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Il governo pakistano ha dato le dimissioni.
È da
tempo che insieme ad altri pochi (ahimè) osservatori
italiani della politica internazionale, considero
il Pakistan come il perno delle spinte telluriche geostrategiche che stanno segnando la crisi sistemica attuale.
Tutti presi dall’analisi economica - per non venirne
a capo, perché la crisi attuale è economica solo in seconda istanza - e tutti attenti al battere di palpebre
del presidente Barack Obama - come se un impero che si rispetti e complesso
come quello statunitense fosse veramente alla mercé
di un singolo individuo - si finisce per guardare
il dito e mai la Luna.
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I continui
bombardamenti di droni statunitensi sul suolo sovrano del Pakistan erano visti
al più come “eccessi” o “sbagli”. Che il Pakistan sia
al centro dell’Asia, incastonato tra Cina, India e repubbliche
ex sovietiche asiatiche (quindi Russia) e che la guerra
in Afghanistan fosse una guerra “pakistana”, i più si
sono rifiutati di capirlo. O meglio, il circo massmediatico
ha chiesto ai propri “esperti” di non dirlo.
Qualche ribelle
ovviamente si è sottratto alla consegna, ma in realtà
Obama aveva già spifferato tutto durante la sua campagna
elettorale, quando dichiarò che la guerra in Iraq era
un affare secondario mentre quello principale era la guerra
in “Af-Pak” (Afghanistan+Pakistan).
Era quindi implicito che la strategia statunitense si
stava spostando dal problema del “contenimento” della
Cina (tra l’altro considerato un falso problema anche
da falchi come Henry Kissinger) al “contenimento”
della rinata Russia di Vladimir Putin.
Detto incidentalmente
è assurdo che il nostro amato ma disgraziato Paese, di
cui si vogliono festeggiare i 150 anni di esistenza politica
unitaria, debba essere forzato a concentrarsi sul bunga-bunga
mentre tutto intorno stanno accadendo queste cose. In
confronto ballare sul Titanic mentre stava affondando
era un atto di responsabilità. E, purtroppo, buona parte
dell’irresponsabilità sta a sinistra.
Ma torniamo
al Pakistan.
E vediamo,
visto che ci si tiene tanto all’economia, alcune cifre.
Il debito totale del Pakistan ha
raggiunto la cifra record di 117
miliardi di dollari. Come mai? Per quanto
riguarda le critiche interne al mondo politico pakistano,
perché il governo ha violato tutti i limiti imposti dal
Fiscal Responsibility and Debt Limitation Act. Il debito
pro-capite verso prestatori interni o internazionali è
passato dalle 22.000 rupie (258 dollari) del 2008 (inizio
del mandato del governo attualmente dimissionario) alle
57.000 rupie (670 dollari) di oggi, a fronte di un reddito
annuo pro-capite di 89.000 rupie (1.040 dollari). Ovviamente
la misura del disastro non si capisce con la media del
pollo ma solo considerando che oltre il 40% dei 175 milioni
di Pakistani vive sotto la soglia della povertà.
Ma come si
è arrivati a ciò?
Risponderò
con le parole dell’economista statunitense F. William Engdhal: perché col Washington Consensus,
attraverso FMI e Banca Mondiale gli Stati Uniti hanno
effettuato «la più grande rapina della storia del mondo,
definita erroneamente come “Crisi di debito del Terzo
Mondo”».
Se quella
di Engdhal è una valutazione
di sinistra, ecco allora servita quella di Herman Kahn, che è stato una delle
menti chiave della strategia nucleare statunitense: «Gli Stati Uniti hanno bagnato il naso alla Gran
Bretagna e a tutti gli altri imperi della Storia. Noi
abbiamo messo a segno la più grande rapina mai fatta».
Ed erano parole degli anni Settanta: il peggio doveva
ancora venire.
E così è stato
veramente: il servizio del debito pakistano negli ultimi
cinque anni è salito del 43% per arrivare a 3,11 miliardi
di dollari e ha risucchiato ogni risorsa, annullando pressoché
tutti i progetti di sviluppo. Ma quell’agenzia di cravattari
nota come Fondo Monetario Internazionale chiede di ridurre
la spesa pubblica dato che rispetto al precedente anno
fiscale il debito pubblico è salito del 16,6%: i soldi
servono per pagare gli interessi agli strozzini, non per
dare una speranza ai Pakistani.
Come se non
bastasse, gli “aggiustamenti strutturali” imposti dall’FMI
avevano già fatto piazza pulita del sistema pakistano
d’istruzione pubblica, permettendo l’intrusione dell’Arabia
Saudita che ha finanziato l’invasione di madrase fondamentaliste da
dove sono tra l’altro usciti i ben noti Talebani, gli
studenti coranici.
In compenso
il Pakistan ha ricevuto pressione dai “partner” per mantenere
basso il prezzo del suo petrolio dal primo di questo mese,
nonostante che stia salendo in tutto il mondo.
Non è dunque
sorprendente che le previsioni economiche si siano ridimensionate:
crescita del PIL per il prossimo anno pari al 2,5% contro
una previsione iniziale del 4,5%. Se si pensa a cosa sta
invece succedendo in India e Cina è come parlare di recessione.
Con queste
cifre il Pakistan sta diventando una delle aree più instabili
del pianeta.
È da capire
perché gli Stati Uniti abbiano avuto l’abilità di arrivare
sul punto di alienarsi un alleato così strategico. La
risposta, semplice ma credo del tutto sensata, è che il
diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ovvero, i vari
fronti della strategia statunitense per mantenere l’egemonia
mondiale e contrastare le pretese dei suoi competitor
globali emergenti sono troppi
e ormai se si tappa una falla se ne apre una più grande
da un’altra parte.
Basti pensare
che Mr. President ha dovuto regalare ai finanzieri statunitensi ben
13mila miliardi di dollari - «il
più massiccio trasferimento di ricchezza a Wall
Street in tutta la Storia», come spiega l’analista
e docente di economia Michael
Hudson - e che lo scorso mese si è dovuto
prendere come capo di gabinetto William Daley,
un “bankster”
che proviene da JP Morgan, cioè da una banca così zeppa
di titoli tossici da far venire i brividi.
Ciò vuol dire
che ha bisogno del sostegno dei finanzieri pirati per
sviluppare la sua politica di potenza (negli USA quella
banca in effetti viene spesso chiamata “JP Pirate Morgan”).
Ed è comprensibile
a fronte di una nuova stima del Nobel per l’economia Joseph Stiglitz che valuta in
6mila miliardi di dollari i costi per le sole due guerre
asiatiche “ufficiali”, cioè Iraq e “Af-Pak”,
in contrasto con alleati ormai riluttanti a sborsare quattrini
per aiutare il centro dell’Impero, gli USA: ossia quel
che sempre più a stento viene riconosciuto essere “il
Paese indispensabile”, come lo definiva Madeleine Albright (che, ricorderò sempre
ogni volta che parlo di lei, è quella signora, Segretaria
di Stato del santificato presidente Clinton, che diceva
che mezzo milione di bambini iracheni morti per l’embargo
erano un prezzo giusto).
Si può pensare
che di fronte a queste cifre (questa è l’economia che
conta, l’altra è un “derivato”), per la superpotenza sarà
più utile agire con mezzi più efficaci e più efficienti,
come le destabilizzazioni, gli attentati, la creazione
o il rilancio di nemici fantasma ma micidiali. Con reazioni
analoghe.
D’altra parte
più di venti anni fa gli strateghi della Rand Corporation avevano già capito che i conflitti moderni
avrebbero usato un miscuglio di mezzi ipertecnologici
e di mezzi premoderni, diciamo
così “selvaggi”.
* Megachip