Per decenni
le aule sono state il luogo di incontro e di avvicinamento
tra ceti diversi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente:
sotto il velo della "meritocrazia" il nostro Paese
è tornato ad essere classista in modo feroce
Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad
avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi
e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano
possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava
un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità
e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale,
e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato,
o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai
padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po'
retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva
e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo,
la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro
figli, che ora sono tutti dottori.
Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in
prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata
la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili,
con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti. "A me
professò 'sto discorso del merito mi fa rodere. La
meritocrazia, la meritocrazia... ma che significa? E chi
non merita? E noi altri che stamo indietro, noi che non
je la famo, noi non contiamo niente?".
Questo mi dice Antonia e neanche mi guarda quando parla,
guarda fuori, verso i palazzoni di questo quartiere di periferia,
verso quei prati dove ancora le pecore pascolano tra gli
acquedotti romani e il cemento. Qui la divina provvidenza
del merito non passa, non illumina, non salva quasi nessuno.
Guardo la classe: Michela ha confessato che non può
fare i disegni di moda perché a casa non ha un tavolo,
nemmeno quello da pranzo. Mangia con la madre e la sorella
seduta sul letto, con il vassoio sulle ginocchia, in una
casa che è letteralmente un buco. Roberta invece
mi racconta che stanotte hanno sparato in faccia al
migliore amico del suo fidanzato, "era uno che se faceva
grosso, che stava sulle palle a tanti, ma nun era n'animale
cattivo, nun se lo meritava de morì così a
ventidue anni". Samantha invece trema perché
stanno per buttarla fuori di casa, a lei e alla madre e
ai due fratelli, lo sfratto ormai è esecutivo e i
soldi per pagare l'affitto
non ce li hanno, forse già stanotte li aspetta la
macchina parcheggiata in uno slargo vicino casa, forse dovranno
dormire lì, e lavarsi alla fontanella con gli zingari.
La miseria produce paura,
aggressività, ignoranza, cinismo. In pochi hanno
i libri di scuola, si va avanti a fotocopie, anche se ogni
insegnante ha ricevuto solo centocinquanta fogli per tutto
l'anno, "perché i tagli si fanno sentire anche
sui cinque euro, la scuola non ha più un soldo".
In queste scuole di periferia le tragedie si accumulano
come legna bagnata che non arde e non scalda, ma fuma e
intossica. Tumori, disoccupazione, cirrosi epatica, aborti,
droga, incidenti stradali, strozzini, divorzi, risse: tutto
s'ammucchia rrendamente, tutto si mette di traverso e oscura
il cielo. A ragazzi così segnati, così distratti
dalla vita storta, oggi devo spiegare l'iperbole e la metonimia,
Re Sole e Versailles, Foscolo e il Neoclassicismo. E loro
già sanno che è tutto inutile, che i posti
migliori sono già stati assegnati, e anche quelli
meno buoni, e persino quelli in piedi. Hanno già
nel sangue la polvere del mondo, il disincanto.
"E non ci venissero a parlà di eccellenza che
je tiro appresso er banco. Tanto ormai s'è capito
come funziona sto mondo: mica serve che lavorino trenta
milioni de persone, ne abbastano tre, e un po' di marocchini
a pulì uffici e cessi. Il paese deve funzionà
come n'azienda? E allora noi non serviamo, siamo solo un
peso. Tre milioni
de capoccioni, de gente che sa tutto e sa come mette le
mani nei computer e nelle banche, e gli altri a spasso.
Gli altri a rubà, a spaccià, in galera, ar
camposanto, dentro una vita di merda". Forse ha ragione
questa ragazza, suo padre ha "un brutto male",
come direbbe il buongusto - "un cancro che lo spacca,
professò", dice lei - forse è vero che
non dobbiamo fare della meritocrazia un ulteriore setaccio:
l'oro passa e le pietre vengono buttate via.
I ricchi hanno
capito al volo l'aria che tira, aria da Titanic, e hanno
subito occupato le poche scialuppe di salvataggio: scuole
straniere, master, stage, investimenti totali nello studio.
L'élite non ha più tempo né voglia
di ascoltare le pene della nazione, le voci dei bassifondi:
ha intuito il tracollo della scuola pubblica e ha puntato
sulle scuole di lusso. E così la scuola non è
più il luogo del confronto, della convergenza, dell'appianamento
delle differenze e della crescita collettiva. Non si sta
più tutti insieme a istruirsi per un futuro migliore,
a sognare insieme. Chi ha i soldi il futuro se lo compra,
o comunque si prepara a "meritarselo". Chi non
ha niente annaspa nel niente e deve anche subire l'affronto
dei discorsi sull'eccellenza. Ormai il nostro paese è
tornato ad essere ferocemente classista, ai poveri gli si
butta un osso e un'emozione della De Filippi, li si lascia
nell'abbrutimento e nell'ignoranza, mentre ai ricchi si
aprono le belle strade che vanno lontano: lontano da qui,
da questa nazione che inizia a puzzare come uno stagno d'acqua
morta
(09 febbraio 2011)
http://www.repubblica.it/scuola/2011/02/09/news/lotta_banchi-12236180/
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