| Said Mahmoud è portavoce di Hambastagi,
partito progressista afghano impegnato, pur nel disgregato
panorama del Paese, nella divulgazione di un programma di
sviluppo economico, libertà e giustizia sociale.
Sembra il massimo dell’utopia in una nazione che ha
tre generazioni coivolte in conflitti periodici e infiniti.
Lo intervistiamo durante una delle tappe europee con cui
ha incontrato esponenti politici e della società
civile.
Mahmoud, che impatto può avere un piccolo
partito come il vostro che si rivolge alle coscienze dei
concittadini in una nazione da decenni devastata dallo strapotere
delle armi?
Il nostro partito punta a coinvolgere la popolazione
con manifestazioni che contestano l’attuale governo
così da mostrare come in Afghanistan la resistenza
anche pacifica non scompare. Ci basiamo sul più ampio
coinvolgimento delle persone. E’ una scommessa ma
la facciamo.
Come siete organizzati, avete libertà d’azione?
Il partito Hambastagi ha una propria organizzazione
centrale, però l’aspetto fondamentale al quale
non vogliamo rinunciare è la diffusa presenza in
molte province afghane. Contiamo 30.000 iscritti e puntiamo
sul contatto diretto con la popolazione. Diamo un contributo
all’acculturamento della gente, con bambini e ragazzi
è più semplice, con gli adulti meno, comunque
insistiamo. Alfabetizzare gli individui, renderli consci
dei propri diritti vuol dire fornirgli le armi migliori:
coscienza e capacità d’interpretare la realtà.
Simili iniziative espongono a rischi di repressione e morte
i nostri membri sia da parte dei Taliban sia del governo
considerato legalitario in Occidente. Ma avere il caloroso
sostegno di tanti afghani degli strati sociali più
diversi anche attraverso telefonate ed email che giungono
nelle sedi di partito, evidenziano l’evidente bisogno
di cambiamento che c’è nell’aria.
Il pashtunwali (il codice comportamentale) influenza
pur indirettamente i rapporti fra attivisti e attiviste
di Hambastagi?
Il pashtunwali è una delle componenti che
regolano le interrelazioni fra i sessi nella società
afghana, ma non è l’unica. I rapporti uomo-donna
nel partito li abbiamo affrontati e in parte li stiamo risolvendo
con una pratica di collaborazione assoluta. Lavoriamo fra
pari con rispetto e fratellanza e reciproci. Gli scambi
gestuali si riducono a una stretta di mano perché
abbiamo costumi più castigati dei vostri ma credo
che le nostre attiviste siano più soddisfatte di
quelle occidentali. La vice rappresentante di Hambastagi
è una donna, la direzione del partito conta tre elementi
femminili e nelle cariche le donne occupano il 45% del totale.
Dopo la propaganda mediatica sul nuovo volto che
le consultazioni per il Parlamento dello scorso settembre
avrebbero offerto al Paese s’è saputo ben poco
dei risultati. Sono noti? E’ stato eletto qualche
rappresentante svincolato da legami col potere?
Le ultime elezioni sono state l’ennesima
beffa e l’ennesima truffa subìte. Come in altre
occasioni il voto è stato oggetto di forzature e
brogli, dopo sei mesi neanche noi riusciamo a conoscere
con chiarezza i risultati. C’è una lista di
candidati promossi per nulla confortata da trasparenza dello
spoglio, si ventila che alcuni finiranno sotto processo
per le pressioni e la compravendita dei voti attuate. Non
è un caso che molti degli eletti siano signori della
guerra o personaggi legati a questi soggetti e ai loro clan,
criminali dediti ai traffici di eroina, armi, persone. Taluni
sono vicini a Karzai e a membri del suo governo. Purtroppo
mancano esponenti della parte democratica del Paese, non
ci sono rappresentanti di quella società che può
rispondere a richieste dei diritti individuali e collettivi
delle persone perché a causa dei brogli – peraltro
ampiamente previsti – a molti di loro è stata
impedita l’elezione. Così l’attuale Parlamento
afghano è composto da signori della guerra e farabutti.
E qual è agli occhi della popolazione afghana
l’immagine delle Forze Isaf dopo dieci anni d’occupazione?
Gli afghani sono delusi e infuriati perché
vivono un reale peggioramento delle proprie condizioni.
Peggioramento della sicurezza, dei diritti umani (vera beffa
nei confronti delle aspettative), della corruzione presente
all’interno di istituzioni piccole e grandi. Tutto
quello che il popolo ha sofferto e continua a soffrire a
causa della presenza occidentale non è solo legato
agli attacchi militari pur costati un’infinità
di vittime civili. Va ricordato che buona parte degli aiuti,
un fiume di denaro che ha invaso la nazione, è stato
convogliato verso il governo e da questo diviso coi signori
della guerra, coi clan che spartiscono e controllano il
territorio e con gli stessi talebani. Il popolo ha visto
il 5% scarso delle risorse.
Potrà mai giungere un risarcimento per le
vittime civili attribuendo responsabilità a tutti
i tragici attori dell’immane spargimento di sangue:
signori della guerra, talebani, Nato, governo afghano?
I familiari delle vittime non hanno ricevuto alcun
risarcimento. Lo slogan occidentale “portare la democrazia”
ci ha regalato un’invasione di cui non si vede la
fine. Sotto questo slogan si continua a sostenere un governo
che commette crimini mentre gli afghani subiscono lo scippo
di beni e libertà da parte di tutte queste componenti.
No, non credo che perdurando simili condizioni ci potrà
mai essere un risarcimento reale alle famiglie delle vittime.
Quanto incidono gli interventi militare e civile
dell’Occidente nella corruzione che caratterizza la
leadership afghana?
Entrambi gli interventi non hanno sortito alcun
effetto concreto per il popolo ma hanno indubbiamente prodotto
un ampliamento della corruzione che ha coinvolto tutti i
meandri delle istituzioni afghane. Chi va a Kabul può
osservare che fine hanno fatto questi fondi: sono serviti
a costruire enormi, costosissimi palazzi dove risiedono
proprio i signori della guerra. Gli aiuti militari ed economici
hanno ulteriormente ingrassato il marcio che già
esisteva nel mio Paese aumentando il potere delle famiglie
e delle organizzazioni per le quali non si può che
usare un aggettivo: mafiose. E’ normale che il popolo
sia insoddisfatto, non solo non è stato aiutato,
ha visto il crescente degrado, forse irreversibile, del
proprio tessuto sociale.
La realpolitik con cui Karzai prova a inglobare
talune componenti della resistenza alla guida della nazione
riporterà i Taliban a Kabul?
Il disegno in base al quale Karzai sta provando,
su suggerimento statunitense, a coinvolgere in un possibile
prossimo governo anche parte dei Taliban che se ne stanno
a Quetta o altrove, potrebbe essere una mossa di realismo.
Forse per un periodo gli spari cesserebbero però
questa soluzione non avvantaggerebbe la gente comune. Riunire
in una coalizione componenti tanto diverse e rissose lascia
seri dubbi sulla riuscita del piano, tutti costoro sono
guerrafondai cronici che non faranno un passo per favorire
la popolazione.
* portavoce del partito afghano Hambastagi
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