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La
rivoluzione egiziana è scoppiata improvvisa e inaspettata,
cogliendo impreparati i principali attori del panorama
politico internazionale malgrado i segnali premonitori
che erano giunti dalla Tunisia, dove un regime fino
a quel momento considerato fra i più stabili del
mondo arabo è crollato nel giro di poche settimane,
travolto da una sollevazione popolare che ha assunto
forme nuove ed in precedenza sconosciute nella regione.
Tuttavia,
sebbene il momento esatto in cui scoppia una rivolta
di massa non possa mai essere previsto con certezza
poiché la scintilla che la determina dipende solitamente
da fattori contingenti, le ragioni profonde ed i
segnali premonitori di una possibile deflagrazione
sociale in diversi paesi arabi erano sotto gli occhi
di tutti (se non fosse per il fatto che tutti hanno
voluto chiudere gli occhi o guardare altrove).
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LE
RAGIONI STORICHE DELLA CRISI
I
disordini che, partendo dalla Tunisia e dall’Algeria,
si sono propagati a macchia d’olio in varie parti del
mondo arabo culminando nella crisi egiziana, e che molti
hanno liquidato come semplici “rivolte del pane” o sommosse
legate alla povertà, traggono la loro origine senza dubbio
dal recente aggravamento della situazione economica mondiale,
ma soprattutto da ragioni profonde che risalgono ad almeno
vent’anni fa (anni che diventano oltre trenta, per quanto
riguarda l’Egitto).
Diversi
analisti hanno paragonato la recente ondata di ribellione
nel mondo arabo alle rivoluzioni democratiche che ebbero
luogo nell’Europa dell’Est dopo il crollo del muro di
Berlino. Il vento della democrazia che spirò impetuoso
in quei paesi negli anni ’90 – favorito dal sostegno americano
ed europeo, nella speranza di sottrarre alleati a una
Russia che emergeva estremamente indebolita dal crollo
del blocco sovietico – non raggiunse invece il mondo arabo,
che pure era rimasto coinvolto in pieno nella precedente
Guerra Fredda.
Nella
regione araba il crollo del muro di Berlino portò al verificarsi
di una “rivoluzione incompiuta” in molti di quei paesi:
la progressiva riconversione da un’economia socialista
e statalista ad un’economia di mercato di ispirazione
liberista, non accompagnata però da una liberalizzazione
politica e da una democratizzazione dei regimi al potere.
Il
fallimento del processo di pace
israelo-palestinese che era
fiorito negli anni ’90 (all’indomani del crollo del Patto
di Varsavia) con la Conferenza di Madrid e i successivi
accordi di Oslo, concorse al permanere di una situazione
di “conflitto congelato” nel Mediterraneo orientale e
in Medio Oriente, ovvero di uno scenario da “guerra fredda”
che a sua volta contribuì a far rimanere “ingessate” le
strutture politiche dei regimi arabi.
Gli
Stati Uniti preferirono anteporre la “stabilità” alla
democrazia, alleandosi con le élite politiche locali che
sostenevano tali regimi, considerate un baluardo contro
l’Islam politico anti-occidentale ed anti-israeliano.
La timida politica di democratizzazione portata avanti
collettivamente dall’Europa nei confronti dei paesi della
sponda sud del Mediterraneo fu ben presto abbandonata
dai singoli paesi membri dell’UE, che si posero nel solco
degli USA.
Si
instaurò così un rapporto di “mutuo ricatto” tra questi
regimi e gli Stati occidentali, in base al quale i primi
si impegnavano ad aprire i loro paesi all’economia di
mercato ed a mantenere la “stabilità” regionale combattendo
l’islamismo militante e adottando politiche condiscendenti
in merito alla questione israelo-palestinese, mentre i secondi garantivano la legittimazione
politica dei primi a livello internazionale.
Tutto
ciò ha determinato la sopravvivenza di regimi non democratici
ed autoritari nel mondo arabo, i quali al soffocamento
delle libertà politiche e individuali hanno affiancato
politiche economiche imposte dalla globalizzazione neoliberista,
che sono state responsabili dell’inasprimento delle disuguaglianze
sociali.
All’arricchimento
di èlite affaristiche legate a doppio filo con i regimi
al potere ha fatto da contraltare un ulteriore impoverimento
delle masse popolari, alle quali sono stati progressivamente
sottratti i sussidi alimentari e le altre forme di assistenza
sociale che lo stato di ispirazione socialista aveva assicurato
in passato.
In
Egitto, questo lungo processo iniziò addirittura prima
del crollo del muro di Berlino, nella seconda metà degli
anni ’70, quando Sadat avviò la liberalizzazione economica
del paese stringendo un’alleanza politico-economica con
gli Stati Uniti, e firmò la pace con Israele uscendo dal
fronte – fino a quel momento unito – dei paesi arabi.
EFFETTI
POSITIVI E NEGATIVI DELLA GLOBALIZZAZIONE
A
queste ragioni storiche si è aggiunto ultimamente l’aggravarsi
della congiuntura economica mondiale. Molti paesi arabi
(ad eccezione dei paesi del Golfo) sono tuttora scarsamente
integrati con il sistema finanziario globale, ma allo
stesso tempo hanno (soprattutto nel Nord Africa) economie
fortemente dipendenti dagli scambi nord-sud (nello specifico
con l’Unione Europea).
Se
ciò ha permesso a molti di questi paesi di evitare gli
effetti più catastrofici della crisi finanziaria, non
ha però consentito loro di rimanere indenni
quando la crisi ha toccato l’economia reale.
Ad
aggravare ulteriormente la situazione è stata la crisi
alimentare globale degli ultimi anni. In particolare,
la produzione mondiale di grano non è stata al passo con
l’aumento della popolazione del pianeta. E nel mondo arabo
la crescita demografica rappresenta uno dei principali
problemi, visto che la sua popolazione è cresciuta di
cinque volte nel XX secolo.
Un
secolo fa, l’Egitto aveva 20 milioni di abitanti. Attualmente
ne ha oltre 80, e (secondo alcune stime dell’ONU) di questo
passo ne avrà 120 nel 2050. L’Egitto è considerato allo
stato attuale il maggior importatore mondiale di grano
(acquistando dall’estero circa il 60% del suo fabbisogno),
ma nell’ultimo anno la produzione mondiale ha registrato
una crisi determinando un aumento dei prezzi.
Tuttavia,
come detto, le ragioni economiche
(globali e locali) sono solo una delle concause immediate
della crisi manifestatasi in Egitto, in Tunisia ed altrove
nel mondo arabo. Ad esse bisogna aggiungere ragioni sociali
e politiche, che talvolta variano da paese a paese.
In
Egitto, ad esempio, una delle ragioni più immediate che
hanno certamente contribuito a far scoppiare la rabbia
popolare è stata l’ulteriore compressione dello spazio
politico a seguito della decisione del regime di assicurarsi
un controllo praticamente assoluto
del parlamento. In occasione delle recenti elezioni legislative,
svoltesi a cavallo fra novembre e dicembre, il regime
ha di fatto estromesso tutti i principali partiti dell’opposizione
dalla competizione politica attraverso intimidazioni,
arresti e brogli elettorali.
Diversi
analisti hanno poi sottolineato che a guidare la sollevazione
popolare, sia in Tunisia che in Egitto, è stata la classe
media, non le classi più povere. Sebbene vi siano notevoli
differenze fra i due paesi – in particolare per quanto
riguarda la solidità e il peso percentuale che tale classe
ha all’interno della popolazione, e per quanto riguarda
il suo livello di istruzione (in tutti questi casi la
differenza è a vantaggio della Tunisia)
– questo dato accomuna la rivolta tunisina e quella egiziana.
Le
rivendicazioni dei manifestanti in entrambi i paesi non
si sono limitate alla richiesta di lavoro e di giustizia
sociale, ma hanno avuto come tema centrale la democrazia
e le libertà essenziali. In Egitto come in Tunisia, le
rivolte hanno avuto come elemento cardine l’attivismo
dei giovani, che hanno fatto massicciamente ricorso ai
moderni mezzi di informazione e di comunicazione, ed in
particolare a strumenti come internet e i social network.
Al-Jazeera ha avuto un ruolo essenziale nel diffondere
le notizie e nel fornire un “collante transnazionale”
alle manifestazioni di protesta sorte nei diversi paesi.
Il
ruolo centrale che i moderni mezzi di comunicazione hanno
avuto in queste proteste di massa da un lato conferma
che il mondo arabo, e soprattutto i suoi giovani, si sono
appropriati di diversi aspetti della modernità, e che
esiste una connessione tra mondo arabo e Occidente (che
molti in Europa neanche sospettano) la quale comprende
anche il fluire delle idee di democrazia, libertà di informazione,
ecc.; dall’altro ha permesso di rinvigorire l’omogeneità
e l’interconnessione esistente tra i vari paesi del mondo
arabo, confermando che quest’ultimo, sebbene diviso da
confini e frontiere, e spezzettato in differenti Stati
e realtà nazionali, continua a costituire un’entità culturale
e storica che presenta forti elementi di unità, pur nella
sua pluralità e molteplicità.
L’ORDINE
REGIONALE ARABO E IL DILEMMA AMERICANO
Che
le aspirazioni libertarie e democratiche emerse in Egitto,
e prima ancora in Tunisia, siano sufficienti a garantire
un’effettiva transizione verso la democrazia in questi
paesi, resta da vedere. Le forze che vogliono salvaguardare
i regimi che li hanno governati per tutti questi anni
sono tuttora forti, non solo all’interno dell’Egitto e
della Tunisia, ma anche a livello regionale e addirittura
internazionale (un discorso, quest’ultimo, che vale soprattutto
per l’Egitto, paese che si trova nel cuore stesso del
mondo arabo e del Medio Oriente).
Inoltre
le aspirazioni democratiche e riformatrici emerse in queste
settimane rappresentano solo una delle tendenze attualmente
presenti nel mondo arabo. Non bisogna dimenticare che
la regione mediorientale è tuttora squassata da drammatici
focolai di tensione che vanno dalla questione israelo-palestinese
alla crisi libanese, dalla grave situazione irachena alla
contrapposizione con l’Iran. Spostandoci nella regione
del Corno d’Africa e del Mar Rosso, a questi focolai possiamo
aggiungere la secessione del Sudan, la crisi dello Yemen
e il disfacimento della Somalia.
Le
forze centrifughe e le ingerenze straniere sono molto
forti in tutte queste aree di crisi. Le recenti rivoluzioni
in Tunisia e in Egitto, affiancate alle crisi a cui abbiamo
appena accennato, pongono dunque il mondo arabo di fronte a un bivio,
tra rinascita democratica e disintegrazione etnica e settaria,
tra l’affermazione di aspirazioni riformatrici e la sopravvivenza
di regimi moribondi che favoriscono la conservazione anche
a costo della frammentazione.
La
prima strada favorirebbe l’unità e il dialogo, l’apertura
e la moderazione, la crescita e lo sviluppo. La seconda
favorisce la frammentazione e la disintegrazione, l’intransigenza
e l’estremismo, la povertà e i conflitti.
L’Egitto,
in particolare, riassume in sé entrambe queste possibilità,
come la recente esplosione della crisi interconfessionale
tra cristiani e musulmani ha ampiamente dimostrato. Tuttavia
gli eventi di questi giorni hanno confermato che esistono
nel paese forze vitali e riformatrici che, qualora dovessero
affermarsi, potrebbero rimarginare ferite come quelle
aperte dalle tensioni confessionali attraverso l’affermazione
di principi come quello di cittadinanza, di partecipazione
democratica, dell’affermazione dello Stato di diritto,
e della libertà di espressione e di coscienza.
La
possibilità che queste forze vitali e riformatrici prevalgano
non dipende tuttavia solo dagli egiziani. Gli Stati Uniti
e l’Europa hanno un’enorme responsabilità di fronte agli
eventi a cui stiamo assistendo, una responsabilità resa
ancora maggiore dagli errori e dalle colpe che europei
ed americani hanno commesso nel passato.
Nei
giorni scorsi l’amministrazione americana ha fatto sfoggio
di grandi doti di equilibrismo e – a detta di molti, nel
mondo arabo – di ipocrisia, chiedendo a un autocrate come
Mubarak di farsi promotore di una svolta democratica pur
rimanendo al proprio posto. Ora Obama
sembra costretto ad aggiustare la rotta, sotto la pressione
degli eventi.
Washington,
che a parole ha sempre sostenuto i valori di libertà e
democrazia, nei fatti ha tradizionalmente appoggiato i
regimi dittatoriali del mondo arabo. Del resto, la fedeltà
del Cairo è un cardine irrinunciabile per la politica
americana in Medio Oriente.
Mubarak
è stato un alleato essenziale degli USA, appoggiando la
guerra al terrorismo di Bush (compresa la sua irresponsabile
e tragica decisione di invadere l’Iraq), adottando una
politica accondiscendente in merito al conflitto israelo-palestinese (l’Egitto è uno dei due soli paesi arabi
che hanno firmato un trattato di pace con Israele, e la
collaborazione di Mubarak è stata essenziale per imporre
l’assedio alla Striscia di Gaza governata da Hamas), e
appoggiando gli sforzi americani in chiave anti-iraniana.
Infine
l’Egitto controlla il Canale di Suez, attraverso il quale
passa circa l’8% del commercio marittimo mondiale. Il
canale e il vicino oleodotto trasportano più di 4 milioni
di barili di greggio al giorno, ovvero il 4,7% della produzione
mondiale.
Oltre
ad essere legati al regime egiziano da enormi interessi,
gli USA devono poi tener conto delle reazioni degli
altri loro alleati mediorientali: regimi autocratici al
potere in paesi come la Giordania e l’Arabia Saudita assistono
con grande nervosismo alle mosse americane in Egitto,
chiedendosi se gli Stati Uniti siano pronti a “scaricare”
un loro fedele alleato di fronte al verificarsi di rivolte
popolari.
Washington
si trova dunque in un grave dilemma :
da un lato teme che un regime democratico in Egitto potrebbe
non essere filo-americano, dall’altro non può permettersi
di appoggiare a oltranza regimi dispotici che sconfessano
quotidianamente, di fronte a milioni di arabi, i principi
di libertà e democrazia che gli USA si vantano di promuovere,
e che lo stesso Obama ha “predicato” agli arabi proprio dal Cairo nel suo
memorabile discorso del giugno 2009.
Ma
ecco un altro paradosso: qualora l’esercito egiziano dovesse
adottare misure repressive sparando sulla folla (cosa
che per il momento ha dichiarato di non voler fare,
riconoscendo anzi la legittimità delle rivendicazioni
delle masse manifestanti), di fatto lo farebbe utilizzando
armi americane. I carri armati dispiegati nelle strade
del Cairo sono carri armati di fabbricazione americana,
così come gli aerei militari che hanno sorvolato Piazza
Tahrir nel tentativo di intimidire
i dimostranti. L’Egitto è infatti il secondo beneficiario
di aiuti americani in Medio Oriente dopo Israele, aiuti
che in gran parte sono di natura militare, e non vanno
certamente a beneficio della popolazione.
(Per
inciso, come ha recentemente fatto notare il professore
americano Juan Cole, la gran parte di questi finanziamenti,
pagati dal contribuente americano, passa in mani egiziane
semplicemente per tornare negli USA e finire nelle casse
delle compagnie americane produttrici di armi. L’esercito
egiziano è infatti un esercito “made
in USA”, ed i maggiori beneficiari di questi “aiuti” all’Egitto
sono società americane come Lockheed
Martin, General Dynamics, Boeing,
Raytheon, ecc.)
Ecco
dunque un altro motivo per cui, agli occhi di molti cittadini
egiziani ed arabi, gli Stati Uniti appaiono in realtà
come i principali alleati di Mubarak e degli altri despoti
arabi (spesso visti come fantocci al soldo degli USA),
e come nemici di fatto della democrazia e della libertà
che molti arabi chiedono a gran voce.
Ma
è proprio questa la ragione per cui Washington, per non
perdere la faccia di fronte ai cittadini egiziani ed alle
popolazioni arabe, potrebbe ormai vedersi costretta ad
esortare Mubarak a cedere il passo, ad appoggiare la decisione
dell’esercito di mostrarsi “amichevole” con i manifestanti,
ed a tentare una “transizione morbida” sostenuta
dall’esercito e forse guidata dal neo-nominato vicepresidente
Omar Suleiman (fedele alleato
degli USA), in direzione di un regime che mostri maggiori
aperture verso le rivendicazioni del popolo ma che rimanga
saldamente filo-americano (e forse non pienamente democratico).
Ben
altre sono le speranze delle folle oceaniche che da giorni
ormai presidiano il Cairo. Ai fini di una vera evoluzione
democratica dell’Egitto, molto dipenderà dagli eventi
dei prossimi giorni, e dalla consapevolezza e dalla determinazione
del movimento di opposizione popolare egiziano.
GLI
INDUGI EUROPEI E LE PAURE DI
ISRAELE
Lo
stesso dilemma in cui si trova l’amministrazione americana
è vissuto in questo momento dai governi europei, i quali
per ragioni non troppo dissimili da quelle di Washington
(stabilità economica, lotta all’estremismo, contenimento
dei flussi migratori) hanno finora preferito anteporre
la stabilità di regimi dittatoriali alla democratizzazione
del mondo arabo.
Ma,
nonostante gli iniziali indugi dei principali paesi europei,
quando leader come David Cameron, Angela Merkel
e Nikolas Sarkozy
si sono finalmente decisi ad esortare Mubarak ad avviare
un processo di riforme politiche e di democratizzazione,
tali dichiarazioni hanno suscitato enormi timori in un
altro paese, che sta assistendo ai recenti sviluppi in
Egitto con preoccupazione ancora maggiore di quella mostrata
dagli Stati Uniti: Israele.
Tel
Aviv si è affrettata a “suggerire” a Washington e alle
principali capitali europee di frenare le critiche nei
confronti di Mubarak per “preservare la stabilità” nella
regione. Il ministero degli esteri israeliano ha inviato
direttive alle ambasciate israeliane negli USA, in Canada,
in Russia e in diversi paesi europei, in cui si esortava
a sottolineare, presso i governi di tali paesi, l’importanza
di salvaguardare la stabilità del regime egiziano.
Come
si vede, non solo i regimi arabi autocratici, ma anche
Israele, e certamente diversi ambienti governativi in
America e in Europa, guardano con timore a una possibile
transizione dell’Egitto verso la democrazia. Molti, in
questi ambienti, ricorrendo a una notevole esagerazione
tracciano un parallelo tra l’Egitto di Mubarak e l’Iran
dello Shah che nel 1979 cadde
preda della Rivoluzione Islamica.
Ma
lo “scenario iraniano” appare certamente poco applicabile
all’Egitto attuale. I Fratelli Musulmani, il principale
movimento islamico del paese, non sono certo paragonabili
agli islamici iraniani che nel 1979 presero il potere
a Teheran, e sono certamente molto meno anti-occidentali
di quanto non siano anti-islamici certi ambienti a Washington
e nelle principali capitali europee.
Inoltre,
essi hanno avuto un ruolo secondario fino a questo momento
nella rivolta popolare, e non rappresentano certamente
l’unica forza di opposizione in Egitto, sebbene siano
forse maggioritari. Un governo egiziano democratico non
mancherebbe di pragmatismo, perfino se fosse guidato dai
Fratelli Musulmani (i quali hanno dimostrato di accettare
un sistema politico democratico, sebbene debbano ancora
fugare alcuni dubbi in materia di minoranze e di parità
fra i sessi).
Più
problematico sarebbe il rapporto con Israele, ma questo
varrebbe anche per un Egitto democratico non guidato dai
Fratelli Musulmani, ed in generale per qualsiasi regime
democratico che dovesse emergere nel mondo arabo. Da qui
l’imprescindibilità e l’urgenza di giungere a una rapida
ed equa soluzione del conflitto arabo-israeliano. La risoluzione
di tale conflitto è fondamentale per una pacificazione
e una democratizzazione del mondo arabo e del Medio Oriente.
E’
essenziale che gli Stati Uniti e l’Europa si rendano conto
dell’importanza della posta in gioco in Egitto. Dalla
nascita di un Egitto democratico può dipendere il futuro
della democrazia nel mondo arabo, e della stabilità e
della cooperazione nel Mediterraneo. L’alternativa è la
sopravvivenza del dispotismo, il permanere dell’instabilità
sociale, l’aggravarsi della frammentazione e della disintegrazione
etnica e confessionale nei paesi arabi e nell’intera regione
mediorientale.
a cura della redazione di www.medarabnews.com