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“La contradizion che nol consente”,
ovvero la supposta “legittimità” dello Stato d’Israele.
Di Massimo Mandolini Pesaresi

  «Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli   ebrei di Israele.» (Primo Levi).

Lettera a un amico antisionista   non è ancora  arrivato in libreria e già se ne parla. In una recente puntata di Linea Notte (Rai 3, 19 gannaio scorso), l’autore, Pierluigi Battista,  ha presentato la sua opera, sostenendo tesi discutibili,  che non hanno suscitato  confutazioni da parte dei giornalisti presenti. Il 21 gennaio, è stata la volta di Elena Loewenthal, che su La Stampa ha recensito il libro, battendo su  temi consueti della propaganda sionista, con qualche  vistoso errore.  Mi sembra doveroso quindi articolare qui un punto essenziale della questione, su cui sembra che la disinformazione e mistificazione siano ormai endemiche. Mi soffermerò  sul tema della “legittimità” dello Stato d’Israele.

Come ha acutamente osservato Alan Hart nel suo articolo del 5 aprile 2010, “The oxymoron of the de-legitimization of Israel”, [i] non è possibile de-legittimare ciò che legittimo non è mai stato. Dopo questa perentoria dichiarazione, l’autore procede a valutare la portata dei due tradizionali fondamenti della “legittimità” dello Stato d’Israele: la Balfour Declaration del 1917 e la Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 29 novembre 1947.

Datata 2 novembre 1917, la Declaration, inviata in una missiva di Arthur Balfour  a Lionel Walter 2nd Baron Rothchild (of Tring), costituiva il risulatato dell’incessante sforzo di Chaim Weizmann, futuro  primo presidente dello Stato d’Israele, e Nahum Sokolow, i due maggiori leader sionisti a Londra. Si noti che nel testo è chiaramento espresso il concetto che la creazione di una patria per il popolo ebraico non deve in alcun modo pregiudicare i diritti delle comunità non ebraiche residenti in Palestina (“nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine.”) [ii]

Va osservato che Arthur Balfour, allora Segretario di Stato per gli Affari Esteri, aveva, dodici anni prima, nel suo ruolo di Primo Ministro, introdotto una legge volta a limitare l’immigrazione ebraica nel Regno Unito. Inoltre, come Chaim Weizmann nota nei suoi diari: “Egli mi disse che  un giorno aveva avuto occasione di conversare a lungo con Cosima Wagner, di cui condivideva molte idee antisemitiche”  (He told me how he had once had a long talk with Cosima Wagner at Bayreuth and that he shared many of her anti-Semitic postulates.) [iv] Tale collusione di sionismo e antisemitismo non dovrebbe sorprenderci, dato che lo stesso Theodor  Herzl nei suoi Diari osservava: “Gli antisemiti diverrano i nostri migliori amici, paesi antisemiti i  nostri alleati.” (Anti-Semites will become our surest friends, anti-Semitic countries our allies.)

Sempre sul carattere antisemitico della Declaration si espresse,  nel suo celebre Memorandum, On the Anti-Semitism of the Present Government, [v] Lord Edwin Samuel  Montague, allora Segretario di Stato per l’India, e unico ebreo del gabinetto britannico: “Il Sionismo mi è sempre sembrato un’idea malvagia, incompatibile con lo spirito patriotico di un cittadino del Regno Unito” (Zionism has always seemed to me to be a mischievous political creed, untenable by any patriotic citizen of the United Kingdom.)

In conclusione, la Balfour Declaration costituiva la formulazione di un progetto imperialistico all’interno della logica coloniale britannica. Con essa il Regno Unito si autoassegnava un Mandato su una regione, che era  ancora – sia de iure che de facto – sotto la sovranità dell’Impero Ottomano. Si trattò pertanto di un progetto puramente politico, non un’ operazione ideologica o umanitaria a favore degli Ebrei.

Se un antisemita (Balfour) aveva posto le premesse per la creazione di uno stato ebraico in Palestina, furono le azioni militari e terroristiche della Haganah e della Stern Gang a rendere quel progetto coloniale una realtà. E cosí arriviamo alla seconda garanzia di “legittimità” per lo stato sionista: la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU riguardo alla costituzione in  Palestina di due stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico.

Anche in questo caso è facile osservare che l’Organizzazione delle Nazioni Unite non aveva alcun diritto di prendere decisioni senza l’approvazione  dei suoi legittimi abitanti, e proprio su questo punto si fondava la mozione dei paesi arabi alla Corte Internazionale, perché l’Assemblea Generale fosse dichiarata  non competente a dividere un paese contro la volontà della maggioranza dei suoi abitanti (nel 1946  vivevano in Palestina  1.269.000 Arabi di contro a 678.000 Ebrei). In ogni caso solo il Consiglio di Sicurezza aveva il potere di rendere tali risoluzioni vincolanti. Non è un caso infatti che la risoluzione non sia mai stata approvata dal Consiglio di Sicurezza: mentre l’Assemblea Generale era ancora impegnata in ulteriori deliberazioni, David Ben-Gurion proclamò unilateralmente l’indipendenza dello Stato d’Israele, il 15 maggio 1948.[vi] Fu quello un giorno di lutto non solo per il sionismo socialista,  che aspirava alla creazione di uno stato binazionale, fondato sulla collaborazione con i lavoratori arabi, ma anche per tutti gli Ebrei, che avevano fino allora osteggiato l’idea di uno stato ebraico.

Un emblematico esempio du quest’ultima opposizione  fu la dichiarazione presentata da Rav Yosef Zvi Dushinsky e Rav Zelig Ruven Bengis, , mercoledì 16 luglio 1947, presso il Comitato Speciale per la Palestina (United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP)), al fine di fermare il progetto di creazione di uno stato ebraico in Terra Santa.[vii]

Dopo un lucido excursus storico, dal regno di Salomone fino alla situazione presente, il Rav cosí si esprime sul Mandato britannico:

“Molti travagli e massacri senza fine  sarebbero stati risparmiati, se il Mandato fosse stato applicato nei modi auspicati dal mondo ebraico ortodosso.” (Much trouble and endless bloodshed might have been avoided if the Mandate were to have been applied in the manner hoped for by Orthodox Jewry.)

La sua denuncia poi  del ruolo deleterio delle organizzazioni sioniste nel controllo dell’immigrazione ebraica in Palestina non è meno vibrante:

“Resta comunque un fatto deplorevole che un serio errore sia stato allora  commesso, riconoscendo prima i leader sionisti e poi la Jewish Agency come rappresentanti ufficiali della popolazione ebraica” (However, it is a regrettable fact that a serious blunder was committed at the time by recognising first the leaders of Zionism and then the Jewish Agency as official representation of the Jewish population.) La loro insistenza a voler costituire uno stato ebraico in Palestina “ha suscitato timore negli Arabi nostri vicini in merito a ulteriori immigrazioni ebraiche ed ha cosí dato inizio a una loro fiera opposizione” (This aroused the fear of our Arab neighbors in connection with further Jewish immigration and thus started the determined opposition on the part of the Arabs against Jewish immigration.)

Come Rav Dushinsky ribadisce con fermezza nella conclusione del suo appello:

“Gli Ebrei ortodossi non hanno la minima intenzione di soggiogare alcun settore della popolazione della Terra Santa. Noi semplicemente chiediamo che le porte della Palestina siano aperte a tutti quegli Ebrei che non hanno una loro dimora …Vogliamo inoltre esprimere la  nostra ferma opposizione alla creazione di uno stato ebraico in una qualsiasi  parte della Palestina.” (Orthodox Jewry has not the slightest intention of subjugating any section of the population of the Holy Land. We merely demand that the gates of Palestine be opened to all those Jews who have no home […] We furthermore wish to express our definite opposition to a Jewish state in any part of Palestine.)

Quando, quattro mesi dopo, appariva ormai certo che si stava procedendo verso la spartizione della Palestina,  Rav Dushinsky  vergò un telegramma, datato 19 novembre 1947 (a cui fece seguito un memorandum, The Question of Jerusalem),[ix] in cui, a nome di 60.000 Ebrei residenti in Palestina,  pregava l’Assemblea Generale dell’ ONU che la città di Gerusalemme fosse esente dalla sovranità dello Stato  sionista e fosse posta  sotto giurisdizione  internazionale.

Alla luce dei fatti su presentati,  appare sconcertante che al giorno d’oggi  si cerchi ancora di distorcere la realtà storica  in nome di un mito: la favola della fondazione dello Stato d’Israele, dotato di tutti i crismi della legalità e rappresentante esclusivo del mondo ebraico.

Se anche lo Stato sionista è riuscito a rubare la terra ai Palestinesi e  il nome al popolo ebraico, non riuscirà mai a ottenere da nessuno la legittimità della propria nascita.



[i] http://www.alanhart.net/israel-and-the-de-legitimization-oxymoron/

[ii] Tale clausola deluse  le aspettative delle organizzazioni sioniste.

[iv] Meyer Weisgal (ed.), The Letters and Papers of Chaim Weizmann, Letters, vol.VII p.81.(Citato dallo studio Lenni http://www.marxists.de/middleast/brenner/Brenner Qionism in the Age of Dictators (1983)

[v] http://www.counterpunch.org/montague11112006.html

[vi] La Risoluzione 181 prevedeva la fine del Mandato britannico  per il 1 agosto 1948 e la costituzione dei due stati per il 1 ottobre.

 

 
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