|
Di che città e di che paese si parla nelle citazioni
tratte da due importanti quotidiani italiani?
“...Ieri sono
arrivate altre conferme delle manifestazioni che
sabato e domenica hanno sconvolto le città di *
e * che sarebbero state represse nel sangue dalla
polizia con l'appoggio dell'esercito.” (Corriere
della sera **/**/****) e ancora “...Fonti dell'opposizione
interna parlano di scontri violentissimi e di 300
morti...” (La Repubblica).
Semplice, risponderete voi. Della Libia! Negli ultimi
giorni notizie di stragi, di bombardamenti aerei
sui manifestanti e sui civili inermi, di possibile
uso delle armi chimiche contro la popolazione che
si oppone al regime di Gheddafi, di stragi di medici
e di feriti negli ospedali, di colonne di migliaia
di profughi in fuga dai combattimenti e dagli eccidi
bombardano le opinioni pubbliche occidentali e,
quindi, anche italiana.
|
Torniamo alle citazioni di cui sopra: non si riferiscono
a quanto sta accadendo in Libia, bensì a quanto stava –
secondo i media internazionali – accadendo a Timisoara
e ad Arad ai tempi delle rivolte contro Ceaucescu,
nel 1989. L’episodio che più impatto ebbe sull’opinione
pubblica italiana e occidentale fu il ‘massacro di Timisoara’
del Natale del 1989. Per giorni si parlò di un vero e proprio
eccidio costato la migliaia di civili inermi, passati per
le armi dalle truci milizie del regime nella città romena,
e le immagini di ‘migliaia’ di cadaveri sepolti in una ‘fossa
comune’ fecero più volte il giro del mondo diventando il
simbolo di quanto accadeva in uno dei paesi dell’Europa
orientale che si stava liberando dall’odiato comunismo di
stampo sovietico. Ad un certo punto comparve anche un filmato
che mostrava i primi corpi riesumati con evidenti tracce
di “torture spaventose”; i cadaveri avevano in comune un
taglio malamente ricucito che andava dal collo all'inguine...
Il presunto eccidio del Natale del 1989 a Timisoara, ‘incontrovertibilmente vero’ in quanto raccontato
dalle tv e dai giornali di tutto il mondo con ‘testimonianze
particolareggiate’ ed immagini a profusione, in poche settimane
venne smascherato e divenne una delle bufale più inquietanti
nella storia del giornalismo. I cadaveri ritratti erano
solo 13 ed erano morti di morte naturale. I segni delle
torture erano in realtà conseguenza delle autopsie praticate
da un medico legale. Niente stragi, niente fosse comuni.
Il 24 gennaio del 1990 una tv tedesca e la France Press
denunciarono la messa in scena: “Tre medici di Timisoara
hanno affermato che i corpi di persone decedute in modo
naturale sono stati prelevati dall'istituto medico legale
e dall'ospedale per essere esposti alle telecamere come
vittime della Securitate”.
Ma l’industria internazionale delle bufale non si diede
per vinta, avendo sperimentato la facilità con cui qualche
agenzia di stampa e qualche fotoreporter possono di punto
in bianco, in assenza di prove e di conferme incrociate,
creare un caso e mobilitare le opinioni pubbliche. E quindi
fornire ai governi e agli Stati Maggiori di Washington e
dell’Unione Europea il là per potersi imbarcare in bombardamenti
umanitari, invasioni preventive, occupazioni democratiche.
Paradossalmente la censura, la verve propagandistica parca
di notizie e il dilettantismo tipici dei media del paese
preso di mira dalla ‘disinformatia’ contribuiscono a concedere credibilità alle
esagerazioni e alle invenzioni prodotte con maestria professionale
dall’industria internazionale della menzogna.
Scrive Federico Povoleri in
un pezzo dedicato ai meccanismi della disinformazione:“Le cose da considerare in questa storia sono allo stesso tempo importanti
e quasi incredibili: 1) La capacità di raggiungere in pieno
un obiettivo di disinformazione a livello internazionale
2) L'accettazione acritica da parte dell'opinione pubblica
di notizie che mancavano di fonti certe e attendibili 3)
L'incredibile capacità di penetrazione della notizia che
crebbe a dismisura attraverso leggende e false notizie di
supporto 4) La dimostrazione di quanto un'informazione manipolata
possa trasformare o addirittura costruire la realtà.”
Il modello, sperimentato con successo in Romania, venne
infatti utilizzato di nuovo, ed in grande stile, per altri
quadranti del globo dove la sete di petrolio e di territori
da conquistare imponevano sanzioni prima e interventi militari
poi.
Vi ricordate le armi di distruzione di massa di Saddam
Hussein, con i giornali che svelavano una compravendita
di materiale radioattivo con un piccolo e sconosciuto paese
africano mai avvenuta? Giornalisti affermati affermavano
che nel Kuwait occupato i soldati iracheni al servizio di
Saddam Hussein uccidevano i neonati nelle incubatrici…
Prima ancora la fabbriche delle menzogne aveva funzionato
egregiamente per giustificare i bombardamenti sulla Serbia
e l’invasione della provincia del Kosovo. Si cominciarono
a descrivere con dovizia di particolari le esecuzioni sommarie,
le colonne di profughi bombardati dai caccia (questo avveniva
davvero, solo che i caccia erano quelli della NATO decollati
dalle basi militari italiane...), gli stupri di massa contro
le donne kosovare, i villaggi distrutti. Siccome le opinioni
pubbliche si dimostravano ancora troppo tiepide nei confronti
di un intervento militare di terra, si cominciò a parlare
di milioni di profughi in pericolo di vita, di eccidi indiscriminati,
di pulizia etnica. A invasione conclusa le squadre forensi
della FBI e della Polizia spagnola, inviate in Kosovo a
caccia delle fosse comuni dove sarebbero stati sepolti decine
di migliaia di civili kosovari, non ne trovarono, ma si
imbatterono nei campi di prigionia e nelle sale della tortura
allestite dai ‘liberatori’ dell’UCK, riconvertitisi nel
frattempo nei nuovi padroni della provincia sottratta a
Belgrado. (Vi consigliamo la lettura dell’articolo ‘La
bufala delle fosse comuni in Kosovo. Assordante silenzio
degli invasori ‘umanitari’ del Kosovo’ di John Pilger).
A quanto pare le smentite e le prove della manipolazione
delle opinioni pubbliche da parte dell’industria della guerra
non sono servite a molto. Oggi, di fronte a ciò che accade
a Tripoli, il meccanismo all’opera è sempre lo stesso e
le opinioni pubbliche - soprattutto quelle più sensibili
alle tematiche umanitarie e orientate a ‘sinistra’ - sembrano
accettare le varie ‘informazioni’ riportate dai media senza
porsi particolari domande sulla loro veridicità. Che la
maggior parte di queste siano precedute dal ‘sembra che…’, ‘si dice che...’, testimoni che vogliono rimanere anonimi
affermano che…’ poco importa.
Il meccanismo emotivo prende il sopravvento e rende alle
cancellerie occidentali molto facile giustificare operazioni
militari presentate come finalizzate a proteggere le popolazioni
mentre in realtà mirano ad intervenire in territori dalle
quali gli interessi dell’imperialismo erano stati esclusi
od in parte limitati.
Paradossalmente sono spesso ingenue (o a volte prezzolate)
Ong e associazioni di massa a
pressare i governi affinché intervengano il prima possibile
con sanzioni o interventi militari contro i regimi responsabili
degli eccidi.
Nel caso della Libia milizie armate fino ai denti e ben
organizzate vengono descritte come ‘manifestanti inermi’;
non ci sono colonne di centinaia di migliaia di profughi
che tentano di fuggire verso i paesi confinanti eppure la
notizia continua a rimbalzare sui media italiani ed esteri;
le cifre dei morti – che evidentemente comprendono anche
quelli di parte governativa – crescono iperbolicamente
senza che se ne abbia nessuna conferma, e per giustificare
che le strade non sono lastricate di cadaveri come detto
nei giorni scorsi da alcuni ‘testimoni oculari’ via facebook
o via twitter alcuni quotidiani
hanno affermato oggi che i mercenari avrebbero scaricato
i morti nel deserto gettandoli dagli aerei…
Ma le prime crepe nel meccanismo della produzione di massa
delle bufale di guerra comincia ad aprirsi. E non solo sui
media alternativi o più critici nei confronti del meccanismo
dominante.
Oggi Il Manifesto riporta questa notizia: “Su nostra sollecitazione si è avuta la smentita
ufficiale della Corte Penale Internazionale che il signor
Sayed Al Shanuka o El-Hadi Shallouf non figurano né
come impiegati né come responsabili di organi della Corte
Penale Internazionale. Si tratta di un gravissimo episodio
di disinformazione poiché da tali individui era stata fatta
arrivare tramite la Tv Al Arabiya
la notizia di 10 mila morti e di 50 mila feriti”. La
denuncia, incredibilmente, arriva da alcuni esponenti del
Partito Radicale, in prima fila nel chiedere un intervento
deciso dell’Europa contro Gheddafi…
Possibile che nessuno a Rainews
24, che ha dato per due giorni in tutti i suoi notiziari
questa cifra sulla vittime, si sia preoccupato di verificarne
la veridicità? Possibilissimo…
Anche sui tanto sbandierati bombardamenti aerei sui civili
nei quartieri di Tripoli e Bengasi, più volte smentiti dagli
italiani arrivati in Italia dalla Libia in questi giorni
e da numerosi testimoni - questa volta forniti di nome e
cognome - qualche dubbio ce lo ha anche il corrispondente
de La Repubblica. Inoltre sul quotidiano in edicola oggi
scrive l’inviato a Tripoli Salvatore Nigro
: “Un libico (...) guardando le foto delle fosse
in cui sono state sepolte alcune delle vittime dice: “Non
è una fossa comune, è uno dei cimiteri di Tripoli vicino
al mare, si vedono anche le sepolture più vecchie sullo
sfondo”. Ma ormai è chiaro: nella guerra contro Gheddafi
ci sono delle notizie diffuse senza controllo, rilanciate
e trasformate in fatti veri”…
Dicendo questo non vogliamo assolutamente negare la gravità
di quello che sta accadendo a Tripoli: in Libia sono in
atto cruenti combattimenti tra due fazioni delle classi
dirigenti all’interno di un sistema tribale che la rivoluzione
di Gheddafi, degradatasi da anni in dittatura personale
e famigliare, non è riuscita a scalzare. Come accade spesso
nelle zone di guerra i civili sono i primi a fare le spese
della violenza. Il problema è non lavorare, come si dice
in questi casi, per il ‘re di Prussia’, avallando un intervento
militare e neocoloniale contro il popolo libico - mascherato
da operazione umanitaria -che rappresenta esattamente il
contrario rispetto a quelle aspirazioni alla libertà, alla
democrazia e alla giustizia sociale che stanno animando
le rivolte dei popoli e dei lavoratori in tutto il Maghreb e nella penisola arabica.
* Radio Città
Aperta
|