Vaglielo
a spiegare, oggi, che quarant'anni anni fa si poteva arrivare
alla lotta armata partendo dalla vita on the road, in
fuga esistenziale da uno schema millenario che inchiodava
le donne a ben pochi ruoli.
Impossibile, dirà qualcuno.
Franca Salerno, occhi blu e un sorriso, dopo sedici anni
di carcere speciale e un'evasione, è riuscita a
farsi capire dai ragazzi con cui aveva vissuto suo figlio
Antonio, nato in carcere e morto cinque anni fa, da giovane
pony express precario e figura di riferimento nel Laboratorio
Acrobax di Roma.
Un luogo vivo dove ognuno può essere se stesso,
con le imperfezioni che nessuno qui cercherà di
azzerare, tra eguali.
Per capirla, in fondo, non era necessario averne sentito
la voce, insieme ai pianti di Antonio, nelle notti di
Badu e Carros, alla periferia di Nuoro.
Ora è evasa anche dalla vita, dopo l'ultima prova
feroce che questa aveva voluto infliggerle.
Ieri mattina, nella sala grande di Acrobax, le abbiamo
portato l'ultimo saluto in tanti.
Anziani guerriglieri rugginosi e ragazzi che l'avevano
conosciuta per le qualità umane tutte sue, senza
curarsi troppo dell'alone sbiadito del mito.
Apprezzandone le imperfezioni che appartengono a tutti
e che invece, di solito, vengono citate a sostegno dei
pregiudizi.
Il coro di ragazze che l'ha ricordata, una dopo l'altra,
è stato lo specchio di questo perfetto stare insieme
tra persone diverse che condividono molto.
Così come il pianoforte emozionato, un altro modo
per ricordare. Una vita fuori dagli schemi, per giornalisti
frettolosi e senza troppa fantasia.
Una vita contro gli schemi, invece; prima e oltre la politica,
la lotta, la galera.
Ciao Franca, tanto prima o poi ci vediamo