
Mohamed Hassan |
I Tunisini hanno
fatto cadere il dittatore Ben Ali. Oggi continuano
la lotta contro i suoi uomini alla testa del governo
di transizione. In questo nuovo capitolo della nostra
serie “Capire il mondo musulmano”, Mohamed Hassan ci spiega in questa intervista cosa è in gioco nella
rivoluzione tunisina e le sue cause profonde: come
il nazionalismo liberista tanto magnificato da Bourguiba
abbia sottomesso la Tunisia agli interessi dell’Occidente,
affondando il popolo nella precarietà; come uno Stato
repressivo si sia imposto per mantenere questo sistema;
perché le dittature del mondo arabo siano destinate
ad essere abbattute; e come l’islamismo sia divenuto
il preservativo dell’imperialismo.
Nel dicembre 2010, rivolte
popolari hanno scosso la Tunisia. Un mese più tardi,
il presidente Ben Ali ha abbandonato il paese, dopo
ventitrè anni di potere. Quali sono le cause di questa rivoluzione?
E perché questo movimento popolare è arrivato a detronizzare
il dittatore, quando altri tentativi avevano fallito?
Perché avvenga una rivoluzione, bisogna
che la popolazione rifiuti di vivere nelle condizioni
a cui è sottoposta, e che la classe dirigente al potere
non sia più in grado di governare come in precedenza.
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Il 17 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi,
un giovane venditore di frutta e verdura, si è immolato
per disperazione dopo che alcuni poliziotti gli avevano
confiscato la merce e il carretto di vendita e le autorità
locali gli avevano impedito di lavorare. Le condizioni per
lo scoppio di una rivoluzione in Tunisia si erano da tempo
coagulate, e il suicidio con il fuoco di Bouazizi
è stato l’elemento scatenante.
Sicuramente, i Tunisini non volevano vivere più come prima:
non accettavano più la corruzione, la repressione poliziesca,
la mancanza delle libertà, la disoccupazione, ecc. Inoltre,
la classe dirigente non poteva più governare come prima.
La corruzione sotto Ben Ali aveva assunto dimensioni fenomenali,
mentre la maggior parte della popolazione doveva affrontare
la precarietà. Per mantenere questa situazione, la repressione
poliziesca doveva farsi più forte, ma aveva raggiunto il
limite sopportabile. L’élite al potere era completamente
distaccata dal popolo, per cui non esisteva alcun interlocutore.
Di conseguenza, nel momento dell’esplosione delle rivolte
popolari, la classe dirigente non aveva altra scelta che
reprimerle nella violenza. Ma, a fronte della determinazione
del popolo, la repressione si dimostrava assolutamente non
adeguata. Qui sta una delle chiavi del successo della rivoluzione
popolare tunisina: la rivoluzione è giunta a toccare tutti
i segmenti della società, compresi alcuni settori dell’esercito
e della polizia che hanno simpatizzato con i manifestanti.
Dunque, l’apparato repressivo non poteva più funzionare
come aveva fatto fino a quel momento. Se si verifica un
moto rivoluzionario, che però non sia in grado di combinare
i differenti segmenti della società, questo movimento non
potrà sfociare in una effettiva rivoluzione.
Comunque, dopo la fuga di Ben Ali, continuano le
proteste. Dunque, la situazione che i Tunisini rifiutano
non è il frutto di un solo uomo?
I manifesti con “Ben Ali dégage”,
“Ben Ali sgombra! vattene!”, sono stati sostituiti da manifesti
con “RCD dégage” [RCD; Rassemblement
Constitutionnel Démocratique].
I Tunisini stanno attaccando il partito politico del presidente,
in quanto temono di vedere uno dei suoi uomini prendere
il potere. Ma in realtà, le cause profonde che hanno condotto
i Tunisini alla rivolta vanno ben oltre Ben Ali e il suo
partito RCD. Non basta cacciar via il presidente perché
il popolo conquisti la sua libertà e migliori le condizioni
della sua esistenza.
La corruzione, la disoccupazione, le disuguaglianze sociali…Sono
questi gli effetti della dominazione imperialista dell’Occidente
sulla Tunisia. Visto che la Tunisia, dopo la sua indipendenza,
è divenuta un progetto degli Stati Uniti!
Cosa intende lei per imperialismo?
L’imperialismo è il processo per cui le potenze capitaliste
esercitano il dominio politico ed economico su paesi stranieri.
Le multinazionali occidentali saccheggiano le risorse dei
paesi dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. Le multinazionali
vi trovano mercati per i loro capitali e ne sfruttano a
buon mercato la manodopera. Io affermo che le
multinazionali saccheggiano perché loro non acquistano le
risorse al loro giusto valore e le popolazioni locali non
ricevono profitto da queste ricchezze. E questo saccheggio
non sarebbe possibile se nei paesi sfruttati non esistessero
dirigenti pronti a difendere gli interessi delle multinazionali.
Questi dirigenti si arricchiscono al volo. Costoro costituiscono
ciò che viene definito “borghesia compradora”.
Non possiedono alcuna visione di prospettive politiche per
il loro paese, non producono ricchezza e non sviluppano
una reale economia. Invece, costoro si arricchiscono personalmente
mercanteggiando le risorse del loro paese con le multinazionali.
Evidentemente, in tutto questo, ad essere la grande vittima
è il popolo!
Per contro, se voi siete dei nazionalisti anti-imperialisti,
la vostra intenzione sarà quella di sviluppare il vostro
paese. Verranno nazionalizzati quei settori chiave della
vostra economia, piuttosto di lasciarli in gestione a società
straniere. Quindi, nel paese si svilupperà un’economia nazionale
e al paese verrà consentito di crescere su fondamenta di
indipendenza. Questo è ciò che definisco una rivoluzione
nazionale democratica: nazionale, perché indipendente dalle
potenze imperialiste, democratica, perché contro i feudatari
e gli elementi reazionari del paese.
Per tutto questo, Bourguiba,
il primo presidente della Tunisia, veniva considerato come
un socialista. E sotto il suo regime, lo Stato giocava un
ruolo molto importante nell’economia del paese.
Il partito politico di Bourguiba,
di socialista aveva solo il nome! Se lo Stato giocava un
ruolo importante, questo avveniva solo a vantaggio di una
élite. Si trattava di quello che viene definito “capitalismo
di Stato”. Di più, Bourguiba ha
sistematicamente eliminato tutti gli elementi progressisti
e anti-imperialisti presenti in seno al suo partito. In
un modo tale che questo partito è diventato il partito di
un solo uomo, completamente sottomesso all’imperialismo
degli Stati Uniti.
Perché la Tunisia rivestiva importanza per gli Stati
Uniti?
Per ben comprendere l’importanza di questo paese nella
strategia degli Stati Uniti, dobbiamo analizzare il contesto
politico del mondo arabo negli anni ’50 e ’60. Nel 1952,
in Egitto alcuni ufficiali rovesciavano la monarchia del
re Farouk e proclamavano la repubblica. Con Nasser alla
sua guida, l’Egitto diviene la base del nazionalismo arabo
con idee rivoluzionarie ispirate al socialismo. Come attestato
dalla nazionalizzazione del canale di Suez, l’arrivo al
potere di Nasser rappresenta un colpo duro per l’Occidente,
in quanto la politica del presidente egiziano è in contrasto
totale con gli obiettivi egemonici delle potenze occidentali
nel Vicino e nel Medio Oriente.
Peggio ancora: le idee anti-imperialiste di Nasser fanno
scuola nella regione. Ad esempio, nello Yemen nel 1962 una
rivoluzione divide il paese, ed il Sud di questo paese diviene
un bastione del movimento rivoluzionario arabo. In quel
anno medesimo, l’indipendenza d’Algeria invia un segnale
forte all’Africa e al Terzo Mondo, mettendo in allerta le
potenze imperialiste. Ugualmente bisogna sottolineare il
colpo di Stato in Libia da parte di Kadhafi nel 1969. Questo colonnello assume il potere e nazionalizza
importanti settori dell’economia, a grave scapito dell’Occidente.
Dieci anni più tardi, in Iran la rivoluzione islamica detronizza
lo Scià, uno dei pilastri più importanti della strategia
degli Stati Uniti in Medio Oriente.
In breve, in questo periodo, un movimento anti-imperialista
molto forte sfida gli interessi strategici degli Stati Uniti
nel mondo arabo. Per fortuna per Washington, non tutti i
paesi della regione seguono la via di Nasser. Questo è il
caso della Tunisia. Nel 1957, un anno dopo l’indipendenza
tunisina, Bourguiba è uno dei
principali dirigenti arabi a scrivere nella prestigiosa
rivista statunitense, Foreign
Affairs. Il titolo dell’articolo?
Il nazionalismo, miglior antidoto del comunismo.
Per gli Stati Uniti, che volevano contrastare l’influenza
di Nasser, questa era musica celestiale! Nel suo articolo
Bourguiba scrive: “Per quel
che ci riguarda, la Tunisia ha scelto senza equivoci di
compiere il suo cammino nel mondo libero dell’Occidente”.
Siamo in piena Guerra Fredda. I Sovietici sostengono Nasser
la cui influenza si sta allargando nella regione. E gli
Stati Uniti hanno bisogno di agenti filo-imperialisti come
Bourguiba per non perdere il controllo
strategico sul mondo arabo.
È possibile essere nello stesso tempo nazionalisti
e filo-imperialisti?
Bourguiba era un nazionalista
liberista con idee anti-comuniste che lo hanno portato a
ricongiungersi con il campo imperialista dell’Occidente.
Perciò, io considero Bourguiba
come il George Padmor arabo. Padmor
era un leader panafricano originario dei Carabi. Nel 1956,
ha scritto un libro dal titolo Panafricanisme
ou communisme : le combat à
venir en Afrique. Assolutamente
come Bourguiba, Padmor nutriva delle
idee anti-comuniste e nello stesso tempo si dichiarava nazionalista,
la sua visione politica era largamente asservita agli interessi
delle potenze imperialiste. Il nazionalismo in effetti serviva
da copertura, la loro politica era ben lontana dall’essere
indipendente. Padmor ha esercitato
una grande influenza sul primo presidente del Ghana, Kwame Nkrumah, uno degli istigatori
dell’Unione Africana. Le sue idee filo-imperialiste hanno
potuto diffondersi su tutto il continente con i risultati
che oggi stanno sotto i nostri occhi: in Africa si festeggiano
un po’ dappertutto i cinquantenari di indipendenza, ma molti
Africani si rendono conto che non sono mai divenuti indipendenti.
In seguito, il presidente Nkrumah
si dichiarava pentito di avere seguito i consigli di Padmor.
In Tunisia è avvenuto lo stesso, la sottomissione agli
interessi imperialisti si è ben presto fatta sentire e ci
si è resi consapevoli che il nazionalismo magnificato da
Bourguiba non era che di facciata.
Ad esempio, negli anni ’70, il presidente aveva fatto passare
tutta una serie di misure ritenute idonee per attirare gli
investitori esteri: esonero fiscale da imposte sui profitti
delle società per la durata di dieci anni, esenzione per
venti anni da ogni forma di tassazione, esenzione dall’imposta
sui redditi da valori immobiliari, ecc. Quindi, la Tunisia
diveniva un vasto laboratorio delle multinazionali occidentali,
queste ultime poi incameravano e portavano all’estero i
profitti realizzati.
Comunque, la Tunisia sotto Bourguiba
non ha conosciuto discreti apprezzabili progressi?
Certamente, ci sono stati progressi positivi: nel campo
dell’istruzione, della condizione femminile, ecc. Anzitutto,
perché la Tunisia contava all’interno della sua élite elementi
attivi progressisti, che però ben presto sono stati messi
all’angolo. E poi, perché la Tunisia doveva apparire nelle
sue vesti migliori. In definitiva, questo paese giocava
un importantissimo ruolo nella strategia degli Stati Uniti
per ostacolare l’influenza del comunismo nel mondo arabo.
Ma cosa esisteva dall’altra parte? Dei movimenti rivoluzionari
progressisti che avevano fatto crollare monarchie arretrate
e che beneficiavano del sostegno popolare. Non era possibile
contrastare questi movimenti sostenendo sistemi feudali.
L’Arabia Saudita ha potuto resistere a tutto ciò grazie
alle sue possibilità di utilizzare il denaro dal suo petrolio.
Ma la Tunisia, non potendo contare su risorse di tal fatta,
doveva fornire una qualche immagine progressista. Nella
lotta contro il comunismo, la Tunisia era destinata a rappresentare
la bella affermazione di un paese del Terzo Mondo, che aveva
fatto la scelta del nazionalismo liberista.
Ma il rovescio della medaglia era meno lusinghiero. Come
ho già detto, Bourguiba ha sistematicamente eliminato gli elementi progressisti
che non lo seguivano nel suo percorso. Gli elementi anti-imperialisti
che volevano una Tunisia indipendente tanto sul piano economico
che sul piano politico, coloro che volevano affermare le
loro precise posizioni nel Terzo Mondo e sul conflitto israelo-palestinese,
tutti costoro sono stati combattuti. In buona sostanza,
la Tunisia è stata utilizzata dalle potenze imperialiste
come un laboratorio. E quella che doveva rappresentare l’affermazione
del nazionalismo liberista si è trasformata in una dittatura.
Quando Ben Ali è successo a Bourguiba
nel 1987, ha proseguito sullo stesso cammino?
Completamente. È possibile anche affermare che la sottomissione
agli interessi occidentali si è accentuata. Ben Ali era
un puro agente dell’imperialismo statunitense. Nel 1980,
quando ricopriva la carica di ambasciatore in Polonia, era
lui a costituire il punto di collegamento fra la CIA e Lech
Walesa, il dirigente sindacalista che si batteva contro
l’Unione Sovietica.
Nel 1987, quando Ben Ali assunse la presidenza della Tunisia,
il paese era fortemente indebitato a causa della crisi capitalista
del 1973. In più, in quel periodo, le teorie economiche
di Milton Friedman e dei suoi Chicago Boys andavano per la maggiore. Questi economisti ultraliberisti
pensavano che il mercato era un’entità in grado di autoregolarsi
e soprattutto che lo Stato non doveva immischiarsi in problemi
economici. L’élite tecnocratica tunisina proveniva in gran
parte da scuole statunitensi ed era molto influenzata dalle
idee di Friedman. Allora, Ben Ali abbandona il capitalismo
di Stato in vigore dall’inizio dell’era Bourguiba.
Sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale
e della Banca Mondiale, egli mette mano ad un programma
di privatizzazioni molto più massiccio di quello che il
suo predecessore aveva già annunciato negli anni ’70.
Quali sono stati gli effetti di questa nuova politica
economica?
Prima di tutto, la privatizzazione dell’economia tunisina
ha permesso a Ben Ali e alla famiglia di sua moglie, i Trabelsi,
di arricchirsi personalmente. La corruzione raggiungeva
un livello molto elevato e la Tunisia diveniva un paese
totalmente soggetto all’imperialismo, diretto da una “borghesia
compradora”.
Chiaramente, Ben Ali e il suo clan non disponevano di materie
prime da svendere alle multinazionali occidentali. Ma hanno
approfittato del sistema dell’istruzione istituito da Bourguiba
per sviluppare un’economia di servizi. In effetti, la manodopera
tunisina è costituita da soggetti molto istruiti, e però
a buon mercato. Per questo attira gli investitori stranieri.
Ugualmente, il turismo si è fortemente sviluppato al punto
da diventare il pilastro dell’economia tunisina. Qui vediamo
la mancanza di visione politica delle élite. In effetti,
non esiste paese che possa sviluppare la sua economia sulla
base del solo turismo, se non ha sviluppato nello stesso
tempo una base economica nazionale. L’industria del turismo
consuma enormemente ma rende molto poco al popolo tunisino.
Pensate solo a questo: mentre i turisti occidentali consumano
ettolitri d’acqua per godersela nelle piscine, nelle vasche
jacuzzi per idromassaggi o per innaffiare i campi da golf,
i poveri contadini del sud del paese devono affrontare l’aridità
dei terreni.
Ma non sono solo i contadini che soffrono per questo tipo
di politica. Globalmente, le condizioni sociali del popolo
tunisino si sono degradate, mentre l’entourage del presidente
ha ammassato una colossale fortuna. Tutti sapevano che il
regime era corrotto. Allora, per mantenere in piedi questo
sistema, il regime era costretto ad impedire qualsiasi contestazione.
Sotto Ben Ali, la repressione è divenuta ancora più brutale:
non erano più autorizzati la semplice critica o perfino
il desiderio di modernità e di aperture. Una tale situazione
non poteva portare che alla rivolta popolare. Per di più,
volendo monopolizzare per il suo clan le ricchezze del paese,
nel contempo Ben Ali si è attirato anche i fulmini di una
parte della borghesia tradizionale della Tunisia.
Lei afferma che la repressione politica era molto
forte. Allora, esistono attualmente delle forze di opposizione
in grado di guidare la rivoluzione del popolo, ora che Ben
Ali è caduto?
Autentici partiti di opposizione erano fuori legge sotto
Ben Ali. Comunque, alcuni hanno continuato ad esistere in
clandestinità. Ad esempio, il primigenio Partito Comunista
di Tunisia non poteva operare alla luce del sole ed organizzarsi
come un qualsiasi partito politico in democrazia. Ma ha
continuato a funzionare in segreto attraverso associazioni
della società civile (professori, coltivatori diretti, medici,
prigionieri …). Anche il PTPD (Partito del Lavoro Patriottico
Democratico, un partito di sinistra radicale) ha potuto
costruire una sua base sociale e ha tratto una solida esperienza
da questo periodo. Nel mondo arabo, questo è eccezionale!
Io penso che due sfide importanti attendono ora i
partiti di opposizione. Prima di tutto, devono uscire dall’ombra
e farsi conoscere dal grande pubblico in Tunisia. E poi,
devono insieme organizzare un grande fronte di resistenza
all’imperialismo. In effetti, le potenze imperialiste cercano
di mantenere il sistema Ben Ali senza Ben Ali. Si tenta
di realizzare questo con il governo di unità nazionale,
che però i Tunisini rigettano, e questo rifiuto è decisamente
positivo. Ma le potenze imperialiste non vogliono arretrare
di un passo. Esse esigono di imporre una commissione elettorale
internazionale per appoggiare i candidati che andranno a
difendere al meglio i loro interessi. Dunque, è necessario
resistere all’ingerenza con la creazione di un fronte unito
per costruire una effettiva democrazia.
I partiti di opposizione sono in grado di superare
le loro divergenze per creare questo fronte?
Io sono a conoscenza che alcune formazioni politiche erano
reticenti all’idea di associarsi al movimento islamico nazionalista
Ennahda. Questo movimento ha fatto
la sua comparsa negli anni ’80. Ha predicato una linea anti-imperialista
e di fatto ha subito la repressione politica. Perché non
associare Ennahda in un fronte
di resistenza all’ingerenza delle potenze straniere? La
Tunisia è un paese musulmano. Dunque, è normale che in questo
paese emerga una forza politica con una tendenza islamo-nazionalista.
Non è possibile impedire questo.
Ma ciascuno di questi movimenti deve potere essere analizzato
separatamente, con le sue proprie specificità. Questo è
quello che hanno fatto i comunisti del PTPD. Hanno studiato
con metodo scientifico le condizioni oggettive che si applicano
alla Tunisia. La loro conclusione è che i comunisti e gli
islamo-nazionalisti sono stati vittime della repressione politica
e quindi, anche se i loro programmi divergono, essi condividono
una piattaforma comune: vogliono la fine della dittatura
e l’indipendenza della Tunisia. Perciò, i comunisti hanno
proposto un’alleanza con gli islamo-nazionalisti già da molto tempo. Per certo, il PTPD
non vuole fare della Tunisia uno Stato islamico. Il suo
programma politico differisce da quello di Ennahda.
Ma è il popolo tunisino che dovrà emettere democraticamente
un giudizio su queste differenze. Le elezioni dovranno essere
una competizione aperta a tutti. Ecco la vera democrazia!
Giusto, i partiti di opposizione si sono riuniti
nel fronte “14 gennaio” per lottare contro il governo provvisorio
di Mohamed Ghannouchi, un soggetto della fazione dell’ex presidente Ben
Ali. Un segnale incoraggiante?
Incoraggiante del tutto; la Tunisia è su una buona strada:
tutti i partiti di opposizione fuori legge fino a questo
momento hanno creato un fronte per impedire che il sistema
Ben Ali possa conservarsi anche senza Ben Ali. Bisogna sottolineare
anche il ruolo giocato dalla base del sindacato UGTT (Union Générale Tunisienne
du Travail).
La dirigenza al vertice di questo sindacato autorizzato
sotto Ben Ali era corrotta e collaborava con lo Stato di
polizia. In seguito, la base del sindacato ha esercitato
pressioni sui dirigenti, e i membri dell’UGTT che facevano
parte del governo di transizione sono stati costretti alle
dimissioni. Anche se rimane molto da fare, la democrazia
conquista le istituzioni tunisine sotto la pressione del
popolo.
Le potenze occidentali si oppongono a tutto questo. Vogliono
imporre in Tunisia una democrazia a bassa intensità, in
cui solo i “buoni” candidati avrebbero il diritto di presentarsi
alle elezioni. Se voi gettate lo sguardo sul tipo di democrazia
che gli Stati Uniti apprezzano, voi cadrete sull’Etiopia.
Per l’anno 2010, il governo degli Stati Uniti ha fornito
a questo paese del Corno d’Africa 983 milioni di dollari.
Sempre nel 2010, il primo ministro Meles
Zenawi, in carica da 16 anni,
è stato rieletto con il 99,5 per cento dei voti! Ancora
meglio di Ben Ali! Questa è la realtà: dietro ai loro bei
discorsi di sostegno al popolo tunisino, le potenze occidentali
continuano a sostenere attivamente molti altri Ben Ali nel
mondo.
Gli Stati Uniti non potrebbero sostenere altri candidati
filo-imperialisti, ma che, agli occhi dei Tunisini, non
sarebbero associati all’era Ben Ali?
Sarebbe difficile. Esiste sì una parte della “borghesia
compradora” che è stata danneggiata
dal sistema corrotto di Ben Ali. Ma questa élite non è così
forte da poter controllare il movimento popolare e non è
tanto ancorata all’establishment per imporsi.
Gli Stati Uniti avevano pensato anche ad una diversa strategia:
qualche mese fa, quando Ben Ali era ancora al potere, l’ambasciatore
degli Stati Uniti ha fatto visita ad un leader comunista
in prigione. Ufficialmente, una semplice visita di osservazione
nel quadro del rispetto dei diritti umani. Ufficiosamente,
gli Stati Uniti anticipavano la fuoruscita di Ben Ali e
volevano saggiare il terreno. Il loro obiettivo era quello
di mettere i comunisti contro gli islamo-nazionalisti,
dividere la resistenza all’imperialismo per meglio indebolirla.
Ma i comunisti tunisini non sono caduti nella trappola.
Essi conoscevano molto bene questa strategia messa a punto
per il Medio Oriente da Henry Kissinger negli anni ’80.
Hanno pubblicato uno studio ben condotto sull’argomento
e si dimostrano consapevoli che non devono ricevere ordini
dall’esterno, né aderire ad ideologie fabbricate da potenze
straniere.
Perché gli Stati Uniti hanno abbandonato Ben Ali?
Si era spinto troppo avanti nel processo di arricchimento
personale? In un cablogramma Wikileaks, l’ambasciatore statunitense si dimostrava molto
critico nei confronti del sistema quasi-mafioso
del presidente tunisino, la corruzione organizzata poteva
ostacolare gli investimenti delle imprese straniere.
Non è questo il problema. Gli Stati Uniti non si inquietano
per la corruzione. Al contrario, questa costituisce un elemento
del sistema di dominio degli Stati Uniti sui paesi del Sud
del mondo. In realtà, Washington si rendeva conto della
situazione interna alla Tunisia e sapeva che Ben Ali non
sarebbe stato più in grado di governare. Attualmente, gli
Occidentali devono essere ben sicuri che il rimpiazzo di
Ben Ali continuerà a difendere i loro interessi. La posta
in gioco è di assoluto rilievo. La crisi capitalista causa
seri problemi in Occidente. Accanto a ciò, la Cina vede
aumentare la sua potenza economica ed oggi accorda più prestiti
della Banca Mondiale e delle potenze imperialiste messe
insieme. Per giunta, la Cina vuole assumere una parte importante
del debito dell’euro-zona, da un canto perché ha interessi
economici con i paesi europei, e d’altra parte per creare
divisioni fra le potenze imperialiste, visto che l’Unione
Europea è storicamente associata agli Stati Uniti.
In questo contesto, il movimento popolare tunisino, sotto
l’egida di una leadership rivoluzionaria, potrebbe insediare
un governo indipendente e approfittare di questa situazione
di un mondo multipolare. Le potenze imperialiste temono
che i paesi che tradizionalmente stavano sotto il loro dominio
diventino economicamente indipendenti da loro, rivolgendosi
verso la Cina. La Tunisia potrebbe costruire relazioni con
il gigante asiatico sviluppando i suoi porti commerciali.
E così rimetterebbe seriamente in ballo il concetto di dialogo
mediterraneo, questa estensione della NATO ai paesi del
Mediterraneo, che non è un dialogo ma un puro strumento
di dominio occidentale.
Un altro paese che sembra paventare la democrazia
in Tunisia e nella regione: Israele. Poco dopo la caduta
di Ben Ali, il vice primo ministro Silvan Shalom ha dichiarato
che lo sviluppo della democrazia nei paesi arabi costituirebbe
una minaccia per la sicurezza di Israele. Questo paese,
spesso qualificato come la sola democrazia del Medio Oriente,
avrebbe timore della concorrenza?
Sotto una parvenza di democrazia, Israele è uno Stato fascista,
uno Stato di apartheid. Quindi, nella regione non può che
stringere alleanze con Stati dittatoriali repressivi, diretti
da “borghesie compradore” che
indeboliscono il corpo della nazione araba. Attualmente,
questi Stati arabi sono dei paesi ricchi abitati da genti
povere. Ma se fra questi Stati emerge un governo democratico,
nel senso completo del termine, sarà la nazione araba nel
suo complesso ad essere rafforzata economicamente. E questo
sviluppo economico produrrà un’alleanza dei paesi arabi
contro lo Stato razzista che opprime i Palestinesi. Evidentemente,
Israele ha il terrore di tutto ciò.
Per di più, a proposito del conflitto israelo-palestinese,
esiste una forte divaricazione fra le posizioni ufficiali
delle dittature arabe e il sentimento popolare. Dopo che
nel 1977 il presidente egiziano Sadat si è recato in Israele,
questa è la posizione dell’Egitto: “Noi vogliamo la pace!”.
Ma si trattava di una posizione imposta con la forza alla
popolazione. E l’attuale governo egiziano non si accontenta
di intrattenere relazioni pacifiche con Tel-Aviv,
ma partecipa attivamente allo strangolamento di Gaza, quando
invece la maggioranza degli Egiziani è solidale con i Palestinesi.
Questo vale anche per l’allineamento delle dittature arabe
sulla politica di Washington. La Tunisia, l’Arabia Saudita
o l’Egitto sono alleati degli Stati Uniti, quando le popolazioni
di questi paesi sono anti-imperialiste. Mi trovavo in Egitto
quando Mountazer al-Zaïdi,
il giornalista iracheno, ha lanciato le sue scarpe contro
Georges W. Bush. La popolazione egiziana lo ha celebrato
come un eroe. Ho inteso dei padri che auspicavano che la
loro figlia potesse sposarsi con uno come il giornalista.
Al contrario, il presidente egiziano Hosni Moubarak
è uno degli alleati più fedeli di Washington.
Lei pensa che la rivoluzione tunisina, per effetto
domino, potrebbe innescare la caduta di altre dittature
nel mondo arabo?
Il 70% della popolazione dei paesi arabi ha meno di trenta
anni e non conosce altro che la disoccupazione, la repressione
poliziesca e la corruzione. Ma tutti questi giovani vogliono
vivere. E per vivere hanno bisogno di cambiamenti. Questa
è la realtà di tutti questi paesi. Non c’è bisogno di un
effetto domino, le condizioni oggettive concorrono a che
altre rivoluzioni si scatenino.
Le popolazioni non vogliono più vivere come prima.
Ma, d’altro canto, le loro classi dirigenti sono in grado
di governare in modo diverso?
Evidentemente, no. Lo si può riscontrare nell’Egitto attuale.
In questo paese ci sono poliziotti dappertutto. Ma è impossibile
controllare tutto. Uno Stato di polizia impone delle limitazioni,
e nel mondo arabo questi limiti sono stati superati. In
più, oggi l’informazione gioca un ruolo molto importante.
I Tunisini, gli Egiziani e i popoli del Terzo Mondo sono
meglio informati, da una parte grazie ad Al-Jazeera e d’altro
canto attraverso Internet e le sue reti sociali. L’evoluzione
delle tecnologie dell’informazione ha aumentato il livello
dell’istruzione e di presa di coscienza delle persone. Il
popolo non è più una massa di contadini analfabeti. Voi
potete trovare molti giovani decisamente scaltri, dotati
di un certo senso pratico, capaci di aggirare la censura
e di mobilitarsi su Internet.
Esistono in questi paesi delle forze di opposizione
in grado di guidare rivoluzioni popolari?
Perché la repressione sarebbe tanto importante se questi
dittatori non si sentissero in pericolo? Perché questa “borghesia
compradora”, talmente avida, dispenserebbe
tanto denaro nell’apparato repressivo se non avesse il terrore
di essere rovesciata? Se non esisteva una opposizione, tutto
ciò non sarebbe stato necessario!
Dal punto di vista degli osservatori occidentali, molti
temono che la caduta di questi regimi favorisca l’imporsi
dell’islamismo. Come riassume tutto ciò in modo tanto…
fine ed arguto Christophe Barbier,
il direttore della redazione dell’Express: “Meglio tenersi
Ben Ali che i barbuti!”.
Questi timori per un islamismo emergente sono fondati?
L’islamismo è divenuto il preservativo dell’imperialismo.
Le potenze occidentali giustificano la loro strategia di
dominio sul mondo arabo-musulmano mediante la copertura
della lotta contro l’islamismo. Oggigiorno si trovano islamisti
dappertutto. Fra poco, si troveranno tracce di Al-Quaïda
perfino su Marte, se questo potrà essere di utilità agli
imperialisti!
In realtà, l’Occidente ha sempre avuto bisogno di inventarsi
un nemico per giustificare le sue mire egemoniche e le sue
incredibili spese militari (finanziate dai contribuenti).
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la scomparsa del
nemico comunista, a giocare il ruolo di brutti e cattivi
sono stati individuati l’islamismo e Al-Quaïda.
Ma l’Occidente non ha alcun problema con l’islamismo. Si
adatta molto bene a questa tendenza religiosa e politica
in paesi come l’Arabia Saudita. Inoltre, per un certo periodo,
è stato l’Occidente a favorire l’ascesa dei movimenti islamici
per contrastare il nazionalismo arabo. Per l’Occidente,
l’effettivo problema è costituito dall’anti-imperialismo.
È per questo che tenta di gettare il discredito su qualsiasi
movimento popolare nel mondo arabo che tenti di opporsi
ai suoi interessi, appioppandogli l’etichetta di “islamista”.
Infine, non è necessario essere troppo maligni per pensare
che le dittature arabe costituiscono dei baluardi contro
l’ascesa del fanatismo religioso. Al contrario, questi regimi
repressivi hanno condotto una parte della popolazione a
radicalizzarsi. Chi potrebbe permettersi di affermare che
questo o quel paese non ha diritto alla democrazia? In un
paese realmente democratico, possono affermarsi differenti
forze politiche. Ma la “borghesia compradora”
al potere nelle dittature arabe non può convincere la popolazione.
E nemmeno può affrontarla direttamente. Per difendere gli
interessi imperialisti, bisogna dunque impedire ad altre
forze politiche di emergere, altrimenti queste sarebbero
in grado di convincere il popolo ad affrontare le élite
corrotte. L’Occidente ha sempre cercato di mantenere stabili
le dittature al servizio dei suoi interessi, agitando
lo spauracchio dell’islamismo. Però, i popoli arabi hanno
fame di democrazia. Oggi la reclamano e nessuno potrà contrastare
le loro rivendicazioni.
Fonte : www.michelcollon.info
* Mohamed Hassan è uno specialista
di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba
(Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel
quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese.
Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi nel
campo dell’amministrazione pubblica a Bruxelles. Negli
anni '90, come diplomatico del suo paese di origine ha operato
a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore de “L'Irak sous l'occupation”
(EPO, 2003), ha anche partecipato alla redazione di pubblicazioni
concernenti il nazionalismo arabo e i movimenti islamici,
e sul nazionalismo fiammingo. Hassan
è uno dei più profondi conoscitori contemporanei del mondo
arabo e musulmano.
1 febbraio 2011
fonte : www.michelcollon.info
(Traduzione di Curzio Bettio
di Soccorso Popolare di Padova)
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