| La rivolta
delle masse arabe in Palestina e gli avvenimenti nei paesi
arabi hanno, nel complesso, confermato la giustezza dell’analisi
fornita dal VI Congresso dell’Internazionale
comunista e dal X Plenum dell’IKKI sull’inasprimento della
lotta tra l’imperialismo e le masse lavoratrici dei paesi
coloniali, sul nuovo slancio che ha animato il movimento
di liberazione nazionale nei paesi coloniali e semicoloniali,
sul giudizio espresso riguardo al governo “laburista” in
Gran Bretagna e sul processo col quale la Seconda Internazionale
si è trasformata in un’Internazionale social fascista, apertamente
socialimperialista. (Risoluzione del Segretariato politico
sul movimento di rivolta nei paesi arabi. 16 ottobre 1929)
La guerra sporca
L’obiettiva
condizione di minoranza in cui il movimento comunista e
le organizzazioni di sinistra si trovano attualmente nei
territori nordafricani e mediorientali, al pari del non
facile rapporto che le piccole organizzazioni di classe
europee sembrano avere nei confronti dei movimenti che stanno
scuotendo i regimi “moderati” e “amici” del mondo arabo,
hanno origini lontane. Ancora una volta le vicende della
Rivoluzione d’Algeria ne possono rappresentare un incipit
quanto mai denso di significati. Il modo in cui quella guerra
è stata condotta insieme al silenzio e, in non pochi casi,
alla complicità della sinistra nei confronti della guerra
sporca hanno contribuito non poco ad alimentare una
sostanziale e in gran parte motivata diffidenza delle
masse subalterne arabe nei confronti della sinistra europea.
La facile presa delle logiche pan arabiste e dei movimenti
a sfondo religioso tra quelle masse di subalterni non sembra
essere frutto della imperscrutabilità della storia ma l’effetto
diretto di una linea politica a lungo maggioritaria dentro
la sinistra europea. L’esergo che abbiamo posto come frontespizio
del nostro testo definisce e chiarisce, in forma sintetica
ma incisiva, l’approdo a cui una sinistra governativa e
salottiera non poteva che obiettivamente giungere. Socialista
a parole e imperialista nei fatti è stata la sua linea di
condotta. I guasti di questa politica, nel corso degli
anni, si sono ampiamente visti. Nel momento in cui, dentro
la crisi, titanici movimenti di massa si rimettono in marcia
la loro direzione rischia di essere facile preda di realtà
e organizzazioni obiettivamente interne al modo di produzione
capitalista e politicamente legate a frazioni di borghesia
imperialista il cui unico obiettivo è rinegoziare con i
potentati imperialisti la “torta globale”. Il rischio obiettivo
che le masse finiscano per combattere, in prima persona,
una guerra di altri è uno scenario quanto mai probabile.
Nei nostri mondi, per lo più, di ciò se ne ha solo un vago
sentore. Le storie e le lotte di quelle popolazioni, al
pari di come queste sono state lette e osservate all’interno
delle metropoli imperialiste europee, rimangono un capitolo
pressoché sconosciuto ai più. Con ogni probabilità, oggi,
di fronte alle insorgenze che attraversano il mondo arabo
ben pochi a sinistra sono in grado di comprendere il peso
che la memoria delle lotte anticoloniali riversa dentro
quei movimenti. Una “cortina di ferro” è calata, nei nostri
mondi, sul sapere e sulla memoria delle
lotte di ieri ma, non pochi di quegli elementi, rivivono
oggi dentro le città e i villaggi del mondo arabo. Le contraddizioni
e i nodi non risolti di ieri si ripropongono oggi
addirittura in maniera esponenziale. Nei limiti delle nostre
forze è nostro dovere provare a ribaltare la tendenza mostrando
a quelle popolazioni come, seppur in posizione di minoranza,
anche nei nostri mondi i retaggi di quelle storie non sono
venuti del tutto meno. Se, come appare persino ovvio, la
“questione dell’internazionalismo” si pone oggi come cuore
politico del presente lavorare per ricucire le fratture
che il socialimperialismo ha prodotto, attraverso la sostanziale
egemonia vantata sui movimenti operai e proletari europei,
nei confronti delle masse subalterne extra occidentali è
qualcosa di irrimandabile. Affrontare pertanto la questione
della guerra sporca nel corso della Rivoluzione algerina
diventa non un semplice tributo a quell’esperienza ma un
modo per obbligare i movimenti antagonisti del presente
a misurarsi con l’intera storia di quelle masse che, un
po’ troppo frettolosamente, i nostri mondi liquidano come
poveri.[1]
Una storia che, oggi, vive dentro i conflitti del
presente. Quanto sperimentato dall’esercito francese in
Algeria è oggi reiterato nelle varie “missioni di pace”
o di “polizia internazionale” che gli eserciti imperialisti
conducono in non poche aree del pianeta. Allo stesso tempo,
l’organizzazione sotterranea delle masse attraverso un modello
che sembra ricalcare appieno l’esperienza del FLN, è qualcosa
che difficilmente può essere ignorata. La straordinaria
mobilitazione, ordinata, disciplinata e soprattutto internazionale,
messa in opera da parte delle masse arabe e musulmane in
occasione delle manifestazioni contro l’aggressione imperialista
a Gaza raccontano quanto la storia di ieri sia già
una storia del presente. Questa storia ha le sue
origini nel movimento anti coloniale e la Rivoluzione algerina
ne rappresenta un caposaldo difficilmente contestabile.
Focalizzare l’attenzione su alcuni suoi aspetti decisivi
ed essenziali ha ben poco a che fare con la ricerca storica
bensì molto con una politica del presente.
Nella Guerra
d'Algeria l'uso della tortura, insieme alla ley
de fuga, alla corvée de bois
unito al raggruppamento della popolazione in "Campi
di raccolta" vero e proprio eufemismo per chiamare
in altro modo l'istituzione massiccia di Campi di concentramento,
ne sintetizza al meglio le caratteristiche[2].
Un uso che, all'epoca, fece gridare allo scandalo poiché,
l'esercito e la polizia francesi, utilizzavano metodi e
procedure che, senza troppe distinzioni, ricordavano quelli
utilizzati senza riserve dal nazi - fascismo. Non senza
una certa dose di ingenuità, in molti considerarono il ricorso
a questi strumenti, non solo una macchia che andava a intaccare
l'onore e il prestigio dell'esercito e della polizia francese,
ma un vero e proprio tradimento ai valori propri
della civiltà e della democrazia occidentale per la difesa
e il ristabilimento dei quali milioni di persone avevano
pagato un tributo di sangue senza pari e tra queste, non
da ultime, le “truppe coloniali” schierate al fianco degli
Alleati [3]. Sicuramente
il ricorso a metodi propri del nazismo ha caratterizzato
la linea di condotta delle forze armate francesi in Algeria,
meno certo è che tali strumenti fossero in contraddizione
con la cultura e la civiltà Occidentale e attribuibili esclusivamente
all'orrore nazi - fascista. Sebbene, in alcuni casi, le
truppe nazi - fasciste non andarono troppo per il sottile
neppure nella guerra condotta a ovest, la differenza con
le modalità della guerra a est fu evidente fin da subito.
La guerra che la Germania combatteva oltre l'Oder era, oltre che ideologica, una guerra coloniale combattuta
contro "razze" che non dovevano essere semplicemente
vinte ma assoggettate e dominate [4].
La cifra della Guerra d'Algeria è la guerra coloniale, una
guerra i cui presupposti hanno pur sempre a che fare con
avversari ben lontani dal poter essere considerati di pari
grado e dignità [5].
In Algeria questo divenne una banale ovvietà al pari del
reiterato ricorso alla tortura.
La parola tortura
è sempre bene non inflazionarla. Scambiare ogni trattamento
brusco per tortura, indipendentemente dai buoni propositi
di chi ne denuncia l'esistenza, rischia di nascondere il
ricorso di determinate procedure in una sorta di indistinto
maltrattamento grazie al quale, i torturatori e i loro mandanti,
il più delle volte riescono a scrollarsi di dosso le accuse
più infamati. Così come, il sempre possibile sadismo di
qualche fin troppo zelante funzionario di polizia, non può
essere scambiato e confuso con la tortura strumento politico
- militare dello Stato. L'uso sistematico e reiterato della
tortura, al pari al suo ricorso eccezionale, è una
decisione politica propria di uno Stato e di un Governo
o, come nell’era contemporanea, di una consorteria di Stati.
Il fatto che, abitualmente, non esista un ordine scritto
che ne attesti la decisione cosciente da parte di un Esecutivo,
non significa molto. Nessun ordine ufficiale, e a ciò si
aggrappano gli "storici revisionisti", ha "formalizzato"
lo sterminio degli ebrei, degli slavi e degli zingari ma
non per questo l'olocausto è una barzelletta.
Quando si parla
di tortura, in poche parole, non bisogna pensare a quel
passage à tabac che,
da sempre, caratterizza il comportamento della polizia nei
confronti degli indagati, soprattutto se questi appartengono
al classico mondo della marginalità o della malavita.
Nei mondi della malavita, inoltre, il passage
à tabac è considerato una
sorta di rito di passaggio obbligatorio che, qualunque aspirante
criminale, deve a suo modo superare. Non parlare, sotto
le percosse, vuol dire anche superare una prova della
quale, oltre che il mondo del crimine, tiene sovente conto
la stessa polizia. Chi, dopo essere stato strapazzato per
bene non parla, è ascritto dalle stesse forze dell'ordine
tra i "duri", tra quelli che "non parlano"
e nei suoi confronti, pur in circostanze diverse, difficilmente
ci sarà un nuovo ricorso al passage à tabac. Si
capisce così la sorta di "complicità" che lega
vittima e carnefici. Scarsissime sono le denunce, e praticamente
nulle da parte di chi non ha parlato, per lesioni e percosse
subite nel corso di un interrogatorio. Anche di fronte a
segni che non lasciano dubbi, l'inquisito è assai probabile
che affermi di essere semplicemente scivolato per le scale
o nasconda quanto accaduto adducendo scuse di tale tenore.
"Guardie" e "ladri", in definitiva,
appartengono agli stessi mondi e tendono a parlare, o a
non parlare, lo stesso linguaggio. Questa in apparenza lunga
introduzione per dire che l'argomento tortura va collocato
precisamente nel contesto di guerra in cui si situa e non
è mai un fatto isolato, slegato da una serie di provvedimenti
che riguardano gran parte della popolazione. La tortura
è, al contrario, la punta di diamante di un sistema di terrore
ramificato che, a cascata, investe l'insieme della popolazione.
Non è un fatto isolato ma, dietro a lei, marciano, in piena
soluzione di continuità, un insieme di provvedimenti finalizzati
a piegare e disciplinare un'intera popolazione. Per questo,
i legami tra torture e campi di internamento e di raggruppamento
sono quanto mai solidi e le responsabilità dello Stato e
del Governo non possono essere scaricate sugli addetti alla
tortura, reiterando la leggenda del classico bubbone in
un corpo sano.
Il primo rapporto
organico sull'uso sistematico della tortura, come aspetto
non separabile della guerra condotta contro il FLN, è datato
2 marzo 1955 ad opera di Roger Wuillame, un ispettore generale dell'amministrazione francese,
ovvero uno dei più alti funzionari della gerarchia francese.
Le sue conclusioni sono esplicite:
"Sevizie
di ogni genere vengono abitualmente praticate sui sospetti.
I fermi, invece delle ventiquattro ore sanciti dalla legge,
sono prolungati fino a 15 - 20 giorni. In questo periodo,
nei loro confronti, è esercitata ogni tipo di violenza e
abuso. L'impiego del "tubo dell'acqua" e dell'elettricità
sono la consueta routine alla quale il fermato è sottoposto."
Willaume aggiunge che, l'uso di tali mezzi, è un fatto comune
per tutte le polizie. La gendarmeria, al pari della polizia
giudiziaria, per arrivare al servizio d'informazione, usano
abitualmente la tortura. Dal canto loro, i magistrati, fanno
semplicemente finta di non vedere ignorando i segni, pur
evidenti delle sevizie. Ma questi eccessi, nota Wuillaume,
sono efficaci perché hanno permesso di catturare numerosi
guerriglieri. I poliziotti, inoltre, sono sconcertati dalla
messa in discussione dei loro metodi che, come fanno notare
a Willaume, non sono un fatto
recente. Tradizionalmente, anche se su scala ridotta, nei
confronti dei musulmani certe pratiche sono usate con una
certa frequenza poiché, così sostengo i più, i musulmani
oppongono una resistenza accanita nel corso degli interrogatori
e i mezzi normali, su loro, non hanno alcun effetto. Wuillame affronta il problema in un modo che può definirsi
"oggettivo":
" Bisogna
avere il coraggio di prendere una posizione su questo delicato
problema. Infatti o ci si rifugia nell'atteggiamento ipocrita
che ha prevalso finora e che consiste nel voler ignorare
ciò che fanno i poliziotti (a patto che non vi siano tracce
o prove delle sevizie inflitte), e allora la polizia adempie
il suo compito, commettendo a volte degli eccessi, con una
sorta di complicità delle autorità; oppure si assume l'atteggiamento
di falsa indignazione di chi pretende d'essere stato ingannato,
si scaglia l'anatema addosso alla polizia e le si proibisce
qualsiasi procedimento al di fuori di un corretto interrogatorio,
gettandola in uno stato di scompiglio oltre che di paralisi."
La soluzione
che propone Wuillame è semplice:
"I procedimenti
del tubo dell'acqua e dell'elettricità, se usati con precauzione,
produrrebbero uno choc più psicologico che fisico, e quindi
esente da eccessiva crudeltà."
E conclude:
"Questa
conclusione, che richiama alla mente un passato recente
doloroso, può sembrare sconcertante. Ma, una volta posto
il problema, non c'è modo di eluderlo”.
Siamo solo
agli inizi delle ostilità e la Francia, che con ogni probabilità
considera il FLN qualcosa di non troppo diverso dal
remake dell'insorgenza tribale, affida prevalentemente alle
forze di polizia il compito di sedare la rivolta. La stessa
polizia sembra essere ben distante dal comprendere il portato
politico della vicenda e attua, nei confronti dei sospetti
appartenenti al maquis, lo stile investigativo abitualmente
utilizzato nei confronti dei musulmani. Il ricorso alla
tortura, nel loro caso, più che dettato da una decisione
politica non è altro che il modus operandi ovvio e scontato
della società coloniale. L'arabo che è pur sempre percepito
come un animale, è domabile solo attraverso l'uso della
violenza. Non avendo linguaggio l'unico modo per
comunicare con lui è la voce della frusta.
Lo scenario,
però, repentinamente cambia e anche in maniera piuttosto
radicale. A dieci mesi dall'inizio dell'insurrezione, il
22 agosto 1955, il Governo Faure decide di richiamare una parte delle riserve della leva
1952 - 1953, il contingente militare sale così dai 60.000
uomini presenti il 1° novembre 1954 a circa 500.000, neppure
un anno dopo, nell'aprile del 1956, il Governo di Mollet
darà corso al richiamo dell'intera riserva. La "questione
FLN" passa dalla polizia all'esercito, con questo la
tortura e il suo uso assumono un significato e un ruolo
diverso. La società coloniale è, per sua natura, un mondo
che, nella gestione degli "affari interni", gode
da sempre di un'autonomia illimitata. Senza essere formalizzato
attraverso un atto giuridico e legislativo, il mondo coloniale
è abituato ad auto - amministrarsi senza curarsi troppo
della madrepatria. Allo stesso tempo, la madrepatria, purché
il tutto non dia addito a movimenti secessionisti, non è
troppo interessata a mettere bocca negli affari della società
coloniale. Tra madrepatria e colonia vige un accordo non
scritto dove, ognuno dei diretti interessati, non pesta
i piedi all'altro purché, entrambi, ricavino dal territorio
dominato la loro fetta di bottino. Si spiega così il comportamento
delle forze di polizia algerine. Lo esplicita con molta
lucidità, nel rapporto che consegna al Governo il 20 marzo
1955, il direttore della Sûreté
Nationale Jean Mairey:
"È evidente
che dopo tre mesi da che mi trovo qui era impossibile ignorare
che questi metodi vengono usati correntemente. I nostri
colleghi d'Algeria non lo nascondono, e bisogna ammettere
che i loro argomenti giustificano in parte le illegalità
commesse. Integrati in una comunità dove non esistono praticamente
che due strati sociali, quello degli europei che hanno tutti
i privilegi, e quello dei francesi musulmani che costituiscono
la massa che lavora, da sempre considerata inferiore, il
loro comportamento non poteva che essere imbevuto di questo
spirito, tanto più che essi stessi, in grande maggioranza,
provengono da famiglie di coloni."
In tale scenario
è prevista solo e unicamente la dominazione, l'apparire
della guerriglia muta alla radice le mappe del territorio
coloniale. Ciò che la Francia, nel giro di pochi mesi, scopre
di dover affrontare è lo spettro della guerra rivoluzionaria
antimperialista e anticolonialista. Una declinazione, sul
piano extrametropolitano, della guerra civile. Un conflitto
il cui cuore è rappresentato dalla popolazione e la sua
conquista.
Il ruolo strategico,
e al contempo la cifra stesa della guerra che si sta combattendo,
è ricoperto in particolare dall'OPA (Organizzazione politico
- amministrativa). Con l'inizio delle ostilità, il FLN si
proponeva due obiettivi: iniziare una guerra di liberazione
anticoloniale per il raggiungimento della piena indipendenza
e la costituzione di una Repubblica Democratica ispirata
ai valori del socialismo e dell'Islam; egemonizzare, attraverso
la liquidazione delle vecchie formazioni politiche d'ispirazione
nazionalista e culturale - religiosa, il panorama politico
algerino. Il primo, nel 1956, è in pieno corso, il secondo
può dirsi ormai raggiunto. Ma non è l'ALN ad aver raggiunto
tale obiettivo, bensì l'OPA. È attraverso questa che il
FLN stabilisce la sua presa sulla popolazione perché, se
l'ALN ha il compito di combattere, l'OPA ha quello, assai
più importante e delicato di organizzare la vita delle masse
al di fuori dell'amministrazione coloniale, di trasformare
ogni algerino, a secondo delle sue possibilità e del suo
livello di coscienza, in un combattente anti coloniale,
di costruire un'inossidabile rete di relazioni e rapporti
sociali sotterranei in grado di rendere sempre più friabile
la struttura coloniale. Quanto tale struttura fosse radicata
e presente tra le masse algerine è testimoniato dagli eventi
che seguirono agli accordi di Evian. Da parte francese era
pur sempre radicata la convinzione che, una volta ottenuta
la vittoria militare, il FLN sarebbe stato costretto, in
qualche modo, a legarsi alla Francia attraverso una sorta
di protettorato poiché nessuna forza algerina si sarebbe
mostrata in grado di governare e amministrare il Paese.
De Gaulle, insieme alla borghesia imperialista di cui è
rappresentante, è convinto che, alla fine, sarà lo stesso
FLN a dover ripiegare sulla sensatezza del progetto neocolonialista.
Dove le armi si sono dimostrate poco efficaci, l'efficienza
amministrativa della Francia finirà con l'avere buon gioco.
Al contrario, nel momento stesso in cui il ritiro francese
è siglato, la rete invisibile, ma graniticamente saldata
con la popolazione, uscirà allo scoperto e l'auspicato "vuoto
di potere" amministrativo non si paleserà.
Un ex combattente
francese, Michel Brian, fornisce un'esauriente descrizione
dell'OPA e delle sue funzioni:
"Essa
è incaricata della propaganda, della raccolta dei fondi,
delle informazioni, del rifornimento e dell'alloggio delle
unità dell'ALN di passaggio, alle quali deve fornire guide.
L'OPA e nello stesso tempo una milizia locale armata, il
movimento politico incaricato di trascinare le masse algerine,
e la quinta colonna dell'esercito francese. L'OPA in Algeria
è il gruppo di bambini che giocano vicino a voi, sono le
donne che vanno a prendere l'acqua alla fontana, è il commerciante
che vedendo tanta gente conosce una quantità di cose, è
l'harki in cui avete la più completa fiducia. Dappertutto l'OPA
ha i suoi informatori e le sue spie, la cui missione è di
riportare ai responsabili la benché minima informazione
riguardante i movimenti dell'esercito d'occupazione. Dappertutto
l'OPA, in stretta collaborazione con l'ALN, dispone di nascondigli
nelle grotte, di sotterranei, di rifugi, di scorte di vettovaglie
e di munizioni."
In tali condizioni
la guerra diventa, ancor prima che conflitto sul campo,
guerra di informazioni. Contro una popolazione saldamente
inquadrata dal FLN e dalle sue strutture, un tale tipo di
conflitto difficilmente può rinunciare, con ogni mezzo necessario,
al recupero di informazioni. Difficilmente può fare a meno
della tortura. In una guerra simile la stessa superiorità
tecnologica finisce con l'essere un vantaggio, in fondo,
risibile. Lo è al di fuori delle città perché, per esempio,
la ricognizione aerea, che in una guerra tra eserciti riveste
una notevole importanza, nella guerra di guerriglia non
riesce a individuare praticamente nulla e, a maggior ragione,
lo è nelle città dove, i nuclei operativi partigiani, si
muovono, perché ampiamente coperti, in mezzo alla popolazione.
Per questo, la guerra in Algeria deve essere soprattutto
una guerra contro l'OPA, la struttura portante, del FLN
e dell'ALN. Combattere e disarticolare l'OPA significa porre
sotto controllo l'intera popolazione, un compito che le
forze di polizia non sono ovviamente in grado di adempiere
e che, per gli stessi 500.000 soldati presenti in Algeria
nel 1955, è proibitivo. Accanto alle città, vi è la serie
infinita dei villaggi del bled
i quali, per tutta una fase, rappresentano le vere e
proprie roccaforti del FLN. È a partire da tali considerazioni
che prendono l'avvio due operazioni assolutamente complementari:
il "raggruppamento" e la costituzione delle SAS
(Sezioni amministrative specializzate). L'obiettivo del
primo è desertificare il bled
in modo da togliere all'ALN il mare in cui può nuotare
a proprio agio; il secondo contrastare l'incessante espansione
dell'OPA tra la popolazione algerina.
Ciò con cui
le forze coloniali devono fare ormai i conti viene descritto
con non poca chiarezza da Germaine
Tillon in un articolo apparso
su Preuves nel 1958:
"Nel corso
di un buon secolo di gestione, i francesi avevano elaborato
e impiantato delle strutture amministrative sul territorio
conquistato (comuni, caid, kuakaf, ecc.): ho assistito personalmente al loro inabissarsi,
che è stato totale e definitivo in meno di sei mesi. Le
vecchie strutture originali della società autoctona sono
resistite più a lungo, ma sono a loro volta in procinto
di crollare. Clausura tribale, autorità degli anziani, organizzazione
familiare, posizione particolare della donna, tutto ciò
aveva subito qualche breccia, ma niente di paragonabile
al vero cataclisma al quale assistiamo oggi. Conosco personalmente
numerose famiglie musulmane, austere e tradizionali, in
cui la ragazza di casa è passata direttamente dal velo ai
blue jeans e dall'harem al maquis, mentre il vecchio genitore
oscilla fra la costernazione e la fierezza patriottica
[6] .
Dopo due anni di guerra (alla fine del '56), la quasi totalità
della società musulmana si è trovata inquadrata solidamente,
efficacemente, da quadri clandestini: magistrati occulti
arbitrano dovunque i contrasti privati, abbassando il tasso
delle cause giudicate dai tribunali ufficiali (30% ad Algeri,
100% nella grande Kabilia); ufficiali
di stato civile, sconosciuti alla nostra amministrazione,
si sono messi a registrare le nascite e i decessi; collettori
raccolgono le imposte, le tasse e le multe, ma pagano anche
le pensioni e gli assegni familiari; l'usura è proscritta
come la prostituzione, le risse, i furti; leggi restrittive
delle spese hanno proibito le feste, gli sprechi di denaro,
le doti troppo ricche, e durante il duro blocco alimentare
della Kabilia (blocco che dura
tutt'ora), non mi è stato segnalato da alcuna parte il mercato
nero".
Poco più avanti
la Tillon sembra confermare come
uno degli obiettivi perseguiti dal FLN, assumere il monopolio
delle forze anticolonialiste algerine, sia ormai raggiunto:
"In una
seconda fase, iniziatasi col dicembre del '55, le masse
si lasciano inquadrare da nuclei resistenti nazionalisti,
e a partire dal febbraio 1956, il moto si estende con incredibile
rapidità. Allo scadere di quello stesso anno (dicembre 1956)
l'opera è compiuta. Nel corso di questa seconda fase, gli
uomini che agiscono non sono più solo quelli dei quadri
rivoluzionari (isolati dalle masse per la segretezza necessaria
alla loro azione), essi rappresentano al contrario l'insieme
dei capi della popolazione algerina. Dal che immaginare
che si possa arrivare a sottrarre questa popolazione alla
loro influenza è una pura chimera. E, allorché infierirà
la repressione, essa andrà a colpire con la violenza di
una sferzata una società omogenea che è impossibile risparmiare.
I responsabili politici francesi hanno allora commesso l'errore,
può darsi irreparabile, di non comprendere il carattere
irreversibile del movimento che nasce dalle profondità silenziose
di un popolo che non ha più giornali né rappresentanti."
È contro questa
realtà che il progetto SAS prende le mosse, nell'illusione
di strappare al FLN il consenso, e in molti casi l'aperta
adesione e complicità, delle masse algerine. Un'illusione
della quale i primi a testimoniarla sono proprio gli addetti
al SAS stesso. In La pacification:
temoignage d'un groupe de militaires du contingente (in
Esprit, gennaio 1961) si può leggere:
"Il soldato
maestro di scuola, l'ufficiale SAS e persino il dottore
dell' "assistenza medica gratuita" non sono solamente
maestro, amministratore o medico: sono militari, e questo
concetto viene ripetuto loro sovente. In una guerra come
questa, in cui tutto è decisamente pervertito, essi non
sono al servizio dei ragazzi musulmani o dei malati di un
douar, ma anzitutto servono una causa, sono uno strumento
di lotta in più.. Ed è anzitutto per questa ambiguità che
l'esercito si interessa di loro."
In poche parole,
nel bled, prende le mosse
un sistema totalitario, eretto da un potere militare autonomo,
che, di lì a poco, avvolgerà l'intera Algeria, la "battaglia
d'Algeri" ne rappresenterà la sua definitiva consacrazione.
Il suo atto formale è possibile farlo risalire al 7 gennaio
1957 quando, per ordine di Lacoste, il superprefetto di
Algeri Serge Baret firma l'ordinanza con
la quale delega al Generale Massu,
comandante della 10° divisione paracadutisti, i poteri di
polizia nel dipartimento di Algeri. A Massu, in poche parole, è affidato il compito di eliminare
sia la struttura combattente del FLN sia, nell'immediato,
stroncare lo sciopero generale organizzato dal FLN. Non
ci vuole molto a capire che, attraverso la nomina di Massu,
è il Governo francese a investire di compiti e obiettivi
esclusivamente politici l'esercito. Nel frattempo altri
attori, in maniera organizzata, sono entrati sulla scena
politica. Attori che iniziano a tessere una serie di trame
con i militari. Stiamo parlando degli ultras. Fin
dai primi mesi del '56, tra i pieds
noirs, si registra la formazione di cellule antiterroristiche
che, in seguito alle operazioni che porteranno a compimento,
diventeranno più noti come plastiquers.
A capo di queste si trova Philippe Castille
il quale, senza che la cosa abbia conseguenze, rivendica
pubblicamente la sua partecipazione e direzione, insieme
a Michel Fechoz, dell'attentato
compiuto nella notte tra il 10 e l'11 agosto 1956 nel cuore
della casbah. Quella notte lui e il suo gruppo collocano
un certo numero di bombe in alcuni edifici arabi, gli effetti
saranno dirompenti: un intero agglomerato di case verrà
distrutto mentre decine saranno i morti. Per la società
coloniale, dalla stampa, alla radio, dalla polizia, all'esercito
l'esplosione è dovuta all'andata in fumo di un arsenale
clandestino del FLN. Ma intanto, nei bistrot, i pied
noir festeggiano. La loro intraprendenza, inoltre, non
si limita alle operazioni dinamitarde. Da tempo, attraverso
strutture "clandestine" paramilitari affiancano
polizie ed esercito tanto da disporre anche di centri di
tortura privati dove, alla presenza di ufficiali dell'esercito,
si dedicano con passione alle più svariate tecniche di "interrogatorio"
[7]. Il legame tra francesi d'Algeria ed
esercito appare tanto solido quanto quello tra FLN e il
popolo algerino.
Questo lo scenario
dentro il quale prende l'avvio la "battaglia d'Algeri"
[8] nella quale, l'elemento simbolico, gioca
un ruolo affatto trascurabile. Dopo il 22 ottobre, quando
l'aereo che stava trasportando in Tunisia la delegazione
dell'FLN, in procinto di partecipare alla Conferenza di
Tunisi, fu intercettato dall'aviazione militare, il Governo
francese pensava di aver inflitto un colpo quasi mortale
al FLN. Nell'operazione, eseguita in piena violazione del
diritto internazionale in quanto l'aereo con a bordo i militanti
effellenisti era stato intercettato
all'interno dello spazio aereo marocchino, erano caduti
cinque dirigenti che, almeno in apparenza, sembravano difficilmente
sostituibili. L'obiettivo del Governo francese, infatti,
era decapitare il cervello politico del FLN. I cinque catturati,
Ahmed Ben Bella, Hocine Ait Ahmed, Mohamed Boudiaf, Rabah Bittat e Mohamed Khider sono tutti
membri del CCE (Comitato di Coordinazione e di Esecuzione)
del CN (Consiglio Nazionale) e senza di loro, questa è la
palese speranza del Governo francese, il FLN potrebbe ritrovarsi
senza guida politica e quindi fortemente menomato. Privo
di una solida guida politica, il FLN potrebbe facilmente
cedere alla tentazione "militarista", spostare
l'asse della sua iniziativa dal politico al militare, un
campo sul quale i francesi, non senza ragione, non temono
il confronto. L'organizzazione dello sciopero generale ad
Algeri rappresenta invece la risposta interamente politica
del FLN. All'avvenuta parziale decapitazione del CCE non
sono chiamate a rispondere, in un impari corpo a corpo,
le strutture combattenti dell'ALN ma l'intera popolazione
araba di Algeri.
Intorno alla
"Battaglia di Algeri" prende sistematicamente
corpo l'utilizzo dei "campi di internamento".
Un sistema che, a partire dalla dimensione "empirica"
del momento, in tutta velocità si trasforma in una struttura
organica e ben organizzata: il CCI (Centro di coordinamento
interforze) e di DOP (Dispositivo operativo di protezione)
destinato a sopravvivere ben oltre la durata della "battaglia".
Il CCI - DOP opera in stretta sinergia con il DPU (Dispositivo
di protezione urbana), una polizia ausiliaria composta da
europei e musulmani fedeli alla Francia. Nella "battaglia
d'Algeri" si rafforza l'intreccio tra militari e civili
che si ritrovano ad agire pressoché come un sol uomo. L'11
aprile 1957 Lacoste scrive:
"Segnalo
all'attenzione di tutti l'importanza di organizzare centri
d'interrogatorio comuni dove l'esercito e i diversi servizi
di polizia possano cooperare al fine di sveltire le inchieste
preliminari o ufficiose. Questi centri funzionano a Orléaansville e a Costantina, e
sembra che diano risultati soddisfacenti".
Poco dopo,
nel 1958, a Philippeville, sotto
la direzione del colonnello Bigeard
la tortura diventa la principale materia insegnata al "Centro
di addestramento alla guerra sovversiva". Di tutto
ciò, quasi a ricordare Luigi Filippo e il suo: "Che
importa se in Africa esplodono centomila fucilate! L'Europa
non le sente.", non trapela nulla. Tutti sembrano uniformarsi
ai desideri e alle direttive di Coty
espressi il 17 giugno a Verdun:
"Laggiù
la patria è in pericolo, la patria combatte. Il nostro dovere
è perciò semplice e chiaro. Esso impone a chi non è tenuto
alla disciplina militare quel minimo di disciplina civica
che impedisce qualunque atto e qualunque discorso suscettibile
di turbare l'animo dei nostri figli, che la Repubblica chiama
alle armi perché ad abominevoli violenze si opponga quella
forza che è inseparabile dalla generosità francese."
Lo stesso "Esprit"
pur con motivazioni in qualche modo meno patriottiche e
più nobili opta per il silenzio e lo spiega attraverso un
editoriale, Demoralizzazione della nazione, firmato
dal suo direttore Jean Marie Domenach:
"Da mesi
non abbiamo più pubblicato testimonianze dirette sull'Algeria.
Non che ci siano mancate o che ci abbiano fatto paura. Dieci
anni fa noi già denunciavamo le ingiustizie e le atrocità
che poi provocarono la rivolta. Ma una volta intrapresa
questa guerra, credemmo che il mezzo più efficace per far
cessare i procedimenti iniqui fosse il negoziato. Nel processo
mondiale intentato alla Francia, continuare a denunciare
le atrocità commesse dalle nostre truppe e dalla nostra
polizia non voleva dire rafforzare la propaganda avversaria
e, fra di noi, esasperare l'umiliazione - ritardare cioè
quella pace che desideravamo prima di ogni altra cosa? Questo
abbiamo creduto. Per una preoccupazione di opportunità,
rinunciammo provvisoriamente a pubblicare testi di quel
genere. Avemmo però cura di passare alle autorità militari
parecchi documenti venuti in nostro possesso; ma non ne
abbiamo saputo più niente."
Il che non
deve stupire perché le parole che l'esercito vuole sentirsi
dire sono di ben altra natura e si ritrova certamente più
in sintonia con ciò che ascolta il 10 maggio 1958, quando,
Chaban - Delmas,
ministro della Difesa del dimissionario Governo Gaillard
si reca in Algeria e così si rivolge agli ufficiali che
seguono i corsi di controguerriglia del colonnello Bigeard:
"Penso
che se noi qui non la spuntiamo, non ci sarà più un esercito
francese, perché non ci sarà più la Francia. Ciò che occorre
è sufficiente risolutezza, visto che i mezzi materiali ci
sono ormai assicurati con 440.000 uomini, che presto saranno
480.000, se il prossimo governo proseguirà sulla strada
che noi abbiamo aperta prolungando la ferma: allora voi
avrete 480.000 uomini di fronte a 20.000 ribelli, con una
frontiera che è già a tenuta stagna e l'altra che potrà
diventarlo rapidamente se sarà necessario; allora, io vi
dico, la cosa sta nelle vostre mani, nelle mani dei vostri
comandanti."
Parole che
non lasciano spazio a equivoci di sorta. L’illusione coltivata
inizialmente dai francesi di trovarsi di fronte alla reiterazione
di una “rivolta tribale”, di fronte alle dimensioni che
l’azione politico – militare del FLN ha assunto, non possono
che naufragare. Il FLN, nei fatti, sta dimostrando di essere
non una “banda guerrigliera” ma un’organizzazione politica
in grado di mobilitare le masse in una prospettiva di lotta
armata di lunga durata [9].
È esattamente a questo punto che la pratica della guerra
sporca si inserisce nel progetto bellico francese della
guerra totale.
La guerra totale
Perché il velo
sulla tortura in Francia si alzasse, anche solo per un attimo,
occorre attendere il 12 febbraio 1958 giorno in cui esce
La question di Henri Alleg
[10]. Il 27
marzo, il testo è posto sotto sequestro, ma la sua diffusione
clandestina oltre che la traduzione in numerose lingue qualche
imbarazzo sarà in grado di crearlo. Dal canto suo la magistratura
agisce e si comporta, a tutti gli effetti, come magistratura
di guerra mostrandosi, in non pochi casi, un'anticipatrice
della "linea Massu".
Nel suo rapporto Mairey ricorda,
ad esempio, come un giudice istruttore di Philippeville
nel novembre del 1955, non esitasse a interrogare gli indiziati
nelle loro celle di isolamento, senza la presenza di un
avvocato ma con il manipolo degli addetti al'interrogatorio
pronto a intervenire. Il 5 gennaio 1957, due giorni prima
dell'Ordinanza che consegna i pieni poteri a Massu,
l'indiziato Yahia Briki
è tirato fuori di prigione con l'autorizzazione del giudice
istruttore Catherineau, per essere riconsegnato alla squadra di torturatori
del commissario Redonet. In altri
casi quando, nonostante le torture, l'indiziato non confessa,
e quindi non firma il verbale, il giudice istruttore ricorre
al falso puro e semplice. È il caso ad esempio di Djamila
Bouhired che, al momento del processo,
accusa il giudice Bavoillot di
aver redatto un verbale di confessioni inesistente. In poche
parole si assiste all'unificazione operativa tra militari,
magistrati e civili. Tutta la società coloniale, ben sorretta
dalla madrepatria, agisce come società in guerra al fine
di riportare sotto la sua piena dominazione il popolo algerino.
Si arriva così
al 13 maggio, alla fine della IV Repubblica e all'incoronazione
di De Gaulle. Tra De Gaulle e i francesi d'Algeria, i rapporti
inizialmente ottimi finiranno presto con il guastarsi. De
Gaulle e i pieds noirs
rappresentano interessi e visioni del mondo diverse.
Entrambi, però, sono ben decisi a non cedere di fronte al
FLN. Il nuovo gruppo dirigente, inviato in Algeria il 19
dicembre 1958, è capeggiato dal Generale dell'aviazione
Maurice Challe. In piena sintonia
con la dottrina della guerra rivoluzionaria la quale per
principio considera "l'indiscutibile superiorità dell'elemento
territoriale su quello operativo", Challe
si allinea in toto ai teorici formatisi nel corso della
battaglia di Algeri. Il controllo della popolazione è messo
al centro della strategia bellica e, per tanto, i "raggruppamenti"
raggiungono un'estensione mai vista. Il "piano Challe" arriva a internare due milioni di algerini, in
prevalenza donne e bambini, sui quali, la minaccia della
fame diventa lo strumento di pressione e di ricatto quotidianamente
esercitato. Al centro del "piano Challe"
vi è l'OPA l'estirpazione della quale è considerata la condizione
sine qua non per
poter ipotizzare la sconfitta del FLN e della sua struttura
militare. L'ordine di Challe è
netto: "L'OPA deve essere distrutta e annientata."
Il colonnello Renoult mette nero
su bianco il senso delle parole di Challe
e scrive:
"Lotta
implacabile contro l'OPA, che si conclude non con l'internamento
bensì con la distruzione fisica, per iniziativa del comandante
di quartiere, sul luogo stesso dell'azione, in particolare
per quanto riguarda i fuorilegge la cui attività sovversiva
sia essenziale, riconosciuta, e che conducano una guerra
senza onore: come i responsabili politici, i collettori
di fondi, i merkez (addetti al collegamento), gli informatori, la polizia
segreta, le guardie campestri, i membri di tribunali, i
capi - villaggio."
L'originalità
del "piano Challe" è
che questo controllo capillare si integra con l'intervento
di unità della "riserva generale", cioè soprattutto
di reggimenti di paracadutisti. A questo sistema doveva
adeguarsi l' "informazione", ossia la tortura.
Si tratta quindi di mettere ordine nel "sistema informativo"
attraverso la sua centralizzazione. Challe
trova questo organismo in gran parte già istituito grazie
al CCI - DOP, la struttura predisposta da Massu
per fronteggiare la "battaglia d'Algeri". Challe
non deve fare altro che potenziarlo, razionalizzarlo estenderlo
e insediarlo ovunque. Tra il 1958 e il 1961 il CCI - DOP
si estende a tutta l'Algeria, diventando un'incredibile
macchina di terrore sotto il cui dominio, il cui operato
è in completa autonomia dallo Stato maggiore generale, verrà
posta l'intera popolazione algerina. Se il cervello del
CCI - DOP è francese le membra sono algerine. La struttura
informativa può contare su una manovalanza di 100.000 harkis deputata soprattutto a compiere operazioni
anti - OPA, la cui ferocia non sembra aver conosciuto limiti.
Non diversamente da quanto accade in tutte le guerre di
questo tipo, e la Seconda guerra mondiale ne aveva fornito
esempi a dismisura, i collaborazionisti sono sempre coloro
che si mostrano più realisti del re. Non a caso,
per gli harkis, alla conclusione delle ostilità non si pose
neppure l'alternativa tra la valigia o la bara e
la caccia nei loro confronti si protrasse ben oltre la fine
del conflitto. Accanto a queste strutture, gestite in piena
autonomia dal settore informativo, l'esercito regolare aveva
i suoi luoghi di internamento, che all'occasione servivano
pure come luoghi di tortura: "centri di smistamento
e transito" dove i soggiorni non dovevano di regola
oltrepassare i tre mesi; "centri militari di internamento"
riservati ai prigionieri di guerra, "centri di rieducazione"
dove si esercitava e si sperimentava soprattutto la contro
- guerriglia psicologica. In sintesi, attraverso il "piano
Challe" l'Algeria cominciò a trasformarsi in un unico
universo concentrazionario.
Se nel periodo
1954 - 1958 il territorio metropolitano può ignorare la
guerra che si combatte sull'altra sponda del Mediterraneo,
dopo il 1958 la guerra, con tutte le sue appendici, non
risparmia la Francia. Fu a Lione, nel commissariato di rue
Vauban che cominciò a essere applicato
quello che i poliziotti chiamavano il "metodo algerino".
Da allora, sia a Parigi sia nella banlieue, così
come in provincia gli interrogatori degli algerini furono
appaltati dai tecnici della tortura.
Per circa un
anno l'uso della tortura non trovò risonanza pubblica. Il
Governo, la polizia e la magistratura di fronte alle notizie
che, per bocca degli indiziati e dei loro avvocati, fuoriuscivano
dai Commissariati rispedivano le accuse al mittente con
l'accusa di essere semplice propaganda effellenista
considerabile, a tutti gli effetti, a un'azione terroristica
finalizzata a screditare la Francia. Nell'ottobre del 1958,
il "caso del Prado", cominciò a modificare la situazione. Questa volta,
a denunciare la tortura, è il cardinale di Lione Gerlier.
In seguito alle dichiarazioni rilasciate da alcuni algerini
fermati poiché sospettati di far parte della rete del FLN
in Francia, tre sacerdoti del "Centro del Prado"
sono inquisiti e due di loro incriminati per favoreggiamento
nei confronti del FLN. I tre operano nel ricordato "Centro
del Prado", un'istituzione
religiosa incaricata dalla Chiesa di fornire aiuto materiale
e spirituale ai musulmani residenti nel lionese. Di fronte
alle accuse formulate dalla polizia il cardinale Gerlier
dichiara che le imputazioni di cui i sacerdoti sarebbero
accusati sono false, aggiungendo:
"Per sostenere
queste accuse, pare che alcuni membri della polizia - dico
alcuni membri - non avrebbero esitato a far firmare dai
musulmani arrestati delle dichiarazioni il cui carattere
menzognero è facile discernere. E per ottenere ciò essi
non sarebbero arretrati davanti all'uso della violenza e
delle sevizie più gravi. Credo di poter affermare che qualcuno
di coloro che hanno subito un tale trattamento è stato ridotto
in uno stato fisicamente e moralmente grave."
Per evitare
che l'operato della polizia si trovi ad agire al di fuori
della legge, il 7 ottobre 1958 è emanata un'Ordinanza che
istituisce il "confino" per gli individui sospetti.
In questo modo i fermati possono essere legalmente trattenuti
ben oltre le 24 ore previste dalla legge. Ovviamente gli
indiziati vengono "confinati" all'interno delle
caserme o dei commissariati. In questo modo l'attività investigativa,
in altre parole la ricerca di "informazioni",
poteva prendersi tutto il tempo necessario, utilizzare gli
strumenti di interrogatorio ritenuti più efficaci, rimandando
in pubblico l'indagato solo quando i segni dell'interrogatorio
si stavano ormai rimarginando.
Dopo il 1958,
gli algerini sono completamente alla mercé delle forze di
polizia e del razzismo che le caratterizza. Questa, nei
loro confronti, ha apertamente mano libera. La "caccia
ai volti" ne rappresenta forse la migliore esemplificazione.
Non di rado, i poliziotti aprono il fuoco sulle persone
dalla pelle scura incontrate per strada a tarda sera. Alcuni
operai italiani e portoghesi, di carnagione poco chiara,
rimangono così, "per errore", sul selciato. Eccezioni,
certamente, in grado tuttavia di fotografare con esattezza
il clima che in Francia si va respirando. La routine, in
ogni caso, non lascia molto spazio all'immaginazione. Le
grandi retate sono all'ordine del giorno. Gli algerini,
in massa, sono fermati e rinchiusi per intere giornate negli
stadi o in altri luoghi pubblici dopo di che, quelli che
non vengono rilasciati, sono internati in uno dei campi
di concentramento aperti anche in Francia. Le operazioni
di polizia maggiormente abituali sono quelle che ricevono
il nome di "Cosmos".
Un sindacalista algerino ne descrive i termini:
"L'operazione
consiste nell'irrompere di notte in un caseggiato abitato
da algerini: con i mitra in pugno, i poliziotti costringono
tutti ad alzarsi e a scendere nei cortili e nella strada,
anche in pigiama col freddo dell'inverno. Rovistano l'edificio
mettendo tutto sottosopra e portano via cinque o sei persone
sospette in un'altra casa all'estremità opposta di Parigi.
Di qui prelevano un ugual numero di persone e le portano
alla casa precedente. Divieto assoluto di tornare al posto
di origine: altrimenti c'è Vincennes."
Palesemente,
la guerra ha lasciato i confini dell'Algeria.
Una vera e
propria escalation della "guerra sporca" avviene
nelle prime settimane del 1960. In divisa d'ordinanza e
armi in pugno, nel XIII° arrondissement di
Parigi, fanno la loro comparsa gli harkis.
Ai primi del 1961 la loro presenza è facilmente notabile
in tutti i quartieri di Parigi considerati a rischio FLN.
Sono loro a compiere le retate, irrompere nelle case e nelle
bidonvilles abitate dagli
operai algerini, fermare e interrogare i sospetti. Per mano
loro migliaia di immigrati algerini conoscono la tortura
e in centinaia saranno liquidati. Si tratta di operazioni
che, per la vastità e il numero di individui coinvolti,
non possono rimanere invisibili. Le denunce contro gli harkis
si moltiplicano, la stampa inizia a pubblicare un certo
numero di testimonianze che inchiodano gli harkis
alle loro responsabilità ma soprattutto, a dover rendere
conto del loro operato è il prefetto di polizia Maurice
Papon. Un funzionario che di razze
e di guerra alla sovversione si intende parecchio. Nel corso
dell'occupazione nazista si era particolarmente distinto
per far sì che, anche in Francia, la "questione ebraica"
si risolvesse una volta per sempre. È a lui, infatti, che
si devono i numerosi rastrellamenti, con conseguente trasferimento
verso i campi di lavoro e di sterminio, di ebrei e indesiderabili.
Messo alle
strette Papon non si nasconde,
al contrario passa al'attacco rivendicando a proprio merito
il lavoro svolto dagli harkis. Il 18 marzo 1961, davanti al Consiglio municipale
di Parigi così si esprime:
"Per due
anni, dal 1956 al 1958, sono stato ispettore generale dell'amministrazione
in missione straordinaria a Costantina.
Lì ho imparato a conoscere le armi della guerra sovversiva.
Una di queste è la segretezza. In mancanza di questa, che
è impossibile mantenere rigorosamente in un paese come il
nostro dove ogni azione deve finire con l'investire la giustizia,
io credo che occorrerebbe almeno circondare di una certa
discrezione la nostra attività."
In sostanza,
ciò che Papon chiede e rivendica
al contempo, è l'accettazione senza troppi intoppi delle
"leggi della guerra controrivoluzionaria". Nella
sua conduzione, il contributo degli harkis è fondamentale presentando, inoltre,
il vantaggio di liberare i francesi dal compiere i gesti
più ignobili. Gli harkis sono, sotto il profilo formale, dei volontari
che combattono per liberare la loro terra dalla sovversione.
Sono algerini che combattono altri algerini, per la Francia
non è un vantaggio da poco. Inoltre, l'utilizzo degli harkis
serve a rafforzare, indirettamente, il razzismo già
ampiamente presente nella società francese. Se gli harkis
si mostrano particolarmente feroci e brutali non fanno
altro che confermare "ciò che tutti sanno", ossia
che gli algerini, anche quando sono degli alleati, sono
tutti selvaggi e che non possono essere trattati da persone
civili. Paradossalmente i comportamenti degli harkis,
che non facevano altro che obbedire agli ordini impartiti
loro da ufficiali francesi, diventavano la migliore riprova
della sensatezza della colonizzazione.
A questo punto
è necessario tornare in Algeria perché, ora più che mai,
le vicende della colonia e della metropoli diventano legate
a doppio filo. Nonostante il "piano Challe"
e l'instaurazione di un regime concentrazionario, il FLN
è ben lungi dall'essere sconfitto, anzi. La sua forza sembra
crescere in misura direttamente proporzionale al terrore
che l'esercito instaura su tutto il territorio. Per di più,
l'internazionalizzazione della "questione algerina"
è un fatto acquisito. Il GPRA è ormai riconosciuto da numerosi
Stati, e le battaglie che il FLN ha condotto in sede ONU
stanno dando i loro frutti. L'OPA, per quanto continuamente
aggredita e data per morta, ogni volta risorge mentre le
forze dell'ALN non sembrano aver patito più di tanto le
reiterate campagne di annientamento. Il prezzo che la Francia
in Algeria sta pagando è esorbitante e, per di più, ormai
estraneo agli interessi delle frazioni della borghesia dominante.
È a questo punto che si consuma l'irreversibile frattura
tra De Gaulle, i francesi d'Algeria e una parte dell'esercito
che, insieme ai gruppi paramilitari degli ultras algerini,
costituiranno l'OAS. Gli uomini del CCI - DOP ne rappresenteranno
una buona fetta di adepti.
Una rottura
che, soprattutto grazie a quote non secondarie delle forze
di polizia, schieratesi apertamente con i francesi d'Algeria,
con i militari dissidenti e quindi con l'OAS, attraverserà
anche il territorio metropolitano. Uno scontro dove le forze
politiche e sociali che marciano, in qualche modo, dietro
l'OAS non sono irrisorie e possono vantare appoggi e simpatie
anche al'interno dell'area governativa che pure aveva avviato
le trattative con il FLN ed era sempre più decisa
a tirarsi fuori dal "pantano algerino".
Nell'agosto
1961, il moderato Edmond Michelet
lascia il ministero della Giustizia e il suo posto è preso
da Bernard Chenot un uomo molto
vicino alla polizia, ai "militari dissidenti"
e alle ragioni dei francesi d'Algeria. In poche parole al
Ministero della Giustizia sale un esponente politico che
guarda all'OAS con non poco interesse. Subito dopo la nomina
di questi Maurice Papon informa
i suoi che tutto può ricominciare come e meglio di prima.
Le coperture e gli avvalli dall'alto ci sono tutti. Ricominciano
così, ma in maniera ancora più brutale, feroce e sovente
assassina i "controlli notturni", le "verifiche
d'identità", i servizi di ronda degli harkis,
i trasferimenti a Vincennes. Pestaggi
e bastonature accompagnano abitualmente ogni incontro tra
la polizia e gli algerini. Con ogni probabilità l'intento
è quello di esasperare a tal punto gli animi, da far saltare
le trattative in corso tra il Governo francese e il GPRA.
Fra algerini e polizia è guerra aperta. Tra agosto e settembre
16 poliziotti vengono uccisi e 45 feriti dal fuoco dei nuclei
partigiani effellenisti. Nel frattempo
le rappresaglie della polizia sono degne del loro prefetto.
Decine di algerini, presi a casaccio, sono presi e annegati
nella Senna, altri impiccati nei boschi. Infine, sotto pressione
dei sindacati di polizia, è imposto il coprifuoco. Gli algerini,
sorpresi fuori casa dopo le dieci di sera, sono arrestati,
internati, altre volte assassinati.
Il FLN reagisce
organizzando per la sera del 17 ottobre una manifestazione
silenziosa: 30.000 algerini sfilano per le vie di Parigi
rompendo così il dispositivo del coprifuoco. È in tale frangente
che Maurice Papon si esprime,
ispirandosi a Massu, perché la
polizia possa avere la sua "battaglia di Parigi".
Mentre la manifestazione degli algerini è in corso, una
serie di voci "incontrollate" provenienti dai
servizi - radio della polizia informano che, per mano effellenista,
dieci poliziotti a presidio del Ministero della Difesa sono
stati uccisi. La reazione è immediata. Centinaia di algerini
cadono sotto il fuoco della polizia mentre altri sono gettati
e annegati nella Senna. Oltre diecimila sono arrestati e
ammassati negli stadi e nel Parco delle Esposizioni. Ad
attenderli vi sono i "Comitati di ricevimento"
che li accolgono a colpi di "manici di zappa".
Molti algerini non sopravvivono alle “cure” che l'accoglienza
gli riserva. Molti altri vengono uccisi all'interno dei
locali della Prefettura, sotto la direzione dello stesso
Papon. Ciò lo rende noto, in sede
di Consiglio comunale, Claude Bourdet
senza ricevere alcuna smentita. Nei giorni immediatamente
successivi migliaia di algerini vengono tradotti nei campi
di concentramento. Quello che si consuma a Parigi nel 1961
è un vero e proprio pogrom.
In linea di
massima gli eventi del 17 ottobre non producono reazioni
di rilievo. Bisogna attendere il 19 dicembre, in occasione
di una manifestazione anti - OAS, per vedere almeno in parte
mutare lo scenario. Anche in questo caso la polizia si scatena
brutalmente, anche se, visto che a manifestare sono dei
francesi, la sua azione non sarà neppure paragonabile a
quella dell'ottobre. In ogni caso il bilancio dei feriti
tra i manifestanti non è di piccole dimensioni. Questa volta,
però, il sindacato generale del personale della prefettura
di polizia prende apertamente le distanze da Papon:
tra l'OAS e De Gaulle, sceglie il Generale. La partita,
tuttavia, ha ancora uno strascico sanguinario. L'8 febbraio
1962, in seguito a una serie di attentati dinamitardi compiuti
dall'OAS, è indetta una nuova manifestazione di protesta.
La polizia interviene ma questa volta il bilancio dell'operazione
sarà meno indolore: otto manifestanti rimangono sul terreno.
Alle vittime dell'8 febbraio, 500.000 parigini il 13 febbraio
rendono solenni onoranze. Da questa manifestazione, alla
quale partecipano persone di sicuro poco governative, il
Governo, per quell'eterogenesi dei fini che nella storia
ha spesso il sapore del paradosso, ne ha ricavato una forza
che gli consentì di liquidare senza troppi drammi la "questione
OAS".
Il 18 marzo,
con la firma della tregua tra la Francia e il GPRA, la Guerra
d'Algeria può considerarsi conclusa. Non così si può dire
per quanto concerne la questione della "guerra sporca".
Indubbiamente la tortura e tutto il resto sono esistiti
e, alla fine, nessuno lo ha negato ma non è questo il punto.
Ciò che rimane da "chiarire" è: gli ordini da
chi sono stati dati? Forse, per giungere a capo del
problema, non rimane che ascoltare le vive parole pronunciate
da un torturatore, il capitano Estoup
ex ufficiale del 1° reggimento paracadutisti della Legione
straniera, nel corso del processo che si tenne a carico
suo e di altri due imputati il 1° agosto 1962 per un assassinio
commesso, in quanto membri dell'OAS, in piena Parigi:
"Come
mai un brillante, un brillante ex cadetto di Saint - Cyr,
classificatosi fra i primi alla Scuola militare speciale,
come mai questo giovane sottotenente del 1955 si ritrova
oggi nella gabbia di un tribunale militare? Quale strada
ve l'ha condotto e chi ne è responsabile? Come spiegare
il fatto che da un anno in qua davanti ai tribunali compaiono
ufficiali e talvolta sottufficiali appartenenti tutti o
quasi tutti allo stesso tipo di corpi (paracadutisti, Legione
straniera, commandos)? La risposta
che io do non è che un inizio di risposta, ma è amara e
gravosa. Già nelle guerre di tipo convenzionale si affidano
alle unità scelte, talvolta chiamate "speciali",
i compiti più delicati di una missione, come impadronirsi
di un forte, liquidare una trincea, ecc. In una guerra come
quella algerina gli incarichi più delicati sono stati ancora
affidati a unità dette talvolta "scelte", talaltra
"speciali", in genere "di intervento".
A queste unità toccava di quando in quando andare a stanare
il ribelle dal più nascosto dei suoi rifugi; ma, soprattutto,
ad esse toccava abitualmente il compito di raccogliere una
massa di informazioni. Se da un anno a questa parte davanti
ai tribunali militari compaiono ufficiali e graduati provenienti
quasi sempre da quelle unità, è perché un giorno fu chiesto
loro di raccogliere informazioni, e "con ogni mezzo",
fu precisato. Signor presidente, in gergo militare si dice
raccogliere informazioni, nel linguaggio elegante si dice
incalzare di domande, nella lingua comune torturare. Sotto
il vincolo del giuramento io dichiaro, e nessuno oserà contraddirmi,
che il tenente Godot al pari di
centinaia di suoi commilitoni ha ricevuto l'ordine di torturare
per ottenere informazioni. Io ignoro il grado gerarchico
e il nome della più alta autorità che ha dato quest'ordine,
del quale non si troverà peraltro alcuna traccia scritta;
ma so che per la 10° divisione paracadutisti l'ordine fu
trasmesso agli esecutori dall'autorità del generale Massu.
Se mi si dice che questo è falso, io vorrei allora sapere
com'è potuto accadere che sul finire d'una stessa notte
del gennaio 1957 ad Algeri quattro reggimenti di una stessa
divisione si siano messi simultaneamente a "raccogliere
informazioni". E se veramente non ci fosse stato nessun
ordine per quella operazione, come mai essa poteva avere
un nome in codice? Si chiamava infatti "operazione
Champagna". Ignoro i tormenti
di chi dà ordini simili; ma conosco la violenza che subisce
chi quegli ordini è tenuto a eseguire. Tutti i miti, tutte
le illusioni di Saint - Cyr crollano davanti allo sconosciuto cui l'ex cadetto deve
strappare le informazioni. Egli è come un giovane vicario
al quale il vecchio curato, improvvisamente impazzito, ordinasse
di violentare le parrocchiane perché il loro fervore è dubbio
e vacillante. Ma perché l'ex cadetto di Saint - Cyr
non si rifiutava di eseguire l'ordine? Perché ai suoi atti
era stata assegnata una finalità trascendente. Gli era stato
dimostrato che ne andava dell'esito della battaglia, e che
quello era il prezzo della vittoria della Francia. Ed egli
si ritrovava aggiogato a un dovere la cui norma morale diventava
"il fine giustifica i mezzi". Era una crociata
e le crociate si rassomigliano tutte, in tutti i tempi…Allorché
unica giustificazione dei mezzi è il fine, qualora il fine
non venga raggiunto cade la giustificazione. Nasce allora
lo scompiglio delle vergogne indelebili. Se nelle unità
d'intervento si sono trovati tanti "estremisti",
non è perché a forza di violenze quegli uomini sarebbero
diventati dei violenti in cerca di nuova violenza. No. Chi
sostiene questo, non ha mai subito né inflitto sevizie.
Io posso testimoniare che un movente segreto, inespresso,
interiore, attanagliante, ma importante, che spingeva quegli
uomini, era la volontà di non privare di senso il male che
avevano commesso. In fondo, il loro atteggiamento equivale
all'atto disperato di anime dannate che vogliono vendicarsi
del demonio che le ha portate all'inferno. Il popolo
francese, in nome del quale state per rendere giustizia,
deve sapere che è stato in suo nome e per suo conto che
alcuni dirigenti hanno fatto cadere in trappola gli uomini
che qui ora si giudicano."
La Francia,
più prosaicamente, archiviò il tutto attraverso un Decreto
di Amnistia. Cinque giorni dopo la firma degli accordi di
Evian il "Journal officiel de la République francaise" pubblicava due provvedimenti di amnistia:
il primo, come previsto dagli accordi di Evian, riguardava
i militanti dell'FLN; il secondo, che nel suo passaggio
principale così recitava: "Sono amnistiate le infrazioni
commesse nel quadro delle operazioni di mantenimento dell'ordine
dirette contro l'insurrezione algerina prima del 20 marzo
1962", con un tratto di penna cancellava la question.
E il popolo?
Qualcuno, soprattutto dopo il 1958, si era schierato apertamente
con l'FLN aderendo a organizzazioni clandestine che avevano
lo scopo di sostenere la lotta armata del popolo algerino
o incitare alla diserzione. Uno di loro, Jean - Claude Paupert,
così si espresse al processo contro l'organizzazione Jeanson
in cui compariva come imputato:
"Nel 1956
mi trovavo in Algeria. Ero un militante di sinistra. Avevo
manifestato sia in borghese che in divisa contro la partenza
per l'Algeria. Alla fine accettai di andarci perché pensai
che era mio dovere farlo per proteggere e aiutare i francesi
stabiliti laggiù. A Letourneux,
nella gendarmeria, certi soldati che indossavano la divisa
francese costrinsero degli algerini, minacciandoli di tortura,
a subire rapporti con cani. In seguito a questi fatti cominciai
a riflettere sul problema algerino, e capii che le anime
buone hanno torto a indignarsi ogni volta contro la tortura,
perché la tortura, in un regime coloniale, è legale, anzi:
è il fondamento legale dell'oppressione."
Tra il popolo,
quindi, qualcuno capì e agì di conseguenza. Tutto questo,
però, non deve creare illusioni. In generale le cose andarono
in maniera assai diversa e se, pur non in assoluto, il mercato
librario può essere considerato un valido indicatore del
clima culturale e politico che un Paese respira occorre
riconoscere che a catalizzare l'attenzione del francese
medio furono più le gesta dei paras che i drammi dei torturati. L'ex paracadutista
Jean Lartéguy scopertosi improvvisamente
scrittore iniziò, a partire dal 1960, a confezionare una
serie di romanzi sull'epopea dei paras
dove, tra l'altro, il ricorso alla tortura era oltre
che decritto ampiamente giustificato. Sorprendentemente,
o forse no, i suoi libri hanno superato di buona misura
le vendite dei volumi di denuncia o semplicemente di critica
nei confronti dell' "epopea della tortura".
Per quanto
sintetica la breve panoramica che abbiamo tracciato ha mostrato
come, la democrazia occidentale, una volta varcati
i confini del proprio spazio geopolitica assuma una linea
di condotta del tutto diversa da quella adottata all’interno
dei propri confini. La conduzione della guerra ne rappresenta,
al contempo, l’esemplificazione e il paradigma. Se la messa
in forma della guerra rappresenta il punto massimo della
decisione politica il modo in cui questa viene condotta
mostra, senza malintesi di sorta, lo scarto “oggettivo”
che, anche per le democrazie occidentali, viene a delinearsi
tra il dentro e il fuori. Uno scarto che,
per molti versi, sembra rimandare, ancora prima che a una
differenza politica, a una gerarchia antropologica. L’uso
“impolitico” della tortura, o in ogni caso di procedure
ampiamente al di fuori dello stato di diritto, da parte
della polizia francese nel territorio algerino mostra ampiamente
come, i diritti universali, siano in realtà ampiamente
segnati, e graduati, attraverso la linea del colore.
Ma accanto
a questo aspetto è impossibile non coglierne un secondo.
Un aspetto che è al contempo una domanda: Ma in tutto ciò,
questo è il nodo della questione, che fine ha fatto la sinistra
e il movimento operaio? Perché il suo silenzio che, in non
pochi casi, si è trasformato in aperta complicità? A
emergere è qualcosa che, pur in maniera non esplicita, sta
già dentro al movimento comunista o, al contrario, la politica
del partito comunista francese (e dei partiti comunisti
europei in generale) implica una rottura drastica e radicale
con il passato? E, nel caso le cose stessero così, in quale
contesto si è prodotta la cesura? A cosa è dovuta
tale svolta? Ecco così che, ciò che poteva apparire una
questione del tutto particolare, una specifica lotta di
liberazione anticoloniale e antimperialista, assume
un significato di portata generale le cui ricadute, per
di più, non sono rimaste racchiuse dentro quel determinato
evento storico ma hanno dato il via a un processo di disincanto
nei confronti dei movimenti di sinistra le cui conseguenze
disastrose oggi sono sotto agli occhi di tutti. In fondo,
se gran parte delle popolazioni arabe identificano
il marxismo come semplice variante della dominazione occidentale,
e in quanto tale a loro ostile, la “linea di condotta” egemone
nei partiti comunisti e nei sindacati operai europei ha
delle responsabilità non certo di minimo peso. Se
l’Islam, oggi, è in grado di catturare l’attenzione e le
speranze di ampie quote di masse subalterne dei paesi arabi
non è dovuto, secondo retoriche care al pensiero della controrivoluzione
imperialista, al peso delle civiltà e alla loro prepotente
riemersione [11]
bensì al ruolo oggettivamente controrivoluzionario svolto,
sul piano internazionale, dalle forze opportuniste e revisioniste
e a tale proposito le vicende algerine ne rappresentano
non solo un’esemplificazione ma un autentico paradigma.
Nonostante l’opposizione di massa alla guerra, attraverso
il rifiuto di quote non secondarie di richiamati a prestare
il servizio militare [12],
sotto il profilo organizzativo furono ben pochi gli esempi
di internazionalismo e solidarietà militante messi in campo
dalla sinistra francese. Infatti, con la sola esclusione
della “rete Jeanson”,[13]
la Rivoluzione algerina e il FLN non poterono contare su
alcuna altra organizzazione politica. Gli effetti
di quelle politiche sono oggi sotto gli sguardi di tutti.
Fare i conti con un’intera arcata storica dominata dall’opportunismo
e dal socialimperialismo è, pertanto, qualcosa di irrimandabile.
Riprendere in mano, nei fatti, la bandiera di Lenin e dell’internazionalismo
è il passaggio obbligato per tutta la sinistra
anticapitalista oggi attiva nelle metropoli imperialiste
europee e a ciò devono mirare gli sforzi di tutti i comunisti.
[1] Ascrivere
quelle masse all’interno di cornici quali poveri e/o
ultimi è un lapsus non privo di interesse.
Per loro oggettiva condizione, i poveri e gli ultimi,
non sono mai nelle condizioni di porre realisticamente all’ordine
del giorno la questione del potere politico. Per lo più,
anche nei momenti di maggiore “antagonismo”, i poveri
e gli ultimi sono facilmente catturabili all’interno
di una qualche istanza più o meno caritatevole. Sulla figura
del povero e sulla sua sostanziale impoliticità
rimangono importanti le pagine di G. Simmel,
“Il povero”, in Id., Sociologia, Edizioni di Comunità,
Milano 1989. Tutto ciò, in realtà, non deve stupire poiché,
per gran parte della sinistra contemporanea, la questione
della conquista del potere politico è stata espunta dal
suo orizzonte programmatico.
[2]Sulla
portata di questo provvedimento si vedano le testimonianze
riportate in P. Kessel, G. Pirelli,
Lettere della Rivoluzione algerina, Einaudi, Torino
1963.
[3]Si
veda ad esempio il ruolo svolto dalle truppe algerine nel
corso della “Campagna d’Italia”, in M. Parker, Montecassino.
15 gennaio – 18 maggio 1944. Storia di una grande battaglia,
Il Saggiatore, Milano 2003
[4]Cfr.,
R. Overy, Russia in guerra.
1941 – 1945, Il Saggiatore, Milano 1997
[5]
Cfr., C. Schmitt, Il nomos
della Terra, Adelphi, Milano 1991.
[6]
Su questi aspetti della rivoluzione algerina si veda, F.
Fanon, Scritti politici. L’anno
V della rivoluzione algerina, Derive Approdi, Roma 2007.
[7]Cfr.,
A. Horne, La guerra d’Algeria,
Rizzoli, Milano 2007
[8]
P. Aussaresses, La battaglia
d’Algeri dei servizi speciali francesi, Libreria Editrice
Goriziana, Gorizia 2001.
[9]
In questo senso si pone il rapporto “oggettivo” tra l’esperienza
algerina e quella cinese e vietnamita. Sulla lotta di lunga
durata si veda, Mao – Tse – Dung, “Problemi strategici
della guerra partigiana”; “Sulla guerra di lunga durata”,
in Id., Scritti scelti, Edizioni Rinascita, Roma
1955.
[10]
H. Alleg, La tortura, Einaudi,
Torino 1958
[11]
Cfr., S. P., Huntington, Lo
scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti,
Milano 2000
[12]
Cfr., J. Cahen, M., Pouteau,
Una resistenza incompiuta. La guerra d’Algeria e gli
anticolonialisti francesi 1954 – 1962, Il Saggiatore,
Vol. I, Milano 1964
[13]
Cfr., J . Cahen, M., Pouteau,
Una resistenza incompiuta. La guerra d’Algeria e gli
anticolonialisti francesi 1954 – 1962, Il Saggiatore,
Vol. II, Milano 1964
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