Mistero
su Suleiman
Il chi-è-chi del vertice militare: i sei generali |
di Michele
Giorgio |

Omar Suleiman |
Di Omar Suleiman non si sa nulla. Il
vice presidente è svanito.
Ingoiato, pare, dallo stesso oblio al quale è
destinato l'ex raìs Hosni Mubarak, rinchiuso
nella sua residenza dorata di Sharm el Sheikh o, forse,
fuggito all'estero in segreto. Suleiman, spiega più
di un egiziano, ha cercato di difendere sino alla
fine Mubarak e, di conseguenza, non potrà diventare
presidente.
Altri parlano di contrasti accesi con i generali che
ora comandano in Egitto. Sia come sia Suleiman per
ora è fuori gioco ma il Consiglio militare
supremo non adotta una linea molto diversa da quella
che aveva in mente il vice-presidente. Nessuno strappo
violento, pochi passi sulla strada della transizione
democratica, segnali rassicuranti a Stati uniti e
Israele.
Il «comunicato numero 4» diffuso ieri
dai vertici delle forze armate ha confermato l'approccio
molto prudente, ma anche ambiguo, nella crisi egiziana
avuto sin dall'inizio dall'esercito. Il Consiglio
militare, composto da 18 membri, lascia «provvisoriamente»
in carica il governo nominato da Mubarak per gestire
gli affari correnti, assicura una «transizione
pacifica», rispetta i trattati esistenti, regionali
e internazionali. Una linea che delude e preoccupa
le componenti della «rivoluzione egiziana».
Dei 18 membri quelli che dettano la «linea»
sono 6: il generale e capo di stato maggiore Sami
Enan (il leader nascosto del Consiglio), l'ammiraglio
Mohammed Manish, il comandante dell'aviazione Reda
Hafez, il comandante della regione centrale (Cairo)
Hassan Ruwani, il comandante della seconda armata
(con base a Ismailiyya) Subhi Sebki e il comandante
della terza armata (con base a Suez) Mohammed Igazi.
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Non conta molto invece il generale e ministro della
difesa Mohammed Tantawi, che pure ufficialmente guida
il Consiglio. Sono questi 6 generali che, di fronte all'intransigenza
di Mubarak, aggrappato al potere, venerdì hanno
scelto di scendere in campo. «Ma non hanno in mente
alcuna trasformazione radicale - avverte l'analista Nabil
Abdul Fattah - cercano la continuità con parte
del passato, anche se sono decisi a realizzare le riforme
promesse.
Più di tutto non hanno alcuna intenzione di smantellare
una organizzazione del potere che per decenni ha assegnato
alle forze armate il ruolo centrale nella vita del paese,
anche nell'economia». Con l'avvento di Mubarak al
potere, nel 1981, la polizia e i servizi segreti sono
gradualmente divenuti i pilastri della sicurezza del regime.
All'esercito è rimasto il compito della difesa
del territorio nazionale.
L'ex presidente però ha consentito ai generali
più influenti di entrare nel ricco business delle
forniture militari. «Mubarak ha comprato la fedeltà
degli ufficiali di grado più alto autorizzandoli
a gestire personalmente l'acquisto di armamenti per le
forze armate - spiega l'esperto di questioni militari
Wahid Hanna, del Century Foundation - ciò ha permesso
ai vertici dell'esercito di gestire commesse per miliardi
di dollari. L'acquisto di armi vuol dire anche stringere
rapporti con gli Usa che sono allo stesso tempo i principali
fornitori dell'esercito egiziano e uno sponsor di importanza
centrale attraverso il finanziamento annuale da 1,3 miliardi
di dollari. I capi militari egiziani mantengono relazioni
strettissime con gli alti comandi statunitensi e compiono
frequenti viaggi negli Usa.
Il capo di stato maggiore Sami Enan vanta rapporti di
amicizia con l'ammiraglio Mike Mullen, capo degli stati
maggiori statunitensi, e gode di ottima reputazione a
Washington. Ecco perchè la Casa bianca pur avendo
perduto Omar Suleiman il cavallo sul quale aveva puntato
per il dopo-Mubarak, (per ora) è tranquilla sugli
esiti della crisi egiziana.
da il manifesto 13 febbraio
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