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Se cade l'Egitto. Cronaca di una rivoluzione
a cura della redazione di www.medarabnews.com

Non è durato a lungo il dibattito alimentato da alcuni analisti, soprattutto mediorientali, sull’eventualità che la rivoluzione tunisina scatenasse un effetto domino in tutto il mondo arabo. Quasi in coincidenza con la sollevazione in Tunisia sono scoppiati disordini in Algeria (almeno per il momento contenuti dal regime), aspre proteste in Giordania, e manifestazioni oceaniche nello Yemen.

Ma soprattutto il “contagio” ha raggiunto e travolto l’Egitto, il più popoloso paese arabo, il cuore culturale, storico e – fino a pochi decenni fa – politico del mondo arabo, ed allo stesso tempo l’alleato chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Il vento della protesta da Tunisi ha soffiato verso est, alimentato da internet, dai social network, e da canali satellitari come al-Jazeera. In Egitto – un paese da anni governato da un regime in declino, immobilizzato da una grave paralisi politica, e con una popolazione soffocata dalle difficoltà economiche e schiacciata da una drammatica crisi sociale – questo vento ha rinfocolato le fiamme del malcontento scatenando un vero e proprio incendio.

Il precipitare degli eventi ha colto di sorpresa l’America e l’Europa, concentrate sulle proprie crisi politiche ed economiche interne, e convinte che la situazione congelata di regimi autocratici che governano in maniera dispotica e ingiusta milioni di persone impoverite, di giovani disoccupati, di cittadini politicamente, economicamente e socialmente emarginati in Nord Africa e in Medio Oriente, potesse durare all’infinito, immutabile ed eternamente uguale a se stessa, a dispetto delle trasformazioni politiche ed economiche che stanno cambiando il volto del pianeta.

CRONACA DI UNA RIVOLUZIONE

Il 25 gennaio, gli egiziani sono scesi in piazza per dar luogo a una “giornata della rabbia”. A migliaia hanno marciato verso il centro del Cairo, diretti verso gli uffici del Partito Nazionale Democratico (il partito di governo), il ministero degli esteri e la televisione di stato.

Immediatamente si sono verificati i primi scontri con la polizia, in un paese in cui le forze dell’ordine abitualmente reprimono ogni manifestazione, ed in generale qualsiasi forma di protesta. Lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma sono stati abbondantemente utilizzati per disperdere i dimostranti.

Ma le proteste, invece di diminuire, sono esplose anche in altre parti del paese, ad Alessandria, nelle città di Mansura e Tanta nel delta del Nilo, a Ismailia, a Suez, nel Sinai, ed anche ad Aswan e Assiut, nel sud.

Le autorità hanno immediatamente accusato i Fratelli Musulmani, il maggior gruppo di opposizione (sebbene non ufficialmente riconosciuto) nel paese, di fomentare la protesta. Ma il movimento islamico non ha avuto alcun ruolo, soprattutto nei primi giorni della rivolta. Le manifestazioni sono state spontanee, organizzate da giovani, laureati, disoccupati, persone comuni, con l’ausilio di telefoni cellulari, internet e social network.

Con il passare dei giorni è aumentato il numero dei feriti e delle vittime (i morti sono ormai ben più di 150, un bilancio molto superiore a quello della rivoluzione tunisina). Ben presto la polizia non ha resistito all’onda d’urto dei manifestanti, ed ha abbandonato le strade lasciando il posto all’esercito. Le forze armate hanno assunto una posizione attendista, presidiando le strade senza intervenire per disperdere i dimostranti. Dal canto suo, la gente ha ben accolto i militari, da sempre considerati un simbolo di unità e di orgoglio nazionale, ma la rivolta è continuata.

Nel frattempo il paese è piombato nel caos. Si sono verificati i primi atti di vandalismo e i primi saccheggi. In molte carceri si sono registrate fughe di prigionieri politici e criminali comuni. Diverse fonti hanno confermato che in molti casi tali fughe sono state favorite dal regime, e che i saccheggi spesso sarebbero opera di tali criminali e di agenti in borghese allo scopo di spaventare i manifestanti pacifici e di screditare la protesta.

Luoghi altamente simbolici come il Museo Egizio del Cairo, oggetto di incursioni vandaliche, sono stati protetti dalla gente comune, desiderosa di salvaguardare il carattere pacifico della protesta e il proprio patrimonio nazionale.

Mentre la gente in strada chiedeva democrazia, giustizia sociale, e le dimissioni del presidente Mubarak, il regime vacillava paurosamente, trovandosi del tutto impreparato a rispondere sia politicamente che a livello dell’ordine pubblico a una sollevazione di portata del tutto imprevista.

La famiglia Mubarak è fuggita dal paese. Solo l’anziano presidente è rimasto, per riorganizzare le file di un regime terribilmente traballante. La prima risposta politica è stata del tutto insufficiente: un rimpasto di governo, sotto la guida di un nuovo primo ministro, e la nomina di Omar Suleiman, capo dei servizi segreti, alla carica di vicepresidente.

Suleiman, uno dei cardini del regime, è un uomo salito ai vertici del potere facendo carriera – come Mubarak – nelle file dell’esercito. Ha stretti legami con l’intelligence ed i vertici militari USA, ed è un mediatore chiave nei negoziati che ruotano attorno alla questione palestinese. Nei mesi scorsi Suleiman era emerso come un possibile candidato alla presidenza in alternativa al figlio di Mubarak, Gamal, sempre più osteggiato anche da ambienti molto influenti all’interno del regime.

Suleiman si era guadagnato anche l’appoggio di alcune figure dell’opposizione che avevano chiesto che l’esercito prendesse il potere per impedire l’ascesa di Gamal alla presidenza e l’instaurarsi di una “dinastia Mubarak”, e gestisse invece una fase di transizione verso la democrazia.

Alla luce degli sviluppi attuali, tuttavia, la nomina di Suleiman alla vicepresidenza (una carica che lo designa automaticamente come successore del presidente nel caso di una scomparsa o delle dimissioni di quest’ultimo, e che Mubarak aveva intenzionalmente lasciato vacante per tutti questi anni nella speranza di cedere la presidenza al figlio Gamal) non soddisfa l’opposizione popolare e politica nel paese, che lo considera a buon diritto come una figura del vecchio regime.

La Coalizione Nazionale per il Cambiamento (denominazione che riunisce in questo momento tutte le componenti dell’opposizione nel paese, dai laici ai Fratelli Musulmani, ed in cui si riconosce la protesta popolare) ha delegato invece ElBaradei – premio nobel per la pace ed ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, rientrato nel paese circa un anno fa per “favorire il cambiamento” – a negoziare con il regime e con l’esercito al fine di guidare una fase di “transizione democratica”.

La dichiarazione rilasciata dall’esercito lunedì, in cui si affermava che i militari riconoscono la legittimità delle rivendicazioni dei manifestanti e si rifiutano di usare la forza per disperderli, e l’offerta di aprire un dialogo con le “forze politiche” per avviare riforme legislative e costituzionali, avanzata nella notte di lunedì dal neo-vicepresidente Omar Suleiman, potrebbero segnalare una presa di distanze dell’esercito da Mubarak.

Queste “aperture”, pur non rappresentando dei segnali di resa da parte del regime, potrebbero indicare il tentativo di giungere ad una soluzione negoziata che comporterebbe il “sacrificio” di Mubarak (il quale sarebbe costretto a lasciare la presidenza) e l’avvio di una fase di “transizione” (non necessariamente verso un regime democratico) guidata da Suleiman.

Una soluzione del genere potrebbe apparire sempre più allettante anche a Washington, con cui Suleiman e l’esercito egiziano hanno rapporti molto stretti. L’opposizione popolare potrebbe mostrarsi meno d’accordo.

Molto dipenderà dagli eventi dei prossimi giorni, ed in particolare dalla gigantesca manifestazione prevista per oggi.

http://www.medarabnews.com/2011/02/01/se-cade-l%e2%80%99egitto-%e2%80%93-cronaca-di-una-rivoluzione/

 
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