| Se noi dobbiamo
risvegliarci una volta e riprendere lo spirito di nazione
il nostro primo moto deve essere non la superbia, né la
stima delle cose nostre presenti, ma la vergogna.”
Giacomo Leopardi
Un verdetto amaro quello del grande poeta e saggista
sull’Italia pre-risorgimentale,
veritiero e calzante oggi come centottanta anni fa. Era
indirizzato allora a classi dirigenti, intellettuali e politiche,
imbelli, frantumate e chiuse nel loro particulare, ostili o indifferenti al riscatto unitario
della nazione. Malgrado la paludata retorica del centocinquantesimo
anniversario si avverte la stessa indifferenza se non la
stessa ostilità nei confronti di un risveglio di valori
civili e democratici che sottragga il paese all’obbrobrio
internazionale ed al collasso ultimativo degli interessi
più elementari della comunità nazionale. E’ vero, negli
ultimi mesi, nelle ultime settimane è emersa un’altra Italia,
ahimé ancora minoritaria, che
sta avvertendo quel moto di vergogna di leopardiana memoria
e che si sta mobilitando con lo spontaneismo dell’intollerabilità
per dire basta allo strazio e al grande scempio del berlusconismo:
le donne, gli operai rappresentati da agguerrite minoranze
sindacali, i giovani e gli intellettuali – ancora pochi,
troppo pochi – che stanno uscendo da un trentennale letargo.
Non di questo vogliamo parlare in queste brevi annotazioni,
ma di quel particulare
che cementa in una crosta rivoltante, deleteria e criminosa
la borghesia imprenditoriale italiana.
I fatti al di là e al di sopra delle opinioni:
1) Secondo la Kris Network of
Business Ethic l’evasione fiscale
è cresciuta del 10,1% nei primi 11 mesi del 2010 ponendo
così il nostro paese al primo posto in Europa con il 54,4%
del reddito imponibile evaso. Sono state così sottratte
all’erario imposte superiori ai 159 miliardi di euro. Il
Dipartimento delle Finanze ha comunicato che nel 2008/2009
undici milioni di italiani non hanno pagato l’Irpef e che
solo l’uno per cento dei contribuenti ha dichiarato più
di centomila euro l’anno. I redditi dichiarati da lavoro
dipendente e da pensione sono stati di 33.500 euro; i redditi
d’impresa di 19.792 euro; quelli da lavoro autonomo 44.452.
E, udite, udite, il 50% degli italiani, esclusi i pensionati
e i lavoratori dipendenti, ma quasi tutti negozianti, artigiani,
tassisti, commercialisti, ecc. hanno dichiarato tra i 12.000
e i 14.500 euro l’anno.
2) Secondo Transparency International
l’Italia, per quanto riguarda la corruzione nella pubblica
amministrazione, lo scorso anno è precipitata al 67° posto
nella graduatoria mondiale di 178 nazioni, quattro punti
al di sotto del Rwanda.
3) Gli “stress tests” o “controlli
di rischio” effettuati dal Comitato dei Supervisori Bancari
europei su 90 istituti ha espresso dubbi sullo stato di
buona salute di una trentina degli istituti stessi o sulla
veridicità dei dati da essi forniti. Le banche italiane
avrebbero i conti in regola, ma, come ha commentato ufficiosamente
un vice-presidente della BCE, i bilanci presentati da alcuni
dei nostri istituti di credito “are as
clear as mud”, “sono trasparenti come
la mota”. Si manifesta sorpresa a Francoforte per il gran
numero di istituti bancari e sportelli soprattutto nel meridione
(Corigliano Calabro, un paesone
di 29.000 abitanti da noi visitato, conta ben 13 banche
i cui clienti dovrebbero essere quasi tutti pensionati e
agricoltori) e, sempre a Francoforte, si esprime qualche
perplessità sulla capacità e sui mezzi di cui dispone Bankitalia
per controllare i flussi di liquidità o l’origine di depositi
superiori ai 5.500 euro (procedure GIANOS e denunzie “volontarie”
di operazioni sospette).
4) Il “fatturato” annuo della criminalità organizzata
viene calcolato dalle autorità inquirenti con stime approssimative
per difetto sui 130-160 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti
i milioni o i miliardi del riciclaggio denunziati con scadenze
ormai settimanali da pubblici ministeri, carabinieri e Guardia
di Finanza (IOR, Credito Cooperativo Fiorentino e via dicendo).
E veniamo al dunque: facendo un semplice conto della
spesa, tra evasione ed elusione fiscale, proventi di una
corruzione endemica nella pubblica amministrazione e quelli
della criminalità organizzata, condoni espliciti ed impliciti,
si potrebbe arrivare ad un gran totale di 500 miliardi di
euro, circa un terzo del PIL: un mare di liquidità illecita
su cui galleggia quello che Prodi ha definito “un paese
povero abitato da gente ricca e carente di regole”.
Che questa “gente ricca” si identifichi con una borghesia
e un’imprenditoria di stampo mafioso ne erano convinti Falcone
e Borsellino, ne aveva scritto l’allora magistrato del pool
antimafia Giuseppe Di Lello nel saggio “Giudici” (Sellerio,
1994), lo aveva documentato nel contesto del capoluogo campano
Giorgio Bocca in “Napoli siamo noi” (Feltrinelli, 2006),
il migliore esempio di giornalismo investigativo dell’ultimo
mezzo secolo, e poi ne hanno parlato e continuano a parlarne
con narrazioni, testimonianze, atti giudiziari Roberto Saviano,
Marco Travaglio, Peter Gomez, Milena Gabanelli
e poi ancora con il riserbo dettato dalle inchieste in corso
quei pubblici ministeri – pochi e coraggiosi – che conoscono
a fondo il ruolo determinante della criminalità organizzata
nell’economia oltre che nelle istituzioni nella politica
e nella società in genere del nostro paese.
Per non parlare poi delle inchieste de “L’Express” del
9 agosto u.s., degli accenni tutt’altro che velati dell’Economist
e del “Financial Times”.
Con fugaci e misurati accenni si è occupato del tema
Giuseppe Pisanu: l’ex-Ministro degli Interni del Berlusconi
bis ed ora presidente della commissione parlamentare antimafia
ha alluso all’esistenza di una “borghesia mafiosa”. Un’osservazione
tardiva ma veritiera anche se carente per difetto perché
è ormai convinzione diffusa negli ambienti finanziari internazionali
che la borghesia italiana, soprattutto quella imprenditoriale,
media e grande, non è mafiosa perché infiltrata o dominata
dalla criminalità organizzata; non subisce, non convive
con essa, ma la promuove, la remunera legittimandola nell’alta
e media finanza, nelle istituzioni, nella politica, nelle
amministrazioni nazionali e regionali; a tutti gli effetti
ed in tutti i suoi strati economici, di ceto, di reddito
e di comportamenti sociali, è l’incontrastata e sempre sottaciuta
forza propulsiva di tutte le mafie nazionali.
Dovrebbe essere questa, oggi ingigantita all’ennesima
potenza, la vergogna del poeta di Recanati.
www.luciomanisco.com
|