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L'onda della protesta sommerge la Libia
di Maurizio Musolino *
Le notizie che arrivano dalla Libia sono di ora in ora più drammatiche e confuse. Centinaia i morti, moltissimi i feriti, saccheggi e devastazioni diffuse. Il regime del colonnello Gheddafi, al potere da oltre quarant’anni, sembra sul punto di crollare di fronte alla collera di un popolo che trova la forza di scendere in piazza e di riaffermare i propri diritti. Dopo la Tunisia e l’Egitto la Libia potrebbe essere il terzo paese nordafricano a cadere sotto i colpi delle piazze. Davanti a tutto questo sconcerta la posizione del nostro governo. Le dichiarazioni demenziali di Berlusconi che nei giorni scorsi non trovava di meglio da dire se non che “non voleva disturbare il suo amico Gheddafi…”, l’assenteismo di Frattini e più in generale la mancanza di qualsiasi presa di posizione da parte dell’esecutivo fa il paio con il vuoto che la nostra ambasciata sta dimostrando in queste ore nel garantire la sicurezza dei nostri concittadini in Libia. Mentre la Turchia da giorni organizzava l’evacuazione, e nel frattempo altri paesi europei nel silenzio mettevano in atto piani per consentire di lasciare Tripoli ai proprio connazionali, l’ambasciata italiana sembrava impantanata in un difficile gioco di equilibrismo fra il dare risposte agli italiani che vivono in Libia e il non offuscare l’immagine del “migliore amico” del nostro capo del Governo. Semplicemente una vergogna.

Parole che non devono suonare come un voltafaccia verso un Paese e un leader che in anni passati ha goduto di una certa nostra simpatia. Al contrario noi comunisti sentiamo di avere la coscienza a posto: pur essendo stati in prima fila contro l’embargo illegale e criminale, contro gli attacchi anche militari verso Tripoli, contro le nostalgie coloniali, non abbiamo mai fatto mancare la nostra voce nel denunciare i soprusi del regime del colonnello e le misure antiumane verso i cittadini migranti che attraversavano le terre libiche per raggiungere le nostre coste. Siamo stati in prima fila a difendere un Paese che cercava di porre una cesura netta verso antichi e moderne forme di colonialismo quando alla fine degli anni Sessanta Gheddafi prendeva il potere abbattendo la dinastia corrotta dei Sanussi; non abbiamo mai fatto mancare la solidarietà a Tripoli quando sotto attacco delle bombe Usa rivendicava la sua indipendenza e la scelta di essere fuori dal coro degli stati arabi “moderati” della regione. Ma lo abbiamo fatto sempre avendo ben chiaro lo scenario geopolitico generale e sapendo distinguere di volta in volta le scelte che Gheddafi prendeva. Questo ci ha consentito di capire in tempo l’inversione di tendenza operata dal leader libico alla fine degli anni Novanta, quando per uscire dalla trappola di un embargo che rischiava di stritolarlo, deluso dalle posizioni dei “fratelli arabi” che non avevano fatto mancare il loro sostegno alle politiche imperiali degli Stati Uniti, preso atto che l’idea di divenire riferimento principale degli stati africani si scontrava con il neoprotagonismo cinese nel continente nero, decideva di virare a 180 gradi e diventare paladino dell’Occidente in nord africa. Una scelta di comodo, sbagliata, che gli ha assicurato la sopravvivenza per oltre un decennio, tradendo però le speranze suscitate dalla rivoluzione “verde” del 1969.

Ma quello che sta accadendo da diverse settimane sulla sponda sud del Mediterraneo e in gran parte dei Paesi arabi non può lasciarci indifferenti. Non siamo di fronte al solito complotto di palazzo, tantomeno a proteste isolate: la caduta prima di ben Ali, poi di Mubarak e le proteste a Gibuti, in Libia e in Barhein sono un qualcosa di eccezionale che possono rimescolare le carte nell’intera regione. Sia ben chiaro “possono”, ma non necessariamente lo faranno.

Innanzitutto si deve partire da un aspetto incontrovertibile: i popoli arabi che troppo spesso - a volte in malafede altre con leggerezza e semplificazioni eccessive – sono stati etichettati come amorfi e soggetti ai soli impulsi religiosi, meglio ancora dell’estremismo religioso, stanno invece dimostrando un dinamismo che sorprende solo chi, volutamente o no, rifiuta da tempo di conoscerli e capirli meglio. Da quelle donne e da quegli uomini arriva in queste settimane l’affermazione di un protagonismo che è riuscito in quello che sembrava impossibile: abbattere dittature pluridecennali. Nessuno, appena due mesi fa, avrebbe scommesso su una tale rivoluzione. Nessuno. Anzi, i Paesi del “civile” occidente, da sempre in prima fila in difesa di quei regimi, chiamati “moderati” al fine di indicare amici affidabili e complici fedeli, fino all’ultimo momento utile hanno mantenuto posizioni ambigue. Nessun attacco ai vecchi dittatori fino a quando non è sicuro il loro defenestra mento. Caso eclatante è stato l’esempio egiziano e oggi quello libico.

A scatenare le rivolte sono stati molteplici fattori. Non trascurabile certamente è il peso di una crisi economica che viene loro scaricata e ampliata dalle politiche messe in atto da una Unione europea in deficit di progetti politici ed economici. In pratica abbiamo cercato di limitare i danni in casa nostra attraverso politiche economiche folli e penalizzanti verso i Paesi satellite più poveri. La stessa logica che porta questo governo e questa Confindustria a fare il culo a lavoratori e disoccupati invece di intaccare le grandi rendite, il patrimonio finanziario, la grande industria e l’evasione fiscale. Una logica che a livello internazionale rischia di dimostrarsi suicida. A questo aspetto si somma un crescente disinteresse dell’amministrazione statunitense – una caratteristica storica delle presidenze democratiche – verso le nazioni lontane. Voglia di maggiore democrazia e libertà e potenzialità che l’era di internet regala a tutti gli utenti fanno da corollario e da cappello a tutto questo. Non secondario infine l’effetto a catena e di emulazione, che la vittoria delle proteste in Tunisia ha avuto sull’intero mondo arabo.

Cercando di analizzare cosa è successo nei singoli paesi, colpisce la mancanza di un qualsivoglia leader alla guida delle proteste. Qualcuno a sinistra in questi giorni a ritirato fuori antichi scritti di Rosa Luxemburg dove la rivoluzionaria tedesca dei primi anni del Novecento auspicava una rivoluzione senza leader. Queste rivolte sono davvero di popolo, con tutto quello che ciò comporta: ovvero una sostanziale anarchia nel primo momento e un tentativo di recupero di posizioni da parte dei vecchi poteri oligarchici legati ai regimi deposti in un secondo momento. Nessun nuovo leader e nessun filo che leghi le varie rivolte fra loro. Anzi le proteste vedono insieme rivendicazioni diversissime fra di loro e a volte anche in contraddizione. In Libia, ad esempio si sono fuse antiche frizioni fra Gheddafi e i popoli della Cirenaica con più attuali dissidi politici all’interno della nomenclatura, e con disaggi sociali crescenti. Al momento – in Libia come prima a Tunisi e al Cairo - non c’è la “temuta” egemonia islamica, nonostante in questi anni i vari regimi abbiano scientificamente distrutto ogni tipo di opposizione laica, progressista e comunista. Un buon segnale che può rappresentare la base per una rinascita del protagonismo delle forze progressiste e di sinistra in un futuro prossimo. Sta a noi aiutare questa opzione e fare la nostra parte per non essere indifferenti. Del resto che ad essere sotto tiro sono tutti regimi che in questi anni hanno fatto una chiara scelta di campo in favore degli Stati Uniti e dei loro alleati vorrà pur dire qualcosa…

* commissione esteri del PdCI

 
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