| Egitto,
le armi del cinismo |
di
Enrico Campofreda |
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Due risultano
i nemici giurati contro cui l’ultimo tiranno
d’Egitto scatena l’odio dei giorni che
gli restano: il popolo che solleva la testa e fa
esplodere un viscerale bisogno di dignità
e chi racconta questa storia. Contro i passi partecipati
e pacifici della rivolta Mubarak ha attuato contromosse
segnate dalla repressione d’una polizia politica
sostenuta e addestrata dalla Cia e l’aggressione
delinquenziale. Quest’ultimo è stato
un atto studiato con cura, preparato con lo svuotamento
di molte prigioni (si parla di 150mila evasi) e
il reclutamento di migliaia di criminali operato
dai Servizi per uno o due dollari a testa. Così
il raìs ha potuto opporre alla piazza che
lo contesta e ne richiede con forza la dipartita,
una piazza di sostegno per giunta aggressiva e assassina
verso i dimostranti della libertà. A guidare
le squadracce di picchiatori di Mubarak - e di quel
Suleiman che si candida a rimpiazzarlo - ci sono
i numerosissimi poliziotti del disordine quelli
che per tre decenni hanno rapito, torturato, assassinato
gli oppositori di gruppi, musulmani e non, col pretesto
di tenere sotto controllo la Salute Pubblica della
nazione. La Casa Bianca, gli alleati d’Europa
unendo strategia militare e business sorridevano,
consegnando all’ex ufficiale dell’Aeronautica
diventato Capo di Stato la patente di premier democratico.
La stessa che ora rilasciano a Suleiman preferito
al meno controllabile El Baradei. L’Occidente
elargiva anche di miliardi di dollari (1,8 nell’anno
in corso) dirottati per oltre l’80% a sostenere
l’articolatissimo apparato di sicurezza e
repressione infarcito di spie capaci d’infilarsi
in ogni angolo e situazione.
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Ne sanno qualcosa
i militanti locali spesso costretti a celarsi per sfuggire
e catture; l’hanno imparato a proprie spese anche
operatori dei diritti umani e attivisti politici impegnati
sul confine di Rafah a provare di far giungere cibo e
medicine ai gazesi assediati prima e dopo Piombo fuso.
L’acquiescenza al disegno israeliano appoggiato
dagli Stati Uniti dallo scoppio della seconda Intifada
ha trovato nel presidente ora assediato un formidabile
sostenitore. L’Egitto ha fornito basi per le azioni
del più illegale terrorismo delle Intelligence
occidentali nei confronti dei terroristi di Al Qaeda,
tali o presunti. Lo storico gruppo dei Fratelli Musulmani,
che pure ha avuto al suo interno infiltrazioni o presenze
di cellule jihadiste, per limitare le feroci repressioni
cui lo sottoponeva l’apparato poliziesco del presidente
virò anni or sono su posizioni di straordinario
moderatismo. Non stupisce che nell’ubriacatura dell’ultimora
Mubarak utilizzi queste forze come truppe mercenarie per
spaccare il Paese, l’esatto contrario di quanto
ha dichiarato nel retorico proclama. Non stupisce neppure
che migliaia di uomini armati, in divisa o in borghese,
continuino a sostenerlo. Sostengono un apparato che ha
visto crescere il proprio potere e i propri abusi. Sono
350mila, difendono uno stipendio decisamente superiore
di quello d’un egiziano medio, difendono uno status
e hanno alle spalle l’indotto della delazione di
cui l’anello miserabile è costituito dalla
manovalanza criminale vista in azione in questi giorni.
L’alleato occidentale, che si serviva delle Guantanano
egiziane per le sue Rendition e traeva agio politico ed
economico dalla diffusa devastazione del quadro democratico,
tuttora non sembra cogliere il profondo disagio e la necessità
d’una svolta totale e autonoma delle popolazioni
del Maghreb e Mashreq. I governanti d’America e
d’Europa alzano la voce per l’attacco fisico
al lavoro dei giornalisti - da tre giorni assaliti, accoltellati,
arrestati – ma più che alla realtà
che questi raccontano sembrano preoccupati della possibile
assenza di telecamere non in quanto testimoni di verità
ma come occhio di uno spettacolo da seguire. In poltrona,
monitorando le oscillazioni di Borsa dei prodotti dell’import-export
e il prezzo del greggio che riprende a impazzire.
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