 |
Il Forum sociale
mondiale (Fsm) è vivo e gode di buona salute.
Si è appena tenuto a Dakar, in Senegal dal
6 all'11 Febbraio. La stessa settimana in cui, per
una coincidenza imprevedibile, il popolo egiziano
è sceso in piazza contro Hosni Mubarak, riuscendo
finalmente a detronizzarlo proprio mentre si teneva
l'ultima seduta dell'Fsm.
Al Forum l'intera settimana era trascorsa tra gli
incoraggiamenti agli egiziani e le discussioni sul
significato della rivoluzione tunisina e della loro
per il progetto di creazione di un altro mondo possibile.
Possibile, non certo. Al Forum hanno partecipato tra
le 60.000 e le 100.000 persone, un numero di per sé
notevole. Per tenere un evento del genere l'Fsm richiede
la presenza di forti movimenti sociali locali (che
in Senegal ci sono) e un governo disposto almeno a
tollerarlo. Il governo senegalese di Abdoulaye Wade
infatti era pronto a tollerare l'FSM, anche se tre
mesi fa era già tornato indietro del 75 per
cento rispetto alla promessa iniziale di finanziamento.
Poi però ci sono stati i sollevamenti tunisini
e quelli egiziani e il governo ha cominciato a tremare.
E se la presenza dell'Fsm avesse ispirato analoghi
moti in Senegal? Cancellare l'incontro non era possibile
in considerazione dell'arrivo annunciato di Lula dal
Brasile e di Morales dalla Bolivia, nonché
dei numerosi presidenti africani previsti. E così
il governo ha deciso di optare per il male minore. |
E ha cercato di sabotare il Forum. Lo
ha fatto licenziando, quattro giorni prima dell'apertura
dei lavori, il rettore della principale università
nella quale il Forum si doveva tenere, e nominando un nuovo
rettore che si è affrettato a ritirare il provvedimento
con cui il suo predecessore aveva deciso di interrompere
le lezioni in modo da rendere disponibili le aule. Il risultato
è stato un gran caos organizzativo, almeno per i
primi due giorni. Alla fine il nuovo rettore ha concesso
40 delle 170 aule necessarie. Intanto gli organizzatori
avevano alzato le tende in tutto il campus, e l'incontro
era andato avanti malgrado il sabotaggio. Ma il governo
senegalese aveva ragione ad essere tanto spaventato? L'FSM
stesso si è interrogato sulla propria rilevanza rispetto
ai sollevamenti popolari nel mondo arabo e altrove, portati
avanti da gente che proababilmente del Forum non aveva mai
sentito nemmeno parlare. La risposta dei partecipanti rifletteva
l'eterna divisione tra di loro. C'erano quelli che ritenevano
che dieci anni di incontri dell'Fsm avessero contribuito
significativamente a delegittimare il processo di globalizzazione
neoliberale e che quel messaggio fosse penetrato ovunque.
E poi c'erano quelli che ritenevano che i sollevamenti dimostrassero
come le trasformazioni politiche si consumino altrove e
non nell'Fsm. Quanto a me, nell'incontro di Dakar sono stato
colpito da due cose notevoli. La prima, che nessuno o quasi
abbia mai accennato al Forum economico mondale di Davos.
Quando fu fondato l'Fsm nel 2001, fu proprio in funzione
anti-Davos. Nel 2011, Davos sembrava ormai così privo
di importanza politica che i presenti si sono limitati a
ignorarlo. La seconda cosa che mi ha colpito è stato
fino a che punto tutti sottolineassero la forte interconnessione
dei temi sul tappeto. Nel 2001, l'Fsm era preoccupato soprattutto
delle conseguenze economiche negative del neoliberismo.
Ma in ogni incontro successivo ha aggiunto nuove preoccupazioni:
le problematiche di genere, l'ambiente (in particolare i
cambiamenti climatici), il razzismo, la salute, i diritti
delle popolazioni indigene, le lotte operaie, i diritti
umani, l'accesso all'acqua e la disponibilità di
risorse alimentari ed energetiche. E improvvisamente a Dakar,
indipendentemente dal tema dell'incontro, è balzata
in primo piano l'interconnessione tra tutte quelle questioni.
E questa, direi, è stata la grande conquista dell'Fsm:
abbracciare un numero sempre maggiore di problematiche e
diffondere tra la gente la consapevolezza della loro profonda
interdipendenza. Tuttavia era avvertibile un rammarico di
fondo tra i presenti. Giustamente è stato osservato
che tutti sapevamo bene contro cosa ci schieravamo ma che
avremmo dovuto mettere sul tavolo più chiaramente
ciò per cui vogliamo combattere. E questo potrebbe
essere il nostro contributo alla rivoluzione egiziana e
alle altre che verranno, dappertutto. Il problema è
che rimane un disaccordo irrisolto tra coloro che vogliono
un mondo diverso. Ci sono quelli che credono che sia necessario
maggiore sviluppo e modernizzazione per permettere una più
equa distribuzione delle risorse. E ci sono quelli che credono
che sviluppo e modernizzazione siano la maledizione della
civiltà capitalista, e che si debbano ripensare le
premesse di base del mondo futuro, per quello che definiscono
un cambiamento di civiltà. Quelli che si battono
per il cambiamento di civiltà lo fanno sotto vari
ombrelli. Ci sono i movimenti indigeni delle Americhe (e
non solo) che dicono di volere un mondo basato sul «buen
vivir» - definizione latino-americana -, ovvero un
mondo basato su valori buoni, un mondo che chiede di rallentare
una crescita economica illimitata che, argomentano, il pianeta
è troppo piccolo per sostenere. Se i movimenti indigeni
incentrano le loro richieste sull'autonomia per controllare
i diritti sulla terra nelle loro aree, in altre parti del
mondo ci sono i movimenti urbani che sottolineano come la
crescita illimitata stia portando al disastro climatico
e a nuove pandemie. E poi ci sono i movimenti femministi
che sottolineano come la crescita illimitata sia legata
al mantenimento del sistema patriarcale. Questo dibattito
sulla «crisi di civiltà» ha grandi implicazioni
per il tipo di azione politica che sottoscrive e per il
ruolo che i partiti della sinistra che vogliono andare al
governo dovrebbero svolgere nella trasformazione globale
in discussione. Non sarà facile trovare una soluzione,
ma si tratta certamente di un dibattito di importanza cruciale
per il prossimo decennio. Se la sinistra non sarà
in grado di risolvere il disaccordo su un tema chiave come
questo, allora il collasso dell'economia capitalistica mondiale
potrà portare al trionfo della destra nel mondo e
a un nuovo sistema-mondo ancora peggiore di quello attuale.
Al momento, tutti gli occhi sono concentrati sul mondo arabo,
per capire fino a che punto gli sforzi eroici degli egiziani
trasformeranno la politica in quel mondo. Ma la scintilla
della ribellione può scoppiare ovunque, anche nelle
regioni più ricche d'Europa. Dunque per ora un qualche
ottimismo è giustificato.
da Il Manifesto del 20 gennaio
|