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Avvertenza per i
miei piccoli affezionati lettori. - Molti di voi avranno
già ricevuto in anteprima un pezzo, scritto
per la fantomatica rivista “Progetto Lavoro”,
sull'accordo di Mirafiori. Questo è dunque,
in qualche modo, “dato per presupposto”.
Tuttavia, qualcosa andrà ricapitolato, a partire
dalle linee essenziali dell'”accordo Mirafiori”
- e lo stesso vale per i risultati del referendum
su tale accordo, anche se abbondantemente illustrati
sui giornali. Se no, non sono chiare le premesse del
ragionamento, che poi procede abbastanza “a
ruota libera” a partire da questi. Regolatevi
dunque, nella lettura, sulle cose che è possibile
scorrere rapidamente e quelle che (sempre che ne abbiate
voglia) sono da leggere più attentamente. |
1.le linee essenziali dell'accordo su Mirafiori
Il nucleo centrale attorno a cui si organizza l'accordo
di Mirafiori è la sostanziale eliminazione della
iniziativa contrattuale del sindacato. Infatti, tutte le
clausole dell'accordo sono “blindate”. Viene
soppresso il diritto delle organizzazioni sindacali firmatarie
di indire scioperi per modificarle, ma anche il diritto
soggettivo dei lavoratori di scioperare contro di esse.
Le organizzazioni sindacali sarebbero punite con la cancellazione
dei loro diritti (trattenute sindacali, permessi per i rappresentanti
sindacali); i lavoratori sarebbero passibili di provvedimenti
disciplinari fino al licenziamento. E' quello che è
contenuto nella cosiddetta “clausola di responsabilità”
indicata all'inizio dell'accordo. Su una serie di problemi
non trattati direttamente (come l'inquadramento) l'accordo
rimanda, non al contratto di categoria (da cui la Fiat è
uscita), ma al futuro contratto dell'auto; è presumibile
che la “clausola di responsabilità” venga
estesa a tutte le norme contrattuali.
In tal modo, viene soppressa la funzione-base del sindacato:
che è quella di giungere, anche attraverso il conflitto,
a una negoziazione migliorativa delle condizioni di lavoro,
modificando le norme esistenti.E' un'affermazione senza
attenuazioni o qualificazioni del comando unilaterale dell'azienda,
che si riflette nello stesso linguaggio dell'accordo, e
anche – in modo più preciso – nella definizione
delle funzioni delle Commissioni Paritetiche. Queste infatti
sono numerose, e dovrebbero essere il luogo di negoziazione
surrogatorio dell'impossibilità dell'itinerario “tradizionale”
di conflitto-negoziazione. Ma, a parte il fatto che esse
sono spesso chiamate ad affrontare problemi di “violazione
sindacale” dell'accordo (e non di violazioni da parte
aziendale), viene su ogni tema ribadita la regola che, se
non si raggiunge un accordo entro un certo termine di tempo,
l'azienda procederà unilateralmente ad attuare le
sue decisioni. La “Commissione Paritetica di Conciliazione”
è l'architrave di questa forma mistificata di “partecipazione”,
e la definizione dei suoi compiti sintetizza questa logica.
Le regole sulla rappresentanza sindacale sono il logico
corollario di questa impostazione. Esse non solo circoscrivono
i diritti sindacali alle organizzazioni firmatarie dell'accordo
(l'aspetto su cui molti commenti si sono soffermati), ma
stabiliscono che i rappresentanti sindacali aziendali saranno
nominati dalle organizzazioni firmatarie – in misura
paritetica – anziché essere eletti dai lavoratori.
Ogni rapporto di rappresentanza dei lavoratori è
cancellato. Ha quindi ragione Adriano Serafino quando scrive
sul Manifesto che “non è solo la Fiom ad essere
esclusa”: l'accordo colpisce il ruolo di rappresentanza
e l'autonomia contrattuale di tutte le organizzazioni sindacali.
E' a partire da questo impianto di fondo che vengono definite
le norme relative alla condizione di lavoro. Le richiamo
sommariamente:
- su orario e turni di lavoro, si propongono tre possibilità
(il tradizionale orario di 8 ore su 5 giorni, ma su 3 turni;
un orario di 8 ore, sempre su 3 turni, che copra 6 giorni,
con “riposi scalati”; il famigerato orario di
10 ore su 4 giorni. Si “sperimenterà”,
si discuterà in commissione paritetica, ma la decisione
ultima spetterà all'azienda.
- La pausa di mensa a fine turno, che viene riconfermata
nell'ultimo accordo di Pomigliano, qui viene proposta in
termini “sperimentali” (FIM e UILM non potevano
sputtanarsi troppo, dopo i risultati del loro tanto conclamato
questionario, che mostravano l'ostilità dei lavoratori
a questa ipotesi). Bontà sua, l'azienda concede che,
se l'orario sarà di 10 ore, la mensa sarà
a metà turno.
- Le pause sul lavoro in linea vengono (naturalmente!) ridotte
da 40 a 30 minuti.
- questo si lega alla imposizione autoritaria del metodo
Ergo/Uas nella determinazione dei tempi. L'accordo afferma
che tale metodo (introdotto da poco, e solo in alcune situazioni
della Fiat) “tiene conto di tutto”, dei problemi
ergonomici come di quelli dei ritmi sostenibili, così
come di una corretta collocazione dei lavoratori (compresi
quelli con “idoneità specifiche” - termine
politically correct per “inidonei”); quindi,
che c'è da discutere o contestare? al massimo, se
ne può discutere in Commissione paritetica (fermo
restando che, poi,la Fiat va per la sua strada).
- Sugli straordinari, l'accordo concede 120 ore annue pro
capite “senza preventivo accordo sindacale”,
che potranno arrivare a 200: in questo caso, per gentile
concessione, “previo accordo sindacale”.
- Infine, sull'assenteismo, si sancisce che – con
alcune ovvie (ed estreme) eccezioni – l'azienda possa
non pagare i primi due giorni di malattia (nella fase “sperimentale”
il non pagamento riguarderà solo il primo giorno)
per i lavoratori che si mettano in malattia per periodi
brevi a ridosso o a cavallo di festività o ferie.
2. il referendum: i suoi risultati e le varie interpretazioni
Come ormai tutti sanno, il referendum a Mirafiori-carrozzerie
si è concluso con il 54% di “sì”
e il 46% di “no” - un risultato che ha clamorosamente
smentito le speranze di “plebiscito” espresse
dai suoi promotori e dai sostenitori dell'accordo.
Vedendo in termini disaggregati i risultati, possiamo notare:
?hanno prevalso in modo abbastanza netto, anche se non schiacciante,
i “no” nei seggi “operai” del montaggio
(l'officina più numerosa) e della lastroferratura;
?hanno prevalso i “sì” nei seggi operai
della verniciatura, nel seggio “misto” del turno
di notte, e (in misura schiacciante) nel seggio degli impiegati.
In proposito, va fatta una precisazione. In genere, si è
detto che – complessivamente – i “sì”
hanno vinto grazie agli impiegati; ma che, anche tra gli
operai, hanno vinto i “sì”, sia pure
per uno scarto minimo di 9 voti. Questo non è vero:
nel seggio del turno di notte votava anche una (pur ridotta)
percentuale di impiegati, per cui è probabile che
(presupponendo che questi abbiano votato come gli altri
impiegati) complessivamente tra gli operai abbiano vinto
i “no”,
A partire da questo, vorrei fare alcune osservazioni.
Anzitutto, nella constatazione (vera) che il “sì”
ha vinto grazie agli impiegati, sono emersi elementi di
“operaismo volgare” - come se gli impiegati
fossero, “per natura”, servi del padrone. E'
bene, in proposito, ricordare quale tipo di impiegati sia
stato chiamato al voto. Non era la “massa” degli
impiegati tuttora occupati in Fiat: impiegati tecnici, amministrativi,
commerciali, concentrati nelle “palazzine”.
A votare erano gli “impiegati di officina” delle
carrozzerie: che, per una buona metà, sono capi intermedi,
per il resto sono figure – amministrative e tecniche
– legate in modo stretto ai primi. Resta del tutto
aperto come gli impiegati Fiat avrebbero risposto a un analogo
referendum che investisse direttamente le loro condizioni
– con ciò non implico che questi si sarebbero
ribellati (probabilmente no...), ma guai se “li escludessimo”
dai lavoratori Fiat a cui ci rivolgiamo: sono una porzione
sempre più ampia di lavoratori, che subiscono anch'essi
– in modi diversi – le conseguenze, anche in
termini di condizione di lavoro oltre che di stabilità
dell'impiego, delle strategie aziendali, e che sviluppano
mille fermenti di critica all'azienda, anche se spesso non
tradotti in termini di coscienza di classe e di lotta organizzata.
Guai se una strategia di risposta alle politiche aziendali
non li prendesse in considerazione! E questo vale anche
per quella piccola porzione di impiegati che, nel voto sul
referendum, ha espresso posizioni di supina obbedienza a
Marchionne: anch'essi subiranno (inclusi i capi!) le conseguenze
pesanti della strategia di Marchionne, anch'essi quindi
sono “potenziali interlocutori” di una strategia
sindacale di opposizione.
Un'altra osservazione riguarda i commenti complessivi sul
voto. Leggendo alcuni di questi, sembrerebbe che abbia vinto
il “no”.... Esemplare, in proposito, una nota
sul Bollettino on-line di Punto Rosso dove si dice, letteralmente,
che il “no” ha vinto, e se ne traggono ideologizzanti
e deliranti consioderazioni sulla “classe in sé
e per sè” e su “bentornato vecchio Marx!”.
A parte questo caso estremo, c'è una tendenza abbastanza
diffusa al trionfalismo, che dimentica che il problema,
di fronte a cui ci troviamo praticamente, è che la
classe operaia della Fiat “si è divisa in due”.
E allora la questione non è di “cantare vittoria”,
ma di come agire per ricuperare quelli che hanno votato
“sì”: operazione che è del tutto
possibile – tutti hanno letto o visto interviste di
chi votava “sì” ma era ancora più
incazzato di chi votava “no” - ma che è
tutta da costruire e organizzare. (E questa considerazione
– come vedremo meglio più oltre – vale
anche per come muoversi nei rapporti interni al sindacato).
Credo, comunque, che il primo aspetto che emerge dal voto
sia il riferimento alle condizioni concrete di lavoro. Il
“no” ha prevalso nelle situazioni in cui era
visibile il peggioramento netto e immediato di tali condizioni
(a quanto pare – ma io non sono più aggiornato
in proposito – la cosa era meno pesante in verniciatura).
Non credo che i “no” siano stati prevalentemente
orientati/riferiti alle clausole “strettamente sindacali”
dell'accordo. Resta però il fatto – al di là
dei “davanamenti ideologici” su classe in sé
e per sé – che nel “no” si esprime
anche un elemento, sia pur embrionale, di coscienza di classe:
il rifiuto del ricatto “se voti no, noi ce ne andiamo”
- e questo è un elemento importante, su cui lavorare
(è tutto da costruire/consolidare, anche tenendo
conto delle caratteristiche peculiari della classe operaia
di Mirafiori, in termini di età e di livello di politicizzazione).
Tutto questo trova un riscontro importante nel confronto
tra il voto al referendum e il voto alle ultime elezioni
per le RSU. Com'è stato più volte notato,
nelle elezioni per le RSU del 2009, le organizzazioni che
si sono opposte all'attuale accordo separato, cioè
la FIOM e i COBAS, ottennerò circa il 30% dei voti;
oggi il “no” è al 46%. La differenza
è ancora maggiore se espressa in cifre assolute:
data l'affluenza minore alle votazioni per le RSU, i voti
per le RSU di FIOM e COBAS erano circa 1300, oggi i voti
per il “no” sono 2325 – e in una condizione
molto più difficile, “sottoposta a ricatto”.
Anche questo dato è spesso stato interpretato in
modo puramente “trionfalistico”. Ma va visto
in tutti i suoi aspetti. E, anzitutto, va detto che queste
considerazioni non possono riferirsi solo alla FIOM –
come se questa fosse l'unica espressione organizzata dell'opposizione
operaia in fabbrica: c'è una tendenza congenita,
in “certi ambienti”, anche di sinistra, a trascurare
i COBAS: senza mitizzarli/ideologizzarli, essi sono una
realtà di cui tenere conto.
Fatta questa premessa, è evidente che l'area di potenziale
opposizione alla politica di Marchionne è molto più
ampia della incidenza “elettorale” di FIOM e
COBAS, tanto più se si pensa che essa può
includere anche molti di quelli che, pur votando “sì”,
sono oltremodo incazzati. Ma, al tempo stesso, il confronto
tra i due risultati mostra che FIOM e COBAS non erano riuscite
a intercettare tutta quest'area nelle elezioni per le RSU:
segno, probabilmente, di una insufficiente presenza e iniziativa
quotidiana sulla condizione e sul luogo di lavoro; segno
che le RSU (diversamente dai vecchi “delegati”)
non erano percepite come strumento efficace di difesa immediata
della propria condizione.
Una postilla. - Quando la prima stesura di queste note era
già terminata, mi sono giunti i risultati di un'interessante
inchiesta (condotta da Umberto Marengo e Lorenzo Pregliasco
per Termometro Politico), che ha interrogato 510 operai
di Mirafiori su come avevano votato al referendum e perchè
(poveri operai che, oltre al ricatto, devono sorbirsi i
questionari...). L'inchiesta è commentata su La voce
dall'orrendo Tito Boeri – che però, al di là
delle forzature ideologiche della sua interpretazione, ne
mette in luce alcuni dati molto interessanti.
In primo luogo – e questo era abbastanza prevedibile
– il voto è stato dominato dal “ricatto
di Marchionne”: chi ha votato “sì”
lo ha fatto in larga misura “subendo il ricatto”,
chi ha votato “no” lo ha fatto anzitutto per
respingere il ricatto. Di qui Boeri trae la conclusione
che si è trattato di un voto prevalentemente “ideologico”,
in cui i contenuti dell'accordo hanno pesato poco. Questo
però non spiega il dato – su cui ci siamo soffermati
– che i “no” hanno prevalso nelle aree
in cui i contenuti dell'accordo si sarebbero fatti sentire
più pesantemente (e l'inverso è valido per
i “sì”).
Del resto, dalla stessa inchiesta, alla domanda su cos'è
più importante per il futuro, viene al primo posto
il miglioramento delle condizioni di lavoro, prima ancora
del salario.
Com'era anche prevedibile, sui “sì” hanno
pesato le condizioni familiari: “avere figli e/o coniuge
che non lavora o ha lavoro precario è uno dei fattori
che ha maggiormente influito sul voto”.
Ma gli elementi più interessanti riguardano il rapporto
con i sindacati.
In termine di iscrizione al sindacato, il “sì”
prevale leggermente tra i non iscritti; tra gli iscritti
ai sindacati firmatari dell'accordo, la prevalenza del “sì”
è più netta, ma arriva solo al 64%, mentre
il “no” supera l'80% tra gli iscritti a FIOM
o Cobas: un segnale importante che l'accordo separato ha
logorato il rapporto tra sindacati firmatari e propri iscritti,
mentre ha rafforzato il rapporto dei lavoratori con i sindacati
che si sono opposti. Questo dato trova un riscontro quasi
clamoroso nelle risposte riguardanti la fiducia nei sindacati:
“due terzi degli iscritti alla FIOM o ai sindacati
di base esprimono fiducia nei sindacati, contro il 36% fra
gli iscritti ai sindacati firmatari e il 40% fra i non iscritti”.
Dunque, gli iscritti ai sindacati firmatari hanno ancor
meno fiducia nei sindacati di chi non è iscritto!
Questi dati confermano che la netta opposizione all'accordo
ha rafforzato ed esteso il rapporto della FIOM (e delle
altre organizzazioni che si sono opposte) con i lavoratori.
3. le reazioni ai risultati del referendum
Partiamo (rapidamente) dalle reazioni di chi aveva firmato
l'accordo e promosso il referendum. In sostanza, sono state
reazioni di “compiacimento a denti stretti”,
come a dire, con un sospiro di sollievo “ce l'abbiamo
fatta!” (malgrado varie previsioni trionfalistiche
della vigilia). In alcuni settori (pensiamo a settori della
FIM) c'è stata qualche “presa d'atto”
dei risultati inferiori alle aspettative, riaprendo una
possibilità di discorso sulle regole della rappresentanza
(aperture poi parzialmente frustrata dalla risposta arrogante
di CISL e UIL sulle proposte CGIL in merito – ma su
questo torneremo dopo). Per il momento, tra questi “compiacimenti
a denti stretti”, quello da registrare è quello
di Marchionne, che – sulla base dei risultati del
referendum – ha confermato i piani produttivi per
Mirafiori. Ma anche su questo torneremo.
Veniamo al PD. Non vale la pena di entrare in dettaglio
su tutte le posizioni espresse prima del referendum; il
cui comune denominatore erano i “distinguo”:
rispetto a Marchionne, rispetto alle posizioni sindacali,
rispetto alle altre posizioni espresse all'interno del PD
stesso. Viene ancora una volta la nostalgia per il vecchio
PCI: che avrebbe espresso una posizione di fondo, “schierandosi”,
a cui poi avrebbe magari aggiunto dei “distinguo”
per mantenere aperti sviluppi tattici successivi.
Alla fine, è possibile intravvedere un “minimo
comun denominatore unitario”, soprattutto dopo il
referendum: si accettano i contenuti dell'accordo relativi
alle condizioni di lavoro (con ciò mostrando la “distanza”,
non solo dalla concreta condizione operaia, ma da tutta
l'esperienza contrattuale del sindacato in proposito), si
prende atto dei risultati del referendum (chi anche con
entusiasmo, tipo Fassino e Chiamparino, visto che si erano
espressi subito per il “sì”, chi –
con un sospiro di sollievo – come “dato di fatto”)
e si invita conseguentemente Marchionne a rispettare gli
impegni, infine però si chiede che la FIOM non venga
esclusa (cioè che possa partecipare alla gloriosa
gestione dell'accordo-capestro).
Ma, al di là di questi aspetti, resta un dato di
fondo: l'accettazione di una “logica della globalizzazione”,
che imporrebbe le condizioni-base dell'accordo; accettazione
che in realtà significa scegliere tra una delle possibili
risposte ai problemi della globalizzazione, e cioè
la più arretrata e reazionaria: come mostra Lettieri,
nel suo articolo sul Manifesto, la logica liberista dei
vertici dell'Unione Europea, piuttosto che la logica “tedesca”,
di difesa – pur limitata e “corporativa”
- di una parte degli interessi dei lavoratori, in quanto
funzionale a un diverso “modello di risposta”
alla globalizzazione. Nella dialettica politica che, al
di là del caso Fiat, si sviluppa sula globalizzazione,
il PD si colloca dunque a destra.
Passiamo ora alla posizione della CGIL, che ha registrato
alcune vistose oscillazioni, pur mantenendo una sostanziale
opposizione alla strategia di Marchionne (cosa che non va
dimenticata – alla faccia dei “processi alle
intenzioni”) e quindi contrapponendosi, su questo
terreno, agli altri due sindacati confederali.
Il segnale più vistoso delle oscillazioni è
consistito nell'ipotesi di “firma tecnica” dell'accordo,
nel caso di una vittoria del “sì” al
referendum, espressa pubblicamente da Susanna Camusso in
interviste ai giornali. Un'ipotesi che era sbagliata ella
sostanza: non perchè sia improponibile in generale,
ma perchè è proponibile solo in caso di accordi
“brutti” nel senso che sono insufficienti, ma
che lasciano margini e possibilità di modifica/miglioramento
futuro; questo era invece un accordo che conteneva, built-in
nelle sue norme, l'impossibilità di modificarlo.
Ma, al di là di questo, una cosa era se l'ipotesi
di “firma tecnica” fosse stata prospettata in
una riunione interna con la FIOM; un'altra è averla
anticipata pubblicamente. E' come se un sindacalista, anziché
dire alla sua delegazione trattative “chiediamo 100
ma se ci danno 50 secondo me dobbiamo firmare lo stesso”,
lo anticipi pubblicamente; in quel caso la controparte regola
al ribasso la propria disponibilità iniziale, e tu
poi devi firmare a 10 o 20. E' come se un generale abbia
l'”idea tattica” di far passare le truppe nemiche
per poi accerchiarle da dietro, e lo annunci pubblicamente!
Inoltre, tutto ciò avrebbe inciso negativamente nel
rapporto con i lavoratori, dando spazio all'idea che “in
fondo, sono tutti uguali...” e che le distinzioni
sono solo formali.
Dopodichè, però, la CGIL mi pare abbia assunto
correttamente i risultati del referendum, ottenuti grazie
alla posizione ferma della FIOM: assumendo una linea non
equivoca di ricorso a tutte le possibilità giuridiche
di impugnazione dell'accordo e la proposta di riapertura
della trattativa, e aprendo la possibilità di un
confronto unitario sulle regole della rappresentanza a partire
da una piattaforma non equivoca.
E la FIOM? Non so se abbia scelto i modi giusti per “capitalizzare”
un risultato che è in larga misura dovuto alla linea
chiara e senza oscillazioni che essa ha mantenuto di fronte
a Marchionne.
Il suo atteggiamento, nel dibattito interno alla CGIL, ha
contribuito ad alimentare le tendenze a “contrapporre
CGIL a FIOM”, che costituiscono uno degli elementi
della “strategia avversaria”.
(Non a caso, la motivazione pretestuosa con cui la CISL
rifiuta il confronto sulla proposta CGIL sulla rappresentanza
è che questa è solo un espediente per ridurre
le contraddizioni interne).
Intendiamoci: la CGIL attuale non è “all'altezza
dei compiti” che richiederebbe la situazione. Non
credo che ci siano – al suo interno – settori
che accettino il “modello Bonanni” di relazioni
industriali; ma ci sono settori che, riuscendo a fare accordi
unitari, più o meno decenti a seconda dei casi (in
alcuni prevale una logica diversa dal “modello Bonanni”,
in altri “ci si scava una nicchia” senza scontrarsi
col modello), sperano di andare avanti senza affrontare
i nodi della contraddizione.
(E, in proposito, è paradossale che la mozione congressuale
“di sinistra” si sia, in sostanza, caratterizzata
per una richiesta di maggiore autonomia delle categorie...).
Questo riflette una “deriva” più generale
degli ultimi due decenni: quella di navigare (più
o meno bene) nei margini consentiti dal quadro esistente,
rinunciando a priori a una prospettiva di modificarlo. E,
con “quadro esistente”, non parlo ovviamente
della “società capitalista”, ma dell'assetto
di relazioni industriali e di politiche economiche generali
prevalente. E' una “deriva” che spesso viene
attribuita semplicisticamente alla “concertazione”
in quanto tale, ma che invece ha radici più profonde:
se vogliamo, questo è un riflesso profondo di una
crisi politico-culturale della sinistra che ha investito
anche la CGIL – non riducibile alla mancanza, dopo
la dissoluzione del PCI, di un “partito di sponda”.
Dunque, sul terreno confederale ci sono rischi di “deriva
ulteriore”. Ma l'unica via è quella di porre
precisi “paletti” in proposito, in termini di
contenuto e di procedure, e non quella di “contrapposizioni
a priori”, basate su “processi alle intenzioni”,
che danno spago alle manovre di divisione su cui conta l'avversario
(si veda ad esempio il modo in cui CISL e soci hanno “rispedito
al mittente” la proposta CGIL sulla rappresentanza).
E non è una via, ma è una pura “scorciatoia
simbolica”, la proposta di sciopero generale che alcuni
presentano come lo “sviluppo logico” dei risultati
del referendum: sciopero generale contro chi? Per ottenere
quali risultati? (Non mi riferisco qui ovviamente allo sciopero
del 28 gennaio, che è giusto e doveroso, anche se
“difficile”, e ha una tematica precisa). Il
problema resta quello – di non facile soluzione –
di costruire, in modo articolato, nei luoghi di lavoro la
forza capace di impedire il disegno di omologazione/subordinazione
del sindacato. Su questo torneremo.
4. la strategia di Marchionne
La recente intervista fatta a Marchionne da Ezio Mauro
su Repubblica permette di vedere in tutti i suoi aspetti
la strategia del capo della Fiat (e – tra parentesi
- è un modello di professionalità giornalistica,
in cui l'intervistatore, senza esporre opinioni proprie,
fa le “domande giuste” per far emergere le posizioni
dell'intervistato, offrendo così uno strumento informativo
utile ai suoi interlocutori, amici o avversari che siano).
Non ripercorrerò qui tutte le risposte di Marchionne.
L'elemento centrale che emerge è la sua intenzione
di generalizzare il “modello Pomigliano-Mirafiori”
tutti gli stabilimenti Fiat. La sua generalizzazione permetterebbe
mirabolanti risultati, non solo sul piano produttivo, ma
su quello della condizione dei lavoratori: possibilità
di partecipazione agli utili, e di arrivare a salari “di
livello tedesco”.
Questa strategia sembra basarsi su un grande bluff produttivo
e di mercato – come hanno mostrato, nei loro articoli
sul Manifesto, Guido Viale (sul piano più complessivo)
e Tonino Lettieri (su un piano più immediato e specifico).
Non v'è alcuna base attendibile negli obiettivi produttivi
che il fantomatico “piano industriale” di Marchionne
pone per Fiat-Chrysler: né sul piano delle tendenze
generali del mercato, né su quello delle quote (pesantemente
declinanti) che Fiat occupa sul mercato attuale, né
– infine – su quello degli investimenti effettivamente
decisi da Fiat (le cifre sbandierate da Marchionne, come
nota Massimo Mucchetti citato da Viale, non compaiono nei
bilanci).
Ma, anche se prendiamo per buoni gli obiettivi sbandierati
da Marchionne, “i conti non tornano” per la
produzione italiana, come mostra Lettieri. Partendo dalle
produzioni “incomprimibili” (perchè
già in atto, perchè riguardano mercati su
cui la Fiat “tira”, o perchè corrispondono
a investimenti effettivamente in atto), lo “spazio
produttivo” che resta all'Italia è nettamente
inferiore alle cifre ipotizzate da Marchionne (e non entro
nel merito dello “spazio di mercato” tipo il
SUV che verrebbe assegnato a Mirafiori). (In proposito,
una curiosità. Oltre la metà di questi SUV
dovrebbe essere destinata al mercato nord-americano: quindi,
il motore arriverà dagli USA, il completamento della
vettura avverrà a Torino, e poi più della
metà delle vetture torneranno negli USA. Ma, al di
là di questo – come mi ha fatto notare Andrea
Ginzburg – il modello Chrysler di SUV che verrà
prodotto a Torino è al top della classifica delle
vetture più inquinanti prodotte negli USA: facendo
la produzione finale a Torino, sarà più facile
godere degli incentivi anti-inquinamento dell'amministrazione
Obama – salvo poi riproporre negli USA le stesse vetture
inquinanti).
Alla fin fine, sembra di intravvedere in Marchionne un certo
“stile berlusconiano” (non mi riferisco ovviamente
ai costumi sessuali: Marchionne è un tipico “calvinista
di destra”): gli obiettivi produttivi che prospetta,
la prospettiva che fa balenare di partecipazione agli utili
e di “salari tedeschi” ricordano le promesse
berlusconiane di “un milione di posti di lavoro”
(o di far scomparire la spazzatura napoletana in una settimana)
ed altre amenità. (E il suo rifiuto di “mettere
sul tavolo negoziale” un concreto piano industriale
complessivo, suffragato da cifre e date, ricorda il rifiuto
berlusconiano di rispondere ai giudici....).
Al di là delle battute, c'è dietro questo
“stile” una logica diversa da quella di un imprenditore
industriale e radicato in una nazione (anche se “multinazionale”):
c'è una logica finanziaria, in cui gli effetti sulle
quotazioni di borsa contano più che le quote di mercato
(finchè dura...), e in cui le localizzazioni sono
indifferenti, non dico a una “centralità italiana”
(così come la Volkswagen mantiene a suo modo una
“centralità tedesca”) ma a considerazioni
centrate su una logica di produzione.
Dopodichè, la strategia di Marchionne sta comunque
riscuotendo alcuni risultati politici, al di là del
servile consenso immediatamente riscosso da CISL e UIL.
I vertici di Confindustria e di Federmeccanica, al di là
dei dissensi espressi inizialmente dalla loro “base
imprenditoriale”, accettano il nuovo modello di relazioni
industriali da lui proposto. Certo, c'è una resistenza
di FIM e UILM (non del FISMIC!) alla cancellazione di un
impianto contrattuale a due livelli (nazionale ed aziendale),
ma – dato che il contratto nazionale separato da esse
firmato offre amplissimi spazi alle “deroghe”
- potrebbe anche ridursi a una questione puramente formale.
E, sul terreno politico, la sintonia con la linea di Sacconi
è un elemento “forte” che può
ben andare al di là delle sorti personali di Berlusconi
(l'atteggiamento di Veltroni, per quel che vale, può
indicare qualcosa in proposito). Per ora, il governo aiuta
la Fiat, oltre che con l'appoggio politico-sindacale, finanziando
a go go la sua Cassa Integrazione in deroga; più
in là, potrebbero arrivare aiuti più sostanziosi.
Questo non elimina il problema di come Marchionne riuscirà
a generalizzare il suo “modello” negli altri
stabilimenti Fiat. E' anche possibile che, in alcuni, si
abbia una sua applicazione “soft” (si fa per
dire...): alternando periodi ritmi/turni massacranti con
periodi di CIG, si può “spalmarne il peso”
in modo che sia meno insostenibile, e – soprattutto
– rendere difficile l'organizzazione del conflitto
sindacale. Ma ci sono pure in Italia stabilimenti in cui
la Fiat sta producendo davvero, e cioè ha bisogno
di produrre (pensiamo a Melfi). Qui la situazione si farà
più complicata..
5. i problemi che ora deve affrontare il sindacato
La FIOM (e con essa i sindacati di base che si sono opposti
all'accordo) ha lavorato bene: la sua posizione difronte
all'accordo-diktat ha fruttato, non solo in termini di voto,
ma – come mostrano i dati dell'inchiesta prima citata
– in termini più profondi di rapporto con i
lavoratori. Ha lavorato bene anche, e soprattutto, sul terreno
dell'opinione pubblica (lo riconosce anche Marchionne –
che, un po' berlusconiano anche in questo, attribuisce alla
“capacità di campagna mediatica” il risultato
ottenuto dalla FIOM nel referendum). E' un aspetto importante
(ricordate l'insistenza di Mao sull'importanza di “preparare
l'opinione pubblica”?) ed è servito a riportare
alla ribalta la classe operaia e i suoi problemi. La FIOM
sta continuando ad agire su questo terreno, e fa bene. Ma
il “preparare l'opinione pubblica”, pur importantissimo,
serve in termini “preliminari”, per costruire
condizioni più favorevoli per lo scontro reale. Quindi,
a partire da questo, la FIOM (e la CGIL più in generale)
deve affrontare problemi di grande portata, in condizioni
di estrema difficoltà. Proviamo a riassumerli:
?anzitutto, si tratta di combattere contro la generalizzazione
agli altri stabilimenti Fiat (e all'intero impianto contrattuale
della categoria) del “modello Marchionne”;
?in secondo luogo, si tratta di difendere gli spazi di rappresentanza
elettiva per tutte le organizzazioni sindacali;
?ma, soprattutto, si tratta di ricostruire le condizioni
per una effettiva contrattazione, sia negli stabilimenti
dove sono formalmente “passate” le nuove regole,
sia in quelli dove non sono (ancora?) passate.
Quest'ultimo è il terreno decisivo, e si articola
in molteplici temi, quali: un salario la cui dinamica non
si basi puramente sugli aumenti dovuti ai turni e agli straordinari
(gli “aumenti” sbandierati in modo mistificato
da Marchionne), ma su parametri controllabili di produttività
e qualità; una negoziazione seria sul problema della
collocazione degli inidonei nella nuova organizzazione produttiva;
e, soprattutto, la ricostruzione di un controllo sulle condizioni
di lavoro.
Ricostruzione: perchè questa capacità di controllo
si era già largamente persa ben prima degli accordi
imposti da Marchionne. E qui è opportuno un breve
sguardo retrospettivo.
Agli inizi degli anni '90, l'”accordo costitutivo”
dello stabilimento Fiat di Melfi, firmato unitariamente
dai tre maggiori sindacati metalmeccanici, sanciva –
tra le altre cose – due condizioni estremamente pesanti:
?sul piano dei ritmi di lavoro, il passaggio dal tradizionale
TMC al cosiddetto “TMC/2”, che comportava un'intensificazione
dei ritmi del 20-25% in media;
?sul piano dei turni di lavoro, l'accettazione di un sistema
di 18 turni su 6 giorni.
Ci sono singolari simmetrie tra quanto avvenne allora e
quanto è avvenuto oggi. Anche allora, l'accordo fu
in qualche modo giustificato come “caso eccezionale
e non ripetibile”, volto a impedire che la Fiat facesse
il nuovo investimento all'estero (oltre a questo, fu giustificato
– nei discorsi informali e non ufficiali – perchè
era la condizione per sbloccare le trattative sul CCNL dei
metalmeccanici). Sta di fatto che quell'accordo aprì
una breccia che non si è più richiusa –
oltre a contribuire a determinare condizioni di lavoro che,
a Melfi, hanno prodotto circa 2000 inidonei e oltre 200
casi di ernia del disco (in una popolazione lavorativa molto
giovane rispetto alla media Fiat).
Nel corso degli anni, gli operai di Melfi hanno progressivamente
lottato contro queste condizioni – fino alla grande
ribellione contro il sistema di turni (sostenuta dalla FIOM)
che ha portato a una loro, sia pur temporanea, modifica
e riduzione. Ma – al di là di questo –
si è avviata una fase in cui, in tutto il sistema
Fiat, si è progressivamente allentato il controllo
sulle condizioni di lavoro, già parzialmente indebolito
dalla sconfitta dell'80. Non a caso, ciò si è
collegato (con un nesso di “causalità reciproca”)
all'indebolimento della rappresentatività dei delegati
in riferimento alla concreta condizione di lavoro e al progressivo
sfilacciamento del tessuto unitario del sindacato in fabbrica.
Il fatto che la stessa FIOM, a Pomigliano come a Mirafiori,
abbia dovuto dichiararsi disponibile a considerare le condizioni
di ritmi e di turni proposte dalla Fiat (rifiutando solo
le lesioni dei diritti di sciopero e di rappresentanza elettiva)
riflette il livello di debolezza a cui si era arrivati nei
rapporti reali sul luogo di lavoro. (E gli stessi ultimi,
deludenti risultati della FIOM nelle ultime elezioni per
le RSU di Mirafiori riflettono questa situazione).
Oggi, quindi, ci si trova in qualche modo a “ripartire
da zero”, e in condizioni di particolare difficoltà:
?non c'è quel minimo “tessuto unitario comune”
derivante da una comune volontà di contrattare, magari
su posizioni diverse, più moderate o più radicali,
che c'è stato in altri periodi (anche di relativa
divisione sindacale);
?inoltre, la possibilità di ricostruire dal basso
un rapporto quotidiano e organizzato con i lavoratori si
scontra, a Pomigliano e a Mirafiori, con la condizione di
Cassa Integrazione
che coinvolge tutti i lavoratori (anche se alcuni in modo
intermittente).
E, tuttavia, questa è la strada obbligata: ricostruire
un rapporto capillare con i lavoratori, dentro la fabbrica
(quando è in funzione) e fuori, attivare un tessuto
di informazione costante verso e da i lavoratori, ponendo
al centro i problemi della condizione concreta di lavoro
e di come dev'essere regolata e retribuita.
Naturalmente, non è questo l'unico lavoro da fare:
tutte le vie per garantire l'esistenza di una rappresentanza
universale ed elettiva dei lavoratori vanno percorse, cercando
le soluzioni unitarie che sono indispensabili per questo
scopo (a condizione di non ledere il diritto di sciopero
dei lavoratori e i diritti di iniziativa contrattuale dei
sindacati).
Mi fermo qui: non spetta a chi è “esterno”
(alla fabbrica come all'organizzazione sindacale) formulare
proposte specifiche – se mai, le può fare come
proposte di lavoro nell'ambito dell'organizzazione sindacale.
Vorrei però segnalare, per un'argomentazione che
non si limita alle “generalità” di questo
samizbar, lo scritto di Gianni Marchetto, Reset, ovvero:
a capo 12..., che molti di voi avranno già ricevuto
(se non siete nella sua sterminata mailing list dovreste
preoccuparvi: siete proprio degli emarginati....), o che
potranno richiedere a marchetto.gianni@gmail.com
* dalla newsletter di www.controlacrisi.org
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