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Milano leghista
e Roma ladrona sono finalmente unificate sotto il
segno del cemento. Poche settimane fa il consiglio
comunale di Milano ha infatti approvato il nuovo
piano urbanistico della città che prevede
un incremento di abitanti di oltre 500 mila unità.
Dal 1971 la città conosce un continuo declino
demografico: dagli anni '70, quando raggiunge il
suo massimo storico superando il milione e 700mila
abitanti a oggi in cui ne ha poco più di
un milione e trecentomila. Secondo gli «urbanisti»
meneghini, Milano dovrebbe dunque ritornare ai livelli
del periodo d'oro dell'industria manifatturiera
italiana, quando la città non solo richiamava
decine di migliaia di operai ma era anche un punto
di riferimento per la cultura nazionale.
La perdita della popolazione degli ultimi quaranta
anni è stata causata dal declino industriale
e dallo sconvolgente aumento dei valori immobiliari
degli ultimi venti anni. Una città in declino
produttivo in un paese che si dibatte nel medesimo
fenomeno (la Fiat a Detroit) richiamerà dunque
mezzo milione di abitanti! |
La capitale non è stata da meno. Il piano regolatore
del «modello Roma» di Veltroni ha regalato agli
immobiliaristi 70 milioni di metri cubi di cemento per un
aumento stimato di popolazione di 350mila abitanti. Anche
Roma è in lento declino demografico dagli anni '70
a causa di un analogo fenomeno di valorizzazione immobiliare
che ha respinto fuori del comune 300mila abitanti. Entrambe
le città pensano di incrementare la popolazione senza
costruire neppure una casa popolare e senza sapere quale
tipo di economia le sosterrà: è il mercato,
così ripetono, che guida lo sviluppo. Ma se proprio
a causa di quel mercato senza regole le città si
sono vuotate dei ceti popolari, per chi verranno costruiti
i nuovi giganteschi quartieri? È un evidente regalo
alla rendita immobiliare, rappresentata dal mondo finanziario
e dagli eterni protagonisti del mattone.
Ma le analogie non si fermano qui. A causa della forte espulsione
di abitanti, sono centinaia di migliaia i lavoratori che
quotidianamente devono raggiungere le due città da
un sempre più ipertrofico hinterland. La logica voleva
che il nuovo disegno urbano venisse costruito su questa
stessa scala metropolitana. Entrambe le città hanno
invece disegnato i loro piani nella gelosa difesa dei propri
confini: chi sta fuori insomma, si arrangi, nessuna istituzione
si farà mai carico del peggioramento delle loro condizioni
di vita.
Ancora. Entrambi i piani sono impostati sulla cancellazione
delle regole. C'è un pallido quadro di riferimento,
è vero, ma volta per volta esso viene violato attraverso
trasferimenti di «diritti edificatori» (a Milano,
per stare tranquilli, hanno costruito una borsa dei diritti
edificatori!), compensazioni urbanistiche e accordi di programma.
L'urbanistica come sistema di regole e stata sostituita
da un'opaca e continua contrattazione che privilegia la
grande proprietà fondiaria.
Anche perché, e veniamo alla quarta analogia, entrambi
i comuni affermano di «non avere le risorse economiche
per realizzare le nuove urbanizzazioni» e si sono
conseguentemente messi nelle mani della speculazione fondiaria.
C'è bisogno di una nuova strada? Aumentiamo le cubature.
Una scuola? Ancora cemento. Un parco? Un'altra dose aggiuntiva
di metri cubi. Eppure le due città continuano a spendere
fiumi di soldi in opere inutili. Lo stadio del nuoto di
Roma costerà più di un miliardo (sic!) di
euro. L'organizzazione dell'Expo del 2015 chissà
quanto.
E proprio l'Expo ci porta alla quinta analogia. Il governo
delle città è sfuggito ormai di mano alle
amministrazioni comunali. Il modello «straordinario»
viene sperimentato a Roma nel 2000 dal duo Bertolaso-Balducci,
che pochi anni dopo, nel 2009, daranno il meglio di sé
nella vicenda dei mondiali di nuoto. Nel frattempo - con
consenso bipartisan - veniva costruita la candidatura di
Milano all'Expo del 2015. Roma punta infine tutte le sue
carte sulle Olimpiadi 2020. I consigli comunali delle due
città sono ormai svuotati di funzioni reali e il
futuro urbano lo decidono i poteri economici dominanti che
in questo modo potranno meglio indirizzare cospicui finanziamenti
pubblici verso i quadranti urbani dove hanno interessi.
E mentre continuano a recitare l'allegra pantomima del «non-ci-sono-i-soldi»
i due schieramenti politici cancellano le città,
le rendono sempre più invivibili. Gli interessi di
pochi prevalgono sulle aspettative sociali. E a questo disegno
l'urbanistica romana e milanese sono state decisive.
* urbanista
da Il Manifesto del 18 febbraio