Fin da quando
si profilò la possibilità di una trasmissione ereditaria
del potere in Egitto, circa otto anni fa, affiancata dal
persistente rifiuto del presidente Hosni Mubarak di nominare
un vicepresidente, sembrò che il direttore dei servizi segreti
Omar Suleiman – o il ministro
Omar Suleiman, come egli ama farsi chiamare in Egitto – fosse entrato
in un’aspra competizione con il figlio del presidente egiziano,
Gamal, per assicurarsi il sostegno straniero – un fattore
che gli avrebbe permesso di prevalere su Gamal
nella corsa alla presidenza, soprattutto vista l’assenza
di altri avversari.
Nel frattempo,
pesanti trasformazioni stavano travolgendo gli Stati Uniti,
nei quali si stava affermando l’era dei neocon,
e di conseguenza dell’egemonia della lobby sionista sul
Congresso americano – sia sui repubblicani che sui democratici.
Il risultato fu che la politica estera americana divenne
ostaggio delle ossessioni israeliane come non era mai accaduto
in passato.
Il fatto è
che Mustafa el-Feki,
presidente della Commissione affari esteri del parlamento
egiziano, e uno dei pilastri politici dell’era Mubarak,
non aveva affatto travalicato la verità affermando che per
definire il nuovo presidente egiziano c’era bisogno “dell’accordo
di Washington e della non opposizione di Israele”. Egli
aveva fatto tali affermazioni prima che si delineasse l’era
delle rivoluzioni arabe preannunciata dalla Rivoluzione
dei Gelsomini in Tunisia. E anche adesso, il fattore straniero
non ha perso del tutto la sua importanza, come dimostra
il fatto che esso ha contribuito all’insediamento dell’attuale
governo in Tunisia, il quale senza dubbio non soddisfa gli
obiettivi della rivoluzione tunisina. E non è detto che
questo discorso non valga anche per l’Egitto, alla luce
della frenesia israeliana che ha raggiunto un livello senza
precedenti nell’esercitare pressioni su tutti i suoi alleati,
e della stessa situazione negli Stati Uniti, dove i politici
seguono da vicino lo sviluppo degli eventi al Cairo e nelle
altre città egiziane.
In questo clima,
è evidente che Washington, anche su richiesta dello stato
ebraico, ha chiesto al presidente egiziano Hosni Mubarak
di nominare Omar Suleiman alla vicepresidenza, in primo luogo per porre fine
alle voci su una possibile trasmissione ereditaria del potere
– che rappresentava una provocazione per l’opinione pubblica
egiziana – e per tentare di placare la collera popolare
nelle strade; ed in secondo luogo, per assicurare un passaggio
dei poteri senza scossoni qualora gli sforzi per convincere
Mubarak a lasciare l’Egitto fossero stati coronati dal successo
(cosa non ancora verificatasi nel momento in cui scriviamo
queste righe). Il fatto che i manifestanti si siano concentrati
su Mubarak significa che una sua partenza potrebbe realmente
portare a un declino del movimento di protesta, in attesa
delle riforme che potrebbero essere portate avanti da Suleiman in qualità di nuovo presidente o di presidente di
transizione (dove l’espressione “presidente di transizione”
in realtà non significa nulla, poiché Suleiman
potrebbe restare a tempo indeterminato, o fino a quando
non verrà rovesciato da una nuova rivoluzione).
Da almeno otto
anni Suleiman è entrato in competizione
per la presidenza assecondando gli americani nelle questioni
che maggiormente attiravano il loro interesse, in primo
luogo la questione palestinese. Non vi è dubbio che la trasformazione
della politica regionale americana al servizio di Israele
abbia contribuito a questo. Suleiman
ha ricevuto in gestione l’intera questione palestinese,
e non vi era politico israeliano, di destra o di sinistra,
che non avesse colloqui con lui, e che non stringesse amicizia
con lui.
Per contro,
Hosni Mubarak, benché avesse ottenuto il silenzio americano
sulla propria campagna per mettere a tacere l’opposizione
(ed in primo luogo i Fratelli Musulmani), non era in grado
di opporsi al fatto che a Suleiman
rimanesse il pieno controllo della questione palestinese,
pur essendo egli consapevole dell’ambizione di Suleiman
di giungere alla presidenza.
Quest’ultimo
ha gestito la questione palestinese in una delle fasi più
delicate degli ultimi decenni. Fu lui a fornire agli israeliani
la possibilità di assassinare Yasser Arafat senza clamore
(è opinione pressoché unanime nel mondo arabo che la
morte di Arafat, avvenuta in circostanze misteriose e mai
chiarite del tutto, sia stata “provocata”; inoltre l’intelligence
egiziana ha storicamente avuto notevoli capacità di infiltrarsi
nei territori palestinesi, soprattutto a Gaza, prima che
Hamas si impadronisse della Striscia (N.d.T.) ), e successivamente
a garantire una transizione del potere senza scossoni nelle
mani di coloro che in precedenza avevano cercato di ribellarsi
ad Arafat – la fazione di Mahmoud Abbas
e di Mohammed Dahlan. Non vi è dubbio che ciò avvenne a seguito degli sforzi
di schiacciare la seconda Intifada, cosa che rappresentava
una priorità per lo stato ebraico.
Dopo di ciò,
Suleiman supervisionò le fasi
successive – dalle elezioni legislative palestinesi ai successivi
provvedimenti volti a boicottare Hamas e ad assediare il
suo governo, fino alla guerra di Gaza in occasione della
quale Suleiman compì ogni sforzo
affinché il conflitto si concludesse con la disfatta totale
di Hamas. Egli esercitò enormi pressioni sui negoziatori
di Hamas affinché annunciassero un cessate il fuoco unilaterale,
al fine di farli apparire sconfitti e di far accettare loro
le condizioni israeliane – cosa che fallì, come tutti sanno,
visto che furono gli israeliani ad annunciare un cessate
il fuoco.
Nel frattempo
Omar Suleiman sovrintendeva al
percorso sul quale concordano tutti gli israeliani, ovvero
il programma dello stato palestinese dai confini provvisori
– una soluzione “temporanea” a tempo indeterminato – ed
esercitava pressioni sui palestinesi affinché tenessero
fede agli impegni sulla collaborazione di sicurezza con
Israele, continuando intanto a lavorare quotidianamente
per soffocare la Striscia di Gaza e addomesticare Hamas
attraverso pressioni e varie forme di ricatto, in particolare
riguardo all’unico valico della Striscia che dà sul mondo
esterno (il valico di Rafah al confine con l’Egitto (N.d.T.) ). Non vi è poi
bisogno di ricordare qui il ruolo di Suleiman
nel raggiungimento dell’accordo per la fornitura di gas
a Israele, sebbene alcuni abbiano attribuito questo accordo
ad Ahmed Ezz, membro di spicco
del Partito Nazionale Democratico al governo.
Alla luce di
tutto questo, è possibile dire che gli israeliani attendono
col fiato sospeso i futuri sviluppi. Essi preferirebbero
senza alcun dubbio che la crisi si risolvesse con la presidenza
di Omar Suleiman, tanto più che
essi sanno bene che Hosni Mubarak, a causa del suo precario
stato di salute, non potrà resistere alla presidenza per
più di un anno o due. Per gli israeliani, Omar Suleiman
è certamente preferibile a Gamal Mubarak poiché Suleiman è
senza dubbio maggiormente in grado di controllare la situazione
interna del paese.
Se la rivolta
egiziana dovesse tradursi nella presidenza di Suleiman,
sarebbero gli israeliani ad emergere come i principali vincitori,
non solo sul piano egiziano che a loro interessa più di
qualsiasi altra cosa, ma anche sul piano della possibilità
di fermare il propagarsi delle rivolte arabe, le quali certamente
entrerebbero in una fase di delusione e frustrazione qualora
dovessero essere questi i risultati. Tuttavia non possiamo
essere certi di quest’ultimo esito, ed anzi tendiamo a ritenere
che le masse, che hanno ormai scoperto il segreto della
loro forza, non si sottometteranno a nessuno.
Il popolo egiziano
– che si è ribellato non solo per il pane, come sostengono
molti, ma per la libertà, il pluralismo, la dignità e la
salvaguardia della sicurezza nazionale – questo grande popolo
non accetterà di scambiare Hosni Mubarak con Omar Suleiman,
tanto più che quest’ultimo è un elemento essenziale del
regime che ha rovinato il paese e impoverito i suoi abitanti.
In questi giorni
il popolo egiziano non difende solo se stesso e i suoi diritti,
ma difende noi tutti, dall’Oceano Atlantico al Golfo Persico.
Difende il nostro diritto a vivere liberi e ad essere padroni
delle nostre decisioni. Quando questo accadrà, la fine del
progetto sionista sarà solo questione di tempo. Allora finalmente
la nazione araba avrà diritto ad avere un posto sotto il
sole adeguato alla sua storia, alla sua religione ed alla
sua civiltà.
Yasser al-Zaatera è un commentatore ed analista politico giordano di origine
palestinese; scrive abitualmente sul quotidiano giordano
al-Dustour; è autore di diversi libri, fra cui “Il fenomeno
islamista prima e dopo l’11 settembre”, pubblicato in Libano
nel 2004
da: www.medarabnews.com/2011/02/09/perche-gli-israeliani-preferiscono-omar-suleiman/
Versione originale:
http://www.aljazeera.net/NR/exeres/74002B45-09CE-444D-9AC1-95934EEDB1EA.htm
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