| Il 22 febbraio 1980 moriva a Roma Valerio
Verbano, giovanissimo militante dell’autonomia operaia
ucciso da un commando neofascista che l’attendeva
all’interno della sua abitazione, nel quartiere di
Montesacro, dopo aver immobilizzato i genitori. I Nar, Nuclei
amati rivoluzionari, sigla “aperta” dello spontaneismo
armato della destra estrema, rivendicarono l’azione
fornendo alcuni riscontri inequivocabili. A 31 anni di distanza
due corposi volumi tornano a scandagliare con cura quella
vicenda rimasta senza una verità giudiziaria definita:
Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché,
di Valerio Lazzaretti, Odradek, 461 pagine, 25 euro; Valerio
Verbano, una ferita ancora aperta. Passione e morte di un
militante comunista, di Marco Capoccetti Boccia, Castelvecchi,
380 pagine, 19,50.
All’interno dell’area antagonista romana la
memoria di Valerio Verbano, e della sua breve e intensa
storia politica, si è tramandata con forza. Ogni
anno l’anniversario della sua morte è scandito
da un corteo che traversa le strade del suo quartiere e
da numerose iniziative in suo ricordo. I due volumi appena
usciti sono una testimonianza di questa memoria ancora incandescente.
E’ questa una prima difficoltà per lo storico:
districarsi da ciò che i portatori di memoria vogliono
affermare nel presente. Due sono i temi caldi che appassionano
l’evento memoriale rinnovato attorno alla figura di
questo giovane militante comunista: l’identità
sconosciuta degli autori dell’assassinio e la volontà
di riaffermare la pratica dell’antifascismo militante
in un periodo storico che vede diversi esponenti della destra
armata degli anni 70, alcuni dei quali persino coinvolti
nelle indagini per la sua morte, far parte a pieno titolo
del ceto politico-istituzionale. Sia Lazzaretti che Capoccetti
attraverso un certosino lavoro di controinchiesta e un’analisi
impietosa delle indagini giudiziarie mostrano come gli autori
dell’omicidio non siano da ricercare tanto lontano,
contrariamente a quanto affermato da Sandro Provvisionato
e Adalberto Baldoni in un’intervista apparsa sull’Espresso
di qualche tempo fa. Secondo Provvisionato e Baldoni le
morti di Verbano e poi quella del picchiatore missino Angelo
Mancia, avvenuta poche settimane dopo ed anch’essa
rimasta senza responsabili, sarebbero da addebitare ad una
«entità» che avrebbe agito per elevare
il livello di scontro politico tra aree estreme. Come se
a Roma tra il 1979 e il 1980 ci fosse stato bisogno di imput
del genere. Con la loro inchiesta Lazzaretti e Capoccetti
ribadiscono la matrice neofascista dell’assassinio,
come testimonia quella prima rivendicazione che per autocertificarsi
riportò alcuni dettagli riservati conosciuti solo
dagli autori del delitto. Il nucleo dei Nar che rivendicò
l’episodio citava i comandi «Thor, Balder e
Tir», mai comparsi successivamente. Verbano ingaggiò
una lotta furibonda contro i suoi aggressori. La ricostruzione
di quanto avvenne sulla scena del delitto fa pensare che
egli riuscì a disarmare uno dei tre attentatori e
stese a terra gli altri due. Il colpo mortale venne sparato
alle sue spalle dal basso verso l’altro mentre stava
cercando di raggiungere il balcone. L’omicidio fu
probabilmente una forzatura che suscitò discussioni
nell’area dello spontaneismo armato neofascista. Un
successivo comunicato siglato Nar, poi si seppe scritto
da Valerio Fioravanti, criticò l’azione. Arrestato
il 20 aprile 79, Verbano venne scarcerato il 22 novembre
dello stesso anno. Tre mesi dopo fu ucciso. L’arresto
c’entra in qualche modo con con la sua morte perché
durante la perquisizione della sua stanza che ne seguì,
oltre ad una pistola, la digos scoprì un corposo
dossier composto da foto, nomi, indirizzi e schede sull’estrema
destra romana. Si trattava di un lavoro di controinformazione
che Valerio conduceva insieme ad altri compagni del collettivo
che aveva messo in piedi. Uno schedario forse in parte ereditato
da precedenti strutture politiche. Fatto sta che quel dossier
una volta finito nell’ufficio corpi di reato del tribunale
scomparve. In tribunale all’epoca lavorava un magistrato
istruttore con molte relazioni, Antonio Alibrandi, padre
di Alessandro, esponente di primo piano dei Nar morto tempo
dopo in un conflitto a fuoco. Alibrandi padre, spiegavano
le cronache dell’epoca, era una pedina di Giulio Andreotti
per conto del quale aveva incriminato Paolo Baffi, allora
direttore generale della Banca d’Italia, e arrestato
nel marzo 1979, Mario Sarcinelli, suo vice. La vicenda del
dossier e lo scontro di pazza Annibaliano con un gruppo
di fascisti, nel quale Verbano aveva perso i documenti,
avevano attirato su di lui l’attenzione trasformandolo
in un obiettivo.
Convince meno, in questa battaglia per la memoria, l’idea
che dai percorsi giudiziari possa scaturire dopo tanti decenni
la verità. I due libri documentano la scandalosa
condotta della magistratura, addirittura la distruzione
dei corpi di reato lasciati dagli assassini, sottratti così
alle nuove tecniche d’indagine. Un paradosso visto
che l’omicidio è ormai un crimine imprescrittibile,
ragion per cui reperti e corpi di reato dovrebbero essere
conservati per sempre. Questo bisogno di un colpevole, richiesta
umanamente comprensibile, rischia però di trasformarsi
in un boomerang politico. Lo si è già visto
con la richiesta della riapertura delle indagini, lo scorso
anno. Alemanno aveva incontrato i dirigenti della procura.
Si era parlato di 19 casi irrisolti, per poi alla fine assistere
soltanto alla riapertura dell’inchiesta sul rogo di
Primavalle, unico episodio ad avere una verità processuale
accertata ma utile alla retorica vittimista della destra.
L’unica
strada è l’uscita dalle ipoteche penali accompagnata
da una richiesta di trasparenza totale.
Il volume di Lazzaretti, grazie ad un’imponente documentazione
archivistica, sgretola la narrazione vittimistica diffusa
dalla destra negli ultimi anni. E’ impressionante
la mole di aggressioni fasciste che avvenivano nella città
di Roma. Quello di Capoccetti, ricavato da un ulteriore
sviluppo della sua tesi universitaria, ricostruisce attraverso
molte interviste il vissuto politico di Verbano, compresa
la graduale maturazione di un suo dissenso con la strategia
politica dei collettivi autonomi. I due libri tuttavia evitano
di approfondire alcuni non detti confinati nelle pieghe
della sua storia. Tra questi, per esempio, il nodo dell’antifascismo
militante. Il dissenso contro lo «sparare nel mucchio»
che aveva portato Verbano ad intervenire pubblicamente sulle
frequenze di radio Onda rossa per criticare l’uccisione
di Stefano Cecchetti, che non era fascista, colpito a caso
davanti ad un bar frequentato da militanti di destra. Omicidio
che per crassa ignoranza gli venne imputato dai suoi assassini
nel volantino di rivendicazione. Esistevano all’epoca
diverse interpretazioni dell’antifascismo militante,
alcuni lo ritenevano tema centrale, altri una questione
di retroguardia. Alcuni l’utilizzavano per frenare
la spinta verso i gruppi armati (l’esatto contrario
di quel che sostiene Guido Panvini in, Ordine Nero,
guerriglia rossa, Einaudi 2009). C’erano poi
idee diverse sul modo di condurlo. Insomma, da questo punto
di vista certamente un’occasione persa.
* da Liberazione del 20 febbraio
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