| Una cena a San Francisco con Steve Jobs (Apple),
Mark Zuckerberg (Facebook), Eric Schmidt (Google)
C’è chi il «metodo Boffo» lo applica
ai nemici politici, chi lo usa per vender copie. In entrambi
i casi, giornalisti da poco metton su dei «casi»
con criteri piuttosto disinvolti. Negli Usa, un giornale
noto per questo genere di «scoop» – il
National Enquirer – pubblica la foto di un uomo sofferente
e scheletrico all’ingresso del Centro oncologico di
Stanford, dove è in cura Steve Jobs. L’inventore
di Apple, appena 55 anni, era scomparso dalla vita pubblica
da qualche giorno per potersi curare dal riemergere di un
tumore al pancreas. I gossippari dell’Enquirer sottopongono
la foto alla «visita» di un medico che «diagnostica»,
scuotendo la testa: «gli restano sei settimane di
vita».
La notizia fa il giro del mondo in un attimo. Poi qualcuno
dà un’occhiata all’auto da cui il presunto
Jobs era sceso. E per quanto leggendariamente spartano sia
il suo stile di vita, di certo Jobs non gira con una Accord
del 1997. Pochi minuti ancora, e si viene a sapere che il
moribondo sarebbe stato ricevuto dal presidente Obama per
una «cena informale» a San Francisco, insieme
ad altri big dell’information technology: Mark Zuckerberg
di Facebook, Eric Schmidt di Google, Jeffrey Immelt di General
Electric, e altri di cui non è stato per ora reso
noto il nome.
L’attenzione si sposta perciò immediatamente
– come dovrebbe sempre avvenire – dal gossip
lacrimevole all’ordine del giorno dell’incontro.
La nota della Casa Bianca è scarna e cita solo la
necessità di «discutere l’impegno per
nuovi investimenti in ricerca e sviluppo, istruzione ed
energia pulita». Non c’è bisogno di fare
i dietrologi: nella sua bozza di «legge finanziaria»,
presentata solo qualche giorno fa, Barack Obama ha posto
con chiarezza le sue priorità per rilanciare l’economia
Usa, anche nel bel mezzo di tagli giganteschi a quel poco
di welfare che lì esiste. E ha proposto – qui
la resistenza dei repubblicani, al Congresso, potrebbe non
essere insormontabile – 148 miliardi di dollari di
investimenti in infrastrutture. Ben 20 di questo dovrebbero
interessare la diffusione di wireless, banda larga e reti
di telefonia 4G.
Siccome non siamo in Italia, quei soldi – se passerà
la proposta – non verranno distribuiti «a pioggia»,
ma accompagneranno o incentiveranno una serie di iniziative
sul fronte hi tech che però dovranno essere «immaginate»
dai colossi dell’information technology stelle-e-strisce.
Parlare con gli amministratori delegati delle prime aziende
del paese è perciò obbligatorio: loro saranno
anche liberi di «fare i soldi», ma se cercano
di farli rispondendo a degli input provenienti dal governo
Usa sarà meglio. Ne faranno, in fondo, anche di più.
L’incontro, per l’orario italiano, è
avvenuto nella notte e ne conosceremo forse qualche dettaglio
solo oggi. Ma è indicativo di un altro modo di praticare
persino il «neoliberismo» (basti pensare a come
qui il governo ha approcciato il «piano Marchionne»
e l’annunciato addio della Fiat all’Italia).
Bisogna inoltre ricordare che nei giorni scorsi il segretario
di stato, Hillary Clinton, si era lanciata in una lode senza
riserve di internet e della «libertà»
della rete. Un peana persino imbarazzante, se si tiene presente
il tentativo Usa di mettere il bavaglio a Wikileaks e le
mani su Julian Assange.
Ma se si legge con più attenzione il discorso clintoniano
questa «libertà» è da intendere
in modo decisamente asimmetrico. «La nuova frontiera
delle libertà è su Internet e l’America
è determinata a difenderla ed espanderla sfidando
i dittatori, per farne una piazza digitale dove valgano
gli stessi diritti universali di Times Square o Piazza Tahrir».
Una rivendicazione nemmeno troppo diplomatica del ruolo
svolto in alcune delle rivolte nel Maghreb e soprattutto
in quelle iraniana e libica di questi giorni. E un’ammissione
che la Rete è ora un territorio di guerra, in cui
si può promuovere una sommossa popolare, destabilizzare
governi, provocare crisi locali. Nella stessa occasione
ha annunciato altri 25 milioni di dollari per aiutare i
cyber-dissidenti in Cina, Cuba, Siria, Vietnam, ecc. Così
come un tempo c’era Radio Free Europe che trasmetteva
da Berlino verso est, ora ci sono strumenti più pervasivi,
interattivi, individualizzabili. Certo, hanno il difetto
di essere anche reversibili (come insegna il caso Wikileaks).
Per questo, c’è forse ancora più bisogno
che il business tecnologico venga convocato a palazzo. Per
un’«interazione» forte, ma «informale».
da "il manifesto" del 18 febbraio
|