La ribellione
divampa. Continua a divampare. In Nord Africa, dove la
sollevazione libica ha cancellato quello “spazio di stabilità”
che ancora separava la Tunisia dall’Egitto, e dove alle
ricorrenti manifestazioni algerine si sono sommate le
crescenti proteste in Marocco. E nel Golfo, dove, mentre
lo Yemen continua a bruciare, il Bahrein è improvvisamente
precipitato anch’esso nel caos, e focolai di protesta
continuano a esplodere perfino in Iran, cercando di ridar
vita a quel Movimento Verde che era stato represso dal
regime di Teheran nel 2009.
Per decenni
è sembrato che la storia si fosse fermata nel mondo arabo,
pietrificata sotto le sembianze di regimi autocratici
e dittatoriali insediatisi intorno alla metà del secolo
scorso e apparentemente rimasti uguali a se stessi per
decenni, i quali imponevano il loro dominio su società
ingessate e paralizzate dal controllo capillare che veniva
esercitato dagli apparati di sicurezza di tali regimi.
E per decenni
è sembrato che i pilastri su cui si fondava l’influenza
occidentale in Medio Oriente – quelli della presenza militare
e dell’egemonia economica e commerciale – potessero durare
per sempre, malgrado i ricorrenti conflitti (o forse proprio
grazie ad essi) nella regione.
I paesi europei
– fra cui l’Italia – avevano intrecciato rapporti con
questi regimi, che garantivano l’apertura di nuovi mercati
ai prodotti europei e l’afflusso di energia e di materie
prime alle industrie del vecchio continente.
Gli Stati Uniti,
oltre a garantirsi le forniture petrolifere, avevano stabilito
un sistema di sicurezza basato su accordi con gli apparati
militari e di polizia di regimi come l’Egitto, la Giordania,
l’ANP, ecc., che prevedevano finanziamenti e addestramento
militare, o su una presenza diretta delle forze armate
americane in paesi come il Bahrein, il Qatar, il Kuwait
(e in passato anche l’Arabia Saudita) e l’Iraq (in quest’ultimo
caso attraverso un intervento bellico diretto).
Questo sistema
funzionava (per l’Occidente), e nessuno si è posto il
problema delle condizioni in cui vivevano le popolazioni
sottoposte a questi regimi, dell’assenza di libertà e
di democrazia, delle violazioni dei diritti umani, di
quelle stesse ingiustizie e di quegli stessi soprusi che
avevano suscitato sdegno e rabbia in Europa e negli Stati
Uniti quando a commetterli erano stati i regimi dittatoriali
dell’Europa dell’Est.
Ma questi equilibri
non erano immutabili, ed hanno cominciato a cambiare, dapprima
impercettibilmente negli ultimi decenni, e poi sempre
più velocemente, accelerati dalla politica scellerata
di Bush in Medio Oriente, dall’ascesa di nuove potenze
emergenti come la Cina, bisognosa anch’essa di nuovi mercati
e assetata di fonti energetiche, ed infine dalla crisi
economica globale che ha indebolito ulteriormente l’America
e l’Europa, ed ha portato a maturazione la crisi sociale
ed economica che stava erodendo dalle fondamenta i regimi
arabi.
Ora le ribellioni
che stanno dilagando nel Mediterraneo e in Medio Oriente
stanno facendo scricchiolare i pilastri del sistema di
sicurezza americano e quelli della “sicurezza economica”
europea – quantomeno dei paesi dell’Europa meridionale,
come l’Italia.
Il punto essenziale
sta nel fatto che è praticamente impossibile prevedere
cosa accadrà. Il fatto che le ribellioni siano su così
vasta scala, e coinvolgano un numero così alto di paesi
in una regione di importanza strategica mondiale fa sì
che l’incertezza sia enorme.
L’EUROPA E IL “FRONTE MERIDIONALE”
La prima spallata
alle certezze occidentali l’ha data il fatto che il contagio
si sia esteso dalla Tunisia – un importante partner commerciale
dell’Europa, ed in primo luogo della Francia e dell’Italia,
ma pur sempre un piccolo paese – all’Egitto, che è un
paese chiave per gli equilibri politici mediorientali.
L’Egitto inoltre,
pur non essendo un esportatore di petrolio, ha un’importanza
enorme in quanto controlla una delle più importanti vie
marittime e commerciali a livello mondiale: il Canale
di Suez, attraverso il quale passa circa l’8% del commercio
marittimo globale.
L’Italia è
il primo partner commerciale europeo dell’Egitto, con
un interscambio che già nel 2010 superava i 4 miliardi
di euro. Il fatto che i militari egiziani abbiano attualmente
il controllo del paese, ed abbiano ribadito di voler rispettare
tutti gli accordi internazionali stipulati dal precedente
regime, ha certamente tranquillizzato molti in Europa
e negli Stati Uniti.
Ma la drammatica
destabilizzazione della Libia, a seguito delle sommosse
di questi giorni e della crudele repressione da parte
del regime, ha aperto nuovi interrogativi. La Libia è
il paese africano con le maggiori riserve di petrolio
e, con una produzione di circa 1,6 milioni di barili di
greggio al giorno, è uno dei principali produttori mondiali.
Anche nel 2010 il paese è stato il maggior fornitore di
greggio per l’Italia.
Insieme alla
vicina Algeria (anch’essa afflitta in queste settimane
da disordini e turbolenze), la quale oltre a produrre
quasi 1,3 milioni di barili al giorno è uno dei principali
produttori mondiali di gas naturale, la Libia è un tassello
essenziale della cosiddetta “sicurezza energetica” europea.
Essa ha inoltre rappresentato per l’Europa e per l’Italia
la principale barriera contro l’immigrazione clandestina
(sia Roma che Bruxelles non si sono preoccupate molto
del rispetto dei diritti umani, in questo caso).
Questa barriera ora potrebbe crollare. I sanguinosi eventi degli ultimi giorni, che hanno
visto le sommosse popolari estendersi dalla regione orientale
della Cirenaica fino alla capitale Tripoli, lasciano presagire
un crollo del regime o il possibile scoppio di una guerra
civile.
L’Italia è
esposta in Libia non soltanto sul fronte energetico, ma
più in generale sul versante economico e finanziario.
I colossi ENI, Finmeccanica e Impregilo hanno importanti
contratti in Libia, ed i libici hanno partecipazioni azionarie
in Finmeccanica e nel gruppo bancario Unicredit.
Ma l’Italia
non è l’unico paese ad aver fatto affari con il regime
di Gheddafi. Multinazionali petrolifere come BP, Exxon
Mobil, BASF e Shell hanno importanti
contratti in Libia. Il Libyan British Business Council, creato nel 2004, include alcune delle principali
compagnie britanniche: oltre alle già citate BP e Shell,
vi sono GlaxoSmithKline, KPMG, Standard Chartered
e molte altre.
I turchi hanno
progetti in Libia per ben 15 miliardi di dollari, con
circa 200 imprese di costruzioni attive nel paese. Gli
scambi commerciali fra Ankara e Tripoli ammontavano a
circa 2,4 miliardi di dollari lo scorso anno.
La “corsa alla
Libia” da parte delle compagnie occidentali ha avuto inizio
nel primo decennio del nuovo secolo, dopo che era stata
avviata la normalizzazione dei rapporti tra il regime
di Gheddafi da un lato, e gli USA e l’Unione Europea dall’altro.
Nell’era dell’unipolarismo
americano, Gheddafi si era reso conto che il suo regime
non sarebbe potuto sopravvivere nel totale isolamento
internazionale in cui era venuto a trovarsi fino a quel
momento. La “svolta” del regime libico, cominciata nel
1999 con la consegna dei presunti responsabili dell’attentato
di Lockerbie, fu accelerata
dall’11 settembre e dall’invasione dell’Iraq nel 2003.
Non volendo
fare “la fine dell’Iraq”, Gheddafi annunciò che la Libia
rinunciava al proprio programma di armi di distruzione
di massa, e pagò tre miliardi di dollari come compensazione
per le vittime degli attentati ai voli Pan Am e UTA 772,
di cui era stato accusato il regime libico.
Nel 2004 Bush
cancellò le sanzioni nei confronti della Libia. Nel 2006
Tripoli fu cancellata dalla lista USA dei paesi sostenitori
del terrorismo. Nel 2008 ebbero inizio i negoziati per
la firma di un accordo quadro tra la Libia e l’UE. Nell’ottobre
del 2010 l’Unione ha firmato con il regime libico un accordo
di cooperazione per combattere l’immigrazione clandestina,
nonostante la pessima fama del regime in fatto di rispetto
dei diritti umani.
Nella “corsa
alla Libia” si è inserita prepotentemente l’Italia. Il
30 agosto 2008 ebbe luogo la firma del trattato di cooperazione
italo-libico tra Gheddafi e
Berlusconi proprio a Bengasi, la città da cui nei giorni
scorsi è partita la rivolta. In base all’accordo, l’Italia
si impegnò a pagare 5 miliardi di dollari di compensazione
per l’occupazione coloniale; in cambio la Libia si impegnò
a combattere l’immigrazione clandestina ed a rafforzare
i rapporti economici con Roma.
In conseguenza
di questo accordo, l’Italia è dal 2008 il primo partner
commerciale della Libia – secondo molti analisti, anche
grazie a una serie di intese “personali” stipulate tra
il premier Berlusconi e il leader libico.
Sono queste
le ragioni per cui la drammatica crisi che sta vivendo
la Libia (a cui potrebbe presto aggiungersi l’Algeria,
l’altro grande partner europeo della sponda sud del Mediterraneo)
rappresenta un grande grattacapo per l’Europa, e per l’Italia
in primis.
Nessuna attenzione
è stata prestata in questi anni al fatto che il cammino
delle riforme in Libia si era completamente arenato. Il figlio “riformatore” del leader
libico, Saif al-Islam,
che tanto piaceva all’Occidente, recentemente era stato
costretto a lasciare la guida della Fondazione Gheddafi
(l’ONG che in questi anni aveva lavorato per la promozione
dei diritti umani e delle riforme politiche in Libia)
ed era stato emarginato dalla vecchia guardia del regime.
Gli sforzi
per promuovere la libertà di associazione, la riforma
del codice penale, e la libertà di stampa sono stati vani.
Il progetto di promulgare una costituzione è svanito nel
nulla. A differenza del fratello e rivale Muatassim,
Saif non ha mai avuto una base
di potere nell’esercito e nei servizi di sicurezza.
Fino alla drammatica
rivolta di questi giorni, il regime era rimasto aggrappato alle sue vecchie strutture
di potere, al suo sistema clientelare ed alla sua rete di corruzione.
SE SI INFIAMMA IL GOLFO PERSICO
Se gli europei
hanno non pochi grattacapi in Libia e nel resto del Maghreb
(dove anche il Marocco mostra segni di cedimento), gli Stati Uniti in questo momento
hanno i propri in Bahrein. Il piccolo arcipelago nel Golfo
Persico è stato travolto dalle proteste popolari, sebbene
il sovrano Hamad Al Khalifa
avesse tentato di correre ai ripari, di fronte all’ondata
di ribellione che stava sommergendo l’intero Medio Oriente,
elargendo generosi sussidi alla popolazione.
Le misure adottate
si sono rivelate purtroppo tardive. Di fronte al dilagare
della protesta, gli apparati di sicurezza (composti da
forze mercenarie provenienti dalla Giordania, dalla Siria,
dal Pakistan e dall’India) hanno tentato di reprimere
nel sangue le manifestazioni, uccidendo diverse persone
e ferendone centinaia, senza tuttavia riuscire a ristabilire
la calma.
Per gli Stati
Uniti l’importanza del Bahrein risiede soprattutto nel
fatto che esso ospita la Quinta Flotta della marina militare
americana, di importanza vitale per gli USA al fine di
proiettare la propria potenza bellica contro l’Iran, e
di controllare il traffico petrolifero nel Golfo.
Sebbene non
sia ricco di petrolio rispetto ai suoi vicini, il Bahrein
è un paese tutt’altro che povero, avendo un reddito procapite
annuo pari a 28.000 dollari (secondo i dati della Banca
Mondiale). Tuttavia questo reddito si concentra soprattutto
nelle mani della classe sunnita al potere, mentre la maggioranza
sciita del paese (oltre il 60% della popolazione) è alle
prese con la povertà, la disoccupazione e la sotto-occupazione.
La protesta,
che chiede maggiori diritti e dignità, pur avendo coinvolto
anche le componenti più svantaggiate della comunità sunnita,
è stata inevitabilmente portata avanti soprattutto dalla
maggioranza sciita del paese. Fino a questo momento, tuttavia,
la protesta non ha avuto una connotazione settaria, né
è stata il risultato di un’ingerenza da parte iraniana
negli affari interni del Bahrein – come alcuni membri
della famiglia regnante hanno cercato di far credere.
La brutalità
della repressione ha spinto l’amministrazione Obama,
dopo molte esitazioni, ad esercitare pressioni sulla famiglia
Al Khalifa affinché aprisse un dialogo con i manifestanti. Al
momento nel paese regna una fragile tregua, e tuttavia
la situazione rimane molto incerta.
Ma l’importanza
del Bahrein per gli USA non si riduce solo alla presenza
della Quinta Flotta americana nel porto della capitale
Manama. Il Bahrein è l’ “anticamera” dell’Arabia Saudita. L’arcipelago è unito al regno saudita
da una strada sopraelevata, costruita per 25 km attraverso
il braccio di mare che separa i due paesi.
Questa strada
unisce in particolare il Bahrein alla provincia orientale
dell’Arabia Saudita, dove vi è un’altra minoranza sciita
fortemente discriminata e dove si trovano i pozzi petroliferi
più ricchi del paese. Quello che la famiglia reale degli
Al Saud teme è dunque che il
“contagio” della ribellione possa superare questo breve
tratto di mare ed attecchire sul suolo saudita. Al di
là della minoranza sciita discriminata del paese, è l’intera
popolazione saudita che vive in condizioni assolutamente
poco invidiabili per quello che è uno dei paesi petroliferi
più ricchi del mondo.
Il 40% della
popolazione, in gran parte costituita da giovani, vive
sotto la soglia di povertà, senza accesso all’istruzione
e senza opportunità di impiego, mentre la maggior parte
della manodopera qualificata e non qualificata viene importata
dall’estero.
La famiglia
saudita comincia a sentirsi accerchiata, visto che al
confine meridionale anche lo Yemen è in fiamme. La cacciata
del presidente egiziano Mubarak – importante alleato all’interno
del cosiddetto “asse dei moderati”, i paesi sunniti contrapposti
all’Iran – ha rappresentato un altro duro colpo per Riyadh.
Sauditi e americani
temono che un aggravarsi della crisi del Bahrein possa
spingere l’Iran a giocare un ruolo a sostegno delle minoranze
sciite oppresse nel Golfo. Nel frattempo, a nord, anche
la vicina Giordania è scossa da aspre proteste (sebbene per il momento il re Abdullah
II sia riuscito ad evitare che la situazione precipitasse).
UN FRONTE PALESTINESE?
Ed infine vi
è un ultimo elemento, che in questi giorni è passato quasi
inosservato, visto che l’attenzione internazionale è stata
risucchiata dagli eventi del Bahrein, della Libia e del
Nord Africa.
La scorsa settimana
Washington ha bloccato una risoluzione di condanna degli
insediamenti israeliani al Consiglio di Sicurezza dell’ONU,
opponendo
per la prima volta il veto in una questione legata al problema israelo-palestinese da quando Obama
è alla presidenza.
Questa mossa
da parte di Washington ha suscitato furiose reazioni in
Cisgiordania e a Gaza, ed appare in netta contraddizione
con i tentativi della Casa Bianca di mostrarsi favorevole
alle rivendicazioni popolari di libertà
e democrazia in Medio Oriente.
La posizione
americana appare ancora più stridente alla luce del fatto
che perfino Gran Bretagna, Francia e Germania hanno votato
a favore della risoluzione. Le manifestazioni di protesta
in Cisgiordania potrebbero essere il preludio all’esplosione
di un fronte palestinese nell’ambito delle ribellioni
che dilagano in tutta la regione?