Sociologo. Direttore del Centro tricontinentale (CETRI),
con sede a Louvain-la-Neuve (Belgio), un centro studi,
di pubblicazione, documentazione e di educazione permanente
sui rapporti Nord-Sud e il loro sviluppo. État des
résistances dans le Sud è una pubblicazione annuale
del CETRI, che offre un panorama mondiale sulla diversità
e la vigoria delle lotte sociali contro il neo-liberismo
e in favore della democrazia.
Lo
scacco delle politiche di uno sviluppo mimetico, che si
stenta ad individuare, l’ansimare dei motori ideologici degli Stati
postcoloniali e le crisi lasciate aperte dal liberismo
economico stanno alimentando il malcontento popolare nel
mondo arabo. Sommosse, nuovi sindacati autonomi, movimenti
islamisti, associazioni di base e ONG, minoranze nazionali
si scontrano con l’autocratismo autoritario dei regimi
al potere, monarchie e repubbliche.
Se pretendere di elaborare uno Stato delle resistenze nel mondo arabo appare a prima vista come affrontare
una sfida, questo è principalmente dovuto ai formidabili
luoghi comuni che strutturano l’immaginario occidentale
a questo riguardo. Un immaginario spesso alimentato dall’indifferenza
e dall’ignoranza, ma anche dal disprezzo o dalla diffidenza,
che la vicinanza geografica peraltro tende ad esacerbare
più che ad attenuare.
Tutto all’opposto dell’America latina,
di cui Marc Saint-Upéry (2007) parla a ragione come di
“un luogo dall’esotismo
stranamente familiare e di uno spazio di proiezione privilegiato”,
in particolare per la sinistra europea, le sponde meridionali
ed orientali del Mediterraneo rinviano di più ad “una
vicinanza stranamente distante” e ad “una fonte di perplessità
che si perpetua”.
Due paradigmi dominanti offuscano singolarmente
le nostre percezioni delle dinamiche delle contestazioni
in atto in questa regione.
Immediatamente, quello del “vuoto di
protagonisti” della società civile, che caratterizzerebbe
queste società non democratiche. L’autoritarismo, il militarismo
o gli strappi in varie direzioni degli Stati del Maghreb
e del Medio Oriente avrebbero per corollario meccanico
la confisca redibitoria di ogni spazio autonomo di mobilitazione
dei cittadini e di contestazione sociale. In uno schema
semplificato, la contestazione sociale risulta un punto
d’alternativa reale fra la sottomissione e la sedizione.
Quindi, una duplice rappresentazione,
di alienazione e di omogeneizzazione, della “via
araba”, talora apatica, inerte, “morta”,
e talora “irrazionale”,
bellicosa, pericolosa (Bayat, 2003). All’idea di società
statiche, bloccate, si contrappone lo spauracchio di invasioni
minacciose e di movimenti sgradevoli (« ugly movements »,
movimenti preoccupanti)…
Il che ci porta al secondo luogo comune
altrettanto diffuso su questa sponda del Mediterraneo,
vale a dire l’esaurimento di gran parte delle forme di
protesta nel mondo arabo di fronte alla categoria concretizzata
dei “folli di Dio”, la categoria dei fanatici religiosi
che determina e sovradimensiona la retorica religiosa.
Le contraddizioni supposte intrinseche
fra i movimenti islamisti e le dinamiche di modernizzazione
sociale e politica sono sufficienti per “ghettizzare”
l’oggetto, per stigmatizzarlo. La pretesa “eccezione arabo-musulmana”
ha buon gioco, nutrita dal mito essenzialista * di “una
specificità culturale ed irriducibile di queste società” e da una esibizione affettata di cultura tutta
centrata su un fondamentalismo islamista stereotipato
(Bennani-Chraïbi et Fillieule, 2003). * [N.d.tr.:
per essenzialismo si intende una concezione filosofica
che afferma la priorità delle essenze rispetto alle cose
nella loro esistenza concreta.]
Ora, le realtà dei movimenti di resistenza
all’ordine costituito e alle disuguaglianze sociali nel
mondo arabo appaiono, ad un secondo livello di lettura,
allo stesso tempo più di spessore, più dinamiche e più
complesse.
Ed esse si iscrivono in un contesto in
evoluzione. Lo scacco delle politiche di sviluppo
mimetico, l’ansimare dei motori ideologici degli Stati
postcoloniali e le crisi lasciate aperte dal liberismo
economico, dalla mondializzazione e dalla geopolitica
del petrolio stanno alimentando il malcontento popolare
e hanno aperto la via al (ri)emergere o all’assunzione
di autonomia di organizzazioni sociali, identitarie, nazionaliste
e democratiche…
Poteri autocratici e crisi
di legittimità
Dal Marocco all’Egitto, dalla Siria al
Qatar, dalla Libia all’Arabia Saudita, se esiste una costante
che soffre di poche inflessioni nel mondo arabo, dall’indipendenza
ad oggi, questo è il carattere autocratico ed autoritario
della sua ventina di Stati post-coloniali. Monarchie e
repubbliche senza distinzione – al di là delle loro opposizioni
mutevoli in materia di obbedienze esterne e di gestione
interna dei rapporti fra arabismo ed islamismo (Khader,
2009) – condividono questo tratto comune: nonostante le
loro gravi crisi di legittimità, sono riuscite a stabilizzare,
conservare e consolidare il loro potere nel corso di decenni.
Un potere costruito sulla scia di lotte di liberazione
nazionale e fortemente accentrato fin dall’inizio per
rispondere tanto al desiderio di indipendenza che ai bisogni
di sviluppo economico e alle aspettative sociali delle
popolazioni.
“Recupero del ritardo storico”, riforme
agrarie, modernizzazione, nazionalizzazione, industrializzazione,
queste furono le parole d’ordine di quel periodo. Attraverso
il nazionalismo, il pan-arabismo, o il socialismo come
propulsori politici, gli Stati arabi hanno colato la concentrazione
del potere dentro il cemento delle loro costituzioni.
Ai loro occhi, questo era il mezzo più adeguato per “garantire la loro indipendenza di fronte alle minacce esterne, contenere
le tensioni sociali, addolcire le discrepanze fra le classi
e, pertanto, ridurre qualsiasi fonte potenziale di conflitto”
(Khalil, 2004).
Il bilancio di questi primi decenni di
“terzo-mondismo” è ben conosciuto: se sono stati registrati
innegabili ed importanti progressi sociali – i governanti
traggono una buona parte della loro legittimità dalla
loro funzione ripartitiva e distributiva –, il nazionalismo
arabo statalista ha ben presto dovuto affrontare molteplici
crisi. Crisi politiche, economiche, sociali e culturali.
La bruciante sconfitta militare contro
Israele nel 1967 e le rivalità interarabe – fra nasseriani [1]
e baathisti [2],
fra baathisti siriani ed iracheni, fra “repubbliche progressiste”
sullo sfondo della guerra fredda, ecc. – hanno contribuito
al netto declino ideologico del sogno pan-arabista.
All’interno, le crisi di finanziamento
e le carenze delle strategie per un’industrializzazione
sostitutiva delle importazioni, in aggiunta all’indebitamento
fuori controllo (dei paesi privi di rendite petrolifere
per cancellare il debito), all’esplosione demografica,
all’aggravio della dipendenza alimentare e al montare
dell’insoddisfazione popolare nei confronti delle élite
militari o delle grandi famiglie regnanti, gettano i governi
arabi in balia dei venti dominanti l’economia internazionale:
aggiustamenti strutturali, liberalizzazioni, privatizzazioni,
integrazione subordinata al mercato mondiale.
Tuttavia, lo sgretolamento progressivo
del ruolo dello Stato e il “pluralismo politico” a dosi
controllate non vanno ad intaccare l’autocratismo centralizzatore,
i partiti unici e i “leader a vita”. Al contrario, i regimi
autoritari si ritrovano consolidati (Camau, 2005).
Come scrive Bichara Khader. “Gli Stati, ancorché indeboliti, danno prova di una eccezionale resistenza,
grazie alla concentrazione degli apparati di coercizione
e alle loro alleanze con le potenze straniere, che alla
fine preferiscono trattare con degli Stati, per quanto
autoritari, ma stabili ed affidabili”(2009).
Sullo sfondo del nepotismo, del clientelismo
e della corruzione, le collusioni fra le élite politiche
ed economiche hanno giocato un ruolo centrale nella penetrazione
del capitale straniero e nello sviluppo di un capitalismo
speculativo. La rendita petrolifera e il surplus economico
sono prevalentemente collocati nel mondo occidentale,
piuttosto che investiti nel mondo arabo (Mutin, 2009).
Nel contempo, i governanti al potere
cercheranno di continuare a basare la loro legittimità
sulle tradizioni: patriarcali, monarchiche, tribali e…islamiche.
Ad una islamizzazione alla base delle
società arabe, generata nei vicoli ciechi delle politiche
di modernizzazione, risponde in realtà una qualche reislamizzazione
dall’alto dei regimi al potere.
“Se
la devota oumma (comunità dei credenti) ha rimpiazzato
la grande nazione araba nell’immaginario politico, se
non si può più ignorare che l’islamismo ha ripreso dalle
mani del nazionalismo arabo la bandiera della resistenza,
non bisogna sorprendersi: non solamente perché il nazionalismo
arabo ha subito delle severe sconfitte, ma anche perché
la fede musulmana ha sempre impregnato le nostre società
nel corso della storia” (Ben Abdallah El Alaoui, 2009).
La permanenza al potere delle compagini
governative tende ad accreditare l’idea che questa adesione
opportunista al discorso islamista – per evitare che questo
discorso non venga utilizzato contro di esse – si è trasformata
in una vittoria politica, che consolida la loro sicurezza
(Ferrié, 2009).
Ancora più di recente, abbiamo assistito
ad un certo “ritorno dello Stato” da parte delle autorità
arabe, almeno nella retorica. E questo, in primo luogo,
grazie ad una crisi mondiale che ha portato a compimento
il discredito dei fautori della doxa neoliberista [N.d.tr.: doxa in filosofia corrisponde ad un’opinione che può cambiare,
ed è soggettiva] e ha riattualizzato il principio
dell’intervento pubblico e l’importanza delle politiche
sociali…per prevenire le agitazioni (Alternatives Sud,
2009); secondariamente, grazie alla ritrovata capacità
delle grandi nazioni del Sud a mettere in questione collettivamente
l’ordine mondiale, e alla volontà “terzo-mondista” di
gestire per se stesse nuovi margini di manovra nei campi
della politica e dell’economia, al fine di recuperare
il controllo della loro integrazione nella globalizzazione
(Alternatives Sud, 2007).
La partecipazione attiva dei presidenti
Kadhafi (Libia) e Bouteflika (Algeria) al secondo summit
Africa-America del Sud che si è tenuto in Venezuela nell’autunno
2009 si inscrive in questa tendenza.
Movimenti
sociali e società civili autonome e progressiste?
In
questo contesto, che consacra la persistenza dei poteri
alle bussole ideologiche ciclotimiche *, poteri prudentemente
pronti a tutto pur di durare, sono presenti delle resistenze
interne? Dei sindacati
operai o contadini, di ieri e dell’oggi? Dei movimenti
islamisti, che, nella loro diversità, sembrino dominare
il panorama delle organizzazioni sociali? Delle
minoranze nazionali, etniche, tribali o religiose, che
corrodono l’unità degli Stati post-coloniali? Associazioni,
socialmente integrate o meno, che modificano o sfidano
l’ordine costituito? Inoltre, qual è l’atteggiamento specifico
delle autorità nei loro confronti, le modalità di esercizio
del dominio? Repressione, strumentalizzazione, cooptazione,
istituzionalizzazione o trasformazione?
*[N.d.tr.:
ciclotimia è la condizione psicologica che alterna fasi
di eccitazione a fasi di depressione]
Sindacati: se non “inquadrati”,
la repressione!
All’indomani delle diverse indipendenze, le forme assunte dalle organizzazioni
dei lavoratori arabi – delle città come delle campagne –
si sono collegate intimamente al profilo modernizzatore
dei nuovi Stati post-coloniali. Motori dei processi di
industrializzazione che miravano a dotare gli Stati di
autentiche economie nazionali, questi sindacati sono diventati
anche i principali datori di lavoro per nuove classi di
salariati.
Le strategie di sviluppo, più spesso
animate da un populismo socialista che tende a celebrare
“il popolo” come un organismo saldamente unito, cercano
quindi di “attenuare
le conseguenze negative di una crescita in favore di certi gruppi sociali (gli operai, i contadini,
la piccola borghesia urbana) a scapito di altri, in particolare
dei capitalisti e dei proprietari fondiari” (Heydemann,
1999, citato da Gobe, 2008).
Di fatto, lo Stato appare agli occhi
dei lavoratori – “colletti blu” e “colletti bianchi” –
allo stesso tempo come duplice distributore di reddito
– salariato pubblico e vantaggi di utilità sociale (istruzione,
sanità, abitazione…) – e come garante di una sicurezza
di esistenza in pieno progresso. Contropartita
dello stato sociale: “Istituzione
di organizzazioni professionali sotto controllo governativo,
leggi limitanti o annullanti il diritto di associazione,
destrutturazione di tutti i movimenti di resistenza e
ricorso a provvedimenti coercitivi di pubblica sicurezza
interna, comprese misure di violenza” (Khalil, 2004).
In una parola, la scienza politica definisce
questo sistema “corporativismo autoritario”.
Si tratta di “inquadrare
gruppi sociali popolari in strutture verticali, gerarchiche,
di mobilitazione a vantaggio di un progetto nazionale
di sviluppo” (Gobe, 2008), progetto nazionale che
fa riferimento…al socialismo, in Egitto come, con gradi
diversi negli anni 1960-1970,
in Tunisia, in Algeria, in Siria,
in Iraq, in Libia.
Esclusa l’idea di conflitto o di lotta
di classe, i sindacati e le organizzazioni di categoria
si rivelano quindi strumenti di inquadramento, di mobilitazione
della società e di disinnescamento di ogni forma di protesta.
Strumenti attraverso i quali i quadri parlano in nome
dei lavoratori, ma effettivamente sono schierati al servizio
dei governanti, ricevendo in cambio proporzionali gratificazioni.
A seconda dei paesi, la formula conosce
diverse declinazioni evolutive. Immediata o progressiva,
populista o integrazionista, tecnocratica od organica,
nell’ambito di un’unica confederazione o a livelli molteplici,
la neutralizzazione delle capacità rivendicative dei lavoratori
genera anche strategie diverse nelle menti dei dirigenti
sindacali più combattivi. Strategie pericolose, che vanno
dalla volontà di dare battaglia all’interno degli stessi
canali di mobilitazione ufficiali, fino ai tentativi di sottrarsi all’egemonia governativa, dando
origine alla nascita di un movimento operaio a margine
di un sindacato legittimista.
Il mutamento neoliberista degli anni
’80 induce profonde trasformazioni socio-economiche.
Le politiche di liberalizzazione e di
privatizzazione, concomitanti con la messa in campo di
programmi di aggiustamento strutturale, da una parte impongono
serie restrizioni alle “basi”classiche, rappresentate
dalle organizzazioni ufficiali di categoria, d’altra parte
diversificano in modo significativo i gruppi sociali e
incrementano la flessibilizzazione, la precarizzazione,
la disoccupazione e la “liberazione da lacci e laccioli”
di larghi settori dell’economia.
Corollario, conseguenza evidente: sullo
sfondo di un’apparente democratizzazione, il corporativismo
di Stato degli anni ’60 e ’70 viene costretto ad una “ristrutturazione
tattica dei suoi meccanismi di controllo” (Murphy,
1999) e, alla fine della sua trasformazione, non rimane
altro che la sua dimensione repressiva (Gobe, 2008).
Sul versante dei lavoratori, se le nuove
condizioni socio-economiche operano principalmente come
fattori di dispersione e smobilitazione sociale, nondimeno
spalancano le porte ad esplosioni di contestazioni incontrollate,
spesso al di fuori degli organismi sindacali ufficiali.
Sempre più spesso scollegati dalla realtà
sociale, questi organismi sono tuttavia chiamati dalle
autorità al ruolo di coloro che devono soffocare le rivendicazioni
che si concentrano sugli orientamenti economici, sulla
corruzione, il clientelismo, il sistema di privilegi dell’ordine
costituito, o su tutti i casi di sfruttamento. Naturalmente,
con variazioni significative secondo le specifiche configurazioni
storiche e nazionali.
Infatti, poche sono le somiglianze, ad
esempio, tra la completa sottomissione al potere della
Confederazione generale dei sindacati dei lavoratori di
Egitto, senza più alcun controllo sulla sua base presunta,
la relativa indisciplina dell’Unione generale dei lavoratori
di Tunisia, lacerata fra l’azione dei sindacati di base
e la concertazione ingannatrice del regime di Ben Ali,
e il fraudolento pluralismo sindacale del Regno dello
Sceriffo (il Marocco). In Iraq, il governo sotto
tutela degli Stati Uniti continua ad applicare le leggi
antisindacali dell’era di Saddam Hussein, in particolare
“la tristemente
famosa legge 150, che vieta la presenza dei sindacati
all’interno delle imprese pubbliche e para-statali”
(CSI, 2009).
Praticamente in tutto il mondo arabo,
tende a prevalere la repressione a fronte dell’emergere
dell’attivismo di sindacati indipendenti e alle mobilitazioni
contro i massicci licenziamenti conseguenti alla crisi
economica mondiale.
In Giordania, le violenze della polizia
contro i lavoratori del porto di Aqaba, nel mese di agosto
2009, hanno scosso gli animi.
In Egitto, una serie di manifestazioni
contro la chiusura di fabbriche e per i diritti dei lavoratori
hanno scatenato interventi delle forze dell’ordine di
una brutalità estrema. E anche se all’inizio dell’anno
un primo sindacato settoriale indipendente (circa 50.000
membri) è riuscito a farsi riconoscere in questo paese,
recenti manovre governative mirano a limitarne l’indipendenza
e i margini d’azione.
In Marocco, i sindacati rischiano di
essere perfino esclusi da futuri tavoli di negoziato sui
salari e sulle condizioni di lavoro (CSI, 2009). E in
Tunisia, i disoccupati e i lavoratori coinvolti nella
“rivolta del bacino minerario di Gafsa” del 2008 stanno
ancora dietro le sbarre (Gantin e Seddik, 2008).
Comunque, questi fermenti sociali a mala
pena nascondono il relativo declino dei tradizionali movimenti
sociali basati sull’identità di classe (organizzazioni
contadine, cooperative, sindacalismo…), che da tanto tempo
sono assoggettati ai regimi al potere.
Oggi, più che mai, la grande maggioranza
dei lavoratori è dispersa nell’economia urbana deprivata
di regole formali, e la questione sociale va ben oltre
le lotte per i salari, per includere le problematiche
dell’accesso al lavoro, all’abitazione, all’acqua, all’istruzione,
alla sanità, ai trasporti…a delle condizioni di vita dignitosa.
Movimenti
islamisti : contestazione sociale e affermazione
identitaria
Nonostante la stabilità impressionante
di monarchie ereditarie e di repubbliche militari nel
mondo arabo, che sembra in contraddizione con l’ondata
di contestazioni, la pressione islamista occupa effettivamente
il centro della scena da almeno tre decenni.
“Reazione di gruppi sociali delusi
dai fallimenti del ‘nazionalismo laico’ o frutto delle
tensioni conseguenti alle politiche di modernizzazione”,
l’islamismo – ideologia sociopolitica contemporanea,
più che teologia – sembra anzitutto l’espressione sociale
di una volontà di “ripresa nelle mani di società in una fase di
acculturazione e di occidentalizzazione” (Mutin, 2009).
Ripresa, certamente in una fase culturale, ma anche sociale
e politica e, in misura minore, anche economica.
Detto questo, all’idea di un islamismo
“spazio di compensazione” delle mutazioni traumatizzanti
(esodo dalle campagne, urbanizzazione accelerata, boom
demografico), dello scacco dello sviluppismo e dello “Stato
corporativo”, della crisi economica e del sentimento di
marginalizzazione esacerbato dalla mondializzazione, François
Burgat aggiunge a ragione “la
dimensione culturale, identitaria e nazionalista del fenomeno,
sfumando la sua dimensione strettamente religiosa, considerando
come relativamente marginale la sua componente estremista
e soprattutto, denunciando l’idea della sua presunta antinomia
con le dinamiche della modernizzazione sociale e della
liberalizzazione politica” (Burgat, 2001, citato da
Bennani-Chraïbi e Fillieule, 2003).
Il fenomeno assai complesso è profondo
e consolidato.
Consolidato in quelle identità sociali,
che si sono fin dal primo momento mobilitate, che vanno
dalle vittime degli inadempimenti dello Stato, dai rifiutati
dalla società a causa dell’accrescimento delle disuguaglianze,
o dai giovani universitari in contrasto con il sistema,
fino ai settori garantiti, socialmente più agiati.
Consolidato nelle modalità di organizzazione,
e poi di mobilitazione che, in una moltitudine di quartieri
e di villaggi del mondo arabo, si concretizzano in istituzioni
e associazioni islamiche, che mettono a disposizione un’ampia
gamma di servizi sociali e di aiuti alle famiglie e alle
comunità diseredate.
Infine, il fenomeno è assolutamente poliedrico
nei suoi orientamenti, negli effetti che assegna alle
sue azioni, nelle sue rivendicazioni.
A volte l’islamismo viene qualificato
di “neo-terzomondismo”, nel senso che mette in attuazione
l’agenda nazionalista ed anti-imperialista dei partiti
o movimenti di sinistra, che in certo qual modo è venuto a supplire sullo scenario della protesta araba,
a volte viene assimilato ad un esclusivismo religioso
discriminatorio nei confronti dei non-musulmani e delle
donne, tuttavia l’islamismo seduce o cattura gli attori
sociali progressisti.
In ogni caso, l’islamismo fornisce il
grosso delle folle e dei movimenti che contestano l’attuale
ordine politico arabo e, ancor di più, l’“occidente colonialista”
in nome dell’autodeterminazione del popolo palestinese
e del mondo arabo-musulmano.
Nicolas Dot-Pouillard, che coglie su
questo asse “emancipatore” una serie di convergenze delle
modalità di azione fra organizzazioni islamiste di diverse
obbedienze e tendenze di sinistra, nota tuttavia che la
divaricazione fra questi due poli risiede meno sulle questioni
democratiche o di genere (fra “tradizionali” e “moderni”)
– pregiudizio nondimeno tenace – e più sulla questione
sociale (tra liberisti e socialisti). Questione sociale,
che in effetti tende a contrapporre il posizionamento
economico spesso a destra dell’islam politico – così
come le contraddizioni di classe al suo interno –, alle
campagne contro le privatizzazioni e alle chiavi di analisi
marxista delle sinistre (Dot-Pouillard, 2009).
Sotto questo aspetto come sui precedenti,
“l’infinita variazione delle configurazioni
locali” (Dupret, 1999) e la molteplicità delle fonti
di riferimento dei protagonisti islamisti relativizzano
fortemente le letture generalizzanti.
Mentre molti di questi protagonisti sono
spesso venuti alla ribalta grazie al beneplacito degli
Stati arabi (per indebolire le opposizione interne di
sinistra) e delle potenze occidentali (per dare scacco
matto all’arabismo laico di ispirazione socialista), sono
questi stessi attori che in conclusione danno loro filo
da torcere.
Nei diversi paesi, hanno prevalso scenari
diversi: dal confronto sanguinoso fra fazioni islamiste
armate e forze armate che volevano estirparle (Algeria),
all’inclusione condizionata nel gioco politico (Giordania)
…
In tutti i casi, molti osservatori hanno
da molto tempo diagnosticato il fallimento dell’islam
politico (Roy, 1992), specialmente per la mancanza di
un contro-modello di società, per l’assenza di una proposta
di un’alternativa economica. I regimi, che siano più o
meno islamizzati, sono infatti ancora al potere. Quanto
alla reislamizzazione delle società, se anche realizzata,
non avrebbe mutato per nulla le regole del gioco politico
ed economico (Mutin, 2009).
Ancora, il terreno sociale e culturale,
che ha visto nascere la contestazione islamista nelle
sue estreme diversità e nelle sue invarianti, non ha subito
dei veri cambiamenti, e ancor oggi sono le diverse espressioni
di queste spinte di opposizione nella loro molteplicità
a costituire una realtà centrale nel mondo arabo.
Solidarietà
primarie e ONG : una “società civile” contrastata
Un altro fenomeno in forte progresso
nel mondo arabo, dopo la svolta neo-liberista e il graduale
disimpegno degli Stati dalle loro responsabilità sociali:
le organizzazioni non governative (ONG).
Il fenomeno, che a partire dalla metà
degli anni ‘80 si identifica con la denominazione di origine
occidentale “società civile”, deve essere immediatamente
ripartito in due realtà distinte, con riferimento a dinamiche
sociali di natura effettivamente molto differente, che
Sarah Ben Néfissa, fra altri, contraddistingue in: ONG
di servizi da un lato, e ONG di patrocino (in
favore dei diritti, delle libertà, della democrazia)
dall’altro (Ben Néfissa, 2003). Questo, tuttavia, senza
negare la nascita di altre organizzazioni che mutuano
i due modelli (Denoeux, 2003).
Le prime – le ONG di servizi –, di gran
lunga le più numerose, operano nel campo dell’assistenza
sociale e sanitaria delle vittime dell’affievolirsi delle
capacità distributive degli Stati, anzi della decomposizione
degli Stati, là dove le crisi si fanno più acute o dove
prevalgono le guerre.
Al servizio, secondo i casi, delle classi
medie urbane impoverite, delle popolazioni rurali, dei
bambini…, spesso queste ONG ostentano pubblicamente una
iscrizione religiosa, islamica o cristiana. A volte criticate
per le loro tutele di carattere economico, o per le loro
priorità più sul curare che non sul prevenire, per le
loro azioni di carità piuttosto che di natura politica,
a volte decantate per le loro modalità d’azione flessibili,
efficaci, partecipative, si caratterizzano più spesso
per il loro profilo “para-pubblico” o “para-amministrativo”
(Ben Néfissa, 2003), tratto particolare della maggior
parte delle organizzazioni civili arabe.
Intermediatrici fra i bisogni delle popolazioni,
a cui sono molto vicine, e le offerte delle amministrazioni
che i loro dirigenti corteggiano o da cui provengono,
queste ONG di servizi si iscrivono “di buon grado”
in una relazione clientelare con i poteri pubblici
o con i padrinati privati più o meno contigui al regime.
Allo stesso tempo si presentano come “spazi
di costruzione di notabilati sociali e politici”,
strumenti a disposizione dell’ordine statuale e della
società (ibid., 2003), strumenti popolari di auto-organizzazione
cittadina, di sopravvivenza e in certi casi di pressione
sulle autorità, strumenti para-ufficiali di controllo
e di pacificazione sociale. Il loro radicamento locale
si innerva nei gruppi di solidarietà primaria (famiglie, comunità,
quartieri…), che vi collezionano vantaggi e diverse risorse.
[3].
Anche i rapporti delle Nazioni Unite
valorizzano il ruolo essenziale e vitale delle ONG del
mondo arabo, come rete estrema di sicurezza sociale. E
la tendenza è particolarmente vera quando lo Stato è assente
o inesistente, come nel Libano della guerra civile o in
Palestina.
Secondo Asef Bayat, in qualche modo,
sono riuscite ad andare oltre il loro ruolo di primo soccorso,
per ottenere, attraverso la mobilitazione, dei diritti
legittimi. “Le condizioni
socio-economiche in Medio Oriente sembrano più favorevoli
ad una forma particolare di attivismo”, che sfida
diversamente l’ordine costituito e la repressione: “un
movimento popolare che io qualifico come ‘invasione silenziosa
dell’ordinario’”. Allusione alle azioni dirette individuali
o di piccoli gruppi, che mirano ad assicurarsi – di soppiatto
– il necessario di base: terra, alloggio, consumi collettivi
urbani, posti di lavoro informali e opportunità di attività
commerciali (Bayat, 2000)…
La seconda grande categoria di ONG –
le ONG di patrocinio – si distingue in modo deciso dal
profilo tipico delle ONG di servizio.
Meno radicate socialmente, meno rappresentative,
le ONG di patrocinio adottano un atteggiamento più rivendicativo,
critico, politico, anche se, in alcune configurazioni,
possono talvolta essere utilizzate dalle autorità arabe
come un alibi democratico agli occhi del mondo occidentale
[4].
Piccole strutture, piccoli bilanci che dipendono da finanziatori
stranieri “pro democrazia”, animate quasi sempre da universitari,
da appartenenti a classi medie superiori, alle élite urbane,
queste ONG conoscono diverse fortune.
Chiaramente più esposti degli attivisti
delle ONG di servizio, i loro militanti, spesso volontari,
subiscono regolarmente le conseguenze (intimidazioni,
censura, imprigionamenti, sparizioni…) del loro impegno
e delle loro denunce, del loro lavoro di sensibilizzazione
e di pressione in favore del rispetto dei diritti umani.
Tuttavia, in certi paesi come l’Algeria,
dove si è assistito ad alcuni slittamenti politico-semantici
associati alla crescita di movimenti islamisti, questa
“società civile di difesa” ha potuto divenire anche “il
simbolo dello schieramento dei partigiani proclamati del
pluralismo e della democrazia sui regimi, e dell’esclusione
del movimento islamista, accusato precisamente di minacciare
la società civile” (Camau, 2002).
Altrove, queste ONG hanno dato luogo
ad episodi di campagne a livello nazionale, dimostrando
la loro capacità di mobilitazione e la loro forza di intervento
sull’opinione pubblica. Più spesso relativamente a questioni
di cultura politica, delle libertà civili, di emancipazione
dei costumi, in altri momenti si sono attivamente impegnate
per rivendicazioni nazionaliste, contro le privatizzazioni,
contro l’imperialismo, o negli spazi dei forum altermondialisti
nazionali o regionali, punti di incontro particolari di
personaggi della sinistra intelletuale e politica araba,
dei leader dei movimenti islamisti terzo-mondialisti,
delle ONG progressiste…
Etnie e confessioni minoritarie
di fronte agli Stati-nazione arabo-musulmani
Un’altra chiave di lettura cruciale per
comprendere le tensioni e i conflitti sociali, politici
e culturali in atto nel mondo arabo risiede in “questioni
minoritarie” (di natura etnica, tribale, linguistica,
religiosa…) fortemente presenti all’interno delle frontiere
o alle frontiere degli spazi territoriali, eredità della
storia della regione e della colonizzazione.
La sostituzione avvenuta nel corso del
20esimo secolo dello Stato multinazionale e multiconfessionale
del periodo plurisecolare ottomano con lo Stato nazionale,
centralizzato, di imitazione europea, non ha cancellato
le antiche strutture sociali. Al contrario, nella maggior
parte degli Stati post-coloniali “modernizzatori”, il
peso della segmentazione “comunitaria” e delle gerarchie
tradizionali ha giocato un ruolo determinante nell’edificazione
dei sistemi clientelari.
La piramide dei vassallaggi e di fedeltà
ai clan nell’Iraq di Saddam Hussein ne ha costituito un
esempio lampante.
Su scala regionale, l’Iraq appare come
il caso più complesso di grovigli confessionali, tribali,
etnici e linguistici, mentre il Maghreb tende piuttosto
ad essere caratterizzato da una diversità etnico-linguistica,
ma da una forte unità religiosa; invece, l’Egitto, il
Vicino-Oriente e la penisola arabica da una forte coerenza
linguistica ma da una grande diversità religiosa (Mutin,
2009).
Sono sufficienti alcuni esempi specifici
per indicare in che modo queste realtà identitarie occupano
una posizione centrale nei conflitti civili e sociali
della regione.
Allora, per il Maghreb, se la questione
berbera è particolarmente importante in Marocco (quasi
il 40 % dei Marocchini sono berberofoni), diventa estremamente
delicata in Algeria (20 %), dove i Kabili hanno dovuto
già da tempo sollevarsi contro il discorso egemonico dell’arabismo.
Dalla “primavera berbera” (1980) alla “primavera nera
berbera” (2001), le proteste autonomiste, accompagnate
a sommosse e rivolte represse nel sangue, solo occasionalmente
occupano il centro della scena e articolano rivendicazioni
alle volte di ordine culturale (solo nel 2002 il berbero,
il tamazight, è stato riconosciuto come idioma nazionale),
a volte sociale (disoccupazione diffusa, mancanza di abitazioni),
e politico (corruzione, favoritismi amministrativi).
Dall’altra sponda del Mediterraneo, il
Libano è un mosaico di comunità, quasi una ventina di
confessioni all’interno di un micro-Stato di una superficie
tre volte inferiore di quella del Belgio, dominato nel
corso della sua storia da invasori e da influenze straniere:
Turchi, Francesi, Israeliani, Siriani, Statunitensi, Iraniani…
Se la ripartizione delle comunità cristiane (maronite,
greco-ortodosse, greco-cattoliche, armene…) e musulmane
(sunnite, sciite, druse…), come pure delle loro organizzazioni
e movimenti rispettivi, non obbedisce più sempre a localizzazioni
geografiche precise, la separazione socio-economica fra
le comunità resta assai significativa e sovradetermina
il destino più o meno conflittuale delle strutture politiche
conseguenti.
Ai confini di quattro Stati antagonisti
– la Turchia, l’Iran e per il
mondo arabo l’Iraq e la
Siria –,
la minoranza curda (30 milioni di persone!) è priva di
uno Stato.
Non arabi, ma in maggioranza musulmani
sunniti, i Curdi dell’Iraq sono quelli che paradossalmente
hanno registrato i progressi politici più rilevanti in
termini di autonomia nel corso del 20.esimo secolo, eppure
sono coloro che sono stati oggetto della più brutale repressione.
Fra il 1974 e il 1991, 200.000 Curdi
sono stati massacrati dai militari del Baath iracheno,
e 4.600 loro villaggi sono stati rasi al suolo. A questo
riguardo, gli Arabi sciiti del sud dell’Iraq, vittime
anch’essi della brutale repressione del regime di Saddam
Hussein, non hanno molto da essere invidiati.
Perciò, l’Iraq attuale sotto tutela degli
Stati Uniti, presieduto dal 2005 da uno dei due leader
storici avversari del Kurdistan iracheno (Jabal Talabani),
non presenta dammeno una catastrofe umanitaria e un’aberrazione
politica. Definitivamente lacerato, sotto influenza esterna,
caotico, questo Iraq ha effettivamente sotterrato il precedente
regime e rovesciato i rapporti di forze interne, ma ha
fatto avanzare la causa della sicurezza delle forniture
di petrolio per l’Occidente più che la causa dell’emancipazione
dei popoli della regione.
E anche se la regione del Kurdistan iracheno
appare “vincente” – benché beneficiante di una prosperità
in buona sostanza fittizia e circostanziale –, il consolidarsi
geopolitico dello statu quo territoriale lascia
irrisolta la questione curda, nel suo insieme.
Conclusione
Precisamente come qui analizzato, ciascuna
delle linee di frattura che attraversano il mondo arabo
affonda le sue radici nella storia della regione, nelle
colonizzazioni e negli interventi stranieri, di cui la
regione è stata ed è sempre l’obiettivo, e nelle caratteristiche
fisiche e geologiche di quest’area, che si adagia su due
continenti. Culturali, socio-economici, politici, i fattori
di contrapposizione sono legioni.
E se esiste un fattore poco discusso
in questo editoriale, in quanto “esterno” agli Stati arabi,
che è stato ampiamente utilizzato nei paesi del Maghreb
e del Medio Oriente, non solamente per mobilitare la solidarietà
pan-araba – senza distinzione alcuna fra repubbliche e
monarchie –, ma anche per mascherare, zittire, neutralizzare,
strumentalizzare le contestazioni interne, per rinsaldare
le pubbliche opinioni contro un comune nemico, questo
è il conflitto israelo-palestinese. Conflitto – occupazione
e colonizzazione – inevitabilmente ed assolutamente condizionante
la strutturazione specifica dei protagonisti della società
palestinese (Fenaux, 2009).
L’accesso ineguale alle risorse naturali costituisce
un’altra linea di frattura abissale del mondo arabo. Questa
frattura crea distinzione fra i paesi, le regioni e i
gruppi sociali ricchi di petrolio, acqua e terre arabili,
e tutti coloro che non ne possono fruire in modo insopportabile.
Al di là della questione di un futuro problematico per
le rimesse petrolifere, la penuria d’acqua e l’esplodere
delle carenze e delle dipendenze di risorse alimentari
[5]
accentuano senza limiti tensioni sociali crescenti e le
ondate di rivolte urbane, che non più sporadicamente mettono
in causa “l’alto costo della vita”. Come riusciranno ad
affrontare tutto questo i regimi al potere – di cui la
longevità accumulata ha conseguito ormai primati assoluti
nel mondo? Le tendenze attuali – un approccio sicuritario
delle questioni sociali e politiche, reso più intenso
in nome della “guerra contro il terrorismo”, sotto tutela
straniera, – non lasciano sperare nulla di buono.
Esclusa la repressione o l’inquadramento,
i movimenti sociali potrebbero rendersi autonomi e conquistare
una loro centralità. L’effervescenza dei cittadini, a
partire dal basso, a volte sovversivi nei confronti delle
élite pubbliche e private, già rimescola le carte della
“convivenza” tra gruppi sociali alla ricerca di diritti
e le autorità tutte tese a mantenere salda la loro stabilità
(Bozzo e Luizard, 2009). L’unità nella diversità delle
comunità dovrà passare attraverso il riconoscimento delle
differenze, l’uguaglianza delle condizioni e la condivisione
del potere, per sfuggire alle condizioni di isolazionismo
identitario mortale.
Certi osservatori insistono sull’esistenza
di un “post-islamismo” all’opera all’interno di questi
movimenti che, in rottura con il dottrinario esclusivismo
religioso e i movimenti reazionari, coniugano l’Islam
con la democrazia, valorizzano “ i
diritti piuttosto che gli obblighi, il pluralismo piuttosto
che l’autorità di uno solo, la storicità piuttosto che
dogmi cristallizzati, l’avvenire piuttosto che il passato”
(Bayat, 2007).
Profetico, Hicham Ben Abdallah El Alaoui
(***) [N.d.tr.: Ingegnere civile, di Rabat. Definito il principe
“rosso”. Figlio del principe Moulay Abdallah. Più sotto,
come nota, viene riportata una sua comunicazione diffusa
a titolo personale] annuncia in Le
Monde diplomatique la nascita di un “terzo nazionalismo”, che “va
oltre il
nazionalismo post-coloniale tradizionale, fossilizzato nei vecchi regimi
autoritari” e il nazionalismo islamista conservatore,
che si appoggia su un assolutismo religioso.
Siamo in presenza di un “nazionalismo
di altra natura, secolarista ma che rivendica la sua identità
araba e pan-islamica, fiero di mescolarsi su un piano
di parità con le culture e gli idiomi del resto del mondo.
[…] Incide profondamente sull’immaginario di una grande
parte della nostra gioventù, si riflette nei nuovi mezzi
di comunicazione, nelle reti che collegano le diaspore
ai loro paesi di origine, e nelle forme laiche di cultura
e di linguaggio che consentono tutto questo. […] Condanna
l’autoritarismo locale e la corruzione, aspira alla costituzione
della democrazia, respinge con fermezza qualsiasi intervento
militare straniero, difende con fierezza l’identità araba
ed islamica, esalta il modernismo intellettuale e la diversità
culturale” (2009).
Dunque, un nazionalismo estraneo al nazionalismo
di suo padre e a quello degli imam?
Ben Abdallah modera, invitando a “diffidare
di un ottimismo ingannevole”…
Bibliografia
Alternatives Sud (2007), Coalitions d’États du
Sud, vol. 14, n° 3, CETRI/Syllepse.
Alternatives Sud (2009), Retour de l’État, vol.
16, n° 2, CETRI/Syllepse.
Bayat A. (2000), Social Movements, Activism and Social
Development in the Middle East, CSSM 3, UNRISD.
Bayat A. (2003), « The “Arab Street” », Middle
East Report, n° 226.
Bayat A. (2007), « Pas de démocratie musulmane sans
civisme des musulmans », ISIM Review, août.
Ben Abdallah El Alaoui H. (2009), « Retour vers
le futur dans le monde arabe », Le Monde diplomatique,
août.
Bennani-Chraïbi M. et Fillieule O. (dir.) (2003),
Résistances et protestations dans les sociétés musulmanes,
Paris, Presses de Sciences Po.
Ben Néfissa S. (2003), « ONG et gouvernance dans
le monde arabe : l’enjeu démocratique », Études
et documents, n° 10, Le Caire, CEDEJ.
Bozzo A. et Luizard P-J. (2009), Argumentaire des journées
d’études « L’essor de la “société civile” dans le
monde musulman contemporain », Université de Roma
Tre, 14- 16 mai.
Burgat F. (2001), « De l’islamisme au postislamisme,
vie et mort d’un concept », Esprit, n° 277,
août-septembre.
Camau M. (2002), « Sociétés civiles “réelles”
et téléologie de la démocratisation », Revue internationale
de politique comparée, vol. 9, n° 2.
Camau M. (2005), « Remarques sur la consolidation
autoritaires et ses limites », in Boutaleb A., Ferrié
J.-N. et Rey B. (dir.), L’autoritarisme dans le monde
arabe, Le Caire, CEDEJ.
CSI (2009), « Moyen-Orient : les gouvernements
durcissent la répression », communiqué du 9 septembre.
Denoeux G. (2003), « Promouvoir la démocratie et
la gouvernance dans les pays arabes : Les options
stratégiques des bailleurs de fonds », in Ben Nefissa
S. et al. (dir.), ONG et gouvernance dans le monde
arabe, Paris, Karthala.
Dot-Pouillard N. (2009), « Rapports entre mouvements
islamistes, nationalistes et de gauche au Moyen-Orient
arabe », in États des résistances 2010 – Monde
arabe, CETRI/ Syllepse.
Dupret B. (1999), « À propos de G. Kepel, Expansion
et déclin de l’islamisme, Paris, Le Seuil, 2000 »,
Annuaire de l’Afrique du Nord.
Fenaux P. (2009), « Palestine : un pays à réinventer »,
in États des résistances 2010 – Monde arabe, CETRI/Syllepse.
Ferrié J.-N. (2009), « Les régimes autoritaires
arabes aujourd’hui », Synopsis de cours, Grenoble,
IEP.
Gantin K. et Seddik O. (2008), « Révolte du “peuple
des mines” », www.e-joussour.net.
Gobe E. (2008), « Les syndicalismes arabes au prisme
de l’autoritarisme et du corporatisme », in Dabène
O. et al. (dir.), Autoritarismes démocratiques et démocraties
autoritaires au XXIe siècle, Paris, La Découverte.
Heydemann S. (1999), Authoritarianism in Syria. Institutions
and Social Conflict 1946- 1970, Ithaca, Cornell University
Press.
Khader B. (2009), Le Monde arabe expliqué à l’Europe,
Paris, L’Harmattan.
Khalil A. (2004), « Les mouvements sociaux dans
le monde arabe », in L’État des luttes - 2004,
CETRI/Syllepse.
Murphy E. C. (1999), Economic and Political Change
in Tunisia : From Bourguiba to Ben Ali, Londres/New
York, MacMillan Press/St Martin’s Press.
Mutin G. (2009), Géopolitique du Monde arabe,
Paris, Ellipses.
Roy O. (1992), L’échec de l’islam politique, Paris,
Le Seuil.
Saint-Upéry M. (2007), Le rêve de Bolivar,
Paris, La Découverte.
Note
[1] Figura storica del nazionalismo arabo e
del protagonismo terzo-mondista, Gamal Abdel Nasser ha
guidato l’Egitto dal 1954 alla sua morte nel 1970.
[2] Il Baath – partito socialista della “rinascita”
(pan)araba – è stato fondato in Siria negli anni’40. Al
potere in Siria dal 1963 ai giorni nostri. Al potere in
Iraq nel 1963, e dal 1968 al 2003.
[3] “La società civile appare a questo riguardo
come una risorsa dei regimi e dei loro sistemi di alleanze
e di opposizioni a geometria variabile, a seconda delle
congiunture. Nella misura in cui si tratterà di stabilire
un compromesso
con l’“attivismo” o di reprimerlo, di praticare la politica
del bastone o della carota, la società civile sarà “presente”
come arma o come esca […]. La “presenza” sarà incarnata
da individui o da gruppi cooptati, che si autoproclamano
rappresentanti della società civile, divenuti parti interessate
ai “compromessi con esclusione” (Camau, 2002).
[4] “La società civile contribuirebbe a conferire
loro una maggiore ‘civiltà’ attraverso una sorta di capillarità
controllata e senza rischi di irruzione di una alternativa
politica coercitiva” (Camau, 2002).
[5] I paesi arabi (5 % della popolazione
mondiale) sono pronti ad assorbire da soli il 20% delle
esportazioni mondiali di prodotti alimentari (Mutin, 2009).
Principali fornitori del mondo arabo: Stati Uniti, Canada
e l’Unione Europea.
Per concessione di CETRI
Fonte: http://www.cetri.be/spip.php?rubrique120&lang=fr
Data dell'articolo originale: 04/01/2011
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=3839
****************************************************************************
(***)Alla
ricerca di uno stato di diritto
Essere
cittadini nel mondo arabo
di Hicham
Ben Abdallah El Alaoui
Ingegnere civile, di Rabat. Figlio del principe
Moulay Abdallah, deceduto nel 1983,
l'autore, definito il principe “rosso”,
si esprime a titolo
personale.
Non un solo regime democratico, non
un solo stato di diritto in tutto il mondo arabo. Questa
situazione scandalosa, mentre la democrazia avanza dappertutto
nel resto del mondo, in Europa orientale, in America latina,
in Africa e in Asia, esaspera l'opinione pubblica dei
paesi arabi. Sempre più urbanizzata, meglio istruita,
la popolazione chiede a gran voce autentici diritti di
cittadinanza, per contrastare con successo il neo-autoritarismo
dei poteri e l'offensiva dell'oscurantismo islamista.
In Europa la modernizzazione politica
dello stato-nazione ha seguito un'evoluzione parallela
alla trasformazione del concetto di cittadinanza. Tra
il XVII e il XIX secolo, al termine di una lunga lotta
contro il dispotismo, soggetti, la cui funzione individuale
era sostanzialmente quella di obbedire a un potere che
incarnava un'autorità trascendentale, si trasformarono
in veri e propri cittadini, parti a pieno titolo di un
contratto sociale basato su un'autorità nazionale sovrana.
Tale contratto si fondava su un complesso
di regole, le leggi, cui tutti dovevano sottostare in
egual misura, la cui legittimità poggiava sull'assenso
dei cittadini stessi.
In virtù di questo contratto che viene
onorato da tutte le democrazie moderne, il dovere di osservare
le leggi dello stato è subordinato all'obbligo da parte
dello stato di garantire ai suoi cittadini un certo numero
di diritti fondamentali.
Ciononostante, anche nei paesi più democratici,
l'applicazione generalizzata di questi diritti politici
è avvenuta in seguito ad una lunga serie di conflitti.
In Francia, ad esempio, il diritto di voto alle donne
è stato riconosciuto solo nel 1945. E negli Stati uniti,
il suffragio universale esiste solo da poco più di un
quarto di secolo, da quando vennero adottate leggi che
garantivano, in particolare ai Neri degli Stati del Sud,
l'esercizio dei loro diritti civici. A volte tali conquiste
democratiche hanno comportato dei compromessi con delle
forme di autorità politica tradizionali: il Regno Unito,
ad esempio, rimane una monarchia senza una Costituzione
scritta.
Le ultime tappe di questo processo di
avanzata dei diritti di cittadinanza nei paesi dell'Europa
occidentale e dell'America del Nord sono state compiute
abbastanza recentemente, in concomitanza con le grandi
crisi economiche, quando i "cittadini" hanno
ottenuto che il contratto sociale comprendesse una serie
di diritti economici e sociali nel contesto più generale
di uno stato previdenziale. E' questo ampliamento ad aver
garantito in Europa occidentale il mantenimento dell'ordine
liberale e borghese.
Stranamente, altrove, nelle nazioni di
nuova indipendenza del mondo arabo, una versione dello
stato sociale sostenuta da una mobilitazione di massa
ha costituito lo strumento privilegiato dell'integrazione
civica, precedendo e spesso anche ostacolando lo sviluppo
di una serie di autentici diritti politici. Molti regimi
arabi, sia monarchici che repubblicani, hanno fatto dell'istruzione
gratuita, della garanzia sociale, dell'assistenza medica
e della tutela del posto di lavoro, dei veri e propri
simboli d'appartenenza alla comunità nazionale.
Nello stesso tempo, però, invece di creare
dei cittadini nel senso moderno del termine, questi regimi
hanno prodotto dei soggetti politici per i quali godere
dei propri diritti civili e sociali dipende dalla buona
volontà dei loro dirigenti.
La
funzione del nucleo familiare
Peraltro, con il pretesto di dare una
risposta alle richieste del popolo in materia di liberazione
nazionale e di giustizia sociale, i nazionalismi arabi,
conservatori o progressisti, hanno spesso ignorato i diritti
civili e politici dei cittadini.
In questo senso, il termine "cittadino",
ripreso con orgoglio nel testo della maggior parte delle
costituzioni degli Stati arabi, è usato in modo improprio.
Il termine "muwatin" (traduzione corrente della parola "cittadino")
sottende in realtà una connotazione del tutto diversa,
in quanto designa dei soggetti politici la cui subordinazione
allo stato è un dato acquisito, ma la cui fedeltà resta
sempre sospetta, e per i quali la libertà è una concessione
sempre provvisoria.
In tale contesto, i cittadini del mondo
arabo lottano incessantemente per dar vita a forme democratiche
di governo, e la loro lotta appare inevitabilmente contraddistinta
dalle specificità storiche e dai dati culturali di ogni
nazione.
Per anni, storici, antropologi e politologi
hanno discusso dell'incapacità (o dell'assenza di volontà)
da parte degli Stati arabi di creare un ambito di cittadinanza
politica dotato di diritti e doveri chiaramente definiti.
L'influenza dominante dei legami familiari e tribali,
prevalente nell'assetto delle società e delle culture
arabe, viene considerata come un fattore decisivo per
spiegare tale fenomeno.
La famiglia resta di fatto il centro
dell'organizzazione sociale, dell'attività economica,
e della riproduzione culturale. La sovrapposizione dei
modelli patriarcali tradizionali alle relazioni di autorità
che esulano dall'ambito familiare, ha un'influenza evidente
sulla formazione dei soggetti politici.
Certo, la crescita economica, l'industrializzazione,
l'urbanizzazione e l'istruzione pubblica generalizzata,
da una quarantina d'anni hanno sconvolto il ruolo del
nucleo familiare in moltissime società del mondo arabo.
Nella misura in cui tali cambiamenti
sono rimasti limitati, squilibrati e non pienamente realizzati,
la famiglia continua a svolgere una duplice funzione fondamentale:
da un lato resta un elemento essenziale di sostegno e
di sicurezza, limitando i danni causati dalle difficoltà
economiche, e garantendo la perennità dei valori culturali.
Al tempo stesso, tuttavia, consolida le forme di autorità
patriarcale e contribuisce a ostacolare l'emergere di
un rapporto indipendente e adulto tra lo stato e il cittadino.
Il rapporto che esiste tra il capo famiglia,
figura autoritaria e generosa al tempo stesso, e il figlio
protetto, dipendente e docile, somiglia a quello che intercorre
tra dirigenti e dipendenti.
Nel mondo arabo, il capo dello stato
spesso è il "padre della nazione". Le prestazioni
sociali legittime spesso vengono presentate come "atti
di generosità personale" concessi da un capo, e non
come i vantaggi collettivi accordati da un potere esecutivo.
Paradossalmente è nei paesi più progressisti
che si coglie meglio questo stato di cose.
Perfino nell'Egitto di Nasser (1954-1970),
modello di pianificazione socialista in un paese arabo,
la distribuzione delle terre, gli aiuti alimentari e i
servizi sociali vennero presentati e recepiti come doni
personali concessi dal capo della famiglia nazionale a
parenti bisognosi.
Con questo non si vuol dire che una forte
struttura familiare sia sufficiente ad impedire lo sviluppo
del concetto di cittadinanza democratica, tuttavia appare
doveroso per lo meno chiedersi in quale misura una particolare
struttura di dipendenza, soprattutto in un sistema politico
che si deve confrontare contemporaneamente con una crisi
dello sviluppo, dell'urbanizzazione, dell'istruzione,
coll'eredità della dipendenza coloniale, con le attuali
percezioni di una debolezza geopolitica e con una serie
di culti della personalità a livello nazionale, possa
rappresentare un modello per altri rapporti di autorità,
contribuendo così a ritardare la crescita politica del
mondo arabo.
I tenaci vincoli della solidarietà tribale,
etnica e religiosa costituiscono un secondo tipo di ostacolo
che si trova costretto ad affrontare chi vuole affermare
una concezione moderna della nazione e della cittadinanza.
Rivaleggiando tra loro per conquistarsi
la fedeltà delle popolazioni, le tribù e gli Stati-nazione
producono un forte antagonismo collettivo. Storicamente
la formazione dello Stato-nazione moderno, che esercita
il monopolio dell'autorità coercitiva, ha gradatamente
portato alla scomparsa di precedenti forme di autorità
e di lealtà. Tuttavia nel mondo arabo, le grandi tribù
del Nord Africa, della penisola arabica, del Nilo superiore
e del deserto siriano, sono riuscite a conservare fino
a molto tempo dopo l'inizio del XIX secolo vari gradi
di autonomia rispetto all'autorità centrale.
Gli Stati-nazione nati dopo la partenza
delle amministrazioni coloniali, hanno affrontato questo
problema in due modi, entrambi certamente incompatibili
con la moderna nozione di diritti di cittadinanza.
Nella maggior parte dei casi, i dirigenti
arabi hanno fatto fronte alla sfida tribale con un misto
di repressione e di cooptazione (matrimoni, alleanze,
favori personali, istigazione alla rivalità, etc.). Dove
il modello definito da Ibn Khaldoun (1) ha
prevalso, lo Stato ha preso forma dalla fusione della
solidarietà tribale coll'autorità centralizzata, il tutto
imbevuto di una certa benevolenza paternalista e religiosa.
I movimenti politico-religiosi della penisola arabica
e del Nord Africa rappresentano gli esempi più chiari
di tale evoluzione.
Ciononostante, in questi casi l'estendersi
dell'autorità centrale si è poggiata sulla coercizione
piuttosto che sul consenso del cittadino, unico criterio
fondante della legittimità del contratto sociale moderno.
Il ruolo politico dell'islam costituisce
un ulteriore fattore, più recente, cui ci si riferisce
per spiegare la formazione dell'idea di cittadinanza nel
mondo arabo. Con una frettolosa semplificazione di un
processo storico particolarmente complesso, i commentatori
occidentali spesso fanno osservare che in Europa la nascita
dello Stato-nazione e della cittadinanza politica democratica
è andata di pari passo con una secolarizzazione della
politica e con una separazione di natura costituzionale
tra Chiesa e Stato, evoluzione questa che non ha visto
alcun corrispettivo nel mondo arabo.
I movimenti politici detti islamisti,
da un lato, ma anche molti regimi conservatori, hanno
viceversa preteso di fondare la loro legittimità sulla
piena integrazione della religione e della politica. E
i paesi che hanno cercato di incoraggiare la secolarizzazione
si ritrovano su una linea difensiva, in balia dei loro
insuccessi e dei risultati degli errori che hanno commesso
sottovalutando l'attaccamento delle società arabe ai valori
dell'islam.
I richiami di ordine religioso a un'autorità
trascendentale, spesso hanno finito con il rafforzare
le strutture di dipendenza contribuendo a un ulteriore
ritardo nel processo di creazione di una cittadinanza
politica moderna.
Nella sua veste radicale o conservatrice
il richiamo all'islam può, in nome della lealtà dovuta
alle tradizioni, trasformarsi in legittimazione di un
ordine non democratico che serve così a ostacolare qualunque
rinnovamento.
Del
buon uso dell'islam
Ciononostante, il pensiero e la pratica
islamici vanno al di là dell'islamismo autoritario di
oggi, e i difetti di quest'ultimo non implicano affatto
che l'islam di per sé sia incompatibile con l'esistenza
di diritti politici e sociali. Di fatto si può sostenere
l'ipotesi che l'islamismo, oltre a interdire i vantaggi
derivanti dallo sviluppo di un concetto moderno di cittadinanza,
mette sotto silenzio i principi progressisti dell'islam
in materia di uguaglianza e di giustizia.
Dall'islam e dai suoi valori può derivare
la costituzione di uno spazio politico democratico. E
nessun modello di società laica, o che prevede la separazione
tra Chiesa e Stato, postula che esso ne venga escluso.
Il Corano e la
Sunna enunciano d'altronde principi pienamente
compatibili con l'idea moderna della cittadinanza. La
shura raccomanda il dibattito e la consultazione della
comunità. Nella tradizione islamica le particolari forme
di questo dialogo sociale sono sempre state oggetto di
dibattiti animati. La scuola più autorevole dei giuristi
e dei pensatori musulmani moderni, il movimento salafia,
sostiene che la shura significa oggi elezioni e parlamenti.
Tale pensiero islamico raccomanda una razionale elaborazione
delle nuove regole che consentiranno, ogni volta che le
scritture non saranno sufficienti a determinare una certa
linea di condotta, di rispondere al cambiamento economico,
politico e sociale.
Infine, l'islam incoraggia la comunità
a decidere, seguendo la via del consenso, quale sia il
miglior modo di far progredire il bene comune. Per decenni,
la maggior parte dei paesi musulmani ha definito le sue
scelte politiche sulla base di queste tradizioni islamiche.
Del resto, riaffermare l'antagonismo
tra religione e politica costituisce un fenomeno che non
si limita al solo mondo arabo e musulmano. Lo si ritrova
in paesi molto diversi, come Israele, l'India o gli Stati
Uniti. L'avanzata della secolarizzazione non significa
la scomparsa della religione dalla vita pubblica.
Perfino nelle democrazie occidentali
avanzate, spesso essa ha costituito una forma di compromesso
tra religione e politica: il Regno Unito ha conservato
una religione di stato e la Germania sovvenziona i culti. Nessun modello di
evoluzione sociopolitica (i sistemi dittatoriali stessi
non ci sono riusciti) ha condotto alla messa al bando
della religione.
Per ritornare all'islam, i suoi valori
di giustizia, di eguaglianza e di comunità costituiscono
delle carte vincenti per lo sviluppo di una autentica
"cittadinanza". Nulla di tale religione vieta
la costituzione di uno spazio politico democratico. Ed
è alla costruzione di tale spazio che dovrebbero accingersi
senza indugi i dirigenti arabi per cogliere le sfide di
questo scorcio di secolo.
____________________________
(1) Ndr: Ibn Khaldoun (1332-1406) massimo
storico e filosofo del Nord Africa, nato a Tunisi, viene
considerato un sociologo ante litteram delle società
araba, berbera, e persiana.
La sua opera principale, “Il libro delle considerazioni
sulla storia degli Arabi, dei Persiani e dei Berberi”,
ne fa un precursore della sociologia e un filosofo della
storia.
(Traduzione
di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)