Sciopero generale. Molti lo chiedono, qualcuno l'ha dichiarato.
Usb, Snater, Slai Cobas, Cib Unicobas chiamano i lavoratori
a incrociare le braccia e manifestare a Roma l'11 marzo.
Parla Paolo Leonardi (Usb).
È possibile in questa situazione?
Ha più di un punto di forza. L'Europa continua
a macinare provvedimenti anticrisi che producono ulteriori
attacchi al welfare e alle condizioni di vita. La politica
economica è orientata al salvataggio di banche
e finanza. E non ci sono state risposte collettive - se
non in poche occasioni - capaci di rimettere unitariamente
al centro i problemi della gente: salario, reddito, inflazione,
precarietà.
E i contratti...
La dottrina Marchionne è il punto di arrivo di
un lungo percorso. Puntano al potere assoluto sul lavoro.
Una «lotta di classe dall'alto» che pesa nei
posti di lavoro e sulla vita della gente. L'impossibilità
di decidere e votare sulle proprie scelte è un
vulnus alla democrazia di cui molti si sono accorti tardi;
e solo perché colpisce oggi parti importanti del
sindacato confederale. E' una denuncia che facciamo da
tanto tempo, inascoltati. Sul terreno dei diritti democratici,
non è che un vulnus è grave se fatto contro
la Fiom o la Cgil, mentre se è contro il sindacato
di base non fa niente. La democrazia o è per tutti
o non c'è per nessuno.
C'è però un salto di qualità...
Indubbiamente. Ora viene fatto su vasta scala. Nel pubblico
impiego la Cgil è stata trattata esattamente come
l'Usb. Ho visto molte trattative in cui, a un certo punto,
entravano Epifani, Angeletti e Bonanni e i ministri. L'accordo
era stato fatto altrove, e ci dicevano «prendere
o lasciare». È una pratica cui la Cgil ha
partecipato per decenni. Ora si rivolge contro di lei,
Domani magari persino contro i «complici»
di Cisl e Uil. Si sa, l'appetito vien mangiando...
Ma lo sciopero funziona ancora?
Da sempre lo utilizziamo con una certa parsimonia. Spesso
le nostre iniziative sono fatte di occupazioni, salite
sui tetti, performance non sempre prettamente sindacali.
Ma, davanti a una richiesta che sale dal paese (dai meccanici,
dai precari, dagli studenti, ecc), era importante un momento
generale. Il problema non è chi lo proclama, ma
se lo facciamo vivere nei luoghi di lavoro, se si riprende
parola con forza. In più, vogliamo difendere lo
stesso diritto di sciopero. I tentativi di limitarlo o
disinnescarlo hanno ormai una lunga storia. Oggi siamo
al dunque.
Che vuol dire «generalizzato»?
C'è il tentativo abbastanza evidente di nascondere
questo sciopero; come a dire che se non lo dichiara la
Cgil non ha senso. Ma se c'è un'esigenza vera,
e organizzazioni con una massa critica sufficiente - lo
abbiamo dimostrato con il 17 ottobre 2008, ecc - si può
tentare di bloccare il paese. C'è un rapporto con
parti consistenti dei movimenti; studenti, senza casa,
migranti, «sindacato metropolitano». È
il movimento a doversi dotare di una propria capacità
d'azione. Indipendente, sennò non ha forza.
Di là i complici, di qua i conflittuali.
Prevarrà l'abitudine alla divisione o la necessità
di unità?
La tenuta della Fiom, nella vicenda Fiat, per noi è
stata importante. Abbiamo condiviso la data del 28 gennaio.
Non c'è più un sindacato confederale tutto
«concertativo» e con categorie «inquadrate».
C'è un fatto nuovo: una categoria storicamente
importante prende una posizione diversa e occupa uno spazio
identico a quello del sindacato di base. Tutti siamo costretti
a ripensare noi stessi nella nuova fase. Un certo modo
di fare sindacato di base probabilmente ha fatto il suo
tempo. Dobbiamo chiederci se è ancora la risposta
giusta o se invece dobbiamo iniziare a ragionare in termini
di relazioni tra sindacati del conflitto sociale.
* da Il Manifesto del 13 febbraio