26-02-11MemorieDiClasse
 
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Memorie di classe: la guerra di liberazione algerina e la democrazia occidentale
di Giulia Bausano, Emilio Quadrelli

La rivolta delle masse arabe in Palestina e gli avvenimenti nei paesi arabi hanno, nel complesso, confermato la giustezza dell’analisi fornita dal VI Congresso dell’Internazionale comunista e dal X Plenum dell’IKKI sull’inasprimento della lotta tra l’imperialismo e le masse lavoratrici dei paesi coloniali, sul nuovo slancio che ha animato il movimento di liberazione nazionale nei paesi coloniali e semicoloniali, sul giudizio espresso riguardo al governo “laburista” in Gran Bretagna e sul processo col quale la Seconda Internazionale si è trasformata in un’Internazionale social fascista, apertamente socialimperialista. (Risoluzione del Segretariato politico sul movimento di rivolta nei paesi arabi. 16 ottobre 1929)

La guerra sporca

L’obiettiva condizione di minoranza in cui il movimento comunista e le organizzazioni di sinistra si trovano attualmente nei territori nordafricani e mediorientali, al pari del non facile rapporto che le piccole organizzazioni di classe europee sembrano avere nei confronti dei movimenti che stanno scuotendo i regimi “moderati” e “amici” del mondo arabo, hanno origini lontane. Ancora una volta le vicende della Rivoluzione d’Algeria ne possono rappresentare un incipit quanto mai denso di significati. Il modo in cui quella guerra è stata condotta insieme al silenzio e, in non pochi casi, alla complicità della sinistra nei confronti della guerra sporca hanno contribuito non poco ad alimentare una sostanziale e in gran parte motivata diffidenza  delle masse subalterne arabe nei confronti della sinistra europea. La facile presa delle logiche pan arabiste e dei movimenti a sfondo religioso tra quelle masse di subalterni non sembra essere frutto della imperscrutabilità della storia ma l’effetto diretto di una linea politica a lungo maggioritaria dentro la sinistra europea. L’esergo che abbiamo posto come frontespizio del nostro testo definisce e chiarisce, in forma sintetica ma incisiva, l’approdo a cui una sinistra governativa e salottiera non poteva che obiettivamente giungere. Socialista a parole e imperialista nei fatti è stata la sua linea di condotta. I guasti di questa politica,  nel corso degli anni, si sono ampiamente visti. Nel momento in cui, dentro la crisi, titanici movimenti di massa si rimettono in marcia la loro direzione rischia di essere facile preda di realtà e organizzazioni obiettivamente interne al modo di produzione capitalista e politicamente legate a frazioni di borghesia imperialista il cui unico obiettivo è rinegoziare con i potentati imperialisti la “torta globale”. Il rischio obiettivo che le masse finiscano per combattere, in prima persona, una guerra di altri è uno  scenario quanto mai probabile. Nei nostri mondi, per lo più, di ciò se ne ha solo un vago sentore. Le storie e le lotte di quelle popolazioni, al pari di come queste sono state lette e osservate all’interno delle metropoli imperialiste europee, rimangono un capitolo pressoché sconosciuto ai più. Con ogni probabilità, oggi, di fronte alle insorgenze che attraversano il mondo arabo ben pochi a sinistra sono in grado di comprendere il peso che la memoria delle lotte anticoloniali riversa dentro quei movimenti. Una “cortina di ferro” è calata, nei nostri mondi, sul sapere  e sulla memoria delle lotte di ieri ma, non pochi di quegli elementi, rivivono oggi dentro le città e i villaggi del mondo arabo. Le contraddizioni e i nodi non  risolti di ieri si ripropongono oggi addirittura in maniera esponenziale. Nei limiti delle nostre forze è nostro dovere provare a ribaltare la tendenza mostrando a quelle popolazioni come, seppur in posizione di minoranza, anche nei nostri mondi i retaggi di quelle storie non sono venuti del tutto meno. Se, come appare persino ovvio, la “questione dell’internazionalismo” si pone oggi come cuore politico del presente lavorare per ricucire le fratture che il socialimperialismo ha prodotto, attraverso la sostanziale egemonia vantata sui movimenti operai e proletari europei, nei confronti delle masse subalterne extra occidentali è qualcosa di irrimandabile. Affrontare pertanto la questione della guerra sporca nel corso della Rivoluzione algerina diventa non un semplice tributo a quell’esperienza ma un modo per obbligare i movimenti antagonisti del presente a misurarsi con l’intera storia di quelle masse che, un po’ troppo frettolosamente, i nostri mondi liquidano come poveri.[1]  Una storia che, oggi, vive dentro i conflitti del presente. Quanto sperimentato dall’esercito francese in Algeria è oggi reiterato nelle varie “missioni di pace” o di “polizia internazionale” che gli eserciti imperialisti conducono in non poche aree del pianeta. Allo stesso tempo, l’organizzazione sotterranea delle masse attraverso un modello che sembra ricalcare appieno l’esperienza del FLN, è qualcosa che difficilmente può essere ignorata. La straordinaria mobilitazione, ordinata, disciplinata e soprattutto internazionale, messa in opera da parte delle masse arabe e musulmane  in occasione delle manifestazioni contro l’aggressione imperialista a Gaza raccontano quanto la storia di ieri sia già una storia del presente. Questa storia ha le sue origini nel movimento anti coloniale e la Rivoluzione algerina ne rappresenta un caposaldo difficilmente contestabile. Focalizzare l’attenzione su alcuni suoi aspetti decisivi ed essenziali ha ben poco a che fare con la ricerca storica bensì molto con una politica del presente.     

Nella Guerra d'Algeria l'uso della tortura, insieme alla ley de fuga, alla corvée de bois unito al raggruppamento della popolazione in "Campi di raccolta" vero e proprio eufemismo per chiamare in altro modo l'istituzione massiccia di Campi di concentramento, ne sintetizza al meglio le caratteristiche[2]. Un uso che, all'epoca, fece gridare allo scandalo poiché, l'esercito e la polizia francesi, utilizzavano metodi e procedure che, senza troppe distinzioni, ricordavano quelli utilizzati senza riserve dal nazi - fascismo. Non senza una certa dose di ingenuità, in molti considerarono il ricorso a questi strumenti, non solo una macchia che andava a intaccare l'onore e il prestigio dell'esercito e della polizia francese, ma un vero e proprio tradimento ai valori propri della civiltà e della democrazia occidentale per la difesa e il ristabilimento dei quali milioni di persone avevano pagato un tributo di sangue senza pari e tra queste, non da ultime, le “truppe coloniali” schierate al fianco degli Alleati [3]. Sicuramente il ricorso a metodi propri del nazismo ha caratterizzato la linea di condotta delle forze armate francesi in Algeria, meno certo è che tali strumenti fossero in contraddizione con la cultura e la civiltà Occidentale e attribuibili esclusivamente all'orrore nazi - fascista. Sebbene, in alcuni casi, le truppe nazi - fasciste non andarono troppo per il sottile neppure nella guerra condotta a ovest, la differenza con le modalità della guerra a est fu evidente fin da subito. La guerra che la Germania combatteva oltre l'Oder era, oltre che ideologica, una guerra coloniale combattuta contro "razze" che non dovevano essere semplicemente vinte ma assoggettate e dominate [4]. La cifra della Guerra d'Algeria è la guerra coloniale, una guerra i cui presupposti hanno pur sempre a che fare con avversari ben lontani dal poter essere considerati di pari grado e dignità [5]. In Algeria questo divenne una banale ovvietà al pari del reiterato ricorso alla tortura.

La parola tortura è sempre bene non inflazionarla. Scambiare ogni trattamento brusco per tortura, indipendentemente dai buoni propositi di chi ne denuncia l'esistenza, rischia di nascondere il ricorso di determinate procedure in una sorta di indistinto maltrattamento grazie al quale, i torturatori e i loro mandanti, il più delle volte riescono a scrollarsi di dosso le accuse più infamati. Così come, il sempre possibile sadismo di qualche fin troppo zelante funzionario di polizia, non può essere scambiato e confuso con la tortura strumento politico - militare dello Stato. L'uso sistematico e reiterato della tortura, al pari al suo ricorso eccezionale, è una decisione politica propria di uno Stato e di un Governo o, come nell’era contemporanea, di una consorteria di Stati. Il fatto che, abitualmente, non esista un ordine scritto che ne attesti la decisione cosciente da parte di un Esecutivo, non significa molto. Nessun ordine ufficiale, e a ciò si aggrappano gli "storici revisionisti", ha "formalizzato" lo sterminio degli ebrei, degli slavi e degli zingari ma non per questo l'olocausto è una barzelletta.

Quando si parla di tortura, in poche parole, non bisogna pensare a quel passage à tabac che, da sempre, caratterizza il comportamento della polizia nei confronti degli indagati, soprattutto se questi appartengono al classico mondo della marginalità o della malavita. Nei mondi della malavita, inoltre, il passage à tabac è considerato una sorta di rito di passaggio obbligatorio che, qualunque aspirante criminale, deve a suo modo superare. Non parlare, sotto le percosse, vuol dire anche superare una prova della quale, oltre che il mondo del crimine, tiene sovente conto la stessa polizia. Chi, dopo essere stato strapazzato per bene non parla, è ascritto dalle stesse forze dell'ordine tra i "duri", tra quelli che "non parlano" e nei suoi confronti, pur in circostanze diverse, difficilmente ci sarà un nuovo ricorso al passage à tabac. Si capisce così la sorta di "complicità" che lega vittima e carnefici. Scarsissime sono le denunce, e praticamente nulle da parte di chi non ha parlato, per lesioni e percosse subite nel corso di un interrogatorio. Anche di fronte a segni che non lasciano dubbi, l'inquisito è assai probabile che affermi di essere semplicemente scivolato per le scale o nasconda quanto accaduto adducendo scuse di tale tenore. "Guardie" e "ladri", in definitiva, appartengono agli stessi mondi e tendono a parlare, o a non parlare, lo stesso linguaggio. Questa in apparenza lunga introduzione per dire che l'argomento tortura va collocato precisamente nel contesto di guerra in cui si situa e non è mai un fatto isolato, slegato da una serie di provvedimenti che riguardano gran parte della popolazione. La tortura è, al contrario, la punta di diamante di un sistema di terrore ramificato che, a cascata, investe l'insieme della popolazione. Non è un fatto isolato ma, dietro a lei, marciano, in piena soluzione di continuità, un insieme di provvedimenti finalizzati a piegare e disciplinare un'intera popolazione. Per questo, i legami tra torture e campi di internamento e di raggruppamento sono quanto mai solidi e le responsabilità dello Stato e del Governo non possono essere scaricate sugli addetti alla tortura, reiterando la leggenda del classico bubbone in un corpo sano.

Il primo rapporto organico sull'uso sistematico della tortura, come aspetto non separabile della guerra condotta contro il FLN, è datato 2 marzo 1955 ad opera di Roger Wuillame, un ispettore generale dell'amministrazione francese, ovvero uno dei più alti funzionari della gerarchia francese. Le sue conclusioni sono esplicite:

"Sevizie di ogni genere vengono abitualmente praticate sui sospetti. I fermi, invece delle ventiquattro ore sanciti dalla legge, sono prolungati fino a 15 - 20 giorni. In questo periodo, nei loro confronti, è esercitata ogni tipo di violenza e abuso. L'impiego del "tubo dell'acqua" e dell'elettricità sono la consueta routine alla quale il fermato è sottoposto."

Willaume aggiunge che, l'uso di tali mezzi, è un fatto comune per tutte le polizie. La gendarmeria, al pari della polizia giudiziaria, per arrivare al servizio d'informazione, usano abitualmente la tortura. Dal canto loro, i magistrati, fanno semplicemente finta di non vedere ignorando i segni, pur evidenti delle sevizie. Ma questi eccessi, nota Wuillaume, sono efficaci perché hanno permesso di catturare numerosi guerriglieri. I poliziotti, inoltre, sono sconcertati dalla messa in discussione dei loro metodi che, come fanno notare a Willaume, non sono un fatto recente. Tradizionalmente, anche se su scala ridotta, nei confronti dei musulmani certe pratiche sono usate con una certa frequenza poiché, così sostengo i più, i musulmani oppongono una resistenza accanita nel corso degli interrogatori e i mezzi normali, su loro, non hanno alcun effetto. Wuillame affronta il problema in un modo che può definirsi "oggettivo":

" Bisogna avere il coraggio di prendere una posizione su questo delicato problema. Infatti o ci si rifugia nell'atteggiamento ipocrita che ha prevalso finora e che consiste nel voler ignorare ciò che fanno i poliziotti (a patto che non vi siano tracce o prove delle sevizie inflitte), e allora la polizia adempie il suo compito, commettendo a volte degli eccessi, con una sorta di complicità delle autorità; oppure si assume l'atteggiamento di falsa indignazione di chi pretende d'essere stato ingannato, si scaglia l'anatema addosso alla polizia e le si proibisce qualsiasi procedimento al di fuori di un corretto interrogatorio, gettandola in uno stato di scompiglio oltre che di paralisi."

La soluzione che propone Wuillame è semplice:

"I procedimenti del tubo dell'acqua e dell'elettricità, se usati con precauzione, produrrebbero uno choc più psicologico che fisico, e quindi esente da eccessiva crudeltà."

E conclude:

"Questa conclusione, che richiama alla mente un passato recente doloroso, può sembrare sconcertante. Ma, una volta posto il problema, non c'è modo di eluderlo”.

Siamo solo agli inizi delle ostilità e la Francia, che con ogni probabilità considera  il FLN qualcosa di non troppo diverso dal remake dell'insorgenza tribale, affida prevalentemente alle forze di polizia il compito di sedare la rivolta. La stessa polizia sembra essere ben distante dal comprendere il portato politico della vicenda e attua, nei confronti dei sospetti appartenenti al maquis, lo stile investigativo abitualmente utilizzato nei confronti dei musulmani. Il ricorso alla tortura, nel loro caso, più che dettato da una decisione politica non è altro che il modus operandi ovvio e scontato della società coloniale. L'arabo che è pur sempre percepito come un animale, è domabile solo attraverso l'uso della violenza. Non avendo linguaggio l'unico modo per comunicare con lui è la voce della frusta.

Lo scenario, però, repentinamente cambia e anche in maniera piuttosto radicale. A dieci mesi dall'inizio dell'insurrezione, il 22 agosto 1955, il Governo Faure decide di richiamare una parte delle riserve della leva 1952 - 1953, il contingente militare sale così dai 60.000 uomini presenti il 1° novembre 1954 a circa 500.000, neppure un anno dopo, nell'aprile del 1956, il Governo di Mollet darà corso al richiamo dell'intera riserva. La "questione FLN" passa dalla polizia all'esercito, con questo la tortura e il suo uso assumono un significato e un ruolo diverso. La società coloniale è, per sua natura, un mondo che, nella gestione degli "affari interni", gode da sempre di un'autonomia illimitata. Senza essere formalizzato attraverso un atto giuridico e legislativo, il mondo coloniale è abituato ad auto - amministrarsi senza curarsi troppo della madrepatria. Allo stesso tempo, la madrepatria, purché il tutto non dia addito a movimenti secessionisti, non è troppo interessata a mettere bocca negli affari della società coloniale. Tra madrepatria e colonia vige un accordo non scritto dove, ognuno dei diretti interessati, non pesta i piedi all'altro purché, entrambi, ricavino dal territorio dominato la loro fetta di bottino. Si spiega così il comportamento delle forze di polizia algerine. Lo esplicita con molta lucidità, nel rapporto che consegna al Governo il 20 marzo 1955, il direttore della Sûreté Nationale Jean Mairey:

"È evidente che dopo tre mesi da che mi trovo qui era impossibile ignorare che questi metodi vengono usati correntemente. I nostri colleghi d'Algeria non lo nascondono, e bisogna ammettere che i loro argomenti giustificano in parte le illegalità commesse. Integrati in una comunità dove non esistono praticamente che due strati sociali, quello degli europei che hanno tutti i privilegi, e quello dei francesi musulmani che costituiscono la massa che lavora, da sempre considerata inferiore, il loro comportamento non poteva che essere imbevuto di questo spirito, tanto più che essi stessi, in grande maggioranza, provengono da famiglie di coloni."

In tale scenario è prevista solo e unicamente la dominazione, l'apparire della guerriglia muta alla radice le mappe del territorio coloniale. Ciò che la Francia, nel giro di pochi mesi, scopre di dover affrontare è lo spettro della guerra rivoluzionaria antimperialista e anticolonialista. Una declinazione, sul piano extrametropolitano, della guerra civile. Un conflitto il cui cuore è rappresentato dalla popolazione e la sua conquista.

Il ruolo strategico, e al contempo la cifra stesa della guerra che si sta combattendo, è ricoperto in particolare dall'OPA (Organizzazione politico - amministrativa). Con l'inizio delle ostilità, il FLN si proponeva due obiettivi: iniziare una guerra di liberazione anticoloniale per il raggiungimento della piena indipendenza e la costituzione di una Repubblica Democratica ispirata ai valori del socialismo e dell'Islam; egemonizzare, attraverso la liquidazione delle vecchie formazioni politiche d'ispirazione nazionalista e culturale - religiosa, il panorama politico algerino. Il primo, nel 1956, è in pieno corso, il secondo può dirsi ormai raggiunto. Ma non è l'ALN ad aver raggiunto tale obiettivo, bensì l'OPA. È attraverso questa che il FLN stabilisce la sua presa sulla popolazione perché, se l'ALN ha il compito di combattere, l'OPA ha quello, assai più importante e delicato di organizzare la vita delle masse al di fuori dell'amministrazione coloniale, di trasformare ogni algerino, a secondo delle sue possibilità e del suo livello di coscienza, in un combattente anti coloniale, di costruire un'inossidabile rete di relazioni e rapporti sociali sotterranei in grado di rendere sempre più friabile la struttura coloniale. Quanto tale struttura fosse radicata e presente tra le masse algerine è testimoniato dagli eventi che seguirono agli accordi di Evian. Da parte francese era pur sempre radicata la convinzione che, una volta ottenuta la vittoria militare, il FLN sarebbe stato costretto, in qualche modo, a legarsi alla Francia attraverso una sorta di protettorato poiché nessuna forza algerina si sarebbe mostrata in grado di governare e amministrare il Paese. De Gaulle, insieme alla borghesia imperialista di cui è rappresentante, è convinto che, alla fine, sarà lo stesso FLN a dover ripiegare sulla sensatezza del progetto neocolonialista. Dove le armi si sono dimostrate poco efficaci, l'efficienza amministrativa della Francia finirà con l'avere buon gioco. Al contrario, nel momento stesso in cui il ritiro francese è siglato, la rete invisibile, ma graniticamente saldata con la popolazione, uscirà allo scoperto e l'auspicato "vuoto di potere" amministrativo non si paleserà.       

Un ex combattente francese, Michel Brian, fornisce un'esauriente descrizione dell'OPA e delle sue funzioni:

"Essa è incaricata della propaganda, della raccolta dei fondi, delle informazioni, del rifornimento e dell'alloggio delle unità dell'ALN di passaggio, alle quali deve fornire guide. L'OPA e nello stesso tempo una milizia locale armata, il movimento politico incaricato di trascinare le masse algerine, e la quinta colonna dell'esercito francese. L'OPA in Algeria è il gruppo di bambini che giocano vicino a voi, sono le donne che vanno a prendere l'acqua alla fontana, è il commerciante che vedendo tanta gente conosce una quantità di cose, è l'harki in cui avete la più completa fiducia. Dappertutto l'OPA ha i suoi informatori e le sue spie, la cui missione è di riportare ai responsabili la benché minima informazione riguardante i movimenti dell'esercito d'occupazione. Dappertutto l'OPA, in stretta collaborazione con l'ALN, dispone di nascondigli nelle grotte, di sotterranei, di rifugi, di scorte di vettovaglie e di munizioni."    

In tali condizioni la guerra diventa, ancor prima che conflitto sul campo, guerra di informazioni. Contro una popolazione saldamente inquadrata dal FLN e dalle sue strutture, un tale tipo di conflitto difficilmente può rinunciare, con ogni mezzo necessario, al recupero di informazioni. Difficilmente può fare a meno della tortura. In una guerra simile la stessa superiorità tecnologica finisce con l'essere un vantaggio, in fondo, risibile. Lo è al di fuori delle città perché, per esempio, la ricognizione aerea, che in una guerra tra eserciti riveste una notevole importanza, nella guerra di guerriglia non riesce a individuare praticamente nulla e, a maggior ragione, lo è nelle città dove, i nuclei operativi partigiani, si muovono, perché ampiamente coperti, in mezzo alla popolazione. Per questo, la guerra in Algeria deve essere soprattutto una guerra contro l'OPA, la struttura portante, del FLN e dell'ALN. Combattere e disarticolare l'OPA significa porre sotto controllo l'intera popolazione, un compito che le forze di polizia non sono ovviamente in grado di adempiere e che, per gli stessi 500.000 soldati presenti in Algeria nel 1955, è proibitivo. Accanto alle città, vi è la serie infinita dei villaggi del bled i quali, per tutta una fase, rappresentano le vere e proprie roccaforti del FLN. È a partire da tali considerazioni che prendono l'avvio due operazioni assolutamente complementari: il "raggruppamento" e la costituzione delle SAS (Sezioni amministrative specializzate). L'obiettivo del primo è desertificare il bled in modo da togliere all'ALN il mare in cui può nuotare a proprio agio; il secondo contrastare l'incessante espansione dell'OPA tra la popolazione algerina.

Ciò con cui le forze coloniali devono fare ormai i conti viene descritto con non poca chiarezza da Germaine Tillon in un articolo apparso su Preuves nel 1958:

"Nel corso di un buon secolo di gestione, i francesi avevano elaborato e impiantato delle strutture amministrative sul territorio conquistato (comuni, caid, kuakaf, ecc.): ho assistito personalmente al loro inabissarsi, che è stato totale e definitivo in meno di sei mesi. Le vecchie strutture originali della società autoctona sono resistite più a lungo, ma sono a loro volta in procinto di crollare. Clausura tribale, autorità degli anziani, organizzazione familiare, posizione particolare della donna, tutto ciò aveva subito qualche breccia, ma niente di paragonabile al vero cataclisma al quale assistiamo oggi. Conosco personalmente numerose famiglie musulmane, austere e tradizionali, in cui la ragazza di casa è passata direttamente dal velo ai blue jeans e dall'harem al maquis, mentre il vecchio genitore oscilla fra la costernazione e la fierezza patriottica [6] . Dopo due anni di guerra (alla fine del '56), la quasi totalità della società musulmana si è trovata inquadrata solidamente, efficacemente, da quadri clandestini: magistrati occulti arbitrano dovunque i contrasti privati, abbassando il tasso delle cause giudicate dai tribunali ufficiali (30% ad Algeri, 100% nella grande Kabilia); ufficiali di stato civile, sconosciuti alla nostra amministrazione, si sono messi a registrare le nascite e i decessi; collettori raccolgono le imposte, le tasse e le multe, ma pagano anche le pensioni e gli assegni familiari; l'usura è proscritta come la prostituzione, le risse, i furti; leggi restrittive delle spese hanno proibito le feste, gli sprechi di denaro, le doti troppo ricche, e durante il duro blocco alimentare della Kabilia (blocco che dura tutt'ora), non mi è stato segnalato da alcuna parte il mercato nero".

Poco più avanti la Tillon sembra confermare come uno degli obiettivi perseguiti dal FLN, assumere il monopolio delle forze anticolonialiste algerine, sia ormai raggiunto:

"In una seconda fase, iniziatasi col dicembre del '55, le masse si lasciano inquadrare da nuclei resistenti nazionalisti, e a partire dal febbraio 1956, il moto si estende con incredibile rapidità. Allo scadere di quello stesso anno (dicembre 1956) l'opera è compiuta. Nel corso di questa seconda fase, gli uomini che agiscono non sono più solo quelli dei quadri rivoluzionari (isolati dalle masse per la segretezza necessaria alla loro azione), essi rappresentano al contrario l'insieme dei capi della popolazione algerina. Dal che immaginare che si possa arrivare a sottrarre questa popolazione alla loro influenza è una pura chimera. E, allorché infierirà la repressione, essa andrà a colpire con la violenza di una sferzata una società omogenea che è impossibile risparmiare. I responsabili politici francesi hanno allora commesso l'errore, può darsi irreparabile, di non comprendere il carattere irreversibile del movimento che nasce dalle profondità silenziose di un popolo che non ha più giornali né rappresentanti."

È contro questa realtà che il progetto SAS prende le mosse, nell'illusione di strappare al FLN il consenso, e in molti casi l'aperta adesione e complicità, delle masse algerine. Un'illusione della quale i primi a testimoniarla sono proprio gli addetti al SAS stesso. In La pacification: temoignage d'un groupe de militaires du contingente (in Esprit, gennaio 1961) si può leggere:

"Il soldato maestro di scuola, l'ufficiale SAS e persino il dottore dell' "assistenza medica gratuita" non sono solamente maestro, amministratore o medico: sono militari, e questo concetto viene ripetuto loro sovente. In una guerra come questa, in cui tutto è decisamente pervertito, essi non sono al servizio dei ragazzi musulmani o dei malati di un douar, ma anzitutto servono una causa, sono uno strumento di lotta in più.. Ed è anzitutto per questa ambiguità che l'esercito si interessa di loro."

In poche parole, nel bled, prende le mosse un sistema totalitario, eretto da un potere militare autonomo, che, di lì a poco, avvolgerà l'intera Algeria, la "battaglia d'Algeri" ne rappresenterà la sua definitiva consacrazione. Il suo atto formale è possibile farlo risalire al 7 gennaio 1957 quando, per ordine di Lacoste, il superprefetto di Algeri Serge Baret firma l'ordinanza con la quale delega al Generale Massu, comandante della 10° divisione paracadutisti, i poteri di polizia nel dipartimento di Algeri. A Massu, in poche parole, è affidato il compito di eliminare sia la struttura combattente del FLN sia, nell'immediato, stroncare lo sciopero generale organizzato dal FLN. Non ci vuole molto a capire che, attraverso la nomina di Massu, è il Governo francese a investire di compiti e obiettivi esclusivamente politici l'esercito. Nel frattempo altri attori, in maniera organizzata, sono entrati sulla scena politica. Attori che iniziano a tessere una serie di trame con i militari. Stiamo parlando degli ultras. Fin dai primi mesi del '56, tra i pieds noirs, si registra la formazione di cellule antiterroristiche che, in seguito alle operazioni che porteranno a compimento, diventeranno più noti come plastiquers. A capo di queste si trova Philippe Castille il quale, senza che la cosa abbia conseguenze, rivendica pubblicamente la sua partecipazione e direzione, insieme a Michel Fechoz, dell'attentato compiuto nella notte tra il 10 e l'11 agosto 1956 nel cuore della casbah. Quella notte lui e il suo gruppo collocano un certo numero di bombe in alcuni edifici arabi, gli effetti saranno dirompenti: un intero agglomerato di case verrà distrutto mentre decine saranno i morti. Per la società coloniale, dalla stampa, alla radio, dalla polizia, all'esercito l'esplosione è dovuta all'andata in fumo di un arsenale clandestino del FLN. Ma intanto, nei bistrot, i pied noir festeggiano. La loro intraprendenza, inoltre, non si limita alle operazioni dinamitarde. Da tempo, attraverso strutture "clandestine" paramilitari affiancano polizie ed esercito tanto da disporre anche di centri di tortura privati dove, alla presenza di ufficiali dell'esercito, si dedicano con passione alle più svariate tecniche di "interrogatorio" [7]. Il legame tra francesi d'Algeria ed esercito appare tanto solido quanto quello tra FLN e il popolo algerino.

Questo lo scenario dentro il quale prende l'avvio la "battaglia d'Algeri" [8] nella quale, l'elemento simbolico, gioca un ruolo affatto trascurabile. Dopo il 22 ottobre, quando l'aereo che stava trasportando in Tunisia la delegazione dell'FLN, in procinto di partecipare alla Conferenza di Tunisi, fu intercettato dall'aviazione militare, il Governo francese pensava di aver inflitto un colpo quasi mortale al FLN. Nell'operazione, eseguita in piena violazione del diritto internazionale in quanto l'aereo con a bordo i militanti effellenisti era stato intercettato all'interno dello spazio aereo marocchino, erano caduti cinque dirigenti che, almeno in apparenza, sembravano difficilmente sostituibili. L'obiettivo del Governo francese, infatti, era decapitare il cervello politico del FLN. I cinque catturati, Ahmed Ben Bella, Hocine Ait Ahmed, Mohamed Boudiaf, Rabah Bittat e Mohamed Khider sono tutti membri del CCE (Comitato di Coordinazione e di Esecuzione) del CN (Consiglio Nazionale) e senza di loro, questa è la palese speranza del Governo francese, il FLN potrebbe ritrovarsi senza guida politica e quindi fortemente menomato. Privo di una solida guida politica, il FLN potrebbe facilmente cedere alla tentazione "militarista", spostare l'asse della sua iniziativa dal politico al militare, un campo sul quale i francesi, non senza ragione, non temono il confronto. L'organizzazione dello sciopero generale ad Algeri rappresenta invece la risposta interamente politica del FLN. All'avvenuta parziale decapitazione del CCE non sono chiamate a rispondere, in un impari corpo a corpo, le strutture combattenti dell'ALN ma l'intera popolazione araba di Algeri.

Intorno alla "Battaglia di Algeri" prende sistematicamente corpo l'utilizzo dei "campi di internamento".  Un sistema che, a partire dalla dimensione "empirica" del momento, in tutta velocità si trasforma in una struttura organica e ben organizzata: il CCI (Centro di coordinamento interforze) e di DOP (Dispositivo operativo di protezione) destinato a sopravvivere ben oltre la durata della "battaglia". Il CCI - DOP opera in stretta sinergia con il DPU (Dispositivo di protezione urbana), una polizia ausiliaria composta da europei e musulmani fedeli alla Francia. Nella "battaglia d'Algeri" si rafforza l'intreccio tra militari e civili che si ritrovano ad agire pressoché come un sol uomo. L'11 aprile 1957 Lacoste scrive:

 

"Segnalo all'attenzione di tutti l'importanza di organizzare centri d'interrogatorio comuni dove l'esercito e i diversi servizi di polizia possano cooperare al fine di sveltire le inchieste preliminari o ufficiose. Questi centri funzionano a Orléaansville e a Costantina, e sembra che diano risultati soddisfacenti".

Poco dopo, nel 1958, a Philippeville, sotto la direzione del colonnello Bigeard la tortura diventa la principale materia insegnata al "Centro di addestramento alla guerra sovversiva". Di tutto ciò, quasi a ricordare Luigi Filippo e il suo: "Che importa se in Africa esplodono centomila fucilate! L'Europa non le sente.", non trapela nulla. Tutti sembrano uniformarsi ai desideri e alle direttive di Coty espressi il 17 giugno a Verdun:

"Laggiù la patria è in pericolo, la patria combatte. Il nostro dovere è perciò semplice e chiaro. Esso impone a chi non è tenuto alla disciplina militare quel minimo di disciplina civica che impedisce qualunque atto e qualunque discorso suscettibile di turbare l'animo dei nostri figli, che la Repubblica chiama alle armi perché ad abominevoli violenze si opponga quella forza che è inseparabile dalla generosità francese."

Lo stesso "Esprit" pur con motivazioni in qualche modo meno patriottiche e più nobili opta per il silenzio e lo spiega attraverso un editoriale, Demoralizzazione della nazione, firmato dal suo direttore Jean Marie Domenach:

"Da mesi non abbiamo più pubblicato testimonianze dirette sull'Algeria. Non che ci siano mancate o che ci abbiano fatto paura. Dieci anni fa noi già denunciavamo le ingiustizie e le atrocità che poi provocarono la rivolta. Ma una volta intrapresa questa guerra, credemmo che il mezzo più efficace per far cessare i procedimenti iniqui fosse il negoziato. Nel processo mondiale intentato alla Francia, continuare a denunciare le atrocità commesse dalle nostre truppe e dalla nostra polizia non voleva dire rafforzare la propaganda avversaria e, fra di noi, esasperare l'umiliazione - ritardare cioè quella pace che desideravamo prima di ogni altra cosa? Questo abbiamo creduto. Per una preoccupazione di opportunità, rinunciammo provvisoriamente a pubblicare testi di quel genere. Avemmo però cura di passare alle autorità militari parecchi documenti venuti in nostro possesso; ma non ne abbiamo saputo più niente."

Il che non deve stupire perché le parole che l'esercito vuole sentirsi dire sono di ben altra natura e si ritrova certamente più in sintonia con ciò che ascolta il 10 maggio 1958, quando, Chaban - Delmas, ministro della Difesa del dimissionario Governo Gaillard si reca in Algeria e così si rivolge agli ufficiali che seguono i corsi di controguerriglia del colonnello Bigeard:

"Penso che se noi qui non la spuntiamo, non ci sarà più un esercito francese, perché non ci sarà più la Francia. Ciò che occorre è sufficiente risolutezza, visto che i mezzi materiali ci sono ormai assicurati con 440.000 uomini, che presto saranno 480.000, se il prossimo governo proseguirà sulla strada che noi abbiamo aperta prolungando la ferma: allora voi avrete 480.000 uomini di fronte a 20.000 ribelli, con una frontiera che è già a tenuta stagna e l'altra che potrà diventarlo rapidamente se sarà necessario; allora, io vi dico, la cosa sta nelle vostre mani, nelle mani dei vostri comandanti." 

Parole che non lasciano spazio a equivoci di sorta. L’illusione coltivata inizialmente dai francesi di trovarsi di fronte alla reiterazione di una “rivolta tribale”, di fronte alle dimensioni che l’azione politico – militare del FLN ha assunto, non possono che naufragare. Il FLN, nei fatti, sta dimostrando di essere non una “banda guerrigliera” ma un’organizzazione politica in grado di mobilitare le masse in una prospettiva di lotta armata di lunga durata [9]. È esattamente a questo punto che la pratica della guerra sporca si inserisce nel progetto bellico francese della guerra totale.

La guerra totale

      

Perché il velo sulla tortura in Francia si alzasse, anche solo per un attimo, occorre attendere il 12 febbraio 1958 giorno in cui esce La question di Henri Alleg [10]. Il 27 marzo, il testo è posto sotto sequestro, ma la sua diffusione clandestina oltre che la traduzione in numerose lingue qualche imbarazzo sarà in grado di crearlo. Dal canto suo la magistratura agisce e si comporta, a tutti gli effetti, come magistratura di guerra mostrandosi, in non pochi casi, un'anticipatrice della "linea Massu". Nel suo rapporto Mairey ricorda, ad esempio, come un giudice istruttore di Philippeville nel novembre del 1955, non esitasse a interrogare gli indiziati nelle loro celle di isolamento, senza la presenza di un avvocato ma con il manipolo degli addetti al'interrogatorio pronto a intervenire. Il 5 gennaio 1957, due giorni prima dell'Ordinanza che consegna i pieni poteri a Massu, l'indiziato Yahia Briki è tirato fuori di prigione con l'autorizzazione del giudice istruttore Catherineau, per essere riconsegnato alla squadra di torturatori del commissario Redonet. In altri casi quando, nonostante le torture, l'indiziato non confessa, e quindi non firma il verbale, il giudice istruttore ricorre al falso puro e semplice. È il caso ad esempio di Djamila Bouhired che, al momento del processo, accusa il giudice Bavoillot di aver redatto un verbale di confessioni inesistente. In poche parole si assiste all'unificazione operativa tra militari, magistrati e civili. Tutta la società coloniale, ben sorretta dalla madrepatria, agisce come società in guerra al fine di riportare sotto la sua piena dominazione il popolo algerino.

Si arriva così al 13 maggio, alla fine della IV Repubblica e all'incoronazione di De Gaulle. Tra De Gaulle e i francesi d'Algeria, i rapporti inizialmente ottimi finiranno presto con il guastarsi. De Gaulle e i pieds noirs rappresentano interessi e visioni del mondo diverse. Entrambi, però, sono ben decisi a non cedere di fronte al FLN. Il nuovo gruppo dirigente, inviato in Algeria il 19 dicembre 1958, è capeggiato dal Generale dell'aviazione Maurice Challe. In piena sintonia con la dottrina della guerra rivoluzionaria la quale per principio considera "l'indiscutibile superiorità dell'elemento territoriale su quello operativo", Challe si allinea in toto ai teorici formatisi nel corso della battaglia di Algeri. Il controllo della popolazione è messo al centro della strategia bellica e, per tanto, i "raggruppamenti" raggiungono un'estensione mai vista. Il "piano Challe" arriva a internare due milioni di algerini, in prevalenza donne e bambini, sui quali, la minaccia della fame diventa lo strumento di pressione e di ricatto quotidianamente esercitato. Al centro del "piano Challe" vi è l'OPA l'estirpazione della quale è considerata la condizione sine qua non per poter ipotizzare la sconfitta del FLN e della sua struttura militare. L'ordine di Challe è netto: "L'OPA deve essere distrutta e annientata." Il colonnello Renoult mette nero su bianco il senso delle parole di Challe e scrive:

"Lotta implacabile contro l'OPA, che si conclude non con l'internamento bensì con la distruzione fisica, per iniziativa del comandante di quartiere, sul luogo stesso dell'azione, in particolare per quanto riguarda i fuorilegge la cui attività sovversiva sia essenziale, riconosciuta, e che conducano una guerra senza onore: come i responsabili politici, i collettori di fondi, i merkez (addetti al collegamento), gli informatori, la polizia segreta, le guardie campestri, i membri di tribunali, i capi - villaggio."

L'originalità del "piano Challe" è che questo controllo capillare si integra con l'intervento di unità della "riserva generale", cioè soprattutto di reggimenti di paracadutisti. A questo sistema doveva adeguarsi l' "informazione", ossia la tortura. Si tratta quindi di mettere ordine nel "sistema informativo" attraverso la sua centralizzazione. Challe trova questo organismo in gran parte già istituito grazie al CCI - DOP, la struttura predisposta da Massu per fronteggiare la "battaglia d'Algeri". Challe non deve fare altro che potenziarlo, razionalizzarlo estenderlo e insediarlo ovunque. Tra il 1958 e il 1961 il CCI - DOP si estende a tutta l'Algeria, diventando un'incredibile macchina di terrore sotto il cui dominio, il cui operato è in completa autonomia dallo Stato maggiore generale, verrà posta l'intera popolazione algerina. Se il cervello del CCI - DOP è francese le membra sono algerine. La struttura informativa può contare su una manovalanza di 100.000 harkis deputata soprattutto a compiere operazioni anti - OPA, la cui ferocia non sembra aver conosciuto limiti. Non diversamente da quanto accade in tutte le guerre di questo tipo, e la Seconda guerra mondiale ne aveva fornito esempi a dismisura, i collaborazionisti sono sempre coloro che si mostrano più realisti del re. Non a caso, per gli harkis, alla conclusione delle ostilità non si pose neppure l'alternativa tra la valigia o la bara e la caccia nei loro confronti si protrasse ben oltre la fine del conflitto. Accanto a queste strutture, gestite in piena autonomia dal settore informativo, l'esercito regolare aveva i suoi luoghi di internamento, che all'occasione servivano pure come luoghi di tortura: "centri di smistamento e transito" dove i soggiorni non dovevano di regola oltrepassare i tre mesi; "centri militari di internamento" riservati ai prigionieri di guerra, "centri di rieducazione" dove si esercitava e si sperimentava soprattutto la contro - guerriglia psicologica. In sintesi, attraverso il "piano Challe" l'Algeria cominciò a trasformarsi in un unico universo concentrazionario.

Se nel periodo 1954 - 1958 il territorio metropolitano può ignorare la guerra che si combatte sull'altra sponda del Mediterraneo, dopo il 1958 la guerra, con tutte le sue appendici, non risparmia la Francia. Fu a Lione, nel commissariato di rue Vauban che cominciò a essere applicato quello che i poliziotti chiamavano il "metodo algerino". Da allora, sia a Parigi sia nella banlieue, così come in provincia gli interrogatori degli algerini furono appaltati dai tecnici della tortura.

Per circa un anno l'uso della tortura non trovò risonanza pubblica. Il Governo, la polizia e la magistratura di fronte alle notizie che, per bocca degli indiziati e dei loro avvocati, fuoriuscivano dai Commissariati rispedivano le accuse al mittente con l'accusa di essere semplice propaganda effellenista considerabile, a tutti gli effetti, a un'azione terroristica finalizzata a screditare la Francia. Nell'ottobre del 1958, il "caso del Prado", cominciò a modificare la situazione. Questa volta, a denunciare la tortura, è il cardinale di Lione Gerlier. In seguito alle dichiarazioni rilasciate da alcuni algerini fermati poiché sospettati di far parte della rete del FLN in Francia, tre sacerdoti del "Centro del Prado" sono inquisiti e due di loro incriminati per favoreggiamento nei confronti del FLN. I tre operano nel ricordato "Centro del Prado", un'istituzione religiosa incaricata dalla Chiesa di fornire aiuto materiale e spirituale ai musulmani residenti nel lionese. Di fronte alle accuse formulate dalla polizia il cardinale Gerlier dichiara che le imputazioni di cui i sacerdoti sarebbero accusati sono false, aggiungendo:

"Per sostenere queste accuse, pare che alcuni membri della polizia - dico alcuni membri - non avrebbero esitato a far firmare dai musulmani arrestati delle dichiarazioni il cui carattere menzognero è facile discernere. E per ottenere ciò essi non sarebbero arretrati davanti all'uso della violenza e delle sevizie più gravi. Credo di poter affermare che qualcuno di coloro che hanno subito un tale trattamento è stato ridotto in uno stato fisicamente e moralmente grave."

 

Per evitare che l'operato della polizia si trovi ad agire al di fuori della legge, il 7 ottobre 1958 è emanata un'Ordinanza che istituisce il "confino" per gli individui sospetti. In questo modo i fermati possono essere legalmente trattenuti ben oltre le 24 ore previste dalla legge. Ovviamente gli indiziati vengono "confinati" all'interno delle caserme o dei commissariati. In questo modo l'attività investigativa, in altre parole la ricerca di "informazioni", poteva prendersi tutto il tempo necessario, utilizzare gli strumenti di interrogatorio ritenuti più efficaci, rimandando in pubblico l'indagato solo quando i segni dell'interrogatorio si stavano ormai rimarginando.

Dopo il 1958, gli algerini sono completamente alla mercé delle forze di polizia e del razzismo che le caratterizza. Questa, nei loro confronti, ha apertamente mano libera. La "caccia ai volti" ne rappresenta forse la migliore esemplificazione. Non di rado, i poliziotti aprono il fuoco sulle persone dalla pelle scura incontrate per strada a tarda sera. Alcuni operai italiani e portoghesi, di carnagione poco chiara, rimangono così, "per errore", sul selciato. Eccezioni, certamente, in grado tuttavia di fotografare con esattezza il clima che in Francia si va respirando. La routine, in ogni caso, non lascia molto spazio all'immaginazione. Le grandi retate sono all'ordine del giorno. Gli algerini, in massa, sono fermati e rinchiusi per intere giornate negli stadi o in altri luoghi pubblici dopo di che, quelli che non vengono rilasciati, sono internati in uno dei campi di concentramento aperti anche in Francia. Le operazioni di polizia maggiormente abituali sono quelle che ricevono il nome di "Cosmos". Un sindacalista algerino ne descrive i termini:

"L'operazione consiste nell'irrompere di notte in un caseggiato abitato da algerini: con i mitra in pugno, i poliziotti costringono tutti ad alzarsi e a scendere nei cortili e nella strada, anche in pigiama col freddo dell'inverno. Rovistano l'edificio mettendo tutto sottosopra e portano via cinque o sei persone sospette in un'altra casa all'estremità opposta di Parigi. Di qui prelevano un ugual numero di persone e le portano alla casa precedente. Divieto assoluto di tornare al posto di origine: altrimenti c'è Vincennes."

Palesemente, la guerra ha lasciato i confini dell'Algeria.

Una vera e propria escalation della "guerra sporca" avviene nelle prime settimane del 1960. In divisa d'ordinanza e armi in pugno, nel XIII° arrondissement di Parigi, fanno la loro comparsa gli harkis. Ai primi del 1961 la loro presenza è facilmente notabile in tutti i quartieri di Parigi considerati a rischio FLN. Sono loro a compiere le retate, irrompere nelle case e nelle bidonvilles abitate dagli operai algerini, fermare e interrogare i sospetti. Per mano loro migliaia di immigrati algerini conoscono la tortura e in centinaia saranno liquidati. Si tratta di operazioni che, per la vastità e il numero di individui coinvolti, non possono rimanere invisibili. Le denunce contro gli harkis si moltiplicano, la stampa inizia a pubblicare un certo numero di testimonianze che inchiodano gli harkis alle loro responsabilità ma soprattutto, a dover rendere conto del loro operato è il prefetto di polizia Maurice Papon. Un funzionario che di razze e di guerra alla sovversione si intende parecchio. Nel corso dell'occupazione nazista si era particolarmente distinto per far sì che, anche in Francia, la "questione ebraica" si risolvesse una volta per sempre. È a lui, infatti, che si devono i numerosi rastrellamenti, con conseguente trasferimento verso i campi di lavoro e di sterminio, di ebrei e indesiderabili.                 

Messo alle strette Papon non si nasconde, al contrario passa al'attacco rivendicando a proprio merito il lavoro svolto dagli harkis. Il 18 marzo 1961, davanti al Consiglio municipale di Parigi così si esprime:

"Per due anni, dal 1956 al 1958, sono stato ispettore generale dell'amministrazione in missione straordinaria a Costantina. Lì ho imparato a conoscere le armi della guerra sovversiva. Una di queste è la segretezza. In mancanza di questa, che è impossibile mantenere rigorosamente in un paese come il nostro dove ogni azione deve finire con l'investire la giustizia, io credo che occorrerebbe almeno circondare di una certa discrezione la nostra attività."

In sostanza, ciò che Papon chiede e rivendica al contempo, è l'accettazione senza troppi intoppi delle "leggi della guerra controrivoluzionaria". Nella sua conduzione, il contributo degli harkis è fondamentale presentando, inoltre, il vantaggio di liberare i francesi dal compiere i gesti più ignobili. Gli harkis sono, sotto il profilo formale, dei volontari che combattono per liberare la loro terra dalla sovversione. Sono algerini che combattono altri algerini, per la Francia non è un vantaggio da poco. Inoltre, l'utilizzo degli harkis serve a rafforzare, indirettamente, il razzismo già ampiamente presente nella società francese. Se gli harkis si mostrano particolarmente feroci e brutali non fanno altro che confermare "ciò che tutti sanno", ossia che gli algerini, anche quando sono degli alleati, sono tutti selvaggi e che non possono essere trattati da persone civili. Paradossalmente i comportamenti degli harkis, che non facevano altro che obbedire agli ordini impartiti loro da ufficiali francesi, diventavano la migliore riprova della sensatezza della colonizzazione.        

A questo punto è necessario tornare in Algeria perché, ora più che mai, le vicende della colonia e della metropoli diventano legate a doppio filo.  Nonostante il "piano Challe" e l'instaurazione di un regime concentrazionario, il FLN è ben lungi dall'essere sconfitto, anzi. La sua forza sembra crescere in misura direttamente proporzionale al terrore che l'esercito instaura su tutto il territorio. Per di più, l'internazionalizzazione della "questione algerina" è un fatto acquisito. Il GPRA è ormai riconosciuto da numerosi Stati, e le battaglie che il FLN ha condotto in sede ONU stanno dando i loro frutti. L'OPA, per quanto continuamente aggredita e data per morta, ogni volta risorge mentre le forze dell'ALN non sembrano aver patito più di tanto le reiterate campagne di annientamento. Il prezzo che la Francia in Algeria sta pagando è esorbitante e, per di più, ormai estraneo agli interessi delle frazioni della borghesia dominante. È a questo punto che si consuma l'irreversibile frattura tra De Gaulle, i francesi d'Algeria e una parte dell'esercito che, insieme ai gruppi paramilitari degli ultras algerini, costituiranno l'OAS. Gli uomini del CCI - DOP ne rappresenteranno una buona fetta di adepti.

Una rottura che, soprattutto grazie a quote non secondarie delle forze di polizia, schieratesi apertamente con i francesi d'Algeria, con i militari dissidenti e quindi con l'OAS, attraverserà anche il territorio metropolitano. Uno scontro dove le forze politiche e sociali che marciano, in qualche modo, dietro l'OAS non sono irrisorie e possono vantare appoggi e simpatie anche al'interno dell'area governativa che pure aveva avviato le trattative con  il FLN ed era sempre più decisa a tirarsi fuori dal "pantano algerino".

Nell'agosto 1961, il moderato Edmond Michelet lascia il ministero della Giustizia e il suo posto è preso da Bernard Chenot un uomo molto vicino alla polizia, ai "militari dissidenti" e alle ragioni dei francesi d'Algeria. In poche parole al Ministero della Giustizia sale un esponente politico che guarda all'OAS con non poco interesse. Subito dopo la nomina di questi Maurice Papon informa i suoi che tutto può ricominciare come e meglio di prima. Le coperture e gli avvalli dall'alto ci sono tutti. Ricominciano così, ma in maniera ancora più brutale, feroce e sovente assassina i "controlli notturni", le "verifiche d'identità", i servizi di ronda degli harkis, i trasferimenti a Vincennes. Pestaggi e bastonature accompagnano abitualmente ogni incontro tra la polizia e gli algerini. Con ogni probabilità l'intento è quello di esasperare a tal punto gli animi, da far saltare le trattative in corso tra il Governo francese e il GPRA. Fra algerini e polizia è guerra aperta. Tra agosto e settembre 16 poliziotti vengono uccisi e 45 feriti dal fuoco dei nuclei partigiani effellenisti. Nel frattempo le rappresaglie della polizia sono degne del loro prefetto. Decine di algerini, presi a casaccio, sono presi e annegati nella Senna, altri impiccati nei boschi. Infine, sotto pressione dei sindacati di polizia, è imposto il coprifuoco. Gli algerini, sorpresi fuori casa dopo le dieci di sera, sono arrestati, internati, altre volte assassinati.

Il FLN reagisce organizzando per la sera del 17 ottobre una manifestazione silenziosa: 30.000 algerini sfilano per le vie di Parigi rompendo così il dispositivo del coprifuoco. È in tale frangente che Maurice Papon si esprime, ispirandosi a Massu, perché la polizia possa avere la sua "battaglia di Parigi". Mentre la manifestazione degli algerini è in corso, una serie di voci "incontrollate" provenienti dai servizi - radio della polizia informano che, per mano effellenista, dieci poliziotti a presidio del Ministero della Difesa sono stati uccisi. La reazione è immediata. Centinaia di algerini cadono sotto il fuoco della polizia mentre altri sono gettati e annegati nella Senna. Oltre diecimila sono arrestati e ammassati negli stadi e nel Parco delle Esposizioni. Ad attenderli vi sono i "Comitati di ricevimento" che li accolgono a colpi di "manici di zappa". Molti algerini non sopravvivono alle “cure” che l'accoglienza gli riserva. Molti altri vengono uccisi all'interno dei locali della Prefettura, sotto la direzione dello stesso Papon. Ciò lo rende noto, in sede di Consiglio comunale, Claude Bourdet senza ricevere alcuna smentita. Nei giorni immediatamente successivi migliaia di algerini vengono tradotti nei campi di concentramento. Quello che si consuma a Parigi nel 1961 è un vero e proprio pogrom.

In linea di massima gli eventi del 17 ottobre non producono reazioni di rilievo. Bisogna attendere il 19 dicembre, in occasione di una manifestazione anti - OAS, per vedere almeno in parte mutare lo scenario. Anche in questo caso la polizia si scatena brutalmente, anche se, visto che a manifestare sono dei francesi, la sua azione non sarà neppure paragonabile a quella dell'ottobre. In ogni caso il bilancio dei feriti tra i manifestanti non è di piccole dimensioni. Questa volta, però, il sindacato generale del personale della prefettura di polizia prende apertamente le distanze da Papon: tra l'OAS e De Gaulle, sceglie il Generale. La partita, tuttavia, ha ancora uno strascico sanguinario. L'8 febbraio 1962, in seguito a una serie di attentati dinamitardi compiuti dall'OAS, è indetta una nuova manifestazione di protesta. La polizia interviene ma questa volta il bilancio dell'operazione sarà meno indolore: otto manifestanti rimangono sul terreno. Alle vittime dell'8 febbraio, 500.000 parigini il 13 febbraio rendono solenni onoranze. Da questa manifestazione, alla quale partecipano persone di sicuro poco governative, il Governo, per quell'eterogenesi dei fini che nella storia ha spesso il sapore del paradosso, ne ha ricavato una forza che gli consentì di liquidare senza troppi drammi la "questione OAS". 

Il 18 marzo, con la firma della tregua tra la Francia e il GPRA, la Guerra d'Algeria può considerarsi conclusa. Non così si può dire per quanto concerne la questione della "guerra sporca". Indubbiamente la tortura e tutto il resto sono esistiti e, alla fine, nessuno lo ha negato ma non è questo il punto. Ciò che rimane da "chiarire" è: gli ordini da chi sono stati dati?  Forse, per giungere a capo del problema, non rimane che ascoltare le vive parole pronunciate da un torturatore, il capitano Estoup ex ufficiale del 1° reggimento paracadutisti della Legione straniera, nel corso del processo che si tenne a carico suo e di altri due imputati il 1° agosto 1962 per un assassinio commesso, in quanto membri dell'OAS, in piena Parigi:    

"Come mai un brillante, un brillante ex cadetto di Saint - Cyr, classificatosi fra i primi alla Scuola militare speciale, come mai questo giovane sottotenente del 1955 si ritrova oggi nella gabbia di un tribunale militare? Quale strada ve l'ha condotto e chi ne è responsabile? Come spiegare il fatto che da un anno in qua davanti ai tribunali compaiono ufficiali e talvolta sottufficiali appartenenti tutti o quasi tutti allo stesso tipo di corpi (paracadutisti, Legione straniera, commandos)? La risposta che io do non è che un inizio di risposta, ma è amara e gravosa. Già nelle guerre di tipo convenzionale si affidano alle unità scelte, talvolta chiamate "speciali", i compiti più delicati di una missione, come impadronirsi di un forte, liquidare una trincea, ecc. In una guerra come quella algerina gli incarichi più delicati sono stati ancora affidati a unità dette talvolta "scelte", talaltra "speciali", in genere "di intervento". A queste unità toccava di quando in quando andare a stanare il ribelle dal più nascosto dei suoi rifugi; ma, soprattutto, ad esse toccava abitualmente il compito di raccogliere una massa di informazioni. Se da un anno a questa parte davanti ai tribunali militari compaiono ufficiali e graduati provenienti quasi sempre da quelle unità, è perché un giorno fu chiesto loro di raccogliere informazioni, e "con ogni mezzo", fu precisato. Signor presidente, in gergo militare si dice raccogliere informazioni, nel linguaggio elegante si dice incalzare di domande, nella lingua comune torturare. Sotto il vincolo del giuramento io dichiaro, e nessuno oserà contraddirmi, che il tenente Godot al pari di centinaia di suoi commilitoni ha ricevuto l'ordine di torturare per ottenere informazioni. Io ignoro il grado gerarchico e il nome della più alta autorità che ha dato quest'ordine, del quale non si troverà peraltro alcuna traccia scritta; ma so che per la 10° divisione paracadutisti l'ordine fu trasmesso agli esecutori dall'autorità del generale Massu. Se mi si dice che questo è falso, io vorrei allora sapere com'è potuto accadere che sul finire d'una stessa notte del gennaio 1957 ad Algeri quattro reggimenti di una stessa divisione si siano messi simultaneamente a "raccogliere informazioni". E se veramente non ci fosse stato nessun ordine per quella operazione, come mai essa poteva avere un nome in codice? Si chiamava infatti "operazione Champagna". Ignoro i tormenti di chi dà ordini simili; ma conosco la violenza che subisce chi quegli ordini è tenuto a eseguire. Tutti i miti, tutte le illusioni di Saint - Cyr crollano davanti allo sconosciuto cui l'ex cadetto deve strappare le informazioni. Egli è come un giovane vicario al quale il vecchio curato, improvvisamente impazzito, ordinasse di violentare le parrocchiane perché il loro fervore è dubbio e vacillante. Ma perché l'ex cadetto di Saint - Cyr non si rifiutava di eseguire l'ordine? Perché ai suoi atti era stata assegnata una finalità trascendente. Gli era stato dimostrato che ne andava dell'esito della battaglia, e che quello era il prezzo della vittoria della Francia. Ed egli si ritrovava aggiogato a un dovere la cui norma morale diventava "il fine giustifica i mezzi". Era una crociata e le crociate si rassomigliano tutte, in tutti i tempi…Allorché unica giustificazione dei mezzi è il fine, qualora il fine non venga raggiunto cade la giustificazione. Nasce allora lo scompiglio delle vergogne indelebili. Se nelle unità d'intervento si sono trovati tanti "estremisti", non è perché a forza di violenze quegli uomini sarebbero diventati dei violenti in cerca di nuova violenza. No. Chi sostiene questo, non ha mai subito né inflitto sevizie. Io posso testimoniare che un movente segreto, inespresso, interiore, attanagliante, ma importante, che spingeva quegli uomini, era la volontà di non privare di senso il male che avevano commesso. In fondo, il loro atteggiamento equivale all'atto disperato di anime dannate che vogliono vendicarsi del demonio che le ha portate all'inferno.  Il popolo francese, in nome del quale state per rendere giustizia, deve sapere che è stato in suo nome e per suo conto che alcuni dirigenti hanno fatto cadere in trappola gli uomini che qui ora si giudicano."

 

La Francia, più prosaicamente, archiviò il tutto attraverso un Decreto di Amnistia. Cinque giorni dopo la firma degli accordi di Evian il "Journal officiel de la République francaise" pubblicava due provvedimenti di amnistia: il primo, come previsto dagli accordi di Evian, riguardava i militanti dell'FLN; il secondo, che nel suo passaggio principale così recitava: "Sono amnistiate le infrazioni commesse nel quadro delle operazioni di mantenimento dell'ordine dirette contro l'insurrezione algerina prima del 20 marzo 1962", con un tratto di penna cancellava la question.

E il popolo? Qualcuno, soprattutto dopo il 1958, si era schierato apertamente con l'FLN aderendo a organizzazioni clandestine che avevano lo scopo di sostenere la lotta armata del popolo algerino o incitare alla diserzione. Uno di loro, Jean - Claude Paupert, così si espresse al processo contro l'organizzazione Jeanson in cui compariva come imputato:

"Nel 1956 mi trovavo in Algeria. Ero un militante di sinistra. Avevo manifestato sia in borghese che in divisa contro la partenza per l'Algeria. Alla fine accettai di andarci perché pensai che era mio dovere farlo per proteggere e aiutare i francesi stabiliti laggiù. A Letourneux, nella gendarmeria, certi soldati che indossavano la divisa francese costrinsero degli algerini, minacciandoli di tortura, a subire rapporti con cani. In seguito a questi fatti cominciai a riflettere sul problema algerino, e capii che le anime buone hanno torto a indignarsi ogni volta contro la tortura, perché la tortura, in un regime coloniale, è legale, anzi: è il fondamento legale dell'oppressione."

Tra il popolo, quindi, qualcuno capì e agì di conseguenza. Tutto questo, però, non deve creare illusioni. In generale le cose andarono in maniera assai diversa e se, pur non in assoluto, il mercato librario può essere considerato un valido indicatore del clima culturale e politico che un Paese respira occorre riconoscere che a catalizzare l'attenzione del francese medio furono più le gesta dei paras che i drammi dei torturati. L'ex paracadutista Jean Lartéguy scopertosi improvvisamente scrittore iniziò, a partire dal 1960, a confezionare una serie di romanzi sull'epopea dei paras dove, tra l'altro, il ricorso alla tortura era oltre che decritto ampiamente giustificato. Sorprendentemente, o forse no, i suoi libri hanno superato di buona misura le vendite dei volumi di denuncia o semplicemente di critica nei confronti dell' "epopea della tortura".

Per quanto sintetica la breve panoramica che abbiamo tracciato ha mostrato come, la democrazia occidentale, una volta varcati i confini del proprio spazio geopolitica assuma una linea di condotta del tutto diversa da quella adottata all’interno dei propri confini. La conduzione della guerra ne rappresenta, al contempo, l’esemplificazione e il paradigma. Se la messa in forma della guerra rappresenta il punto massimo della decisione politica il modo in cui questa viene condotta mostra, senza malintesi di sorta, lo scarto “oggettivo” che, anche per le democrazie occidentali, viene a delinearsi tra il dentro e il fuori. Uno scarto che, per molti versi, sembra rimandare, ancora prima che a una differenza politica, a una gerarchia antropologica. L’uso “impolitico” della tortura, o in ogni caso di procedure ampiamente al di fuori dello stato di diritto, da parte della polizia francese nel territorio algerino mostra ampiamente come, i diritti universali, siano in realtà ampiamente segnati, e graduati, attraverso la linea del colore.  

Ma accanto a questo aspetto è impossibile non coglierne un secondo. Un aspetto che è al contempo una domanda: Ma in tutto ciò, questo è il nodo della questione, che fine ha fatto la sinistra e il movimento operaio? Perché il suo silenzio che, in non pochi casi, si è trasformato in aperta complicità?  A emergere è qualcosa che, pur in maniera non esplicita, sta già dentro al movimento comunista o, al contrario, la politica del partito comunista francese (e dei partiti comunisti europei in generale) implica una rottura drastica e radicale con il passato? E, nel caso le cose stessero così, in quale contesto si è prodotta la cesura?  A cosa è dovuta tale svolta? Ecco così che, ciò che poteva apparire una questione del tutto particolare, una specifica lotta di liberazione anticoloniale e antimperialista,  assume un significato di portata generale le cui ricadute, per di più, non sono rimaste racchiuse dentro quel determinato evento storico ma hanno dato il via a un processo di disincanto nei confronti dei movimenti di sinistra le cui conseguenze disastrose oggi sono sotto agli occhi di tutti. In fondo, se  gran parte delle popolazioni arabe identificano  il marxismo come semplice variante della dominazione occidentale, e in quanto tale a loro ostile, la “linea di condotta” egemone nei partiti comunisti e nei sindacati operai europei ha delle responsabilità  non certo di minimo peso. Se l’Islam, oggi, è in grado di catturare l’attenzione e le speranze di ampie quote di masse subalterne dei paesi arabi non è dovuto, secondo retoriche care al pensiero della controrivoluzione imperialista, al peso delle civiltà e alla loro prepotente riemersione [11] bensì al ruolo oggettivamente controrivoluzionario svolto, sul piano internazionale, dalle forze opportuniste e revisioniste e a tale proposito le vicende algerine ne rappresentano non solo un’esemplificazione ma un autentico paradigma.  Nonostante l’opposizione di massa alla guerra, attraverso il rifiuto di quote non secondarie di richiamati a prestare il servizio militare [12], sotto il profilo organizzativo furono ben pochi gli esempi di internazionalismo e solidarietà militante messi in campo dalla sinistra francese. Infatti, con la sola esclusione della “rete Jeanson”,[13] la Rivoluzione algerina e il FLN non poterono contare su alcuna altra organizzazione politica.  Gli effetti di quelle politiche sono oggi sotto gli sguardi di tutti. Fare i conti con un’intera arcata storica dominata dall’opportunismo e dal socialimperialismo è, pertanto, qualcosa di irrimandabile. Riprendere in mano, nei fatti, la bandiera di Lenin e dell’internazionalismo è il passaggio obbligato per tutta la sinistra anticapitalista oggi attiva nelle metropoli imperialiste europee e a ciò devono mirare gli sforzi di tutti i comunisti.

 

 


[1] Ascrivere quelle masse all’interno di cornici quali poveri e/o ultimi è un lapsus non privo di interesse. Per loro oggettiva condizione, i poveri e gli ultimi, non sono mai nelle condizioni di porre realisticamente all’ordine del giorno la questione del potere politico. Per lo più, anche nei momenti di maggiore “antagonismo”, i poveri e gli ultimi sono facilmente catturabili all’interno di una qualche istanza più o meno caritatevole. Sulla figura del povero e sulla sua sostanziale impoliticità rimangono importanti le pagine di G. Simmel, “Il povero”, in Id., Sociologia, Edizioni di Comunità, Milano 1989. Tutto ciò, in realtà, non deve stupire poiché, per gran parte della sinistra contemporanea, la questione della conquista del potere politico è stata espunta dal suo orizzonte programmatico.

[2]Sulla portata di questo provvedimento si vedano le testimonianze riportate in P. Kessel, G. Pirelli, Lettere della Rivoluzione algerina, Einaudi, Torino 1963.

[3]Si veda ad esempio il ruolo svolto dalle truppe algerine nel corso della “Campagna d’Italia”, in M. Parker, Montecassino. 15 gennaio – 18 maggio 1944. Storia di una grande battaglia, Il Saggiatore, Milano 2003

[4]Cfr., R. Overy, Russia in guerra. 1941 – 1945, Il Saggiatore, Milano 1997

[5] Cfr., C. Schmitt, Il nomos della Terra, Adelphi, Milano 1991.

[6] Su questi aspetti della rivoluzione algerina si veda, F. Fanon, Scritti politici. L’anno V della rivoluzione algerina, Derive Approdi, Roma 2007.

[7]Cfr., A. Horne, La guerra d’Algeria, Rizzoli, Milano 2007

[8] P. Aussaresses, La battaglia d’Algeri dei servizi speciali francesi, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001.

[9] In questo senso si pone il rapporto “oggettivo” tra l’esperienza algerina e quella cinese e vietnamita. Sulla lotta di lunga durata si veda, Mao – TseDung, “Problemi strategici della guerra partigiana”; “Sulla guerra di lunga durata”, in Id., Scritti scelti, Edizioni Rinascita, Roma 1955.

[10] H. Alleg, La tortura, Einaudi, Torino 1958

[11] Cfr., S. P., Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000

[12] Cfr., J. Cahen, M., Pouteau, Una resistenza incompiuta. La guerra d’Algeria e gli anticolonialisti francesi 1954 – 1962, Il Saggiatore, Vol. I, Milano 1964

[13] Cfr., J . Cahen, M., Pouteau, Una resistenza incompiuta. La guerra d’Algeria e gli anticolonialisti francesi 1954 – 1962, Il Saggiatore, Vol. II, Milano 1964

 
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