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Francia e Germania, il nuovo futuro dell'Europa
di Joseph Halevi *

A Davos la ministra delle finanze francese, Christine Lagarde ha affermato che la decisione presa nel 2005 - da Berlino e Parigi - di allentare i vincoli del patto di stabilità varati a Dublino nel 1996 era errata ed ha contribuito al marasma del debito pubblico nei paesi della zona dell'euro. La ministra ha promesso che l'errore non verrà ripetuto, impegnandosi ad attuare il rigore fiscale per l'insieme dell'Unione europea.

Questa dichiarazione indica che il governo francese si è completamente allineato sulle posizioni di quello tedesco. La recessione Usa del 2001, nonché la stagnazione di Francia e Germania, spinsero i due paesi ad accordarsi al fine di non rispettare i parametri di Maastricht per il deficit pubblico fissato al 3% del Pil. In questo contesto, il governo di Parigi - ancora nel 2008 e 2009 - considerava possibile un rientro in quei parametri solo dopo il 2012. In quel biennio, anche la Germania allentò i cordoni della spesa pubblica; sia per motivi automatici - dato l'aumento della disoccupazione e soprattutto dei lavoratori coperti dal kurzarbeit (mettere i dipendenti in esubero a orario ridotto, col governo che copre la differenza rispetto al salario contrattuale) - sia per salvare il sistema bancario, in particolare la banche pubbliche dei singoli stati
della Repubblica Federale Tedesca, le landesbanken.

Pochi hanno infatti notato che, malgrado gli attacchi di Berlino contro gli eccessi nella spesa pubblica di altri paesi dell'eurozona, la Germania - tra il 2008 ed il 2010 - ha esibito uno dei maggiori aumenti del deficit pubblico nell'ambito della Ue. Tuttavia la forte ripresa delle esportazioni tedesche, manifestatasi a partire degli ultimi mesi del 2009, ha convinto Berlino che è possibile aggirare la crisi europea contando sulla proiezione dell'export tedesco a livello extra-europeo. La Germania è diventata quindi fautrice di una rinnovata austerità fiscale nella zona dell'euro, sebbene in casa propria si comporti ancora diversamente.

Di fronte all'indurimento tedesco, specie nella crisi imposta alla Grecia, Parigi reagì con stizza. Un anno fa Lagarde ricordò alla Germania che essa godeva di surplus esteri mai corretti, realizzati prevalentemente nel suo commercio intraeuropeo. Causando il furore dei ministri di Berlino che risposero grosso modo «noi siamo i migliori e i più competitivi produttori d'Europa, diventateci anche voi». Una conferma del fatto che Berlino non considera gli squilibri strutturali come un problema macroeconomico europeo.

L'irritazione della Lagarde per le eccedenze estere tedesche derivava dal fatto che la Francia - il cui deficit estero aumenta fin dai primi anni del 2000 - non può seguire la stessa rotta dell'export tedesco. Per la Germania le massicce esportazioni nette sono profitti per il suo sistema industriale e attivi per le sue banche, che controbilanciano la stagnazione della domanda interna. La Francia, malgrado i suoi desideri neomercantilisti, non ha gli stessi sbocchi esteri di Berlino. Anzi, subisce la concorrenza, tedesca, italiana e cinese. Sono i surplus esteri a permettere alla Germania di fare la voce grossa in materia di deficit e debito pubblico nella zona dell'euro. La differenza tra Parigi e Berlino stava tutta qui.

Tuttavia già con la formazione del fondo di salvataggio per Grecia e affini voluto da Parigi contro Berlino - ma ottenuto solo grazie all'intervento diretto di Washington - si capì che la contropartita richiesta da Merkel era l'accettazione (da parte francese) della posizione tedesca sul rigore fiscale europeo. La promessa fatta da Lagarde a Davos di non ripetere «l'errore» del 2005, dunque, conferma la capitolazione totale della Francia nei confronti della Germania. Ciò implica che la nuova forma di cogestione franco-tedesca della zona dell'euro si basa solo sulla difesa degli interessi bancari francesi e tedeschi; ed anche svizzeri.

I paesi maggiormente oberati da debiti dovranno, ora lo sappiamo con certezza, accollarsene tutto il peso. La nuova intesa esplicitata da Lagarde impedisce qualsiasi progresso verso la formazione di un sistema di titoli pubblici europei, che avrebbe dovuto andare ben oltre l'approssimativa formulazione datane qualche tempo fa da Juncker e Tremonti sul Financial Times. Invece, il «tesoretto europeo» che verrà formato con l'allargamento dell'Efsf, salverà le banche dei paesi egemoni che detengono titoli dei paesi in debito, quindi deboli. Ma ciò sancirà anche l'esistenza di almeno due Europe molto diverse tra loro, la cui incompatibilità politica - tesi sostenuta anche dal finanziere George Soros - può dilaniare e far crollare l'Unione europea.

Per paesi come l'Italia e il Belgio non resta che una corsa al ribasso:
ridurre il deficit per impedire l'aumento dello spread sui titoli e svendere il patrimonio nazionale per abbattere il debito.
Mentre, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna affondano, con una disoccupazione effettiva di oltre un quarto della popolazione. Senza una nuova impostazione giuridico-economica della finanza pubblica europea, da qui non si scappa. E la sinistra ha zero idee in proposito, sia essa Sel o Pd.

* da Il Manifesto de 2 febbraio

 
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