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In Medio Oriente
stiamo assistendo soltanto alla tumultuosa sostituzione
di alcuni dittatori, o al cambiamento di interi sistemi
di governo corrotti e atrofizzati che hanno permesso
a leader politici come Ben Ali e Mubarak di governare
per decenni in Tunisia e in Egitto?
E’ questo il grande interrogativo che tutti
si pongono di fronte a quanto sta avvenendo in questi
due paesi, ma anche di fronte alle manifestazioni
di rabbia e di protesta che stanno scuotendo l’intera
regione mediorientale, dall’Algeria allo Yemen.
Le migliaia di profughi giunti in Italia dalle coste
tunisine dimostrano che la transizione in quel paese
non sta aprendo nuove prospettive ai suoi abitanti
e, invece di condurre la Tunisia verso la democrazia,
rischia di farla sprofondare nel caos, mentre i resti
della vecchia élite al potere continuano a
mostrarsi restii a coinvolgere le altre forze politiche
nel processo decisionale. |
In Egitto, l’esercito ha accentrato il potere nelle proprie mani,
e le modalità della transizione dipenderanno interamente
da esso. Le forze armate, che già rappresentavano
la base storica del vecchio regime, sono uscite rafforzate
da queste settimane di rivolta popolare, potendo contare
sul monopolio della forza ed avendo intelligentemente gestito
la collera della piazza, che si è rivolta soprattutto
contro il presidente Mubarak e contro l’élite
affaristica rappresentata dal figlio Gamal.
Quella egiziana è per il momento una rivoluzione
incompiuta, e solo se la pressione popolare continuerà,
l’esercito dovrà convincersi a rinunciare a
molti dei propri privilegi politici ed economici, e ad aprire
lo spazio politico ad un vero confronto democratico.
Gli analisti si sforzano di tracciare scenari futuri, anche
se fino a questo momento – bisogna riconoscerlo –
hanno totalmente fallito nel compito di prevedere ciò
che si stava preparando sulla sponda sud del Mediterraneo.
Alcuni si attendono che l’Egitto seguirà un
percorso simile a quello della Turchia, dove l’esercito
mantiene un ruolo forte di garante dello Stato e della sua
laicità, ma il paese si è progressivamente
aperto alle riforme democratiche. Altri prevedono uno scenario
di tipo “pakistano”, in cui l’esercito
e i servizi di intelligence mantengono il monopolio del
potere mentre governi civili deboli e corrotti si succedono
senza disporre di reali capacità decisionali.
Lo scenario di una rivoluzione islamica in stile “iraniano”
sembra essere stato finalmente accantonato da molti (sebbene
fissazioni di questo genere siano dure a morire), di fronte
all’evidenza dei fatti che hanno mostrato al mondo
un movimento popolare democratico che porta avanti rivendicazioni
civili e non ideologiche, né religiose.
Ma, per quanto le opinioni degli osservatori divergano,
pochi prevedono in Egitto una rapida evoluzione verso la
democrazia. Quantomeno sarà necessario un nuovo round
nell’attuale confronto tra le forze della conservazione
(le élite del potere militare e finanziario) da un
lato, e le emergenti forze civili e democratiche dall’altro,
prima che questa evoluzione possa aver luogo.
SE SI RISVEGLIA L’EGITTO…
Tuttavia, mentre l’Egitto – preceduto dalla
Tunisia – si incammina verso un futuro incerto, gli
eventi egiziani e tunisini hanno assestato una tremenda
scossa ai fragili equilibri dello status quo sociale e politico
in Medio Oriente.
Se gli eventi tunisini hanno fornito la scintilla iniziale,
il fatto che l’incendio si sia propagato all’Egitto
– il paese più popoloso, e storicamente e culturalmente
più influente del mondo arabo – ha trasformato
immediatamente una crisi locale in un terremoto regionale
le cui scosse si avvertono tuttora in Algeria, Giordania,
Palestina, e Yemen, e le cui ripercussioni potrebbero addirittura
valicare i confini del mondo arabo arrivando a lambire l’Iran
(come lasciano presagire le manifestazioni di questi giorni),
dove nell’estate del 2009 il Movimento Verde diede
il via alle rivendicazioni democratiche nella regione.
Il fatto che l’ondata di protesta abbia acquisito
dimensioni regionali (seppure con caratteristiche che inevitabilmente
variano da paese a paese) fa sì che la minaccia sia
reale, non solo per i singoli regimi, ma per un intero ordine
regionale rimasto ingessato per decenni.
Tra gli osservatori arabi è diffusa la sensazione
che l’Egitto, la “madre del mondo”, come
viene chiamato dagli arabi, il paese che negli anni ’50
e ’60 del secolo scorso fu la guida politica del mondo
arabo, si sia risvegliato dopo decenni di paralisi e di
torpore.
Dall’Egitto sono nate e si sono diffuse le principali
ideologie e correnti di pensiero del mondo arabo in tutto
il XX secolo. Il “modernismo” diffusosi nella
prima metà del ‘900 ha cercato di fondare i
presupposti di un moderno pensiero arabo, attraverso una
revisione della sua eredità religiosa e culturale
a partire da principi razionalistici. Il panarabismo, che
ha raggiunto il suo apice negli anni ’50 e ’60,
ha cercato di liberare il mondo arabo dai residui del colonialismo
europeo unendolo nel sogno di un’unità nazionale
panaraba. L’islamismo, sorto sulle ceneri del sogno
panarabo di Nasser, ha riscoperto l’eredità
islamica degli arabi e ha cercato di dare nuovo slancio
alle loro speranze di riscatto unendoli sotto la bandiera
dell’identità religiosa.
Tutti questi movimenti ideologici e culturali sono nati
in Egitto. Ora, dopo che l’ultimo grande sogno –
quello islamista – si è infranto contro il
muro intransigente dei regimi arabi dittatoriali, si è
arenato in Libano e in Palestina, è affogato nel
sangue, nel settarismo e nel fondamentalismo in Iraq e in
Afghanistan, alcuni hanno visto una nuova speranza sorgere
dall’Egitto.
“L’Egitto è sempre stato la sorgente
delle rivoluzioni intellettuali che hanno scosso il mondo
arabo e la cui eco si è avvertita in tutto il mondo”,
scrive la professoressa saudita Madawi al-Rasheed dalle
pagine del quotidiano al-Quds al-Arabi. Ogni città
e ogni villaggio – prosegue al-Rasheed – renderà
omaggio a Piazza Tahrir, e il contagio egiziano si estenderà
proprio come è avvenuto con le rivoluzioni culturali
del passato.
“Se l’Egitto è giunto, come Mosè,
a dividere con il suo bastone le acque del mare affinché
i concetti di una nuova rivoluzione che rifiuta la dittatura,
e le immagini del raduno pacifico [di Piazza Tahrir], si
riversino in un mondo che ancora cerca di ‘infrangere
il muro della paura’ in paesi come l’Arabia
Saudita, quali saranno le ripercussioni per il mondo arabo?”,
si chiede al-Rasheed.
Questi entusiasmi non sono affatto isolati. Dal sito web
di al-Jazeera, l’analista palestinese Lamis Andoni
parla di nuovo panarabismo basato sulla lotta per la libertà
e la giustizia sociale, e sul rifiuto della tirannia e della
corruzione delle piccole élite politiche e finanziarie
al potere.
Del resto, le foto di Gamal Abdel Nasser, il presidente
egiziano considerato il massimo leader del panarabismo nella
seconda metà del secolo scorso, sono circolate in
moltissime manifestazioni svoltesi in queste settimane,
non solo in Egitto ma anche in altre capitali arabe.
Tuttavia Landoni sostiene che, se il panarabismo degli anni
’50 e ’60 era rivolto contro la dominazione
coloniale e contro la creazione dello Stato di Israele,
ed affiancava alla lotta di liberazione nazionale la repressione
del dissenso interno, il panarabismo attuale nasce dal rifiuto
dell’ingiustizia sociale e dei regimi dittatoriali
che la impongono, ed antepone le libertà democratiche
ed i valori umani universali al gretto nazionalismo.
Ciò non vuol dire che non vi sia un elemento anti-imperialista
nell’attuale movimento – prosegue Landoni –
ma vi è la consapevolezza che l’emancipazione
dell’uomo costituisce la vera base della libertà
sia dalla repressione che dalla dominazione straniera.
In altre parole, secondo Landoni, anche la liberazione dell’Iraq
e della Palestina può cominciare dalla democratizzazione
dei paesi arabi. I movimenti islamici militanti hanno fallito
proprio in questo: hanno creato un eccellente modello di
“resistenza”, ma non hanno saputo offrire un
modello di sviluppo e di Stato efficiente.
Che la rivolta egiziana sia stata una rivolta democratica,
non ideologica, non religiosa, e non anti-israeliana, lo
conferma anche un sondaggio condotto dal Washington Institute
for Near East Policy (che non si distingue certo per essere
filo-arabo, e tanto meno filo-islamico).
Solo il 15% del campione di egiziani intervistati ha affermato
di appoggiare i Fratelli Musulmani. Solo il 12% ha anteposto
la sharia alla democrazia o allo sviluppo economico fra
le priorità nazionali. Riguardo al trattato di pace
con Israele, il 37% ha detto di appoggiarlo, contro il 22%
che ha dichiarato di opporvisi. E solo il 5% del campione
ha affermato che la rivolta è avvenuta perché
il regime era troppo filo-israeliano.
Pur prendendo con la dovuta cautela le percentuali di questo
sondaggio, che sicuramente possono avere un certo margine
di oscillazione, esso conferma una chiara tendenza, che
è del resto ribadita da molti osservatori e da numerosi
dati oggettivi.
Israele, dunque – come del resto l’Occidente
– dovrebbe accogliere come una buona notizia un’eventuale
democratizzazione dell’Egitto e del mondo arabo, poiché
evidentemente essa rappresenterebbe una ricetta per il pragmatismo
e un antidoto all’estremismo.
Questa democratizzazione non sarebbe invece una buona notizia
per coloro che, all’interno di Israele, sostengono
l’occupazione dei territori arabi, poiché un
mondo arabo democratico tollererebbe l’occupazione
molto meno di quanto non facciano gli attuali regimi che
adottano politiche compiacenti nei confronti di Washington
e Tel Aviv – il che, si badi bene, non significa che
esso non tollererebbe l’esistenza di Israele.
Ma soprattutto, un mondo arabo democratico potrebbe ricorrere
a strumenti democratici e di resistenza civile per opporsi
all’occupazione – strumenti che Israele avrebbe
molta più difficoltà a contrastare rispetto
ai metodi della resistenza armata.
UN MOVIMENTO PER I DIRITTI CIVILI?
E’ evidente che la rivolta egiziana, come quella tunisina
che l’ha preceduta, è stata essenzialmente
una protesta a sostegno di specifiche rivendicazioni riguardanti
la disoccupazione, l’abrogazione delle leggi di emergenza,
l’equità sociale, e la partecipazione democratica.
Egiziani di tutte le classi sociali, di diverse convinzioni
politiche, e di differenti fedi religiose si sono uniti
a quello che alcuni hanno definito il movimento egiziano
per i diritti civili.
Cristiani e musulmani, religiosi e laici, esponenti della
classe medio-alta e delle classi più povere, abitanti
delle campagne e delle città sono confluiti a Piazza
Tahrir per esprimere pacificamente la loro frustrazione
e la loro volontà di cambiamento.
I giovani hanno avuto un ruolo centrale in questo movimento.
“In questo periodo, il mondo arabo ha subito dei cambiamenti
sociali irreversibili, i quali sono stati semplicemente
ignorati dall’Occidente e dai governanti arabi. Una
statistica incredibile riassume questa situazione: due terzi
dei 350 milioni di persone che vivono nel mondo arabo hanno
meno di 35 anni”, scrive il giornalista somalo Rageh
Omaar dalle pagine del Guardian.
Uno degli aspetti più trascurati di questa sollevazione
popolare è stato poi il ruolo giocato dai sindacati,
non solo in Egitto, ma anche in Tunisia. Al di là
di Twitter e Facebook, sono stati i vecchi strumenti della
classe operaia a dare un contributo fondamentale al movimento
democratico.
Un’ondata senza precedenti di scioperi si è
protratta dal 2004 fino ad oggi coinvolgendo centinaia di
migliaia di lavoratori. Tali scioperi hanno colpito dapprima
il settore tessile e dell’abbigliamento per poi estendersi
al settore edile, a quello dei trasporti, e così
via. Le rivendicazioni essenziali sono state il rispetto
e la dignità del lavoro, le riforme democratiche
e il miglioramento delle condizioni di vita.
Questi lavoratori hanno dimostrato di saper ricorrere a
moderne forme di lotta, di fronte a un regime brutale che
ha sempre soffocato con la violenza ogni forma di protesta.
Uno degli strumenti vincenti è sicuramente stato
quello di stringere legami con il movimento sindacale internazionale.
Il sostegno dei sindacati di altri paesi è stato
essenziale per convincere il regime ad allentare la repressione.
Come ha osservato l’attivista siriano Akram al-Bunni,
il movimento di protesta ha poi operato una trasformazione
miracolosa negli umori della piazza araba, finora tradizionalmente
dominata da un misto di frustrazione, rassegnazione e disperazione.
Un interessamento di massa alle questioni della politica,
che non si era mai registrato prima, ha favorito la mobilitazione
popolare. La gente ha cominciato a trovare il coraggio di
parlare apertamente, di denunciare le sopraffazioni e i
soprusi degli apparati statali. Ciò ha spinto molti
ad affermare che nel mondo arabo è finalmente crollato
il “muro della paura”.
LE FORZE DELLA CONSERVAZIONE E DELLO STATUS QUO
Tuttavia, accanto agli aspetti positivi di questo movimento
civile e democratico, manifestatosi in varie forme non solo
in Egitto e in Tunisia, ma anche in altri paesi arabi, non
bisogna dimenticare le altre forze che sono in gioco nella
regione e che, sebbene caratterizzate da una crescente fragilità
politica ed economica, conservano tuttavia numerosi punti
di forza, ed in particolare il monopolio del potere finanziario,
della forza militare, e degli apparati securitari e repressivi.
Queste forze sono rappresentate dai regimi al potere e dalle
élite che li sostengono, e dagli interessi delle
potenze internazionali nella regione.
Tutti i governi arabi, praticamente senza eccezione alcuna,
hanno cercato di correre ai ripari (ricorrendo, però,
ad una serie di provvedimenti tampone che non cambiano nulla
sul lungo periodo) di fronte al crollo di Ben Ali, e poi
di Mubarak, e di fronte al dilagare delle proteste di piazza
nei loro rispettivi paesi – proteste alimentate da
una situazione drammatica che vede ampie fasce della popolazione
vivere in condizioni spaventose di degrado e di emarginazione
sociale, economica e politica, mentre ristrette élite
monopolizzano il potere e le risorse economiche, vivendo
una vita di lussi e sperperi totalmente separata dal resto
della popolazione.
In Algeria, il regime ha abbassato i prezzi dei generi di
prima necessità ed ha promesso l’abrogazione
in tempi brevi dello stato di emergenza sotto la pressione
di manifestazioni e sommosse sempre più incontrollabili.
In Giordania, il re Abdullah ha sciolto il governo e nominato
un nuovo primo ministro. Nello Yemen, il presidente Ali
Abdullah Saleh ha promesso all’opposizione che non
si sarebbe candidato per un nuovo mandato presidenziale.
Nel Bahrein, il governo ha promesso 1.000 dinari (circa
2.650 dollari) ad ogni famiglia nel tentativo di contenere
il malcontento e le rivendicazioni economiche.
Infine si è dimesso il governo dell’Autorità
Palestinese guidato da Salam Fayyad, in un estremo e vano
tentativo di ridare credibilità all’ANP. Lo
scioglimento del governo segue le dimissioni di Saeb Erekat,
il capo negoziatore palestinese, a seguito dello scandalo
dei cosiddetti “Palestine Papers”, i documenti
palestinesi rivelati da al-Jazeera e dal Guardian, che hanno
messo in evidenza che l’ANP era disposta a fare concessioni
senza precedenti, e inaccettabili per i palestinesi, a Israele
– concessioni peraltro rifiutate da quest’ultima.
L’ANP rappresenta, agli occhi di molti arabi, un esempio
tipico non solo della corruzione e inettitudine dei regimi
arabi, ma anche delle ingerenze straniere che si servono
di tali regimi per dominare la regione. La sua credibilità
è stata irrimediabilmente macchiata dal fallimento
del processo di pace e dalla sua incapacità di costruire
le strutture di un futuro Stato palestinese. Essa appare
ostaggio dei suoi finanziatori americani ed occidentali.
“Gli Stati Uniti hanno finanziato, equipaggiato e
addestrato una nuova generazione di servizi di sicurezza
palestinesi affinché servano il loro vecchio modello
di governo nel mondo arabo: stati di polizia e repubbliche
delle banane”, ha scritto l’uomo d’affari
palestinese Sam Bahour dalla pagine del Guardian.
“Il principale fattore che impedisce ai palestinesi
di proseguire nel loro cammino di riforme strutturali, dopo
le loro prime elezioni democratiche nel 2006, è il
rifiuto degli Stati Uniti di accettare i risultati di quelle
elezioni”, prosegue Bahour, concludendo: “Aspettatevi
un veto analogo da parte degli USA riguardo a qualsiasi
passo egiziano verso una vera riforma elettorale che implichi
una reale rappresentatività”.
Ma gli Stati Uniti non sono gli unici ad aver sostenuto
lo status quo in tutti questi anni. Lo stesso hanno fatto
regimi come quello saudita. Riyadh lo ha confermato ancora
una volta proprio in queste settimane, esprimendo il proprio
appoggio a Mubarak nei giorni della rivolta popolare egiziana,
e addirittura denunciando “ingerenze straniere”
negli affari interni egiziani quando gli Stati Uniti hanno
cominciato a chiedere una transizione pacifica nel paese.
Dopo la caduta di Mubarak, l’Arabia Saudita ha espresso
la speranza che gli sforzi dell’esercito egiziano
ristabiliscano “la pace e la stabilità”.
Nessun accenno a coloro che manifestavano per la democrazia.
Il governo israeliano non è stato da meno. Dopo aver
esercitato pressioni sull’amministrazione americana
e sui governi europei affinché venisse salvaguardata
la “stabilità” dell’Egitto, impedendo
in questo modo che il paese rischiasse di imboccare “la
strada dell’Iran”, Tel Aviv si è molto
tranquillizzata ora che il potere in Egitto sembra essere
in mano all’esercito – un’istituzione
che da decenni ha adottato una posizione filoamericana e
non ostile ad Israele.
Infine non si può non citare il regime iraniano,
che ha cercato di strumentalizzare la rivoluzione tunisina
e quella egiziana definendole come “rivoluzioni islamiche”.
Ma quella di Teheran, forse, è stata una mossa difensiva
prima ancora che offensiva: il regime iraniano sa che le
rivendicazioni degli egiziani non sono molto dissimili da
quelle avanzate dal proprio movimento di opposizione interno,
il Movimento Verde, nel 2009.
Le manifestazioni di lunedì scorso a Teheran, che
il regime ha tentato di reprimere con lacrimogeni e manganelli,
confermano che il “contagio” potrebbe estendersi
addirittura all’Iran – e non si tratta del contagio
della rivoluzione islamica di cui parlava Khamenei, ma delle
rivendicazioni democratiche che, sollevate proprio da Teheran
due anni fa, potrebbero tornare a farsi sentire in questo
paese – dopo la repressione operata dal governo iraniano
– proprio grazie al “vento democratico”
che soffia da ovest, dai paesi del mondo arabo.
L’EUROPA SAPRA’ ASCOLTARE?
Il mondo intero deve prendere coscienza delle rivendicazioni
di libertà e democrazia che si stanno sollevando
dal mondo arabo e dall’intero Medio Oriente, ed allo
stesso tempo deve rendersi conto del livello di disperazione
e di emarginazione sociale, e degli abissi di povertà
e di esclusione che sono stati toccati in paesi come l’Algeria,
il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, la Palestina, lo
Yemen.
Quello che sta avvenendo in questi giorni sulle coste italiane,
sommerse da un’ondata di profughi tunisini che non
hanno più fiducia nel futuro del loro paese nonostante
gli sforzi da loro profusi per renderlo più democratico
e vivibile, è solo un piccolo esempio di ciò
che potrà accadere se le aspirazioni di questi popoli
non saranno accolte.
L’Europa saprà ascoltare? O rimarrà
chiusa in se stessa e nella propria crisi di valori, sorda,
e priva di strumenti che le permettano di comprendere l’importanza
vitale che la democratizzazione dei paesi della sponda sud
del Mediterraneo ha per il vecchio continente?
Come dimostrano gli sbarchi di questi giorni, l’Europa
e il Mediterraneo hanno un destino comune. Il nostro continente,
invecchiato e sclerotizzato, deve cogliere l’enorme
potenziale di cambiamento e di rinnovamento che proviene
da una regione giovane, che lancia un messaggio di speranza
assieme a una richiesta di aiuto.
Non illudiamoci che, se l’alba democratica in Medio
Oriente e nel Mediterraneo sarà soffocata, noi saremo
risparmiati dalle conseguenze. L’alternativa a quest’alba
è una crisi dei popoli, che come uno tsunami sommergerà
il Mediterraneo e travolgerà le fragili difese della
“Fortezza Europa”.
Fonte: medarabnews.com |