essere, non a parole ma nei fatti,
dei rivoluzionari e degli internazionalisti conseguenti?
Limitandosi a qualche attestato di solidarietà con il
proletariato e il popolo russo che, sulla base di fatti
obiettivi, rappresenta il punto più alto della coscienza
di classe internazionale? Stilando qualche documento di
simpatia per il movimento di quelle masse? No, per Lenin
questa non è la “linea di condotta” di un’organizzazione
schierata sul fronte della guerra di classe. Ciò che Lenin
chiede ai socialdemocratici svizzeri è di piegare alle
esigenze della rivoluzione in Russia tutte
le loro forze e risorse. Il proletariato svizzero
non è nella condizione di combattere ma, ed è questo l’aspetto
centrale del ragionamento di Lenin, nell’era dell’imperialismo
non esistono zone neutrali, chi non è direttamente al
fronte non per questo è fuori
dal conflitto ma, in quanto retrovia,
ne è parte non meno cointeressata. Ruolo e compito della
parte avanzata della classe, l’organizzazione che agisce
da partito, consiste esattamente nell’unificare sul
piano internazionale l’attività delle avanguardie e delle
masse coscienti. Fino qua, in maniera molto sintetica,
Lenin. Se, come riteniamo, questo “stile di lavoro” è
tuttora sensato alcune cose ne conseguono. Rispetto agli
svizzeri del 1914 oggi noi siamo in una situazione, al
contempo, simile e diversa. Simile perché, pur se in via
di smantellamento, le quote di proletariato ancora non
dominate appieno dalle logiche del capitalismo globale
sono pur sempre quantitativamente rilevanti; diverse perché,
dentro i nostri territori la presenza di un proletariato,
immigrato e non solo, figlio in toto del capitalismo globale
è una realtà ampiamente consolidata. La “Tunisia”, per
molti versi, non sta la fuori ma anche qua dentro. La “Tunisia” sta nei comparti del proletariato immigrato e
in tutti quei settori di proletariato indigeno le cui
condizioni materiali, a parte le residuali protezioni
familiari di cui in molti possono ancora disporre, non
si differenziano di molto dalla condizione dei lavoratori
di pelle scura. Ma se questo è vero l’internazionalismo
di cui abbiamo bisogno deve assumere delle forme conseguenti.
E qui, in qualche modo, occorre riprendere tra le mani
ciò che le esperienze della banlieue avrebbero dovuto consegnarci.
Se, come crediamo, il “modello banlieue” è a tutti gli
effetti una storia del nostro futuro dentro quel modello
saremmo sempre più immessi. Le metropoli imperialiste
assumeranno sempre più i tratti della “città coloniale”
e i suoi abitanti si divideranno in due ambiti: da un
lato i cittadini, intesi come singoli individui e portatori
di tutta una serie di diritti e garanzie; dall’altro le
“masse senza volto”, il cui unico diritto consisterà nel
dovere di vendere la propria forza lavoro alle condizioni
più vantaggiose per il compratore. Uno scenario non troppo
distante, fatte le tare del caso, dalla Londra immortalata
da Engels o dalle città algerine descritte da Fanon.
Rompere l’accerchiamento
Perché
questa lungo excursus su Lenin e l’Internazionale Comunista?
Cosa ne dobbiamo ricavare da tutto ciò? Principalmente
una cosa: occorre saper organizzare, in un unico blocco,
la forza operaia e proletaria. Ma questa organizzazione
deve essere l’organizzazione, autonoma e politicamente
organizzata, di quelle forze oggettivamente legate dalla
medesima condizione. Occorre, in altre parole, cogliere
sino in fondo la scissione che il capitalismo globale
ha, in particolare nei nostri mondi, apportato dentro
la composizione di classe. Come ricorda Lenin per unirsi
occorre delimitarsi e definirsi. Le organizzazioni generiche
e indistinte, la cui versione più raffinata è rappresentata
dal movimento delle cosiddette moltitudini, possono, forse
e di quando in quando, catturare l’attenzione mediatica
dell’informazione imperialista ma, di sicuro, non sono
in grado di smuovere di una virgola i rapporti di forza
tra le classi. Senza rinunciare, per principio, ad alcun
tipo di “alleanza” dobbiamo pur sempre avere bene a mente
che, qualunque tipo di alleanza, può esistere solo tra
forze politicamente organizzate, espressione di interessi
di classe storicamente e materialisticamente determinate,
in grado di definire i contorni delle alleanze
con chiarezza e precisione. Al proletariato che, per sua
condizione oggettiva, non può che essere internazionalista
occorre un’organizzazione conseguente. Solo a partire
da ciò è possibile organizzare la resistenza alla controrivoluzione
imperialista portando la lotta proprio su quel terreno
che, oggi, è padronanza assoluta del capitalismo globale.
Questi, se per un verso, si muove con piena disinvoltura
sul piano internazionale ogni volta che si trova di fronte
un qualche ostacolo obbliga il proprio nemico ad un confronto
completamente ascritto a una cornice locale. In altre
parole, nello scontro tra borghesia imperialista e proletariato,
è come se nello scendere in campo una squadra avesse come
ambito di manovra l’intero rettangolo di gioco mentre
l’altra fosse obbligata a limitare il proprio raggio d’azione
dentro la propria area di rigore. Ma non solo. Mentre
la prima oltre all’ampio spazio può bellamente far ricorso, prolungando in questo modo la quantità
di tempo a sua
disposizione, alle forze di una rosa quanto mai ampia
oltre ad avere a disposizione un mercato sempre aperto
dal quale può attingere riserve pressoché infinite, la
seconda, al contrario, può disputare l’incontro solo facendo
ricorso agli undici scesi in campo tra i quali, per di
più, qualcuno di questi è già stato posto sul libro paga
della squadra avversa. Solo dei pazzi potrebbero pensare
di accettare di battersi, sul serio, in condizioni simili.
Nei nostri mondi, da tempo, assistiamo ad una
partita di questo tipo. Uno dopo l’altro, segmenti
di classe ancorati al “mondo dei diritti” novecenteschi
, vengono chiusi all’angolo, isolati, terrorizzati
e infine globalizzati. In poche parole resi simili alle sterminate schiere
di proletariato internazionale esterno ed estraneo all’ormai
arcaica condizione operaia occidentale. Uno dopo l’altro,
e non potrebbe essere altrimenti, questi settori capitolano.
L’unico modo per modificare questa condizione che rende
il rapporto di forza sbilanciato in maniera drastica a
favore della classe dominante è quello per la classe proletaria
di rompere l’accerchiamento e l’isolamento. Il recente
“caso Fiat” sotto tale aspetto è quanto mai esplicativo.
Nessuna cittadella, per quanto fortificata, può pensare
di reggere a un assedio se non è in grado di ricevere
un minimo di rifornimento e, ancor più, se ha pienamente
coscienza che nessuno verrà in suo aiuto. Nel corso della
Seconda guerra mondiale Leningrado e Stalingrado subirono
assedi non certo irrilevanti eppure furono in grado di
resistere e vincere. Perché? Per il loro eroismo, la loro
tenacia e caparbietà? Certamente ma tutto ciò non sarebbe
stato realisticamente possibile se, sin dal primo momento
e nelle situazioni apparentemente più disperate, un pur
flebile collegamento con il mondo esterno non fosse stato
mantenuto. E quel collegamento significava, pur se a fatica
e per lunghi tratti in maniera del tutto insufficiente,
poter contare su rifornimenti, armi e truppe. In poche
parole su tutto ciò che faceva dire alla popolazione assediata:
“Non siamo soli, resistere è possibile e ha un senso.
Dietro a noi le nostre forze si stanno organizzando. Dobbiamo
solo dar loro il tempo di arrivare”. Come è noto le cose
andarono esattamente così. Anche nei momenti peggiori
l’idea che quella resistenza non sarebbe stata vana riempiva
di energia, e in alcuni casi era quella l’unica loro fonte
calorica, gli scarni corpi degli assediati. Non si trattava
di una pia illusione. Dopo mesi e mesi di assedio, stremati
ma indomiti, gli abitanti di Leningrado e Stalingrado
poterono assistere all’offensiva dell’Armata Rossa. Non
solo l’assedio era terminato ma, adesso, il gioco si ribaltava.
In entrambi i casi, infatti, si assistette a una “ripartenza”
dagli effetti devastanti per gli ex assedianti. Pur con
tutte le tare del caso questi esempi hanno più di una
assonanza con ciò che si sta da tempo consumando nel rapporto
tra capitale e forza – lavoro salariata nei nostri mondi.
Se il rapporto tra proletariato e borghesia è sempre, al di là delle forme contingenti
che può assumere, segnato dal conflitto,
l’aver fatto ricorso alla storia militare non ha a che
vedere con il mondo delle metafore
ma rappresenta l’esemplificazione migliore di quanto
obiettivamente è in corso.
Torniamo alle vicende della Fiat. Che cosa ha
fatto Marchionne, da buon stratega, se non applicare la
più classica delle strategie di guerra: isolare una postazione
e, senza sparare un colpo, prenderla per fame. Perché
ciò sia possibile, però, occorrono due condizioni dalle
quali è impossibile prescindere: gli assediati non hanno
a disposizione forze sufficienti per rompere l’accerchiamento;
nessuno, dall’esterno, è in grado di portare soccorso
agli abitanti della cittadella sotto assedio. Tali condizioni
Marchionne e il suo centro strategico, prima di partire
all’attacco, se le sono ampiamente garantite.
Questo è ciò che esattamente si è verificato nella
vicenda Fiat. Soli e isolati gli “operai Fiat” si sono
ritrovati tra le mani la forca caudina del referendum.
Attraverso questo simulacro della democrazia non hanno
potuto far altro che impiccarsi con le loro stesse mani.
Nonostante ciò a pochi sembra essere venuto alla mente
che la democrazia
è il fucile in spalla agli operai, mentre solitamente
in regime capitalista la scheda elettorale, di qualunque
tipo, è sempre, solo, una truffa. Non a caso, nelle lotte
in corso nei paesi nordafricani e mediorientali, le masse
non stanno chiedendo elezioni ma costruendo il loro potere,
politico e militare, attraverso “comitati popolari” mentre,
ai palazzi della politica, riservano gli incendi. Non
divaghiamo e torniamo alle nostre metropoli e alle lotte
operaie e proletarie.
Ciò che si è verificato ultimamente a Torino riflette
una situazione oggettiva alla quale non è possibile porre
rimedio oppure l’isolamento in cui gli operai Fiat si
sono ritrovati è il frutto di una visione per lo meno
miope di gran parte delle organizzazioni operaie?
Che cosa ha detto Marchionne? “O si fa così o me
ne vado”. Tra le righe era facile leggere: “Non Torino,
non l’Italia ma il “mondo” è
il mio scenario. Lì io mi muovo come il classico
pesce nell’acqua. Non sarà una qualche organizzazione,
la cui dirigenza si muove per intero in una logica da
Stato/Nazione, a far sì che il mio ambiente naturale venga
meno. Potete, forse, prosciugare i vostri fiumiciattoli
non certo l’oceano in cui noi siamo soliti muoverci”.
È possibile, a fronte di ciò, rispondere rimanendo ancorati
a una logica tutta interna alla dimensione nazionale?
È possibile lottare considerando la
Fiat un’azienda italiana invece che una
multinazionale a tutti gli effetti? È possibile pensare
la Fiat
come emblema di Torino quando, da tempo, la dimensione
locale è stata bellamente azzerata dall’internazionalizzazione
del capitale? Certamente no. Ma questo comporta alcune
ricadute non secondarie la principale delle quali è possibile
individuare dopo aver
risposto a una domanda decisiva: chi sono i naturali
alleati della classe operaia che si è battuta a Torino?
La partita giocata a Torino assume un ruolo paradigmatico
non tanto o non solo per il suo contenuto simbolico bensì
perché obbliga a fare definitivamente i conti con una
realtà che non sembra lasciare spazi a equivoci di sorta.
La lezione che viene da Torino, capacità e volontà di
resistere da parte di ampi settori della classe operaia
a parte, è strategicamente importante poiché mette a nudo
per intero la necessità di alcuni passaggi teorici, politici
e organizzativi essenziali. Torniamo alla questione dell’isolamento
e dell’assedio.
Qualcuno
può realisticamente pensare di rompere l’assedio facendo
affidamento a figure quali Bertinotti, Cofferati o Tronti?
È pensabile di trovare una qualche sponda, in un contesto
in cui la radicalizzazione della crisi diventa sempre
più evidente, in personaggi che, nella migliore delle
ipotesi, non riescono ad andare oltre a immaginare nuovamente
un “patto socialdemocratico”, sulla pelle del proletariato
internazionale, quando la cornice storica che quel patto
aveva reso possibile, tra l’altro, è bellamente saltata? Esattamente qui nasce il problema. Oggi, all’interno
delle dinamiche del capitalismo globale, la possibilità
del “patto socialdemocratico” non può che restringersi
a vista d’occhio. Quote sempre più vaste di proletariato
indigeno non possono che essere spinte dentro la dimensione
del capitalismo globale, internazionalizzate
di e nei fatti. La rincorsa a soluzioni “nazionali”
è tanto falsa quanto fuorviante. In questo modo non si
rompe l’assedio ma si finisce con il porre volontariamente
la testa nel cappio. Hic Rhodus, hic salta!
Ma,
allora e di nuovo, la domanda che con insistenza bisogna
porsi è: Chi sono i naturali interlocutori degli operai
Fiat? Da dove possono giungere i rifornimenti e le truppe
di riserva in grado di smantellare l’assedio? Con chi
è necessario unirsi e da chi è obbligatorio separarsi?
Ed è esattamente qua che, in maniera paradigmatica, la
“questione Tunisia” rientra prepotentemente in ballo.
Così come è esattamente qua che sta tutta
la sfida dell’organizzazione comunista del presente. Il problema diventa l’unificazione della “tante
tunisie” presenti dentro le metropoli imperialiste occidentali
e la loro unità fattiva con il proletariato globalizzato
dei Paesi extraoccidentali. Oggi, questo il principio
che occorre far passare dentro il movimento comunista,
nessuna lotta va a rimorchio delle altre. Non c’è una
lotta avanzata e una lotta arretrata.
La lotta e l’emancipazione del proletariato del
Nord Africa, del Medio Oriente o dei Balcani interagisce
direttamente con le sorti e i destini del proletariato
delle metropoli occidentali. La forza del capitale globale,
a ben vedere, è anche la sua debolezza perché, dentro
questo scenario dove non esiste più un dentro e un fuori, non esistono retrovie sicure perché, pur se con gradi diversi,
il fronte e le retrovie coabitano nel medesimo spazio. Si tratta, però, di saper cogliere tale opportunità
e per farlo occorre soprattutto non misconoscere i ritardi
che la teoria e la prassi comunista al proposito registrano.
Se, oggi, bisogna sognare questo sogno non può essere
altro che la nuova Internazionale fortemente delimitata
sul terreno del proletariato globale.
Classe contro classe quindi? Certamente
sì ma, ed è questo il punto, senza per questo ricadere
in un purismo tanto astratto quanto inconcludente e farsi
irretire dalle ammalianti retoriche di un qualche splendido
isolamento. Nella storia del movimenti comunista,
in non pochi casi, si è assistito a un’interpretazione
particolarmente rigida e non dialettica delle parole d’ordine
che, di volta in volta, erano messe a punto dagli organi
internazionali della classe. In questo modo, sulla scia
di “classe contro classe”, si è avuta la tendenza verso
il più ottuso settarismo mentre, di fronte alla “politica
di fronte”, si è teso a diluire, fino sostanzialmente
ad azzerarla, l’identità propria e specifica dell’organizzazione
comunista. Sotto tale aspetto, ad esempio, la storia del
partito italiano ne ha rappresentato una non secondaria
esemplificazione empirica soprattutto per quanto riguarda
le degenerazioni frontiste. Ma torniamo al presente. Cosa
significa praticare una politica di “classe contro classe”
senza per questo cadere nell’isolamento e, al contempo,
cosa comporta stare dentro, in maniera politicamente organizzata,
a movimenti e lotte i cui tratti spuri e contraddittori
sono palesemente evidenti? In che modo il metodo
leninista si emancipa dal vuoto accademismo e diventa,
a tutti gli effetti, lo strumento per la
guida dell’azione? Proviamo a spiegarlo a partire
da una situazione politica “concreta” con la quale, oggi,
il movimento di classe è obbligato a fare i conti e, come
il precipitare degli eventi tunisini e mediorientali sono
lì a ricordare, sempre più diventerà necessario imparare
a farlo.
Come
falchi, i movimenti di natura religiosa, si stanno già
gettando sulla ghiotta preda delle insorgenze popolari
nordafricane e mediorientali. Alcuni di questi, oggi tranquillamente
accasati in esili dorati dentro le metropoli imperialiste
occidentali, ben difficilmente potranno giocare un qualche
ruolo nel futuro dei Paesi mediorientali. Il loro ruolo
di “governo di riserva” delle multinazionali è talmente
evidente che una loro qualche legittimazione da parte
delle masse arabe più che improbabile è impossibile. I
tentativi della “opposizione religiosa legittima” tunisina
di tornare in patria, ipotesi inizialmente fortemente
caldeggiata dal Governo francese, al fine di mettersi
alla testa dell’insurrezione e normalizzare quindi la
situazione è velocemente naufragata. Ben difficilmente
élite di questo tipo potranno svolgere un qualche ruolo
all’interno del vento di tempesta che si è alzato in tutta
l’area magrebina. La loro oggettiva appartenenza alla “panchina lunga”
del capitalismo globale li rende invisi e improponibili
a quelle masse che stanno portando l’assalto a non pochi
Palazzi d’Inverno.
Ben più realisticamente a entrare prepotentemente in scena
saranno tutte quelle realtà, come ad esempio i Fratelli musulmani e simili, che in questi anni hanno sviluppato,
legalmente e no, una forte opposizione ai Governi in carica.
Queste forze sono dentro alle masse ed è quanto mai probabile
che avranno un ruolo protagonista nel prossimo futuro.
È possibile ignorarle? Realisticamente no. Per questo,
un’organizzazione comunista, deve accodarsi a loro? Assolutamente
no. E allora? Per rispondere dobbiamo, non per una qualche
forma di ossequiosità ma per l’indicazione metodologica
che è in grado di fornirci, riprendere tra le mani
Marx: “La miseria religiosa è, da un lato, l’espressione
della miseria effettiva e, dall’altro, la protesta contro
questa miseria effettiva. La religione è il gemito della
creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, così
com’è lo spirito d’una condizione di vita priva di spiritualità.
Essa è l’oppio per il popolo”. La religione, e con lei
tutti i movimenti che si porta appresso, è al contempo
gemito, quindi richiesta di emancipazione politica e sociale,
ma anche esattamente il suo contrario: anestetico dell’emancipazione
medesima. Ciò che attraversa la religione è un movimento
dialettico. Dentro questa dialettica l’organizzazione
di classe deve saper intervenire piegando alla politica
rivoluzionaria il gemito e annullando l’effetto soporifero che, in veste di oppio, ogni orizzonte religioso si porta
appresso. Perché può farlo? Forse perché la sua è una
teoria migliore e più accattivante delle litanie religiose?
Forse per l’indubbia razionalità che la caratterizza?
Forse per l’obbiettiva forza intellettuale che mostra?
Sicuramente no e puntare su questi aspetti significherebbe
osservare le masse che si sono messe in moto con lo sguardo
di un intellettuale salottiero che immagina il mondo plasmato
a propria immagine e somiglianza. La teoria e l’organizzazione
comunista può competere con i movimenti di ispirazione
religiosa poiché questi, per loro natura non possono risolvere
le contraddizioni oggettive del sistema capitalista. I
movimenti religiosi non sono solo impossibilitati, oltre
che non intenzionati, a dare il potere al proletariato
ma, per di più, non sono in grado di risolvere anche le
contraddizioni oggettive più macroscopiche del modo di
produzione capitalista e questo indipendentemente dalla
deriva confessionale che li caratterizza. Il Governo sciita
di Tehran, ad esempio, non è meno oppressivo nei confronti
delle masse operaie e proletarie del Governo sunnita dell’Arabia
Saudita. Dentro la crisi, le retoriche nazionaliste e
populiste iraniane infarcite di “eresia” sciita, non si
sono mostrate più efficaci ed efficienti
e meno antipopolari di quelle dove, a reggere le
file del potere, è una “ortodossia” religiosa al limite
dell’isteria. In entrambi i casi, nei confronti delle masse proletarie e subalterne e delle
loro rivendicazioni politiche, economiche e sociali, la
risposta è venuta dalle punte delle baionette dei pretoriani
chiamati a guardia del potere. Il limite oggettivo di
questi movimenti sta nel collaborazionismo di classe che,
in virtù della loro natura religiosa, sono obbligati a
ipotizzare. Il loro fine non è spezzare un anello della
catena imperialista, organizzare un territorio, politicamente
e militarmente, in funzione della guerra di classe internazionale
ma diventare un’appendice locale di un movimento borghese
internazionale che, con le forze imperialiste dominanti,
vuole giungere a negoziare un proprio spazio dentro l’economia
mondo. Del resto la rottura tra l’imperialismo a dominanza
anglo – statunitense e il “fondamentalismo”, che in Afghanistan
avevano trovato la loro migliore sintesi operativa, si
è data solo nel momento in cui l’URSS e il “Patto di Varsavia”
sono implosi. A quel punto, una delle molteplici alleanze
tra le forze della controrivoluzione imperialista non
solo è saltata ma è entrata direttamente in rotta di collisione.
Chiusa la partita contro il nemico comune, a piena conferma
di come la legge
del beduino continui a essere del tutto operativa
anche nell’era del capitalismo globale, queste forze hanno
rivolto le armi una contro l’altra. Sullo sfondo la lotta
mortale per il controllo sul movimento di ampie quote
di capitale finanziario, per il governo di alcune aree
geografiche e per il controllo delle fonti energetiche
strategiche oltre che per il dominio, in senso coloniale,
di vaste quote di popolazione. In altre parole come sbattezzare il calendario cristiano per farlo
repubblicano, cambiare san Bartolomeo in san Robespierre
non cambia né la pioggia né il bel tempo, allo stesso
tempo islamizzare il capitalismo non cambia la condizione
operaia e proletaria. L'Islam, o chi per lui, non può
risolvere i problemi delle masse perché, alla fine, il
suo programma politico è un programma di collaborazione
di classe tenuto insieme dal collante religioso e per
questo non può risolvere i problemi delle masse. Su questo
piano l'Islam politico è una maionese che rischia in ogni
momento di impazzire perché deve continuamente tenere
conto di forze e interessi oggettivi contrastanti che,
alla lunga, non possono essere continuamente mediati dalla
preghiera. Ma queste contraddizioni
non conducono meccanicamente le masse verso il marxismo
e l'organizzazione di classe. Perché ciò avvenga occorre
che l’azione delle forze di classe non rimanga isolata
dalle masse, non rifiuti un rapporto con queste ma, senza
rinunciare mai alla propria autonomia politica e ancor
più senza mai, in virtù di un tatticismo tanto insulso
quanto non redditizio, concedere nulla all’ordine del
discorso dei movimenti religiosi, sia in grado di lottare
insieme a quelle masse e, al contempo, isolarne le direzioni
religiose. Si tratta, attraverso il
proprio programma, di non limitarsi a stare dentro
alle lotte ma, in ogni circostanza, di prenderne la direzione
appoggiandosi ai livelli più alti di coscienza politica
delle masse. Si tratta, dentro
le lotte, di smascherare i limiti che fanno da sfondo
all’azione dei movimenti alleati e l’insieme di contraddizioni
che, dal punto di vista proletario, questi movimenti e
organizzazioni si portano dietro. Dentro la lotta, il
programma proletario, può catturare a sé le forze popolari
isolando le forze borghesi e la piccola borghesia i cui
interessi i movimenti d’ispirazione religiosa incarnano.
Tutto ciò, difficoltà operative a parte, può apparire
relativamente facile in situazioni in cui il proletariato
globale oltre a essere la sola forza politicamente maggioritaria
lo è anche quantitativamente. Ma come operare in situazioni
in cui la composizione di classe è a dir poco molteplice,
frastagliata e in continua ridefinizione? Come muoversi
in contesti dove le contraddizioni non sono ancora giunte
al punto di rottura? Non si tratta di domande banali poiché
focalizzano esattamente l’attenzione sull’agire delle
avanguardie dentro le metropoli occidentali. Nel paragrafo
precedente abbiamo ricordato Lenin e le sue richieste
agli operai e ai socialdemocratici svizzeri. Allo stesso
tempo abbiamo osservato come, oggi, le metropoli occidentali
assomiglino solo in parte, e sempre meno, alla placida
Svizzera del 1914. Oggi, nel cuore del sistema imperialista
occidentale, non sono solo i proletari più coscienti a
sentirsi vicini ai loro fratelli di classe i quali, però,
lottano, vivono e combattono in situazioni assai diverse.
Oggi, le stesse masse incoscienti e politicamente acefale,
sono obbligate,
in virtù delle trasformazioni materiali apportate dal
capitalismo globale, a sentirsi immediatamente affini
e vicine alle masse proletarie globalizzate. È questo
dato oggettivo che occorre saper trasformare in soggettività e coscienza.
Si tratta di un lavoro organizzativo né facile né immediato
che per la posta in palio e per i suoi obiettivi
presuppone una salda e al contempo flessibile elaborazione
teorica in grado di farsi continuamente prassi
e l’avere a disposizione
militanti e quadri che possano impegnarsi totalmente
in esso. Un lavoro politico e organizzativo che non ammette
dilettantismi e approssimazioni pena la perdita di qualsiasi
efficacia. Esattamente dentro questo passaggio si gioca
oggi in maniera radicale la credibilità delle avanguardie
comuniste.