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Le notizie che
arrivano dalla Libia sono di ora in ora più
drammatiche e confuse. Centinaia i morti, moltissimi
i feriti, saccheggi e devastazioni diffuse. Il regime
del colonnello Gheddafi, al potere da oltre quarant’anni,
sembra sul punto di crollare di fronte alla collera
di un popolo che trova la forza di scendere in piazza
e di riaffermare i propri diritti. Dopo la Tunisia
e l’Egitto la Libia potrebbe essere il terzo
paese nordafricano a cadere sotto i colpi delle
piazze. Davanti a tutto questo sconcerta la posizione
del nostro governo. Le dichiarazioni demenziali
di Berlusconi che nei giorni scorsi non trovava
di meglio da dire se non che “non voleva disturbare
il suo amico Gheddafi…”, l’assenteismo
di Frattini e più in generale la mancanza
di qualsiasi presa di posizione da parte dell’esecutivo
fa il paio con il vuoto che la nostra ambasciata
sta dimostrando in queste ore nel garantire la sicurezza
dei nostri concittadini in Libia. Mentre la Turchia
da giorni organizzava l’evacuazione, e nel
frattempo altri paesi europei nel silenzio mettevano
in atto piani per consentire di lasciare Tripoli
ai proprio connazionali, l’ambasciata italiana
sembrava impantanata in un difficile gioco di equilibrismo
fra il dare risposte agli italiani che vivono in
Libia e il non offuscare l’immagine del “migliore
amico” del nostro capo del Governo. Semplicemente
una vergogna. |
Parole che non devono suonare come un voltafaccia
verso un Paese e un leader che in anni passati ha goduto
di una certa nostra simpatia. Al contrario noi comunisti
sentiamo di avere la coscienza a posto: pur essendo stati
in prima fila contro l’embargo illegale e criminale,
contro gli attacchi anche militari verso Tripoli, contro
le nostalgie coloniali, non abbiamo mai fatto mancare la
nostra voce nel denunciare i soprusi del regime del colonnello
e le misure antiumane verso i cittadini migranti che attraversavano
le terre libiche per raggiungere le nostre coste. Siamo
stati in prima fila a difendere un Paese che cercava di
porre una cesura netta verso antichi e moderne forme di
colonialismo quando alla fine degli anni Sessanta Gheddafi
prendeva il potere abbattendo la dinastia corrotta dei Sanussi;
non abbiamo mai fatto mancare la solidarietà a Tripoli
quando sotto attacco delle bombe Usa rivendicava la sua
indipendenza e la scelta di essere fuori dal coro degli
stati arabi “moderati” della regione. Ma lo
abbiamo fatto sempre avendo ben chiaro lo scenario geopolitico
generale e sapendo distinguere di volta in volta le scelte
che Gheddafi prendeva. Questo ci ha consentito di capire
in tempo l’inversione di tendenza operata dal leader
libico alla fine degli anni Novanta, quando per uscire dalla
trappola di un embargo che rischiava di stritolarlo, deluso
dalle posizioni dei “fratelli arabi” che non
avevano fatto mancare il loro sostegno alle politiche imperiali
degli Stati Uniti, preso atto che l’idea di divenire
riferimento principale degli stati africani si scontrava
con il neoprotagonismo cinese nel continente nero, decideva
di virare a 180 gradi e diventare paladino dell’Occidente
in nord africa. Una scelta di comodo, sbagliata, che gli
ha assicurato la sopravvivenza per oltre un decennio, tradendo
però le speranze suscitate dalla rivoluzione “verde”
del 1969.
Ma quello che sta accadendo da diverse
settimane sulla sponda sud del Mediterraneo e in gran parte
dei Paesi arabi non può lasciarci indifferenti. Non
siamo di fronte al solito complotto di palazzo, tantomeno
a proteste isolate: la caduta prima di ben Ali, poi di Mubarak
e le proteste a Gibuti, in Libia e in Barhein sono un qualcosa
di eccezionale che possono rimescolare le carte nell’intera
regione. Sia ben chiaro “possono”, ma non necessariamente
lo faranno.
Innanzitutto si deve partire da un aspetto
incontrovertibile: i popoli arabi che troppo spesso - a
volte in malafede altre con leggerezza e semplificazioni
eccessive – sono stati etichettati come amorfi e soggetti
ai soli impulsi religiosi, meglio ancora dell’estremismo
religioso, stanno invece dimostrando un dinamismo che sorprende
solo chi, volutamente o no, rifiuta da tempo di conoscerli
e capirli meglio. Da quelle donne e da quegli uomini arriva
in queste settimane l’affermazione di un protagonismo
che è riuscito in quello che sembrava impossibile:
abbattere dittature pluridecennali. Nessuno, appena due
mesi fa, avrebbe scommesso su una tale rivoluzione. Nessuno.
Anzi, i Paesi del “civile” occidente, da sempre
in prima fila in difesa di quei regimi, chiamati “moderati”
al fine di indicare amici affidabili e complici fedeli,
fino all’ultimo momento utile hanno mantenuto posizioni
ambigue. Nessun attacco ai vecchi dittatori fino a quando
non è sicuro il loro defenestra mento. Caso eclatante
è stato l’esempio egiziano e oggi quello libico.
A scatenare le rivolte sono stati molteplici
fattori. Non trascurabile certamente è il peso di
una crisi economica che viene loro scaricata e ampliata
dalle politiche messe in atto da una Unione europea in deficit
di progetti politici ed economici. In pratica abbiamo cercato
di limitare i danni in casa nostra attraverso politiche
economiche folli e penalizzanti verso i Paesi satellite
più poveri. La stessa logica che porta questo governo
e questa Confindustria a fare il culo a lavoratori e disoccupati
invece di intaccare le grandi rendite, il patrimonio finanziario,
la grande industria e l’evasione fiscale. Una logica
che a livello internazionale rischia di dimostrarsi suicida.
A questo aspetto si somma un crescente disinteresse dell’amministrazione
statunitense – una caratteristica storica delle presidenze
democratiche – verso le nazioni lontane. Voglia di
maggiore democrazia e libertà e potenzialità
che l’era di internet regala a tutti gli utenti fanno
da corollario e da cappello a tutto questo. Non secondario
infine l’effetto a catena e di emulazione, che la
vittoria delle proteste in Tunisia ha avuto sull’intero
mondo arabo.
Cercando di analizzare cosa è successo
nei singoli paesi, colpisce la mancanza di un qualsivoglia
leader alla guida delle proteste. Qualcuno a sinistra in
questi giorni a ritirato fuori antichi scritti di Rosa Luxemburg
dove la rivoluzionaria tedesca dei primi anni del Novecento
auspicava una rivoluzione senza leader. Queste rivolte sono
davvero di popolo, con tutto quello che ciò comporta:
ovvero una sostanziale anarchia nel primo momento e un tentativo
di recupero di posizioni da parte dei vecchi poteri oligarchici
legati ai regimi deposti in un secondo momento. Nessun nuovo
leader e nessun filo che leghi le varie rivolte fra loro.
Anzi le proteste vedono insieme rivendicazioni diversissime
fra di loro e a volte anche in contraddizione. In Libia,
ad esempio si sono fuse antiche frizioni fra Gheddafi e
i popoli della Cirenaica con più attuali dissidi
politici all’interno della nomenclatura, e con disaggi
sociali crescenti. Al momento – in Libia come prima
a Tunisi e al Cairo - non c’è la “temuta”
egemonia islamica, nonostante in questi anni i vari regimi
abbiano scientificamente distrutto ogni tipo di opposizione
laica, progressista e comunista. Un buon segnale che può
rappresentare la base per una rinascita del protagonismo
delle forze progressiste e di sinistra in un futuro prossimo.
Sta a noi aiutare questa opzione e fare la nostra parte
per non essere indifferenti. Del resto che ad essere sotto
tiro sono tutti regimi che in questi anni hanno fatto una
chiara scelta di campo in favore degli Stati Uniti e dei
loro alleati vorrà pur dire qualcosa…
* commissione esteri del PdCI |