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Dopo Bengasi, la rivolta
è arrivata nella capitale, che è un
campo di battaglia. Molti i morti. Voci poi smentite
davano Gheddafi in fuga. L’unico a metterci
la faccia è il figlio Saif al-Islam
Situazione sempre più drammatica
in Libia, dove la protesta contro il governo del colonnello
Muammar Gheddafi, al potere da 42 anni, si estende
nonostante la sanguinosa repressione. Le vittime sono
o potrebbero essere centinaia, anche se in assenza
di fonti dirette (dal momento che la autorità
libiche non consentono l’ingresso ai giornalisti
e fanno di tutto per ostacolare le comunicazioni via
telefono e internet), la verifica dei numeri risulta
impossibile. Solo fra giovedì scorso –
quando sul web fu lanciato «il giorno della
collera» – e domenica, secondo Human Rights
Watch i morti sarebbero 233, secondo il giornale privato
libico di Londra Libya al-Youm 285, secondo altre
fonti 300 o 400. Incerto anche il numero delle vittime
a Tripoli, dove la rivolta dell’est è
arrivata domenica notte e ieri è stato un giorno
di guerra: almeno 61 secondo la tv del Qatar Al Jazeera.
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Più contenuto – ma non per
questo meno grave 84 morti a Bengasi e 14 a Tripoli –
il bilancio tracciato ieri nella tv statale da Saif al-Islam
Gheddafi, il secodondogenito del leader che, in un momento
di massima confusione e accavallarsi di voci contraddittorie,
è l’unica faccia visibile del regime a esporsi
(lui che a rigore non fa parte del governo e non ha cariche
istituzionali, come del resto il padre).
Secondo notizie sempre da confermare, i
dimostranti hanno attaccato e dato fuoco a diversi edifici
pubblici di Tripoli – televisione e radio, qualche
caserma, luoghi del potere politico – e le strade
erano disseminate di cadaveri dell’una e, soprattutto,
dell’altra parte. I sostenitori del colonnello contendono
le strade ai manifestanti anti-regime, e si parla addirittura
di colpi di armi pesanti e bombardamenti aerei su diversi
quartieri da parte delle forze armate. Per ieri sera (forse)
era convocata una nuova manifestazione di protesta nella
Piazza Verde, che ha assunto come la Piazza Tahir del Cairo
un valore simbolico decisivo.
Non è chiaro il livello di controllo
che il regime di Gheddafi mantiene sul paese, che sembrerebbe
aver perso l’appoggio dei due principali clan tribali,
i Warfalla e gli Zawhiya. Ieri sono cominciate del defezioni:
quella del ministro della giustiza Musataf Abdul Jalil (che
ha lamentato «l’eccessivo uso della forza»),
quella di alcuni ambasciatori (in India, alla Lega araba)
e del n. 2 della rappresentanza libica all’Onu. Defezioni
anche per due colonnelli della Forza aerea libica che ieri
pomeriggio sono atterrati con i loro caccia Mirage all’aeroporto
di Malta e hanno chiesto asilo politico.
Ieri era circolata, ma proveniente da Bruxelles,
la voce diffusa dal ministro degli esteri inglese William
Hague che dava Gheddafi già in fuga verso il Venezuela
di Chavez. Voci poi smentite da Caracas e anche da Tripoli.
Un’altra voce dava il leader uscito dalla sua residenza
nella caserma di Bab el-Azyzia a Tripoli e diretto verso
Sehba, nel Sahara. Ma, stando almeno a quanto ripetuto dal
figlio in tv – «combatteremo fino all’ultimo
proiettile» – nel caso il vento del Maghreb
riesca a far saltare anche – dopo il tunisino Ben
Ali e l’egiziano Mubarak – il libico Gheddafi,
sloggiarlo (ciò che ora pare l’ipotesi più
probabile) potrebbe essere forse più difficile e
sicuramente più sanguinoso. A meno che tutto non
precipiti da un momento all’altro.
Si comincia a notare anche qualche crepa
all’interno dell’establishment governativo.
Mohammed Bayou, fino a un mese fa portavoce governativo,
ha diffuso un comunicato in cui critica l’uso della
violenza per frenare la rivolta e fa appello a Saif al-Islam
perché apra immediatamente un dialogo con l’opposizione
«per arrivare a dei cambiamenti nel sistema libico».
Saif al-Islam, che non si capisce se sia
stato delegato dal padre a metterci la faccia o se lo stia
facendo di sua iniziativa – magari in competizione
con qualcun altro dei figli del colonnello -, sta comunque
impegnandosi nel tentativo di salvare il salvabile, ciò
che con il passare delle ore e dei giorni appare sempre
più difficile. Prima è intervenuto in tv verso
la mezzanotte di domenica parlando per una quarantina di
minuti e alternando aperture politiche afuneste profezie
di sventura per il popolo libico nel caso la rivolta non
si placasse e gli inviti al dialogo fossero – come
sembra siano – lasciati cadere.Saif ha ammonito i
libici dei rischi che la rivolta sfoci in «una guerra
civile», ha parlato di «una trama contro la
Libia» tramite cui «qualcuno vuole creare un
governo a Bengasi e altri vogliono un emirato islamico a
Badya, ha smentito la partenza (fuga) del padre e ha detto
che loro sono pronti a combattere «fino all’ultimo
proiettile», ha ammesso che le città orientali
di Bengasi e al-Badya sono sotto il controllo degli insorti
e che «sono morti dei cittadini libici e questa è
una tragedia», anche se le cifre riportate sono «esagerate».
Saif è impegnato nel tentativo di avviare quelle
riforme che «avrebbero dovuto essere adottate prima»
(lui le ha invocate spesso, in effetti). Ma forse è
tardi, come era tardi per le offerte last minute di Ben
Ali e Mubarak.
Domenica notte i manifestanti sono scesi
nelle strade di Tripoli decisi a cacciare Gheddafi e il
suo regime, non a negoziare né a lasciare in sella
un altro Gheddafi. Ieri mattina nuova apperizione di Saif
al-Islam in tv in cui ha imputato la rivolta a delinquenti
comuni, detenuti, stranieri e islamisti; ha proposto «entro
due giorni una conferenza sulle riforme costituzionali»;
ha ammonito i libici a scordarsi del petrolio e a prepararsi
per la guerra civile («in cui i morti non sarebbero
200 ma centinaia di migliaia») e l’occupazione
da parte «dell’Occidente» se non si riesce
a trovare un accordo subito.
Ma anche il suo secondo intervento non
è servito a placare gli animi. Bengasi, al Bayda,
Derna sono in mano alla rivolta; Tripoli è campo
di battaglia (e ora anche Misurata). La guerra non è
più una ipotesi o una minaccia: è già
scoppiata ed è in corso.
dal Manifesto del 22 Febbraio
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