Nei giorni scorsi i compagni dell’Ernesto hanno
pubblicato un appello che invita ad unirsi per «ricostruire
il Partito Comunista». Il fatto che i principali
promotori di questo testo avessero già sottoscritto
anche l’appello “Comuniste e comunisti cominciamo
da noi”, pubblicato il 17 aprile 2008, ha suscitato
inizialmente qualche equivoco. Anche su sollecitazione
di numerosi compagni, dobbiamo perciò chiarire
che si tratta di un’operazione molto diversa da
quella promossa in quella circostanza e dalla quale è
nata l’esperienza di Comunisti Uniti. E dobbiamo
anche spiegare le ragioni per le quali, pur osservando
con grande attenzione quanto accade nel rapporto tra l’area
dell’Ernesto e il PdCI e facendo ai compagni i migliori
auguri affinché quanto c’è di buono
nella loro proposta possa realizzarsi, non è per
noi possibile in questo momento aderire.
Le ragioni della nostra distanza, del resto, sono quelle
che alcuni di noi hanno cercato più e più
volte di esporre ai compagni dell’Ernesto nei mesi
scorsi, proprio per provare a dare un contributo ad un
processo di ricomposizione che speravamo fosse reale ed
aperto e per scongiurare esattamente quelle insufficienze
che il nuovo appello a nostro avviso avrebbe scontato
ed in effetti sconta.
Il primo appello per la riunificazione dei comunisti,
uscito all’indomani della debacle della Sinistra
Arcobaleno alle elezioni politiche e anch’esso massicciamente
promosso dall’Ernesto e dal PdCI, muoveva da una
spietata analisi della crisi della cultura politica comunista
in Italia e della deriva moderata e governista che questo
indebolimento aveva favorito, sino alla catastrofe del
governo Prodi. Anche per questo, l’appello pensava
alla ricostruzione dell’unità comunista attraverso
un percorso costituente che rivendicasse questo nome e
fosse largo e partecipato. Un percorso che guardasse sì
ai due principali partiti comunisti, PRC e PdCI, ma che
coinvolgesse con pari dignità l’ampia diaspora
dei comunisti in Italia, il cui recupero appariva indispensabile
per dare nuova linfa a strutture ormai in declino e per
favorire la nascita di un soggetto comunista realmente
autonomo nei confronti del Centrosinistra. Tutto ciò
in un processo di ricostruzione che evitasse il mero luddismo
e le recriminazioni impolitiche contro i dirigenti corrotti
e traditori ma fosse capace di tenere in equilibrio l’indispensabile
spinta di rinnovamento dal basso e la salvaguardia di
quanto delle forme di organizzazione ancora presenti era
utile conservare.
L’aprile 2008 era il momento più giusto
per lanciare quel genere di appello e per mobilitare le
forze comuniste, ancora sotto choc per la sconfitta e
la conseguente cancellazione dal Parlamento. Aver rinviato
sine die l’avvio del processo, però, si sarebbe
rivelato esiziale per le sorti dell’appello. Dopo
i congressi dei due partiti comunisti e il fallimento
della “gestione unitaria” del PRC, proprio
sulle modalità concreta della riaggregazione dei
comunisti i sostenitori di quell’appello si sono
divisi, perché fortissime erano divenute le spinte
di coloro che immaginavano la ricostruzione comunista
non come un processo costituente largo ed aperto, come
era scritto nel testo dell’appello originario, ma
sempre più come una semplice sommatoria del PRC
e del PdCI. Proprio questa è stata la ragione principale
per la quale, nel 2010, è stato per noi necessario
pubblicare una nuova versione dell’appello e dar
vita a Comunisti Uniti 2.0, esperienza alla quale la maggior
parte dei compagni dell’Ernesto e del PdCI non hanno
voluto contribuire. Era chiaro per noi, infatti, che se
l’obiettivo dell’unità comunista fosse
stato derubricato alla semplice riunificazione di PRC
e PdCI, tagliando fuori qualsiasi coinvolgimento attivo
della diaspora, allora questo tipo di riunificazione parziale
era di fatto già in corso e lo era nella forma
della Federazione della Sinistra. E in tal senso aveva
ragione questa volta il compagno Grassi, il quale aveva
già in quei mesi indicato esattamente questo percorso.
Da subito avevamo spiegato come tale operazione non fosse
per noi convincente né sufficiente. Tuttavia, sin
dall’inizio ci risultavano incomprensibili le critiche
dei compagni dell’Ernesto all’impostazione
di Grassi, perché effettivamente quest’ultimo
aveva delineato le condizioni più realistiche per
il riassorbimento della scissione del 1998. Se invece
- come noi ritenevamo e ancora riteniamo - l’obiettivo
da perseguire è quello più ambizioso e complesso
di un percorso costituente che conduca ad un reale rinnovamento
della soggettività politica comunista organizzata,
ecco che non è certamente sufficiente né
la Federazione (la quale a nostro avviso rappresenta sin
dall’inizio un depotenziamento programmatico dei
due partiti comunisti e l’embrione di una generica
sinistra alternativa), né la fusione fredda di
PRC e PdCI (che avrebbe costituito soltanto la somma di
due debolezze). Ancor meno lo è oggi, dobbiamo
aggiungere, quella che appare come la cooptazione di un
pezzo del PRC all’interno del PdCI.
Non c’è dubbio sul fatto che l’appello
dei compagni dell’Ernesto colga alcuni elementi
di contraddizione reale all’interno del PRC e nemmeno
sul fatto che esso ponga un problema altrettanto reale,
quello dell’urgenza di un partito comunista degno
di questo nome. E’ inoltre condivisibile la parte
analitica sulla crisi economica, sul pericolo reazionario,
sul modello organizzativo del partito comunista di quadri
con concezione leninista e gramsciana, del suo radicamento
di massa, così come l’accenno alla necessità
di un sindacato di classe e di un rilancio della lotta
alla NATO.
Riteniamo però che nel loro documento ci siano
delle lacune, sulle quali vogliamo svolgere un ragionamento.
1) L’appello dell’Ernesto sembra concepire
il partito non come un’avanguardia ma come una sorta
di “sponda”. Quello che appare configurarsi
non è un partito di quadri formato principalmente
da lavoratori, attivisti dei movimenti e intellettuali
organici ma un apparato separato, il quale chiede la “delega”
perché pretende di rappresentare le classi lavoratrici
“meglio di altri”. A nostro avviso, questo
atteggiamento pone le basi per la riproduzione permanente
di un problema sinora sempre irrisolto, quello della separatezza
tra interessi istituzionali e interessi di classe. Una
separatezza che diventa spesso antagonismo tra partito
e classe quando il partito dovesse arrivare a sostenere
un qualsiasi governo in condizioni di rapporti di forza
e dinamiche politiche e socio-economiche sfavorevoli.
2) Certamente il partito comunista e una “generica
forza di sinistra anti-capitalistica” non sono sovrapponibili
e la seconda senza il primo non dà prospettive
di alternativa di sistema. All’inverso, però,
è difficile pensare come un partito comunista che
non “navighi” come un pesce nell’acqua
in un movimento di resistenza sociale tendenzialmente
classista e anticapitalista (che anzi alimenta e possibilmente
orienta) possa concepire delle alleanze larghe utili a
combattere il capitalismo, con la conseguente formazione
di un nuovo blocco sociale di riferimento. E’ curioso
che nel documento si dia molto peso e attenzione alle
convergenze dentro la FdS e con SeL ma si trascuri o si
attacchi contemporaneamente la prospettiva della costruzione
di un fronte anticapitalista di resistenza popolare alla
crisi. A meno che, ovviamente, non si guardi in via programmatica
in primo luogo alle alleanze utili ad andare solo in Parlamento,
magari per essere poi costretti ad appoggiare nuove nefaste
esperienze governiste, e non a quelle utili ad inceppare
l’ingranaggio del capitale.
Il metodo dei “due tempi” - la convinzione
cioè che occorra prioritariamente risolvere il
problema organizzativo e assicurare la sopravvivenza materiale
del partito, per poi occuparsi con calma e a tempo debito
della sua linea politica e definirne obiettivi e programmi
- ci sembra però replicare quel crampo mentale
che da molti anni inficia l’azione della sinistra
italiana. Poiché i processi storici e materiali
sono molto più forti di noi, non c’è
infatti nessuna garanzia che, una volta costruito il partito,
ci siano poi il tempo e le condizioni per fare ciò
che non si è fatto sin dall’inizio. Temiamo
che a quel punto sarebbe troppo tardi, perché i
condizionamenti oggettivi della politica e dell’economia
avrebbero già portato questa nuova organizzazione
politica a giocare la partita interamente nel campo dell’avversario,
e cioè delle compatibilità politiche sistemiche
e del Centrosinistra.
3) Mentre è corretta la critica al PRC e al fallimento
della svolta di Chianciano, si accenna soltanto ai «limiti
ed errori» dell’esperienza del PdCI, «limiti
ed errori» che sarebbero oggetto di un ripensamento,
come nel caso della «riflessione autocritica sulla
partecipazione al governo della guerra contro la Jugoslavia».
A parte il fatto che sull’esperienza del governo
D’Alema e della guerra dei Balcani - soprattutto
dopo le dichiarazioni rilasciate a suo tempo dal defunto
Cossiga e dall’ex presidente del Senato Scognamiglio
- è ancora necessario fare piena luce, cosa vuol
dire tutto ciò? Vuol dire che le altre esperienze
di governo vanno invece bene? Dove è finito il
ripensamento sull’ultimo governo Prodi, che pure
era alla base del primo appello del 17 aprile 2008? Questa
è a nostro avviso la parte più carente del
documento dell’Ernesto, che con queste premesse
rischia di tenere a distanza le centinaia di migliaia
di militanti che sono stati disillusi dalla prassi politica
dei comunisti. Anche rispetto al primo appello di CU,
è completamente sparita la critica al governismo
strutturale e alla subalternità al centrosinistra,
che all’epoca tutti noi ritenevamo, e ancor oggi
continuiamo ritenere, essere stato uno degli elementi
centrali della nostra sconfitta e marginalizzazione.
Nel testo, certamente, si dice che anche il PdCI valuta
«che non esistano oggi le condizioni e i rapporti
di forza per governare col centrosinistra». Tuttavia,
alcune recenti interviste del compagno Diliberto sembrano
declinare diversamente questa posizione. Nell’intervista
rilasciata al sito dell’Ernesto, Diliberto riferisce
che al PD «abbiamo proposto un patto politico-elettorale
che tenga il tema della democrazia, della Costituzione,
del conflitto degli interessi, contro le leggi ad-personam
etc., al centro del proprio orizzonte politico, per cacciare
Berlusconi. Dopo di che, se vincerà il centrosinistra,
quindi Pd, Idv, Sel una volta che avremo visto cosa deciderà
di fare Vendola, a quel punto noi dovremo essere i garanti
per i lavoratori, per i precari, per gli studenti, di
alcuni punti».
Da un lato viene detto, dunque, che mancano le condizioni
«per un patto programmatico complessivo»;
dall’altro vengono però esposte le «tre
cose» che vanno contratte con il PD. Sono «tre
cose» - «Primo: una politica sul lavoro più
decente, con il ristabilimento delle regole del contratto
collettivo nazionale valevoli per tutti e un abbassamento
progressivo del precariato… Secondo:… un investimento
massiccio di risorse sulla scuola pubblica… Terzo:
il fisco… io credo che si possa riparlare in Italia
di una patrimoniale» - che costituiscono già
di per sé un impegnativo programma di lungo periodo.
Un programma che per l’Italia - soprattutto per
quanto riguarda la parte fiscale, la quale tocca direttamente
la redistribuzione delle risorse - sarebbe inaudito e
che appare piuttosto improbabile in questa fase. Le «tre
cose», inoltre, lasciano intendere un voto di fiducia
a favore del governo di Centrosinistra e un sostegno parlamentare
che probabilmente sarà indispensabile sul piano
dei numeri.
Nell’intervista ad Andrea Fabozzi, alle obiezioni
del giornalista - il quale faceva notare come le contraddizioni
politiche dell’eventuale accordo rimanessero intatte
anche senza la presenza al governo di ministri comunisti
-, Diliberto rispondeva del resto, con molta onestà,
che «la logica di questo accordo vuole che noi saremo
leali complessivamente ma che porteremo a casa almeno
questi risultati». Ora, mentre la prima osservazione
esprime una volontà politica chiara, la seconda,
quella relativa ai risultati, è del tutto inverificabile.
Cosa accadrebbe qualora i voti comunisti in Parlamento
fossero decisivi per mantenere in piedi un eventuale governo,
nel caso in cui fossero in discussione provvedimenti economici
di natura antipopolare oppure, per fare un altro esempio,
i rifinanziamenti alle missioni di guerra? Non si determinerebbero
nuove contraddizioni tra i comunisti? E’ realistico
fondare un progetto politico sull’imprevedibilità
di un risultato elettorale che dovrebbe portare i comunisti
in Parlamento ma anche determinare le condizioni per un
governo di unità nazionale che in seconda istanza
lascerebbe ai comunisti mani libere?
In sostanza, ci sembra i compagni dell’Ernesto
non sviluppino nessuna analisi di quel «monopartitismo
competitivo» che pure era stato segnalato loro da
Domenico Losurdo in una recente intervista, e che assimila
tendenzialmente i due principali poli della politica nazionale
nell’ambito delle dinamiche bonapartiste e delle
politiche neoliberiste. «Vediamo all’opera»,
spiega Losurdo, «un unico partito che, con modalità
diverse, rinvia alla stessa classe dominante, alla borghesia
monopolistica. Certo, non manca il momento della competizione
elettorale, ma si tratta di una competizione tra ceti
politici ognuno dei quali cerca di realizzare le sue ambizioni
di corto respiro, senza mettere in alcun modo in discussione
il quadro strategico, l’orientamento culturale di
fondo e la classe sociale di riferimento, e cioè
la borghesia monopolistica».
Sono riflessioni che in realtà risalgono nel loro
nucleo già agli inizi degli anni Novanta e che
sono state confermate dagli sviluppi politici successivi.
A questo proposito, andrebbe adeguatamente studiata la
tragedia storica del PCI-PDS-DS, un partito che dopo la
caduta del campo socialista ha avuto il compito di gestire
la sconfitta della propria classe di riferimento. Dapprima
con dolore, in base alla teoria del “governo dei
processi” e della “riduzione del danno”,
ma poi in maniera sempre più convinta e persino
appassionata, questo partito ha cancellato la proporzionale,
ha personalizzato le dinamiche politiche degli enti locali
con l’elezione diretta, ha modificato la Costituzione,
ha svenduto i monopoli statali trasformandoli in monopoli
privati, ha introdotto i contratti a tempo determinato
aprendo alla precarizzazione del lavoro e abbassandone
il costo, ha fatto una guerra che ha portato alla fine
della Repubblica jugoslava ecc. ecc. Confermando in tal
modo la nota tesi di Gianni Agnelli secondo la quale in
Italia solo la sinistra, che controlla il maggiore sindacato,
può praticare realmente una politica di destra
e aprendo le porte all’affermazione del berlusconismo.
4) Nel documento dell’Ernesto, la prospettiva di
una costituente comunista aperta alla diaspora sui territori
e che, a partire da un solido impianto culturale, coinvolga
tutti i compagni disponibili ponendo le fondamenta per
un soggetto unitario – tutte cose che erano alla
base del primo appello del 2008 – viene evocata
a parole ma di fatto esclusa. Il percorso suggerito dai
compagni dell’Ernesto sembra essere piuttosto quello
di una sorta di annessione o di un ingresso più
o meno diretto nel PdCI a partire dal congresso 2011.
Sotto questo aspetto, anche un eventuale cambiamento
di nome di questo partito significherebbe poco, perché
i soggetti costituenti rimarrebbero comunque quelli: Ernesto
e PdCI. Il limite di questa proposta è ovviamente
quello di parlare esclusivamente a queste due realtà.
Inoltre, il percorso delineato, che è un percorso
di cooptazione sostanziale, non potrebbe in alcun modo
essere in grado di incidere sulla linea politica e i programmi
di questo partito, che resterebbero inalterati.
A conferma di ciò, ricordiamo che nella relazione
introduttiva alla direzione del PdCI del 18 luglio, precisamente
al minuto 32, il compagno Diliberto aveva sconfessato
esplicitamente ogni ipotesi di percorso costituente e
aveva ribadito che il partito comunista c'è già
e che ha le porte aperte per chi vorrà aderirvi.
«Il nostro primo obiettivo» - spiegava Diliberto
- «è dunque il consolidamento e l’allargamento
del Pdci, senza volontà egemonica, mettendo laicamente
a disposizione l’unica forza comunista che esiste
in Italia». E aggiungeva, a proposito della costituente
comunista: «Ultimamente, tra le nostre fila, è
ripartita una sorta di tormentone. “Facciamo la
costituente dei comunisti”, propongono alcuni compagni.
Rispondo a quei compagni, senza alcuna volontà
polemica, fotografando la realtà per quella che
è: ma con chi la vogliamo fare la costituente?
La costituente si fa se pezzi consistenti si mettono insieme
e individuano un percorso comune. Sarebbe stato possibile
se tutta Rifondazione comunista avesse accettato la nostra
proposta. Avremmo dato avvio alla costituente dei comunisti
in maniera seria e credibile».
E’ possibile ed auspicabile che questa posizione
sia nel frattempo cambiata, anche se la frattura che ha
portato Ernesto e PdCI a prendere le distanze da Comunisti
Uniti 2.0 non depone a favore di questa ipotesi. Solo
il decorso degli eventi potrà però chiarire
se il percorso indicato dai compagni sarà realmente
un percorso aperto oppure se, come abbiamo detto, si tratta
di una sorta di cooptazione. D’altro canto, rimangono
ancora del tutto indefiniti i rapporti tra il nuovo soggetto
dei comunisti e la Federazione della Sinistra. Questo
soggetto – che sia il PdCI o che abbia un nuovo
nome – farà ancora parte della FdS? In tal
caso, che senso ha transitare da un partito all’altro
per rimanere comunque all’interno di un’entità
federativa che assorbe sovranità dai due partiti
e che dovrebbe essere il nucleo della loro riunificazione?
Sarebbe in effetti come guardare lo stesso cortile dalla
finestra di fronte…
In sostanza, come abbiamo cercato di spiegare, questo
appello è nelle sue linee-guida molto differente
in analisi e prospettive da quello di CU 2.0, ma ci sembra
che faccia un passo indietro anche rispetto al primo appello
del 2008. Ne apprezziamo certamente l’intento di
fondo e numerosi passaggi ma ancora sono troppi e troppo
importanti i nodi che rimangono irrisolti. Certo, la prospettiva
della Federazione della Sinistra ci sembra non solo insufficiente
ma anche sbagliata, perché tutta interna alla logica
dell’appoggio ad un nuovo Centrosinistra e aliena
da ogni interlocuzione alla propria sinistra e non solo
alla propria destra. E’ dunque giustissima l’esigenza
del partito comunista posta dai compagni dell’Ernesto,
ragione per cui la loro iniziativa va certamente seguita
con attenzione. Come d’altro canto dobbiamo augurarci
e lavorare per la costruzione di un polo autonomo anticapitalista
alternativo all’intero quadro politico bipolare,
dentro il quale tutte le opzioni comuniste (interne e
esterne alla FdS) possano ritrovare livelli superiori
di unità utili alla classe di riferimento. Riteniamo
però che l’unità dei comunisti non
sia una questione nominalistica o un feticcio, ma vada
costruita attorno a dei contenuti concreti: unità
sì, ma per fare cosa? Per praticare quale linea
politica? In caso contrario, temiamo, la declamazione
dell’unità e il richiamo al comunismo rischiano
di ridursi all’occupazione preventiva di uno spazio
simbolico. Ad un atto di auto-attribuzione che lascia
però un’ampia divaricazione tra la retorica
e l’azione politica effettiva.
Per concludere questa nostra riflessione, a quanto suggeriscono
i compagni dell’Ernesto, noi rispondiamo che siamo
da sempre dell’opinione che vada valutata seriamente
ogni proposta sul tema della riunificazione della diaspora
comunista in un Partito utile alla classe di riferimento.
Proprio per questo non ci possiamo limitare ad affrontarle
criticamente, ma rilanciamo la posta in gioco.
Per non esaurirsi nell’enunciato di una buona intenzione,
ogni proposta di ricostruzione di un partito comunista
degno di questo nome dovrebbe trovare momenti di convergenza
a partire da contenuti che siano chiari e che abbiano
un riscontro unitario coerente nelle battaglie politiche
e sociali. Su questo punto e sulla costruzione di un programma
minimo di fase, noi siamo da sempre disponibili alle più
ampie collaborazioni con tutte le forze comuniste in ogni
territorio e a livello nazionale. Chiediamo allora ai
compagni dell’Ernesto perché, a partire da
un certo momento, rifiutano ogni interlocuzione in questa
direzione. Chiediamo loro perché, invece di scindersi
dal PRC ed entrare frettolosamente nel PdCI, non si mettono
a disposizione – con il PdCI se è disponibile,
ovviamente, ma anche con altre soggettività politiche
comuniste ovunque collocate, dentro e fuori la FdS –
ad un processo costituente reale. Chi è disponibile
ad avviare un processo che sia realmente aperto e, sin
dalle sue regole, non precostituito? Chi è disponibile
ad un percorso che, a partire dai territori, abbia davvero
la possibilità di rimettere in discussione la linea
politica sulla quale unirsi, con un dibattito franco e
alla pari? Chi è disponibile a scegliere i dirigenti
più adeguati e le alleanze necessarie solo in conseguenza
della sintesi di questa linea?
Se davvero la proposta fosse quella di una costituente
comunista larga, aperta e partecipata, se davvero si trattasse
di ricostruire il partito comunista e non di un semplice
ingresso nel PdCI, i compagni dell’Ernesto, e chiunque
si dichiarasse per questa prospettiva, non dovrebbero
avere difficoltà a rispondere positivamente alle
nostre domande. Con il vantaggio supplementare di rivolgersi
in tal modo anche al vastissimo mondo della diaspora comunista
e al di fuori del recinto precostituito al quale, per
come è stato formulato, il loro appello sinora
parla.
Comunisti Uniti, 10 febbraio 2011
www.comunistiuniti.it