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In occasione
degli Stati Generali su Roma Capitale organizzati
da Alemanno alla presenza di Berlusconi e Tremonti,
ripostiamo tutte e cinque
le puntate dell'inchiesta su "I forchettoni neri" pubblicata
su Contropiano tra gennaio e febbraio
La fascistopoli del sindaco Alemanno presenta molti aspetti di
continuità con quanto avvenuto sotto precedenti amministrazioni
romane, ma anche notevoli elementi di novità.
Ad oggi, si
parla di oltre 4.000 assunzioni in due anni nell’ambito
delle aziende ex municipalizzate, in particolare AMA,
ATAC ed ACEA, ma non è escluso che questi numeri possano
lievitare ulteriormente, coinvolgendo altri settori
nella disponibilità del sindaco, come gli appalti
per forniture di beni e servizi e le consulenze generosamente
affidate.
Ciò che desta
particolare scandalo è l’entità delle assunzioni e
la loro inutilità rispetto alle esigenze della città:
per esempio, all’azienda che gestisce un aspetto strategico
nella vita metropolitana, quale quello del trasporto
pubblico, mancano almeno 140 autisti per gli autobus,
con il conseguente disservizio che tutti possiamo
immaginare e, soprattutto, constatare quotidianamente
sulla nostra pelle di cittadini. Ebbene, fra le centinaia
di assunzioni per chiamata diretta avvenute dall’elezione
di Alemanno, non si trova nemmeno un autista, mentre
abbondano impiegati, funzionari e dirigenti, la cui
incongruità appare evidente dalla disponibilità di
tempo che hanno per chattare su Facebook,
come si è visto nel caso dell’ex terrorista nero installato
negli uffici ATAC di Via Prenestina
e dei suoi colleghi, che hanno passato sul social
network alcune ore a scambiarsi opinioni e consigli
sul sistema migliore per sterminare gli studenti “rossi”
che manifestavano sotto i loro uffici.
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Il clientelismo
non è certo un’invenzione di Alemanno, e nemmeno le giunte
di centrosinistra si sono sottratte a questa consuetudine,
ereditata dai tempi eroici della Roma democristiana. Si
potrebbero fare i nomi di molti personaggi senza arte né
parte collocati dalla sinistra nei C.d.A.
delle aziende pubbliche e poi assunti a tempo indeterminato,
e forse qui risiede la ragione della scarsa aggressività
della cosiddetta opposizione (compresa quella di “sinistra
radicale”) nell’iniziativa contro la fascistopoli romana. Sta di fatto, tuttavia, che le dimensioni
qualitative e quantitative dell’attività della giunta di
centrodestra rappresentano qualcosa di più della perpetuazione
dell’eterno clientelismo capitolino.
***
Fascistopoli si caratterizza come una torta a più
strati, alla cui base si situano le centinaia di galoppini
fascisti o berluscones assunti a livello operaio o impiegatizio per soddisfarne
le legittime (per modo di dire) aspettative di ricompensa
per i servizi resi in tempi più o meno lontani, servizi
che, in certi casi, si possono considerare imbarazzanti.
Camerati di antiche scorribande squadriste, per esempio,
ma anche procacciatori di consensi nel sottoproletariato
metropolitano e nella piccola borghesia orfana della balena
bianca. Non va dimenticato che gli ultimi fuochi democristiani
a Roma portavano i nomi di gentiluomini come “il Monaco”
Giubilo o “lo Squalo” Sbardella, e che ancora siede in Parlamento,
nelle stesse file del sindaco Alemanno, un certo Ciarrapico,
faccendiere fascistone tanto ingombrante, quanto impenitente.
Lo strato intermedio
della torta è costituito da personaggi più presentabili,
ai quali sono stati conferiti i più svariati incarichi di
consulenza ben retribuita, nonostante proprio la denuncia
dell’uso disinvolto dei “consulenti” da parte delle amministrazioni
di Rutelli e Veltroni sia stato uno dei cavalli di battaglia
della campagna elettorale dell’attuale sindaco e dei suoi
camerati.
La parte superiore
della torta è quella meno investigata, ma probabilmente
la più interessante. Qui troviamo ex squadristi e picchiatori
di buon calibro che, ad un certo momento della loro vita,
si sono trovati di fronte ad un bivio: continuare nelle
scorribande e negli agguati in camicia nera contro i “rossi”,
oppure indossare un bel doppiopetto e iniziare la scalata
sociale. Diciamo che questo bivio esistenziale si è presentato
ai nostri bastonatori quando sulla scena del Paese si è
proiettata la parabola, breve ma violentissima, dei N.A.R.
di Mambro e Fioravanti.
***
Nonostante
l’assassinio del giudice Amato e del capitano Straullu,
un rinnovato impulso investigativo portò ben presto allo
smantellamento della rete politico-criminale che proteggeva
il ristretto nucleo di pistoleri e bombaroli neofascisti.
Va anche detto che a quell’impulso investigativo non fu
affatto estraneo il venir meno di antiche e consolidate
complicità all’interno degli stessi apparati dello Stato,
nel quadro della generale ridefinizione dei rapporti sociali
e politici che ha segnato la stagione susseguente la sconfitta
dei movimenti rivoluzionari degli anni 70 e la disfatta
operaia dopo i 35 giorni di occupazione della FIAT, seguita
dalla ristrutturazione di Romiti e dalla fine di ogni seria
conflittualità sindacale. In questo contesto, il ruolo della
manovalanza nera non rivestiva più grande importanza, finendo
anzi per rivelarsi controproducente.
E’ dunque nella
prima metà degli anni 80 che una parte significativa dello
squadrismo romano, non coinvolta o soltanto lambita dalle
vicende dei N.A.R. (con annessi legami con la malavita organizzata),
inizia la sua lunga marcia nell’impresa, più o meno legale,
e nella politica, senza per questo troncare ogni legame
con il proprio passato e nemmeno quelli con i camerati più
scomodi.
L’irruzione
sulla scena del Cavaliere Nero e il suo sdoganamento del
Movimento Sociale Italiano, attraverso il sostegno alla
candidatura dell’allora segretario missino Gianfranco Fini
come sindaco di Roma, hanno consentito la progressiva emersione
dei vecchi squadristi, che hanno potuto così completare
il loro riciclaggio da gorilla di strada a rispettabili
imprenditori o uomini politici presentabili. Ancor prima
della prima vittoria elettorale di Berlusconi, tanto per
dire, il famoso “Pecora”, Teodoro Buontempo, era trasfigurato
da manesco manovale del neofascismo addirittura ad “apostolo
delle borgate”, portavoce nelle stanze del potere rutelliano
dei bisogni e dei problemi della dimenticata plebe romana.
Questa ricollocazione non era priva di realtà, tutt’altro:
al progressivo abbandono da parte della sinistra dei propri
riferimenti culturali e del proprio insediamento sociale,
faceva da riscontro la sempre più massiccia presenza degli
attivisti di destra, nelle scuole, nei quartieri ed in molti
luoghi di lavoro.
***
L’attivismo
dei militanti del MSI prima e di Alleanza Nazionale poi
all’interno della magmatica e talvolta melmosa composizione
di classe romana è stato un fenomeno troppo a lungo sottovalutato
da una sinistra sempre più salottiera e narcisista, convinta
di rappresentare la sola classe dirigente della città ed
il solo referente affidabile per i suoi storici poteri forti,
dalla lobby dei palazzinari alle gerarchie vaticane. Inoltre,
mentre nelle scuole della borghesia, nei licei, continuava
a manifestarsi una predominanza dei collettivi e dell’impegno
politico di sinistra, negli istituti professionali e, soprattutto,
fra i giovani senza cultura e senza futuro della sterminata
periferia, andava affermandosi la presenza attiva e l’influenza
ideologica e comportamentale della destra e dell’estrema
destra, anche facendo leva senza scrupoli sul disagio provocato
dal crescente afflusso di immigrati e sull’enfatizzazione
del ruolo dei rom, gli zingari, facile bersaglio di ogni
propaganda razzista e xenofoba.
Sulle basi
del consenso popolare così costruito, nella seconda metà
degli anni 90 Alleanza Nazionale è diventata il primo partito
in molti quartieri popolari, capitalizzando più di Forza
Italia il vuoto lasciato dalla vecchia D.C. e guadagnando
il sostegno di quei settori di popolo esclusi ed emarginati
dalle sciagurate politiche di privatizzazione e di liberismo
condotte dalla “sinistra” al potere in Campidoglio. Forti
di questo sostegno, i vecchi squadristi, insieme ad altri
di nuova generazione, hanno iniziato ad uscire allo scoperto
nelle loro nuove vesti, celebrando il loro trionfo nella
primavera del 2008, quando l’ex squadrista, nonché genero
devoto dell’ideologo e fondatore di Ordine Nuovo, nonché
amico e sodale di molti nomi del terrorismo nero, è asceso
alla massima carica della Città Eterna.
(seconda parte)
Le migliaia
di galoppini assunti con chiamata diretta dalle aziende
del Comune di Roma dopo la vittoria elettorale di Alemanno
rispondono all’esigenza di ricompensare sia la manovalanza
nera che quei settori “popolari” che hanno contribuito in
maniera determinante al successo delle liste neofasciste
e berlusconiane. A ben guardare, si è trattato di un’operazione
nel più classico stile democristiano, con un di più di velocità
e di assoluta indifferenza verso il contesto strutturale
in cui la stessa operazione viene effettuata.
4.000 assunzioni
nell’arco di due anni sono un’enormità, una cosa più da
pieno impiego in stile sovietico che da governance
liberale. Una tale forzatura è avvenuta parallelamente al
taglio selvaggio di servizi pubblici e nel quadro della
più grave crisi economico-finanziaria conosciuta dal capitalismo
dopo il 1929. Qualcuno potrebbe sostenere che, in fondo,
Alemanno si è ispirato al welfare mussoliniano, a quell’intervento
dello Stato nell’economia che costituì la versione italiana
del New Deal roosveltiano, ma il paragone non sta in piedi.
Negli anni
30 del secolo scorso, analogamente a quanto avveniva negli
U.S.A. su impulso delle teorie di Keynes,
il governo italiano promosse un massiccio piano di investimenti
pubblici e di assunzioni nella Pubblica Amministrazione,
legando la tendenza al pieno impiego al rafforzamento ed
allo sviluppo di una forte struttura produttiva. La versione
caricaturale del fascismo alla vaccinara
di Alemanno prescinde totalmente dalla struttura produttiva,
ed anche dalla semplice utilità sociale, virando verso il
più abietto clientelismo, a spese della collettività.
Credo sia questo
il punto da sottolineare: le assunzioni di Alemanno non
solo sono clientelari, ma peseranno sulle condizioni di
vita di una popolazione già duramente colpita dalla crisi
e da anni di scellerate privatizzazioni realizzate dalle
giunte di Rutelli e Veltroni, rispetto alle quali la giunta
Alemanno ha aggiunto un surplus di arroganza. In altre parole,
il conto degli stipendi delle migliaia di inutili parassiti
insediati in comodi uffici – mentre la città avrebbe bisogno
di autisti dei mezzi pubblici, di operatori ecologici, di
personale scolastico, di operatori sociali, ecc. – lo pagheranno
i cittadini romani, compresi quelli che non nascondono una
sorta di ammirazione verso un uomo politico che “aiuta gli
amici”, naturalmente sperando di poter accedere a quella
cerchia di “amici”. Un esempio del costo sociale per la
cittadinanza della disinvoltura di Alemanno e dei suoi è
arrivato con una Delibera di giunta dello scorso settembre,
scivolata nell’indifferenza generale delle cosiddette opposizioni,
compresa quella della “sinistra radicale”.
***
Con la Delibera
n. 281 del 15 settembre 2010, il Comune di Roma ammette
sostanzialmente di non essere in grado di versare nei tempi
dovuti i compensi destinati alle aziende del privato sociale
che gestiscono i servizi sociali e assistenziali per conto
del Comune stesso, quali l’assistenza ai disabili ed agli
anziani, il sostegno ai minorenni in difficoltà, l’assistenza
educativa ai bambini delle scuole materne, elementari e
medie, ecc. A seguito di tale presupposto, il Comune decide
di garantire, certificandolo, il debito che ha verso quelle
aziende, formalmente favorendole ma, di fatto, obbligandole
a ricorrere al credito bancario, ovviamente scaricando sulle
aziende stesse ogni onere economico relativo all’operazione.
In pratica,
funziona così: le cooperative cui il Comune non riesce a
pagare il lavoro effettuato potranno (leggi: dovranno) rivolgersi
alle banche, che verseranno loro quanto dovuto dal Comune,
per rivalersi successivamente sul Comune stesso. Naturalmente,
non essendo le banche istituzioni filantropiche, queste
tratterranno dai versamenti alle cooperative una certa percentuale,
mediamente intorno al 3% dell’importo dovuto dal Comune:
questo comporta, per una cooperativa di medie dimensioni,
un salasso di circa 60.000 euro l’anno, a tutto vantaggio
della banca.
Ma non finisce
qui: logica vuole che, se il Comune di Roma non è in grado
di far fronte nei tempi dovuti ai suoi impegni nei confronti
di chi lavora per lui, meno che mai sarà in grado di farlo
nei confronti delle banche, il che farà scattare le conseguenti
ed inevitabili penali, con il brillante risultato di far
aumentare sia il costo dei servizi sociali che l’indebitamento
pubblico verso le banche. Indovinate un po’ chi pagherà
questo aumento dei costi.
Se la cosiddetta
opposizione si sta mostrando timida verso la fascistopoli/parentopoli nelle aziende pubbliche, sullo scandalo dei servizi
sociali consegnati alle banche a spese dell’intera cittadinanza
non ha nemmeno fiatato, né in Consiglio comunale, né nella
città. I motivi di questo silenzio andrebbero indagati,
perché appare impossibile che possa trattarsi di mera incompetenza.
La realtà è che qualcuno sarà pure veramente incompetente
(e questo è già grave), ma qualcun’ altro con la cricca
di Alemanno ci convive piuttosto bene, urlando slogan antifascisti
di giorno e incassando qualche finanziamento per le proprie
attività al calar della sera. Anche qui, provate ad indovinare
chi paga il conto.
***
L’operato della
giunta Alemanno appare, quindi, più sofisticato di quanto
si possa immaginare, tanto è vero che, a conti fatti, in
due anni di malgoverno della città la difficoltà maggiore
gliel’ha creata il biondo Tevere con il suo rischio di esondazione,
non certo l’opposizione politica. Fra clientelismo dispiegato
verso gli “amici” e dazioni oculate verso i “nemici”, il
camerata Alemanno ha mostrato di sapersi muovere…
anche perché, diciamocelo francamente, con una “opposizione”
come quella che si ritrova, avrebbe dovuto essere un perfetto
imbecille per avere fastidi. E Alemanno imbecille non è.
Tuttavia, la
poltrona del sindaco in camicia nera inizia a traballare.
Fino ad ora, ci siamo occupati degli strati più bassi della
torta, fra galoppini ricompensati e “oppositori” in saldo
da fine stagione. Ma è avvicinandosi alle ciliegine che
la torta diventa veramente gustosa, talmente gustosa che
potrebbe andare di traverso al suo ingordo pasticciere.
(terza puntata)
Siamo finalmente
arrivati alla sommità della torta di Alemanno, dove non
ci sono manovali dello squadrismo da “sistemare” o oppositori
che si mettono a tacere con qualche migliaio di euro di
finanziamenti per “iniziative sociali” o lasciando in pace
qualche occupazione. Qui si fa sul serio, da qui si domina
e si maneggia la città, in compagnia di porporati, costruttori
e poteri forti.
Si è parlato
molto del neonazista Stefano Andrini:
condannato a suo tempo per il tentato omicidio di due giovani
di sinistra picchiati selvaggiamente nel 1989 insieme ad
una squadraccia di naziskin, viene arrestato nuovamente
nel 1994 nel corso di scontri con militanti di sinistra,
dopo essersi avvicinato all’ex leader di Avanguardia Nazionale
Stefano Delle Chiaie, noto come “er Caccola” per
la non imponente statura. Il cursus honorum di Delle Chiaie
comprende la partecipazione alla fondazione di Ordine Nuovo
ed un discreto curriculum al servizio di Pinochet ed altri
gorilla latinoamericani degli anni 70 e 80, come sintetizza
Wikipedia: “(Delle Chiaie) Ebbe coinvolgimenti con il regime di Augusto Pinochet
in Cile, partecipando alla Guerra sporca e all'Operazione
Condor per l'azzeramento dei dissidenti. Sempre in Sud America,
aiutò il dittatore Luis García Meza
Tejada a prendere il potere in
Bolivia con un colpo di stato (1980). Il gruppo paramilitare
che lì dirigeva assieme al neofascista Pierluigi Pagliai
e al criminale nazista Klaus Barbie si autodefinì i fidanzati
della morte e fu responsabile di numerosi omicidi e torture
contro esponenti politici e cittadini. (…)”.
L’amico dei
vecchi fidanzati della morte viene insediato nel 2009 sulla
poltrona di amministratore delegato di Ama Servizi Ambientali,
nonostante le proteste dell’opposizione, delle quali Alemanno
non si cura e che, comunque, finiscono presto. Infatti,
Andrini sarà costretto a dimettersi non a causa del suo torbido
passato e delle flebili proteste dell’opposizione, ma per
il suo coinvolgimento nella falsa candidatura di Nicola
Di Girolamo, il senatore di proprietà di Gennaro Mokbel
e delle famiglie della ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto.
E il nome di Mokbel ricorre spesso, quando si parla del sistema di potere
romano impostosi dopo l’elezione del sindaco in camicia
nera.
***
Secondo il
giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi,
che ha curato un’ottima inchiesta sulle poltrone conferite
a fascisti e nazisti nella Roma di Alemanno, l’inchiesta
su Mokbel ed il gigantesco giro
di truffe ed altro che lo ha reso ospite delle patrie galere,
non fa dormire sonni tranquilli al primo cittadino con la
croce celtica al collo.
La magistratura,
fra le molte altre cose, indica i rapporti di Mokbel
con Massimo Carminati, che Fittipaldi
ricorda essere uno dei fondatori dei NAR, fondatore di Avanguardia
Nazionale e, soprattutto, sodale della Banda della Magliana:
il personaggio del “Nero” del film e della fiction “Romanzo
criminale” è ispirato a lui. Della cricca di Mokbel fa parte anche un certo Silvio Fanella,
che i magistrati considerano il cassiere della cricca stessa.
Nel luglio
2000, Fanella rileva il 50% delle
quote della “Mondo Verde”, società fondata dall’attuale
capo della segreteria di Alemanno, Antonio Lucarelli, e
da due suoi cugini. In quella data, Antonio Lucarelli aveva
già lasciato l’impresa, impegnato nel suo ruolo di portavoce
dell’organizzazione di estrema destra Forza Nuova: è lui
che gestisce le mobilitazioni contro il Gay Pride, arrivando a minacciare l’uso della forza per impedire
fisicamente la manifestazione dei “froci”. Dopo pochi mesi,
però – rivela l’Espresso – Fanella
rivende le sue azioni ad “una ditta amministrata da tal
Fabrizio Moro. Sarà un caso, ma Moro è un amico di Lucarelli.
Sarà una coincidenza, ma per la Mondo Verde targata Moro
lavorerà in alcuni progetti – come ha rivelato Repubblica
- il cognato di Gennaro Mokbel”.
Moro gestirebbe
oggi i “punti verdi qualità” in alcuni quartieri di Roma,
fra i quali Nomentano e San Basilio.
I “punti verdi qualità” sono terreni di proprietà comunale
che vengono assegnati a privati a seguito dell’impegno ad
attrezzarli a verde pubblico, con la possibilità di costruirvi
installazioni finalizzate al loro utilizzo, quali bar, ristoranti,
impianti sportivi, ecc. Altri due “punti verdi” (a Castel
Giubileo ed a Forte Ardeatino)
sarebbero poi controllati da tale Giancarlo Scarrozza. Chi
è costui? E’ il marito di Lucia Mokbel, sorella di Gennaro, di cui è dunque il già citato
cognato. Il cognato di Mokbel,
dunque, dopo aver lavorato per la Mondo Verde della famiglia
Lucarelli, condivide con Fabrizio Moro, l’amico di Lucarelli,
la gestione dei “punti verdi qualità”. Pure coincidenze,
naturalmente.
Un’altra vicenda
che interessa il capo della segreteria di Alemanno presenta
aspetti decisamente curiosi. Sin dagli anni 80, Antonio
Lucarelli risulta locatario di alcuni terreni di proprietà
di Propaganda Fide, situati sui due lati della Via Nomentana, poco all’interno del Grande Raccordo Anulare. Su
questi terreni, sono stati edificati alcuni manufatti di
grandi dimensioni, affittati poi ad una serie di attività
commerciali, che ne avevano fatto una sorta di Auchan
ante litteram, cioè un grosso centro commerciale dove si
trovava di tutto, dagli elettrodomestici ai casalinghi,
dagli articoli da campeggio all’arredamento, per una superficie
coperta di migliaia di metri quadrati.
Il problema
di Lucarelli era che quelle migliaia di metri quadri di
manufatti, che dovrebbero garantire un’ottima rendita, sono
tutti abusivi: lo rileva un oscuro geometra del Comune di
Roma all’inizio degli anni 90, e da lì parte il relativo
e farraginoso iter sanzionatorio, che – come spesso avviene
a Roma – non produce alcuna iniziativa.
***
Eppure, quegli
abusi non possono essere sanati: un documento della Soprintendenza
per i Beni Ambientali e Architettonici datato maggio 1997
afferma perentoriamente la “non suscettibilità di sanatoria
(…) per le opere abusive messe in essere nel tratto settentrionale
della via Nomentana”. Quelle costruzioni
non possono essere condonate, anzi vanno abbattute e si
ipotizza il reato di cui agli artt. 733 e 734 del Codice
Penale (danneggiamento al patrimonio archeologico, storico
o artistico nazionale e distruzione o deturpamento di bellezze
naturali).
Ma non succede
un bel niente. Il centro commerciale continua la sua attività,
fino a quando – siamo ormai nel XXI secolo - avviene una
cosa veramente degna di ammirazione.
LA MOSSA DEL
CAVALLO
Nel suo romanzo
storico “La mossa del cavallo”, Andrea Camilleri narra le
vicende di Giovanni Bovara, un funzionario genovese di origine
siciliana inviato dai “piemontesi” in Sicilia per imporre
il rispetto della legge sui mulini, quella della famigerata
“tassa sul macinato”. Individuato nella campagna un enorme
mulino che macina illegalmente, Bovara invia i reali carabinieri
per eseguirne il sequestro. Arrivati sul posto, i carabinieri
constatano che non vi è alcun mulino, bensì un nudo terreno
che alcuni contadini stanno arando e seminando. La mafia
aveva provveduto a far smontare pezzo per pezzo il mulino,
e il povero Bovara venne fatto passare per matto.
Un bel mattino,
chi si recava per fare acquisti al centro commerciale di
Via Nomentana, invece dei negozi e dei capannoni, si è trovato
davanti la stessa scena dei reali carabinieri del povero
Bovara, con la sola differenza che nessuno stava arando
o seminando la spianata deserta dove sorgeva il centro commerciale.
Ma cosa è successo? Come e perché sono spariti nel nulla
migliaia di metri quadri di manufatti, per i quali, però,
è tuttora pendente una richiesta di condono? Qualcuno parla
di un incendio, ma i conti non tornano: quell’incendio,
che avrebbe illuminato la notte nel raggio di chilometri,
non lo ha visto nessuno. In un tale incendio, inoltre, insieme
alle strutture sarebbe andata distrutta merce per milioni
di euro: possibile che nessuno abbia visto gli autocarri
che portavano via le tonnellate di rottami? E dove è stata
smaltita tutta questa roba? Infine, last but
not least,
non si ha notizia di alcun intervento dei Vigili del Fuoco.
Ancora oggi, chi vada a guardare con i suoi occhi non vedrà
altro che un terreno abbandonato, malamente recintato, senza
la minima traccia di bruciature.
E’ un mistero
che non sembra appassionare nessuno, nemmeno i residenti
della zona: c’è chi afferma di aver assistito ad un frettoloso
ma ordinato smantellamento delle strutture e chi, semplicemente,
allarga le braccia ed alza gli occhi verso il cielo. Sembra
proprio una storia da Sicilia del XIX secolo o, se preferite,
da America Latina. Ed è proprio l’America Latina il vecchio
amore degli amici dei fidanzati della morte che popolano
gli strati alti della torta di Alemanno.
(quarta puntata)
Mentre la rabbia
degli studenti invadeva le strade del centro di Roma, il
Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella
Gelmini, barricata nel bunker del governo, annunciava giubilante
la liquidazione dell’eredità del 1968, con il suo portato
rivoluzionario di libertà ed uguaglianza. Grazie all’operato
del governo Berlusconi, i potenti si sono presi tutte le
rivincite che sognavano da decenni contro le utopie ed i
cattivi maestri della sovversione: adesso, finalmente, gli
operai la smetteranno con quella storia assurda di volere
il figlio dottore.
Verso la metà
degli anni 70, c’era già chi lavorava alacremente per contrastare
il diffondersi nella società italiana di quelle utopie eversive,
per mettere a tacere le voci che parlavano di diritto allo
studio per tutti, di potere agli operai, di emancipazione
delle donne. In tutte le città, manipoli di baldi giovani
con gli occhiali a specchio, i capelli cortissimi e improbabili
scarpe a punta lavoravano alacremente di spranga e di rivoltella
per ricondurre alla ragione capelloni e comunisti. Qualcuno,
più specializzato, si dedicava al bombardamento di banche,
di treni e di piazze affollate da troppi lavoratori sindacalizzati.
Fra quei simpatici
giovanotti di buona famiglia, dediti anche allo stupro a
tempo perso, furoreggiavano slogan come l’esplicito “Cile-Cile-Argentina,
l’Italia come l’America Latina” o il sobrio “Auschwitz-Mathausen-Buchenvald
sono le tappe della civiltà”. Il più gettonato, comunque,
era il ritmico “Il comunismo non passerà”, il tutto accompagnato
da quel curioso saluto a braccio e mano tesi che, notava
il cantautore Fausto Amodei, ricordava
la silenziosa richiesta dei bambini alla maestra di poter
andare al cesso.
A Roma, di
quei giovanotti ce n’erano parecchi: risiedevano principalmente
nei quartieri alti (Parioli, Prati,
Piazza Bologna, EUR, Vigna Clara, Balduina)
ma anche in zone piccolo borghesi o popolari (Prenestino,
Primavalle, Tiburtino), dove,
però, non se la passavano molto bene. Oltre ai già citati
occhiali a specchio e scarpe a punta, loro tratti distintivi
erano, in inverno, il cappotto “loden” rigorosamente verde
e, in estate, le magliette Lacoste, quelle con il marchio
del coccodrillo. Per gli spostamenti, erano d’obbligo il
“vespone” bianco, che sembrava
uno scaldabagno con le ruote, o il “Maggiolone” nero, che
faceva tanto Terzo Reich. Letture, pochine: un po’ di Evola
e Pound, qualcosa di Cèline e Drieu La Rochelle, Tolkien neanche tanto, il Mein Kampf, qualche libretto pseudo esoterico,
insomma più moschetto che libro. Attività preferita: la
caccia al “rosso”, altrimenti detto “compagno”, “peloso”,
“bolscevo” o “zecca”, caccia i
cui terreni erano le scuole superiori, perché all’Università
non era proprio aria. Armi in dotazione: bastoni, spranghe,
tirapugni, catene ed anche pistole, tanto le forze dell’ordine
chiudevano sempre un occhio di fronte a quella jeunesse
dorèe così impegnata nel salvare
l’Italia dalla montante marea rossa.
Naturalmente,
in quell’ambiente guerriero emergevano i più coraggiosi,
anzi i più arditi, quelli che gettavano il cuore oltre l’ostacolo
e, dopo aver pestato ben bene in quindici un ragazzino con
i capelli troppo lunghi, abbordavano le ragazze di periferia,
le caricavano nelle loro belle macchine e le violentavano,
in nome della naturale supremazia del superuomo.
Esaltavano
la bella morte, ma si godevano la bella vita, i camerati
romani, ignorati (se non protetti) dalla polizia e trattati
benevolmente dai magistrati. Del resto, difendevano i privilegi
della loro classe dalla minaccia comunista, per cui era
naturale che la loro classe avesse per loro un occhio di
riguardo.
In quegli anni
si cementano virili amicizie, legami imperituri, così imperituri
che resistono anche quando le cose cambiano e qualcuno,
come si dice a Roma, perde la brocca. Successe che a Roma
la sinistra rivoluzionaria si stancò di chiedere alla Repubblica
democratica – nata sì dalla Resistenza, ma governata dai
democristiani – di chiudere le sedi fasciste, e cominciò
a chiuderle da sola, talvolta con i medesimi fascisti ancora
all’interno. Come era avvenuto nei confronti dello Stato,
il movimento infranse il monopolio fascista della violenza,
e molti camerati se la videro brutta, anzi, bruttissima.
Inoltre, qualche poliziotto e qualche magistrato presero
sul serio il loro mestiere, e cominciarono ad indagare seriamente
sulle attività di quei giovanotti esuberanti, scoprendo
che – fra l’altro – qualcuno arrotondava la generosa paghetta
con lo spaccio di eroina.
Dopo una fase
di transizione, le strade si divisero: qualcuno continuò
la sua guerra contro i “rossi” ed il “sistema”, altri scelsero
un silenzioso rientro nei ranghi di famiglia. I primi intrapresero
la strada della clandestinità, delle rapine, degli attentati
e degli omicidi, i secondi quella dei consigli di amministrazione
o delle segreterie di partito. Ma anche per questi ultimi
l’antico cameratismo non finì in soffitta, insieme alle
pistole ed ai tirapugni.
***
Giuseppe Dimitri,
detto Peppe, classe 1956, passa direttamente da boy scout
a militante di Avanguardia Nazionale, che ha nel suo quartiere,
l’EUR, una sua roccaforte. In breve tempo, Dimitri diventa
una figura quasi mitica per i fascisti romani, in particolare
per quelli della zona sud-ovest della Capitale, che avevano
il loro punto di riferimento al “Fungo”, un lussuoso (ma
bruttissimo) bar-ristorante, lo stesso frequentato dai boss
della Banda della Magliana. Da Wikipedia: “Appassionato di tattica militare e
di guerriglia urbana, allestì campi in boschi abbandonati
o in montagne dai sentieri impervi, allo scopo di addestrare
i giovani militanti alla lotta "corpo a corpo",
temprarne la resistenza fisica e abituarli alla sopravvivenza
in situazioni estreme. Insegnava anche l'uso di "armi
bianche", come bastoni e soprattutto martelli”. La passione del camerata Peppe per
i martelli non aveva nulla a che vedere con il bricolage:
infarcito di mitologia nibelungica, si lanciava all’assalto
dei giovani di sinistra gridando “Per Odino!” e brandendo
quello che, anziché un banale utensile da ferramenta, considerava
l’arma del dio Thor, signore dei tuoni e delle tempeste,
nonché figlio dell’Odino di cui sopra.
Sciolta Avanguardia
Nazionale, Dimitri, insieme a Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi, Walter Spedicato ed altri,
partecipa alla fondazione di Lotta Studentesca, che presto
diventerà Terza Posizione. Il 15 marzo del 1979, Dimitri
partecipa con camerati come Giusva Fioravanti, Francesca Mambro,
Alessandro Alibrandi e Livio Lai
alla rapina di un’armeria, impresa che verrà rivendicata
dai NAR. Il 27 novembre dello stesso anno, il camerata Peppe
organizza e mette in atto un’altra rapina, questa volta
ai danni della filiale della Chase
Manhattan Bank del suo quartiere, l’EUR; il bottino verrà affidato per
il riciclaggio a Franco Giuseppucci,
detto Er Fornaretto o Er Negro (il Libanese della fiction Romanzo Criminale), uno dei
fondatori della Banda della Magliana, con cui Peppe è in
ottimi rapporti. Alla fine di quell’anno, il 14 dicembre,
Dimitri viene casualmente intercettato dalla polizia: entrerà
in carcere, dove sarà raggiunto qualche mese dopo da un
mandato di cattura relativo alla costituzione di Terza Posizione,
insieme a Fiore ed Adinolfi. Uscirà
dal carcere solo nel 1988.
Sbolliti i
furori antisistema, nel 1994 il camerata Peppe si risciacqua
a Fiuggi, aderisce ad Alleanza Nazionale e nel 2001 il suo
vecchio amico Alemanno, diventato Ministro per le Politiche
Agricole del secondo governo Berlusconi, nonostante il passato
di terrorista e le aderenze con la Banda della Magliana,
arruola Dimitri come consulente al suo Ministero, carica
che ricoprirà fino al 2006, quando un banale incidente stradale
metterà improvvisamente fine alla sua vita movimentata.
A pochi anni di distanza, lo stesso Alemanno, ora sindaco
di Roma, griderà allo scandalo per il rifiuto del Brasile
di estradare in Italia Cesare Battisti, ex militante dei
Proletari Armati per il Comunismo. Dunque, se un terrorista è “rosso”
deve marcire in galera anche a trentadue anni di distanza
dai fatti che lo riguardano; se, invece, il terrorista è
“nero” ed amico di Alemanno, lo assumiamo in un Ministero.
Mistica fascista, evidentemente.
***
Seguace ed
emulo delle gesta del camerata Peppe, un personaggio divenuto
presto tristemente noto nella zona di Roma esattamente al
capo opposto della città, rispetto a quell’EUR dove erano
cresciuti ed avevano prosperato i camerati di Avanguardia
Nazionale ed i gangster della Banda della Magliana.
Fabrizio Mottironi, non ancora ventenne, alla fine degli anni 70 è
il leader assoluto dei giovani di Terza Posizione inquadrati
nel Comitato Rivoluzionario Quartiere Trieste (CRQT). Una
vaga somiglianza con Alex, il protagonista del film Arancia Meccanica, contribuisce ad alimentare il mito violento del giovane,
sempre in prima fila negli scontri con i simpatizzanti di
sinistra. I “bolscevi” del liceo
Giulio Cesare sono gli obiettivi preferiti degli assalti
del CRQT: nel 1979, le aggressioni erano quotidiane, sia
davanti la scuola che nelle vie del quartiere. Fabrizio/Alex
aveva il vezzo di impartire severe punizioni ai camerati
che commettevano qualche errore: la più usata era l’ordine
di eseguire un certo numero di flessioni a terra, scena
ripetutasi decine di volte nel piccolo giardino di fronte
al Giulio Cesare dove stazionavano abitualmente i militanti
del CRQT.
E’ di quel
periodo la storia di un attentato ai danni della FLM, l’allora
sindacato unitario dei metalmeccanici, la cui sede nazionale
si trovava a poche centinaia di metri dal Giulio Cesare:
si racconta che, mentre era in corso una riunione sindacale,
un giovanotto si affacciò dalla finestra aperta e lanciò
nella stanza un candelotto di dinamite con la miccia accesa.
Non fu una strage solo perché un sindacalista ebbe la presenza
di spirito di staccare la miccia, ed all’epoca c’era chi
giurava che il giovanotto affacciatosi alla finestra assomigliasse
maledettamente all’Alex di Arancia Meccanica. E’ una storia difficile da verificare, ma sono in tanti
ad averla sentita.
Come era inevitabile,
le violenze di strada dei fascisti del CRQT finirono per
provocare la reazione degli attivisti di sinistra: per alcuni
giorni, massicce “ronde proletarie” spazzarono le strade
intorno al Giulio Cesare, ed almeno in un’occasione il giovane
Mottironi ed i suoi camerati si
salvarono soltanto grazie all’intervento della polizia,
che andò a prenderli con i blindati nel portone del palazzo
in cui si erano asserragliati, circondati da centinaia di
“bolscevi”. Da quel momento, l’attività
del CRQT andò scemando, anche a causa del passaggio ai neonati
Nuclei Armati Rivoluzionari di molti dei militanti di Terza
Posizione. Il nome di Mottironi
finisce sui giornali nel settembre del 1980, quando viene
arrestato, con altre quattordici persone: resterà in carcere
per cinque anni, ma al processo verrà assolto.
Nel 2003, il
Ministero delle Politiche Agricole retto da Alemanno crea
una società privata per promuovere i cibi italiani nel mondo,
la Buonitalia S.p.A., e vi pone
a capo Fabrizio Mottironi, che
non proclama “Spezzeremo le reni alla Grecia!”, ma un più amatriciano “Invaderemo
di pasta le Americhe!”». Il tempo passa per tutti, anche
per i vecchi nazional-rivoluzionari,
che vanno trasfigurandosi negli odiati democristiani di
una volta: infatti, Buonitalia – arrivata a costare la bellezza di novanta milioni
di euro dei contribuenti – ospiterà nei suoi uffici di Via
del Tritone una ventina di uomini chiamati senza selezione
da Gianni Alemanno, tutti di provata fede cameratesca, fra
i quali Manfredi Minutelli, ufficiale
parà della Folgore, direttore del sito "destrasociale.org",
che diventa direttore del marketing.
L’aspetto forse
più incredibile della vicenda è che Buonitalia
è sopravvissuta non solo per tutta la durata del secondo
governo Berlusconi, ma anche durante i due anni del governo
Prodi sostenuto dai “comunisti” Bertinotti e Diliberto,
e solo oggi il ministro (di centrodestra!) in carica, l’ex
governatore del Veneto Giancarlo Galan,
sta tentando di liquidare la dispendiosa ed inutile struttura,
osservando che “Ci sono già
una direzione generale e due divisioni che si occupano di
valorizzazione dei prodotti agroalimentari italiani”.
Insomma, il
ministro Gelmini ha ragione: tolta di mezzo l’eredità del
‘68, niente più figli dottori per gli operai, ma tanti figli
della lupa a spartirsi la torta.
(quinta e ultima
puntata)
Nell’agosto
del 2009, sul Corriere della Sera esce un articolo di Romano
Pietro che tratteggia in termini piuttosto lusinghieri la
figura dell’ingegnere di Alemanno, un certo Riccardo Mancini
che, a parte un fugace accenno alla sua lontana militanza
nel Fronte della Gioventù, viene presentato come un imprenditore
di successo, a soli 24 anni amministratore delegato di Agip
servizi Piemonte, poi lanciatosi nella bonifica e smaltimento
di rifiuti di idrocarburi e nella bonifica di siti contaminati
da amianto e da rifiuti speciali. En passant, l’ingegnere si è occupato anche di multimedialità,
società petrolifere e dismissione di immobili pubblici.
Un ritratto ideale per l’uomo chiamato a rivestire la carica
di amministratore delegato di EUR S.p.A., holding romana
che dispone di un ingente patrimonio immobiliare nel quartiere
voluto da Benito Mussolini quando lo sviluppo di Roma era
proiettato verso il mare.
Per la verità,
leggendo meglio lo stesso articolo, si scopre che la laurea
in ingegneria meccanica Mancini l’ha avuta honoris causa
da un’università privata, la Pro Deo,
ma è sufficiente ricorrere ad altre fonti per rendersi conto
che il nuovo ad di EUR S.p.A. non è soltanto il solido imprenditore
descritto dal Corriere della Sera.
Mancini era
uno dei fedelissimi del camerata Peppe Dimitri e si ritroverà
imputato con lui nel processo per la ricostituzione di Avanguardia
Nazionale, insieme ai leader Stefano Delle Chiaie
e Adriano Tilgher (che oggi lavora
alla Regione Lazio con il camerata Buontempo: non ci facciamo
mancare proprio nulla). Condannato ad un anno e nove mesi
per violazione della legge sulle armi, come osserva Emiliano
Fittipaldi sull’Espresso, grazie
ad Alemanno il buon Mancini si trova in mano “le chiavi di
un quartiere che conosce bene, quello del mitico bar Fungo,
dove un tempo si ritrovavano quelli di Terza Posizione,
i ragazzi di Massimo Morsello
e il gruppo di Giusva Fioravanti”. Mancini non nasconde la sua perdurante
amicizia con Massimo Carminati,
il “Nero” della Banda della Magliana, ma neanche questo
sembra turbare minimamente il sindaco Alemanno, il quale,
del resto, ha piazzato come capoufficio del decoro urbano
del suo gabinetto Mirko Giannotta,
che l’Espresso ricorda essere stato “arrestato nel 2003
insieme al fratello perché accusato di rapine ai danni di
banche e gioiellerie”. Uno che di decoro se ne intende,
insomma, più o meno come quell’Orsi, ex carabiniere, a sua
volta delegato da Alemanno al decoro urbano, che – secondo
le solite toghe rosse – avrebbe un debole per i festini
a base di donnine e cocaina, nonché per le fatturazioni
fasulle.
***
Un nome che
ricorre spesso nelle frequentazioni dei nostri Forchettoni
Neri è quello di Massimo Carminati,
ex militante del Movimento Sociale Italiano, sezione EUR,
poi di Avanguardia Nazionale e, infine, cofondatore dei
NAR. Non c’è molto da aggiungere alla biografia di Carminati
che si trova su Wikipedia: “Frequentando
lo stesso bar dei malviventi Franco Giuseppucci
e Danilo Abbruciati Carminati
nel 1977 entrò in contatto con la Banda della Magliana.
Dal 1977/1978 si associò a questo gruppo criminale, del
quale divenne "esattore". Esperto nella fabbricazione
di bombe artigianali, Carminati
istruiva i malviventi della Magliana all'uso degli esplosivi.
Maurizio Abbatino, uno dei pentiti della Banda della Magliana, rivelò
in seguito che tutti gli esplosivi a disposizione della
banda erano stati procurati da Carminati.
Durante il suo periodo di associazione alla Banda, Carminati
ottenne il controllo congiunto per conto dei NAR del deposito
di armi della Banda nascosto negli scantinati del Ministero
della Sanità, in Via Liszt, all'EUR.
Il 27 novembre 1979 fu, con Valerio Fioravanti, uno degli autori della rapina
alla filiale della Chase Manhattan
Bank dell'EUR. Il 5 agosto 1980 fu autore, assieme a Fioravanti
e a Francesca Mambro, della rapina
all'armeria romana Fambrini.
Secondo le rivelazioni del pentito Walter Sordi, nell'aprile del 1980 Carminati avrebbe ucciso per ordine della Banda il tabaccaio
Teodoro Pugliese (Carminati sarà
però assolto da questa accusa). Nel febbraio 1981 Carminati
confidò a Cristiano Fioravanti di aver ucciso due persone
(una di esse fu "cementata", l'altra fu uccisa
in una sala scommesse sulle corse dei cavalli)”. Questo galantuomo,
non estraneo a rapporti con i servizi segreti di allora,
è stato accusato anche dell’assassinio di Fausto e Iaio,
i due ragazzi del centro sociale Leoncavallo
di Milano uccisi nel 1978. Il giudice Salvini,
però, non ritenendo sufficienti le prove contro Carminati,
non ne chiese il rinvio a giudizio.
Rimane il fatto,
incontestabile, che l’ascesa al Campidoglio di Gianni Alemanno
ha avuto come conseguenza l’insediamento in alcuni centri
vitali della Capitale di uomini legati all’estremismo neofascista,
al terrorismo dei NAR, alla criminalità organizzata della
Banda della Magliana ed ai servizi deviati, uomini dal presente
luminoso ma con un passato che definire oscuro è un eufemismo.
Qualcuno avrebbe
potuto dire molte cose su queste vicende, molte di più di
quelle che sono state pubblicate dal Corriere della Sera,
da Repubblica, dall’Espresso e da molti siti di informazione
altrenativa, fra i quali vale
la pena di citare quello della controinchiesta sull’assassinio
di Fausto e Iaio, www.faustoeiaio.org.
Peccato che la voce di quell’uomo sia stata spenta nell’ottobre
scorso, proprio quando – ma è sicuramente una coincidenza
– i rumors sulla natura della nuova classe dirigente
romana si facevano sempre più forti. Quell’uomo si chiamava
Sergio Calore, era un fascista coinvolto in quasi tutte
le avventure dell’estremismo nero, diventato collaboratore
di giustizia (ma lui ha sempre rifiutato di essere inquadrato
in quella categoria). Insomma, uno che sapeva veramente
tante cose, fino al momento in cui qualcuno lo ha sgozzato
come un capretto, nella sua casa di Guidonia,
alle porte di Roma.
Non è detto
che il feroce assassinio di Calore sia da mettere in relazione
con il verminaio nero che si è installato ai piani alti
del potere romano, ma non è detto nemmeno il contrario,
ed è molto strano che l’omicidio di un tale personaggio
sia rapidamente scomparso dalle cronache giornalistiche
e che dell’inchiesta in corso – ammesso che ci sia – non
parli nessuno.
***
Abbiamo visto
come gli ex avanguardisti degli anni 70 si siano riciclati
in veste neodemocristiana, grazie allo sdoganamento promosso
nei loro confronti da Silvio Berlusconi nell’ormai lontano
1993, quando invitò a votare come sindaco di Roma l’allora
segretario del Movimento Sociale Italiano, Gianfranco Fini.
Sono passati molti anni, e la lunga marcia dei balilla dall’emarginazione
politica ai centri di comando può dirsi ormai compiuta,
e non solo a Roma, che ne costituisce, tuttavia, l’esempio
più evidente e disgustoso.
Roma è ormai
una città per la gran parte in mano a vecchi malavitosi
e neonazisti, peraltro in ottimi rapporti con i vertici
della Comunità Ebraica, a partire da quel Riccardo Pacifici,
ottimo amico di Alemanno, che risulta surreale quando, costretto
dall’evidenza, invita il sindaco a non dare spazio ai neofascisti:
ma perché, il suo amico Alemanno cos’è? Possibile che Pacifici,
implacabile fustigatore della sinistra “antisemita”, ignori
i trascorsi dei vari Dimitri, Andrini, Lucarelli, Mottironi, Mancini,
Giannotta, nonché dei loro amici
della Banda della Magliana come Nero e Fornaretto?
Chiudiamo il
nostro breve viaggio di conoscenza della “nuova” classe
dirigente romana con un’osservazione amara, ma necessaria.
L’informazione, questa volta, ha fatto il suo mestiere:
le notizie e gli approfondimenti sui Forchettoni Neri sono
state ampiamente diffuse anche dalle testate più importanti,
e non solo dai soliti blog alternativi. Quel che è mancato,
e continua a mancare, è la politica, cioè la sinistra nelle
sue varie declinazioni, moderate o radicali. Lo scandalo
delle migliaia di assunzioni clientelari e la presenza ai
vertici di importanti istituzioni di personaggi impresentabili
ha suscitato reazioni blande, tardive e inefficaci. Addirittura,
spesso si è scelto di tacere, se è vero che già nel febbraio
2010 l’Unità dava la notizia che il delegato di Alemanno
al decoro urbano, il già citato Orsi, era coinvolto nella
vicenda Mokbel, senza che vi sia
stata alcuna iniziativa in Campidoglio per chiederne le
dimissioni: dovremo attendere un anno per vedere l’ex carabiniere,
grande finanziatore – come Riccardo Mancini – della campagna
elettorale di Alemanno, messo sotto i riflettori, ma dagli
investigatori, non certo da un’opposizione singolarmente
dormiente.
La realtà è
che il tessuto democratico di Roma ha subito colpi durissimi
proprio negli anni delle giunte di Rutelli e di Veltroni,
anni che hanno visto la sinistra sedicente radicale giocare un ruolo molto sporco. Invece di utilizzare
il consenso raggiunto per imporre politiche progressiste
sul terreno del lavoro, dei servizi pubblici, della partecipazione,
i rappresentanti di quella sinistra hanno fatto a gara nel
subordinarsi alle scelte regressive e liberiste delle giunte
di centrosinistra. Grazie a quelle giunte, a Roma sono stati
regalati – in tutto o in parte – ai privati la Centrale
del Latte, l’Azienda per l’acqua e l’energia (ACEA), il
trasporto pubblico ed altro ancora, mentre veniva approvato
un nuovo Piano Regolatore che vomitava sulla città decine
di milioni di metri cubi di cemento, a maggior gloria dei
palazzinari. Quegli stessi palazzinari che ringrazieranno
con migliaia di euro di donazioni i “comunisti” di averli
aiutati a poter fare nuovamente scempio della città.
Mentre, grazie
a queste scelte scellerate, qualche arrivista scalava i
gradini del potere nelle assemblee elettive e nei consigli
di amministrazione, il corpo vivo della sinistra romana,
i suoi militanti, entravano in crisi: la maggior parte si
allontanava dalla partecipazione, qualcuno cercava nuove
forme di aggregazione, qualcun altro si ostinava oltre ogni
ragionevolezza a cercare di cambiare le cose “dall’interno”.
Il risultato – per tutti – è stato il progressivo ed inesorabile
allontanamento dal sentire comune del proprio insediamento
sociale, la chiusura in ambiti sempre più angusti, marginali
ed autoreferenziali, impotenti di fronte all’aggressiva
penetrazione della destra nella società civile. Il resto
è storia di oggi, in piccola parte narrata in queste righe.
***
Nonostante
tutto, sarebbe sbagliato credere che la storia dei prossimi
anni sia già stata scritta, tanto a Roma, quanto in tutto
il Paese. I Forchettoni Neri non sono invincibili, come
non lo è il blocco di potere coagulatosi intorno a loro,
all’ombra del senescente Caimano. E’ vero che questo è il
Paese dove il fascismo è nato ed ha spadroneggiato per un
ventennio, ma è anche il Paese che il fondatore del fascismo
lo ha appeso a Piazzale Loreto.
Diceva qualcuno
che non è serio dare sempre la colpa dei propri insuccessi
al destino cinico e baro. Bisogna imparare dagli errori
commessi, capire quando i propri strumenti sono inadeguati,
avere il coraggio di gettarsi nella mischia, anche lasciandosi
alle spalle rituali e rigidità inservibili: oggi è possibile
liberare Roma dai Forchettoni Neri e ricacciarli nelle fogne
da cui sono sgusciati fuori. La condizione per cui questo
possa avvenire è che si riscopra il valore del conflitto,
del protagonismo democratico e del rifiuto di ogni logica
di scambio. Sembra poco, ma è tutto quello che è mancato
in questi anni.
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