Qualche giorno fa sulle pagine di Peacereporter, giustamente
Christian Elia invitava a fare dei distinguo nelle rivolte
popolari che stanno cambiando la mappa politica del Medio
Oriente. Sarebbe infatti un errore non cogliere le diverse
dinamiche e forze soggettive che si sono rese protagoniste
di un processo storico atteso, inevitabile ma certamente
imprevedibile nella velocità della sua estensione.
Questa accortezza diventa ancora più necessaria
nel valutare gli eventi in Libia e le profonde differenze
con quanto accaduto negli altri paesi del Maghreb, Tunisia
ed Egitto soprattutto. Non solo, occorre anche separare
il giudizio su Gheddafi rispetto alle cause e alle conseguenze
degli eventi in corso.
In Libia, diversamente che in Tunisia e in Egitto, dobbiamo
parlare di guerra civile e non di rivolta popolare. La
differenza c’è. Ad esempio i centri strategici
(da quelli legati al ciclo energetico a quelli militari)
parlano infatti di guerra civile e non di rivolta. L’evacuazione
del personale tecnico straniero e dei civili viene inoltre
decisa quando il livello di conflitto supera di parecchio
quello delle manifestazioni di piazza e degli scontri
con la polizia.
In Libia le condizioni della rivolta popolare mancavano
di un aspetto non certo secondario (decisivo invece negli
altri paesi arabi): quello economico-sociale. I livelli
di vita dei libici erano infatti sensibilmente migliori
di quelli negli altri paesi. Il 70%della forza lavoro
era impiegata nello Stato, i prezzi sussidiati e le rendite
petrolifere molto più socializzate. (1)
In Libia non possiamo parlare di rivolta popolare ma
di una spaccatura dentro il gruppo dirigente della Jamayria
che – diversamente dal conflitto asimmetrico degli
scontri nelle piazze tunisine ed egiziane - ha portato
immediatamente ad uno scontro militare feroce ed equivalente
che ha avuto nella regione storicamente ribelle della
Cirenaica islamica la sua base di forza.
Gheddafi, come ha ricordato anche Luciana Castellina
su il Manifesto, è stato un valoroso combattente
anticolonialista e per anni ha cercato di alimentare focolai
di rivolta contro il neocolonialismo in Africa e Medio
Oriente. Gli USA, la Gran Bretagna, le organizzazioni
islamiche reazionarie hanno cercato spesso di fargliela
pagare. Ha costruito intorno a sé un misto di innocua
retorica e di verità sui crimini del colonialismo.
Lontano dalle frontiere di Israele ha blaterato molto
sulla Palestina ma non ha mai agito seriamente. Dopo anni
di embargo (e di bombardamenti USA non dimentichiamolo)
nel 1999 Gheddafi ha cercato la strada del compromesso
con l’imperialismo, soprattutto dopo l’11
settembre, temendo di fare la fine dell’Iraq di
Saddam Hussein (2)
Dal 2003 ha stoppato il processo di socializzazione delle
risorse ed ha avviato la liberalizzazioni in economia
(sia nel settore energetico che negli altri). Ha ripreso
le relazioni con gli USA e l’Unione Europea, Ha
consentito a tutte le multinazionali petrolifere di ristabilirsi
nel paese. Ha giocato molto sui due elementi di enorme
vulnerabilità dell’Europa: il rifornimento
energetico e le ondate migratorie dal sud. Su questo ha
strappato accordi vantaggiosi (e vergognosi) con l’Unione
Europea e soprattutto con l’Italia assicurandogli
il pugno di ferro sui disperati che cercano di raggiungere
le coste italiane. Non si è avveduto però
che quando le cose devono cambiare…cambiano, e che
41 anni al potere sono troppi comunque e per chiunque.
A questo si preparavano anche i servizi segreti italiani,
forse senza che il Ministro Frattini avesse del tutto
chiaro come stavano andando le cose (3).
Un corrispondente attento e “assai addentro”
all’amministrazione USA come Molinari, sottolinea
su La Stampa, che gli Stati Uniti sulla Libia hanno una
linea diversa da quella sugli altri paesi. “Se in
occasione della crisi egiziana l’amministrazione
Obama aveva deciso di recitare un ruolo di primo piano
per favorire la «transizione ordinata» verso
il dopo Mubarak, di fronte alla rivolta libica la scelta
è invece differente” scrive infatti Molinari
(4). Che significa?
Significa che dietro la guerra civile in Libia è
perfettamente leggibile l’aperta ingerenza degli
Stati Uniti. Obiettivo? Non solo togliersi di torno un
leader arabo odiato, odioso e imprevedibile ma mettere
le mani su quello che viene definito “il tassello
essenziale della cosiddetta sicurezza energetica europea”
(5) ed infine trovare
il posto giusto e desiderato per l’Africom, il comando
strategico statunitense per Africa e Medio Oriente la
cui collocazione proprio sulla sponda sud del Mediterranea
era stata rifiutata agli USA dalla vicina Algeria. Tre
risultati con un colpo solo! L’unica incognita è
rappresentata dall’emirato islamico che i senussiti
vogliono instaurare in Cirenaica. Sarà disponibile
a convivere con gli interessi USA o sarà una nuova
variabile indipendente come Al Qaida?
Infine, ma non per importanza. Lo sviluppo e gli esiti
della guerra civile in Libia sembrano lasciar intravedere
un intervento militare delle potenze occidentali. Tre
navi militari italiani già incrociano al largo
della Libia. Gli Stati Uniti spingono Italia e Francia
a intervenire e si preparano a farlo in prima persona
qualora riescano a crearne le condizioni.
La differenza con quanto è avvenuto in Tunisia
ed Egitto appare dunque notevole. La “democrazia”
in Libia potrebbe arrivare con le portaerei USA o quelle
delle ex potenze coloniali italiana e francese. Non è
certo quello per cui si sono battuti i giovani tunisini
né il popolo di Tahrir e del Sinai. Se questo è
lo scenario allora è meglio la guerra civile che
la stabilizzazione imperialista. A meno che anche a sinistra
non si voglia lavorare per il re di Prussia o per il ritorno
della monarchia!
(1) Dispaccio dell'ADN/Kronos del 22 febbraio
(2) Redazionale di www.medarabnews.com
del 23 febbraio
(3) Il Sole 24 Ore del 23 febbraio
(4) La Stampa del 23 febbraio
(5) Redazionale www.medarabnews.com
del 23 febbraio
* www.contropiano.org